Joe Shuster

E’ la storia a fumetti dei creatori di Superman, Jerry Siegel e Joe Shuster, raccontata in prima persona da quest’ultimo. Tanto talentuosi quanto sfigati e ingenui, i due non ebbero mai il giusto riconoscimento, economico soprattutto, per aver inventato il supereroe più forte e famoso di tutti, anche se non il più fico. Siegel addirittura odiava Batman. Shuster, ormai anziano, racconta qui la loro vita e le vicissitudini che hanno dovuto affrontare per far valere le proprie idee in un settore, negli anni ’30, sicuramente non prospero come lo è oggi. Anzi sono stati dei precursori, contribuendo alla diffusione del fumetto come opera, superando la sua dimensione originaria di breve striscia su una rivista. E’ sicuramente per merito di Siegel e Shuster che anche io sia arrivato ad apprezzare i fumetti e che abbia letto questo, pur non essendo un granché in termini sia di disegni sia di narrazione. In fondo non è stato scritto da loro.

Julian Voloj, Thomas Campi – Joe Shuster

Astrogamma

L’unico momento di attenzione l’ho avuto quando, attraverso il notiziario, i cittadini sono stati invitati a restare a casa per la propria sicurezza. Un parallelismo con i giorni che stiamo vivendo. Ma è durato due secondi, giusto il tempo di spostare gli occhi sulla vignetta successiva, voltare pagina e riprendere ad annoiarmi. Perché questo fumetto è insulso. I disegni sono confusionari sia presi singolarmente, dato che spesso non si capiscono affatto, sia nell’insieme perché invece di rappresentare una storia creano solo caos, tra l’altro amplificato dai rumori riprodotti all’infinito con serie lunghissime di “vrooom!” e “splash!” e “thump!”, solo per citarne alcuni, che manco Batman degli anni ’60 gli si avvicina. La trama, pressoché inesistente, si sviluppa nel tentativo mal riuscito di ambientare a Ostia (sì, proprio lì inizia la storia) una lotta contro insetti giganti spuntati chissà come. Un richiamo ai kaijū, i mostri della fantascienza giapponese, attraverso un manga in salsa italiana che ha il solo pregio di finire rapidamente.

LRNZ, Alessandro Caroni – Astrogamma

L’amore ai tempi di Batman

Da un po’ di tempo seguivo Massimiliano Parente con curiosità: sui social (ha l’onore di essere mio amico su Facebook), attraverso qualche intervista, leggendo i suoi commenti sul giornale (con la g minuscola). Dice spesso cose intelligenti che puntualmente non condivido, ma io sono stupido. Mi piace parecchio come scrive e poi è un provocatore, è colto ed è stato coltivato meglio di me. Inoltre, aspetto fondamentale, mi fa ridere. Lo seguivo anche tramite i suoi libri. O meglio tramite i titoli dei suoi libri, visto che continuavo ad accumularli sul Kindle senza decidermi a leggerli, mettendoli in coda persino ad ogni tipo di junk book, i libri spazzatura. Finché mi è capitato “L’amore ai tempi di Batman”. Io adoro Batman, il mio non-supereroe preferito e questo romanzo contiene tutto ciò che mi aspettavo dall’autore, oltre ad una buona dose di nerditudine e la partecipazione di Sasha Grey. Non manca nemmeno la spocchia di Parente che allunga un po’ troppo il brodo nel finale con riflessioni sul mondo intero, probabilmente più personali che del protagonista, di cui avrei volentieri fatto a meno.

Massimiliano Parente – L’amore ai tempi di Batman

Ci voleva lui

Nella scatola c’era tutto. C’erano le nostre polaroid insieme, le più significative dalla scorsa estate a ieri, che ci ricordano quanto tempo sia passato, pochi giorni o anni a seconda dei punti di vista. C’era il braccialetto che farà compagnia agli tre sul mio polso, di quelli che indosso ogni giorno e non dimentico mai. C’erano gli Happy Socks, i calzini colorati e divertenti per i quali mi prendevi sempre in giro e che ora addirittura mi regali. C’erano le risate, sotto forma di due biglietti per Gigi Proietti a teatro che andremo a vedere presto. C’erano i cioccolatini e le caramelle gommose, quelle che un giorno lontano mi faranno morire come voglio morire, ingozzandomi di schifezze. C’era un pensiero extra da una personcina più speciale di me. E c’era Babbo Natale a certificare il regalo.

Soprattutto c’era la scatola, stupenda con la doppia A, il simbolo del mare, le onde dell’acqua, le mani che si intrecciano, il 23 stampato e l’incisione di una frase profonda, pesante e sbagliata come il Negroni, proprio per questo più dolce. Scatola che non contiene solo oggetti e che anzi conserva qualcosa di più grande: un senso a tutto, da sprigionare ogni volta che la si apre.

