Finché dura

Percorrendo i trecento metri che separano casa mia dalla fermata della metro, tra le tante domande esistenziali che la mattina mi pongo (chi siamo? Dove vado? Mi sono lavato i denti?) con gli occhi ancora chiusi e un frullato di banane e carote sullo stomaco, oggi mi sono soffermato su quelle riguardanti il mio lavoro. Questo perché incrocio puntualmente, nella direzione opposta, ragazzi senza futuro che vanno a scuola e ragazzi senza futuro che vanno a scuola ma che poi non entrano e vengono ad affollare la metro per fermare il presente, filmarlo, firmarlo, validarlo per tenerlo così per sempre. Incrocio spesso anche un signore, che conosco da dieci anni e di cui ignoro il nome, che potrebbe essere mio padre e che invece è probabilmente più piccolo di me, il quale si dirige sorridendo in direzione di casa mia per arrivare al negozio di fronte. Sorridendo, davvero. Certo, l’attività è sua e fa un sacco di soldi, ha pure tre o quattro impiegati che fanno soldi per lui, ci sta che sorrida. Io invece non sorrido andando in ufficio ma solo perché non sorrido mai. Senza motivo almeno.

Comunque, in sostanza, oggi mi sono chiesto se il mio lavoro corrispondesse a ciò che desideravo quando ero giovane, carino e disoccupato. Che poi, disoccupato non lo sono mai stato veramente, per fortuna. E forse neanche carino, per sfortuna. Non sono mai stato nemmeno toccato dall’ambizione di diventare un personaggio famoso, di scrivere libri, di amministrare un’azienda o vivere di rendita. La risposta alla mia domanda sta nel mezzo. No, non è il lavoro che desideravo perché non potevo sapere, quando studiavo, che esistesse un lavoro d’ufficio tipo il mio. Lavorare seduto dietro una scrivania e davanti ad un monitor è un mestiere che non dice nulla, lo si può attribuire anche ad un artista indipendente o ad un operatore di call center, dipendente. Ci sono miliardi di sfaccettature. Che io andassi a lavorare nelle telecomunicazioni, in una grande azienda e per giunta dove si amministrano i soldi, no, non lo avevo previsto né programmato. Sognavo però un contesto sereno, dove potessi esprimermi in qualche modo e che mi desse il giusto compenso economico. Quindi sì, è il lavoro che desideravo. Perché, nonostante sia un impiegato, ho la possibilità di organizzarmi pressoché autonomamente, di imparare, di ricevere uno stipendio regolare, di usufruire di benefit non da poco e soprattutto, molto sopra a tutto, di poter gestire la vita privata e provata come mi pare, mettendoci dentro le passioni e gli interessi, gli affetti, i viaggi e tutto quanto. E se sei soddisfatto della tua vita vuol dire che il tuo lavoro, finché dura, è adatto a te.

Con questa breve introduzione, volevo solo dire che grazie al mio lavoro il prossimo weekend, con compleanno incluso, lo potrò trascorrere a Barcellona: finalmente tornerò al Camp Nou da spettatore, per vedere la partita del Barça e depennare un’altra storica voce dalla mia to-do list.

La favola Leicester

Avevo un appuntamento con la storia ma sapevo di essere in netto anticipo e, fino allo scorso lunedì, temevo addirittura che la storia potesse non presentarsi. Poi un gol ha riacceso il mio entusiasmo e ora sono pressoché certo che un’incredibile pagina di sport verrà scritta e celebrata per sempre. Avevo prenotato per il 7 maggio, in realtà già tra qualche ora potrebbe arrivare quella che ormai non è più una sorpresa ma solo attesa.

Sì, sto parlando di calcio. Quel calcio malato, milionario, ignorante, a volte violento, a tratti antisportivo, guidato ormai da interessi astronomici che non guardano più ai valori e puntano soltanto ai soldi e al potere. Il lato marcio esiste, senza dubbio. Eppure si tratta dello stesso calcio che un bambino, in qualsiasi Paese del mondo, dà ad un pallone quando vuole giocare, divertirsi e sognare: allora il marcio scompare, resta la magia di un dribbling, di uno scatto, di un gol che chiunque abbia provato a realizzare almeno una volta nella vita sa quanta gioia possa portare.