C’era una storia lì dentro, piccola e in continua crescita, preziosa, criminale, da difendere dalle minacce del passato e dall’oscurità. Ecco perché, a muoversi nell’ombra, tra gli oggetti e gli individui, per vegliare sul bene dentro e fuori la scatola, ci voleva lui, ci voleva Batman.

Batman: The Killing Joke

Per apprezzare quest’opera, non necessariamente devono piacerti i graphic novel, non necessariamente devi conoscere Alan Moore, non necessariamente devi essere un fan di Batman né tanto meno di Joker. Ma se ti piace anche solo una di queste cose, non puoi perderla. Senza parlare della storia, delle origini dei due rivali, del loro rapporto. Tutto egregiamente rappresentato.

Alan Moore, Brian Bolland – Batman: The Killing Joke

Si ricomincia dalla fine

Il titolo non è casuale. Ricomincio da dove ero arrivato quando, convinto di poter avere più spazio e di poterlo arredare e gestire meglio, avevo deciso di lasciare questa casa per prenderne un’altra. Più grande, più periferica, con più accessori. Mia soprattutto. E’ stata una scelta entusiasmante ma ostica sin dall’inizio. Un trasloco è sempre impegnativo. Tra l’altro non era la prima volta che mi trasferivo, sapevo che sarei andato incontro a mille difficoltà, anche economiche. Fatto sta che ho cambiato indirizzo, mi sono sistemato e ho ripreso a guardare il mondo da lì, scrivendone. Gli amici hanno iniziato ad andare e venire con frequenza, si sono persino moltiplicati e io stesso passavo spesso a trovarli. Con diversi espedienti ho fatto il possibile per rendere la nuova abitazione uguale alla precedente al punto che, una volta entrati, gli ospiti quasi non si accorgevano di trovarsi in un altro luogo. Una specie di magia.
Una mattina come tante, esco per fare un giro e al rientro non riesco ad aprire la porta. Provo e riprovo, la serratura è sempre la stessa, ne sono certo e anche la chiave non è cambiata. Poi, all’improvviso, un click sblocca tutto. Questo episodio si ripeterà più volte e probabilmente l’ho sottovalutato, perché alla fine comunque a casa sono rientrato ogni volta. Succede tuttavia un altro fatto strano: mi capita di ritrovare gli oggetti spostati o, peggio, non funzionanti. Ad alcuni ero affezionato, altri mi erano utili e non tuttora non so dove siano finiti. La situazione è andata via via peggiorando, si guastavano troppe cose senza motivo apparente. Ho scritto anche all’amministratore ma non sapevo nemmeno come fare a spiegargli questi fenomeni. Mi ha supportato poco senza riuscire ad afferrare davvero il problema. E non che a me fosse chiaro. Credo anche che le difficoltà dipendessero da una certa incomprensione di fondo, parlavamo due lingue diverse. Con tenacia mi sono dato da fare con piccoli lavoretti per aggiustare, almeno all’esterno, ciò che potevo. Il risultavo è stato quello di ritrovarmi una casa con la facciata intatta, così coma la volevo io, ma con gli interni pericolanti.
Insomma non è stato un periodo facile. Certi giorni ero quasi ossessionato dall’idea che stessi facendo più danni che altro e, visto che nulla cambiava, ho pure contattato un paio di tecnici per aiutarmi. Uno mi ha detto che gli sembrava tutto in ordine senza mai essere entrato in casa. Dall’esterno infatti l’impressione era quella. L’altro, prima di lavorare, mi ha fatto un preventivo che avrebbe messo paura al ricco Bruce Wayne e al coraggioso Batman. Nessuno dei due mi ha dato le dritte giuste. Arrivato alla frutta anche io, come il cavaliere oscuro, ho iniziato ad accusare sintomi di sdoppiamento della personalità. Ero due Topper Harley, più simili che opposti, e quasi mai riuscivo a capire chi fossi davvero, specialmente quando chiacchieravo con gli amici. L’aspetto peggiore è che a casa degli altri mi sentivo a mio agio, mi riconoscevo ed ero certo di essere io. A casa mia no. Anzi era proprio tra le mia mura che non riuscivo ad esprimermi e ho dovuto usare un trucco per farmi sentire, fingendo di essere il Topper che non ero. Ho resistito a lungo dedicandomi ad altre passioni nella speranza che un intervento non programmato potesse restituirmi ciò che stavo perdendo. Non è successo.
Quindi ho deciso. Me ne sono andato. Ho abbandonato la casa nuova che continuerò comunque a pagare e che, nonostante tutto, qualche soddisfazione mi ha dato. Tanti amici verranno a cercarmi là e non mi troveranno. Se vorranno potranno seguirmi al nuovo domicilio, che poi è il vecchio. Ho lasciato un avviso, non tutti lo leggeranno ma va bene. Torno nella prima casa in cui ho abitato dopo lo sfratto da Splinder, che riapro dopo tanto tempo e che, al termine di una spolverata, si trova proprio qui, all’indirizzo topperharley.org.