Non mi definirei un appassionato. E’ uno sport che seguo come altri, meno del tennis o del nuoto, più della pallavolo o del ciclismo. Tifo per la mia squadra del cuore, senza però guardarne più tutte le partite, mi faccio attrarre – lo riconosco – da e dalla Roma e soprattutto mi esalto per il Barcellona, specie quando decide di smettere di giocare a calcio e iniziare un altro sport, molto simile, che non ha ancora un nome. Adesso però sto parlando del Leicester, una squadretta del campionato inglese che si trova ad un passo dal realizzare un’impresa, cioè vincerlo, quel campionato. Potrebbe essere domani a Manchester o la settimana prossima nello stadio di casa. Ormai ne scrivono da mesi in tutta Europa e in mezzo pianeta e io non sono in grado di aggiungere nuove parole a tutto quello che è già stato raccontato. Altri lo faranno ancora e ancora, sui giornali, in TV, nei libri, persino al cinema si vocifera. Una squadra che fino a due stagioni fa e per dieci anni ha militato in “serie B” (la Football League Championship in Inghilterra), che si affaccia dietro le più forti e titolate mirando alla salvezza, che le supera e arriva a maggio in testa alla Premier League, il campionato oggi più bello e difficile, è un’idea di calcio più vicina alla favola del bambino col pallone che al marcio degli interessi milionari.

Per carità, si tratta pur sempre di giocatori ricchi e adesso famosi, anche se molti erano dilettanti poco tempo addietro e uno, tale Jamie Vardy, oggi punta della nazionale inglese, era un operaio che lavorava in fabbrica. Ma è ciò che sta accadendo, nella sua semplicità, a meritare gli applausi, perché affascinante come la sceneggiatura di un film.

Penso all’Africa, ai ragazzi dei villaggi dove mi lavoro, a cui basta una radura, qualche tronco di legno per fare le porte, una palla ed è subito partita.

Calcio_Ziga

In Burkina Faso lottano in un campionato ben più difficile, dove avversari come povertà, fame, malattie, ignoranza vincono da sempre. Un gol lo abbiamo segnato quando gli abbiamo portato le maglie e tanti altri, sono certo, ne faremo. Perché vogliamo vincere. Questa però è un’altra storia. Mi è venuta in mente perché, al di là del mio rapporto col calcio, quei Davide che vincono contro dieci Golia, gli invisibili che dal nulla riescono ad emergere per meriti propri, i piccoli privi di considerazione che diventano giganti sono esempi da seguire, non per forza da imitare ma sicuramente ad ammirare, magari solo per un breve momento. Quella del Leicester potrebbe essere la favola di qualsiasi altro sport o anche di un qualsiasi altro contesto, magari lo sarà un giorno per i ragazzi del Burkina Faso, mi avrebbe catturato comunque.

Io non appartengo a questa storia, non ne sarò il protagonista, tutt’altro. Figurerò al massimo tra le numerose comparse che tra qualche giorno si aggireranno per le strade della sinora sconosciuta cittadina di Leicester per festeggiare la vittoria. Un successo che va al di là del calcio, oltre lo sport, ai limiti della fantasia. Un appuntamento con la storia che ho prenotato in anticipo, certo però che lei sia vicina, stia arrivando e difficilmente rinuncerebbe a partecipare alla sua festa. Ne potrò scrivere nel diario e me ne ricorderò per il resto della mia vita comune, sempre che i litri di birra ad attendermi nei pub brulicanti di tifosi me lo permettano.

Barcellona e Valencia

(scritto in un giorno qualunque del 2015)

Era il lontano 2004. Dopo cinque anni, era appena finita malamente la storia sino ad allora più importante della mia vita. motivo per cui avrei aperto questo blog qualche mese dopo. Il blog si chiamava “Lei e tutto il resto” perché volevo scrivere per trovare e approfondire un punto d’incontro tra la persona che ancora amavo e tutto ciò che mi circondava. Credevo di avere una possibilità di tornare insieme e sfogarmi attraverso le parole scritte mi sembrava un mezzo per riordinare le idee. Mi sbagliavo, quel punto d’incontro non l’ho mai trovato. Ma nemmeno l’ho più cercato. Certi episodi, per quanto possano sembrarci gravi quando li affrontiamo, sono solo una parentesi della vita, ci insegnano a crescere e non sono il peggio che ci possa capitare.

In quel periodo ero spaesato, l’avevo presa proprio male. Così una sera, in ufficio, decido di prenotare un volo per Barcellona per l’indomani. Il mio primo viaggio da solo. Conoscevo già Barcellona, l’avevo visitata con un’amica l’anno prima. Stavo con Lei ma non aveva potuto accompagnarmi e così, trattandosi di un viaggio premio ottenuto al lavoro che non potevo spostare, sono andato con una collega e amica.

Non so perché ho scelto Barcellona. Forse dovevo conoscerla meglio. Mi ha aiutato, facendomi vivere esperienze simpatiche che tuttora racconto con piacere. C’è anche una tappa a Valencia. Avevo con me una fotocamera, oggi un oggetto d’antiquariato, ma non ero fissato con le foto come lo sono adesso, per cui non ho molti scatti. Ho tanti ricordi che ho riportato su un quadernetto che è stato il mio primo diario di viaggio. Qui ne ripropongo alcuni:

Se fossi stato sereno

13 agosto 2004

Non so quanto resterei ancora qui, potrebbe essere tutta la vita o solo qualche ora. Ho un lavoro però e, se non voglio perderlo, devo prendere un volo e tornare a casa. Un giorno tornerò, con la testa più libera. Ora mi tocca affrontare il presente da cui sto fuggendo, sarà difficile e mi farà ancora male. Questo viaggio in solitaria mi ha dato tanto, devo riprovarci. Se fossi stato sereno chissà come sarebbe andata a finire…

L’ennesimo bicchiere

12 agosto 2004

Riprendo la mia roba e torno da Fernando che mi aveva assicurato un posto per la notte successiva. Vado a visitare la Fundació Miró e, come per tutti i musei che mi piacciono, ci resto delle ore. Compro l’ennesimo bicchiere per la mia collezione, chissà come farò a riportarli a casa. La sera giro e giro sempre senza meta, incontrando persone che conosco. Sembra che a quell’ora tutti si diano appuntamento sulla Rambla anche se, quando fa buio, si svuota. Scambio chiacchere con il tipo, ormai amico, che distribuisce volantini per una discoteca, con un paio di ragazze che stavano da Fernando, con una stagista svedese bionda e rotonda che, sempre da Fernando, ritroverò sul terrazzino. Parleremo del biscotto che Svezia e Danimarca hanno fatto agli Europei per eliminare l’Italia. Non fumo, bevo qualche birra. Tutto sommato sembro sereno, anche se sereno non sono.

Una specie di fantasma

11 agosto 2004

Esploro ancora un po’ Valencia, poi decido di tornare a Barcellona dove sicuramente mi sarei divertito di più. Appena arrivo, vado subito da Fernando ma tutti i letti sono occupati, non c’è posto. Mi propone di andare a dormire da un suo conoscente ad un prezzo stracciato, accetto subito. Seguo un tizio per strada che mi accompagna. Camminiamo parecchio, lui parla solo se interpellato. Conosce un sacco di persone che lo salutano e lo fermano, io resto sempre dietro. Arriviamo davanti ad una bottega chiusa da una saracinesca. Deve essere di un pittore, lo intuisco dalle tele sparse in giro, dai colori e dall’aria stravagante del locale. Il tipo ha bussato due volte e qualcuno, una specie di fantasma che quasi non riesco a vedere in faccia, gli ha aperto. Mi mostrano dove posso dormire e spariscono in fretta, chiudendo la saracinesca. Mi trovo in una sala grandissima con un soppalco dove è poggiato il mio materasso. Sembra un magazzino, pieno di roba curiosa, manichini, quadri, cornici, lampade.C’è un televisore acceso con a lato una ragazza sdraiata su un divano che fa una smorfia appena mi vede. I due tipi non torneranno, restiamo solo io e lei lì dentro. Non è molto socievole, è però molto carina. Mangio quello che ho, ben poco, mi sistemo e apro la cartina sul tavolo, voglio ancora scoprire qualcosa di Barcellona. La ragazza lo capisce, si avvicina e mi consiglia dove andare in base a quello che le chiedo. E’ inglese. Noto che è imbacuccata come fosse dicembre e, sul divano, era sotto una coperta. Forse non sta bene. Parliamo un po’, nonostante stesse guardando qualcosa alla TV davanti alla quale, mezz’ora dopo, si addormenta. La mattina non la troverò.

All’Oceanografic

10 agosto 2004

Sono un’altra persona rispetto a due sera fa. Più turista, più tranquillo. Mi alzo presto, voglio andare all’Oceanografic, il parco marino – dicono – più grande d’Europa che si trova nella Ciutat de les Arts i les Ciències, zona in cui resterò tutta la giornata per visitare le strutture spaziali che ci sono li. Passo anche a dare un’occhiata al Mestalla, lo stadio. Il parco è impressionante per grandezza e varietà non solo di pesci ma anche di animali che provengono da numerosi ecosistemi del pianeta. Mi diverto parecchio, anche se da solo. Alla fine assisto ad uno spettacolo con i delfini.

A Valencia

09 agosto 2004

Mi sono buttato sul letto vestito e sudato. Dovevo dormire almeno un po’. Quando mi sveglio è ancora buio, prendo tutta la mia roba e la ficco a casaccio dentro lo zaino, devo fare in fretta ché il treno parte e il biglietto non posso cambiarlo.

Sul treno so di avere un viso cadaverico. Dormo con lo sguardo fisso davanti a me di una vecchietta elegante. Credo fosse la morte. Arrivato a Valencia, non ho la forza di mettermi a girare la città per cui cerco subito un posto per lasciare lo zaino e magari riposare qualche ora. Trova un albergo discreto ad un prezzo basso proprio vicino la stazione. Mi stendo, mi risveglio in tarda mattinata. Adesso sono in forma, devo solo mangiare. Faccio una doccia e vado ad esplorare il centro. Valencia è un gioiellino, mi piace molto. Sto in giro fino a tardi, riuscendo a visitarla praticamente tutta o almeno credo.

Big Bang

08 agosto 2004

Dormo tantissimo e so anche perché. Mi risveglio nell’esatto momento in cui una ragazza in perizoma scende dal letto a castello sopra il mio e mi regala un bella immagine da conservare. Visito il Barrio Gotico e poi mi rilasso al Parc de la Ciutadella, sdraiato sul prato ad osservare i tanti giocolieri che fanno di tutto non solo con clavette e palline ma con gli attrezzi più impensabili, tipo lattine e bottiglie di birra. La sera Keith suona al Big Bang, un locale squallido in un quartiere altrettanto squallido quanto vivo che è El Raval. Keith è un fan dei Creedence, dice che cantanti e musicisti si alterneranno sul palco improvvisando. Vado a vederlo con due australiani appena conosciuti, Kevin e Andy. Uno dei due è un professore credo di educazione fisica, come mio padre. Sono giovani, solo qualche anno più grandi di me. L’ingresso del pub è un buco, dentro invece appare molto più spazioso. Sulla destra c’è un lungo bancone con gente che beve in piedi e sugli sgabelli, sulla sinistra una stanza con un tavolo da biliardo con gente che beve, gioca e fuma. In fondo un’altra stanza, enorme, con una pedana su un angolo e una tribunetta stracolma su quello opposto. Sembra che siano tutti musicisti: chitarra, voce, batteria, basso si avvicendano sul palco suonando discretamente bene. Vedo Keith, sa il fatto suo. Si regala Proud Mary. La musica è forte, il posto non è così malaccio, parlo un misto di italiano e spagnolo con ragazze di cui non ricordo un tubo. Con gli australiani paghiamo più giri di birra a testa. Quando mi avvicino al bancone per il mio, mi si presenta davanti un nano, quasi senza braccia: ha le mani deformi, senza neanche tutte le dita, che sembrano direttamente attaccate al busto. Gli chiedo tre birre e mi domando come cavolo faccia a servire da solo e così impedito tutte quelle persone. Lo capirò subito. Impedito un corno, è velocissimo. Sale e scende da una piccola panca che sposta a destra e sinistra e usa per issarsi sul bancone, con le braccina storpie impugna da un lato un apribottiglie e dall’altro le tre birre bloccandole sotto l’ascella: le stappa in mezzo secondo. Un fenomeno. Mi ricorda i giocolieri della Ciutadella. Anzi no, è molto più bravo. Pagherei per rivedere quella scena (e lo farò quando prenderò altre birre), resto impressionato solo a guardarlo e così lui guardando me, ma solo perché vuole i soldi che mi stavo dimenticando di dargli.

Bevo cinque Estrella in poco tempo mentre gli australiani giocano a stecche. Faccio quasi a gara con il rosso, che dovrebbe essere Andy. Non ho ancora imparato chi è l’uno e chi l’altro. Kevin è più pacato, beve pure lui, però non come noi. Ci saranno sette, otto ragazzi intorno al tavolo, fumano tutti. Un tipo strano, una specie di motociclista gigante, fa girare una canna piccolissima e interminabile. Kevin furbescamente rifiuta, Andy fa un tiro e la passa subito a me. Solo dopo capirò perché non l’ha tenuta di più. Faccio tre tiri senza fretta e senza accorgermi degli effetti, sul momento non mi rendo conto di quanto sia micidiale quella cosa. Non è erba, non solo erba perlomeno, non saprò mai cosa ho fumato. All’improvviso non capisco più niente. Con la testa ci sono, resto lucidissimo ma non riesco a scandire le parole, i movimenti diventano scoordinati nonostante mi sembri di averne il controllo, la prospettiva cambia. Mi sento risucchiato dentro vortice. Ho la sensazione di guardare la stanza e me stesso da un’altra dimensione, difficile da spiegare. Forse sono le porte della percezione di cui scriveva Huxley. Le persone sono vicine eppure mi sembrano distanti. Con una mano cerco di appoggiarmi al tavolo che è lì davanti, a venti centimetri… lo tocco, lo tocco… ma allungo il braccio e non lo tocco mai, non riesco a raggiungerlo. Allora faccio due passi indietro per mettere le spalle al muro e non trovo nemmeno il muro. Credo di non essermi mosso di un millimetro pur avendo creduto di farlo. Sudo. Non sto male, rido con gli altri che sembrano non aver notato nulla di strano, non ho nausea né giramenti di testa, è solo questa alterazione delle distanze che mi scombussola, tant’è vero che ricordo tutto e lo scriverò pure. A fatica mi dirigo verso il bagno per sciacquarmi la faccia, credo di aver impiegato tre giorni per percorrere dieci metri. Il bagno è il peggiore della Spagna, mi ricorda quello di Trainspotting che era il peggiore della Scozia. Mi chiudo dentro e subito si forma la fila. Anche questa però è un’impressione: sono lì da almeno mezz’ora, la fila si è creata perché mi sono impossessato del posto, peraltro strettino. Ho il lavandino davanti ed è come con il tavolo da biliardo, non riesco a raggiungerlo. Quando ce la faccio, l’acqua non mi aiuta, non sono nemmeno sicuro di averla usata, può darsi che sia rimasto bagnato solo di sudore. Allo specchio trovo centomila me che sorridono come Bob di Twin Peaks, questo perché – ricorderò poi – c’era un altro specchio di fronte a quello sul lavandino ed entrambi si riflettevano a vicenda all’infinito. Ho un attimo di smarrimento, mi accascio per terra e muoio.

Quando riapro gli occhi, il nano giocoliere ha forzato la porta, si accerta che sto bene, anche se non posso stare in piedi, ho le gambe di ricotta. Mi aiuta e mi rimette dritto e ancora una volta mi domando come faccia, sono alto due volte lui e lui non ha le braccia! Chissà quanti ne ha visti e messi a posto di deficienti come me. Arrivano Andy e Kevin e mi portano fuori dal locale. Torno verso casa abbracciato a loro e camminando mi riprendo velocemente. L’effetto di quella cosa sarà durato un’ora, ho ritrovato i miei movimenti, non mi sento stanco, sono solo fiacco. Provo a toccare un’auto parcheggiata lì accanto e mi sembra un miracolo, ce la faccio. OK, è tutto a posto. Andy e Kevin mi chiedono se voglio andare con loro in un club a ballare, ci andrei pure ma intuisco che non spenderanno poco, è già molto tardi e poi non mi piace quel tipo di locale. Oltretutto, domani all’alba, cioè fra tre ore circa, ho un treno per Valencia.

Okupa y resiste

07 agosto 2004

Fotografo La Pedrera e visito Parc Güell insieme, pare, ad un milione di persone nello stesso momento. “Okupa y resiste” è scritto sul tetto di una casa che presumo sia occupata, forse è un centro sociale. C’è il Forum a Barcellona quest’anno. E’ la prima edizione del Forum Universale delle Culture, un evento Unesco, credo, organizzato per promuovere diritti umani, sviluppo sostenibile, culture del mondo, pace, integrazione. Di fatto un enorme baraccone pubblicitario dove gli interessi si sprecano. Però è fatto bene e io ho bisogno di distrarmi. Trascorro lì tutto il pomeriggio e la sera spendendo qualche soldo di troppo ma vedendo roba interessante, tante esposizioni e uno spettacolo fighissimo di acrobati, colori e luci con un gigantesco robot-macchina guidato da decine di uomini che riproduce una specie di drago, il quale si muove e sputa fuoco e mi piace tanto.

Mi immergo nei colori

06 agosto 2004

Vado al Tibidabo, dove arrivo con la funicolare e mi godo la vista di tutta la città, anche se non c’è il sole oggi. Per un attimo penso di entrare al luna park, rinuncio. Visito poi la Sagrada Familia, la finiranno mai? Faccio un bel giro anche a Montjuïc, visito il MNAC. Cammino parecchio, anche da qui la vista non è affatto male. Passo davanti allo stadio e al Palau Sant Jordi, il palazzetto a forma di ufo di cui ho sempre sentito parlare. Ho un live dei Pearl Jam registrato qui. Prima di sera mi immergo nei colori e nei profumi della Boqueria. Per strada mi colpisce un ragazzo che suona il piano e altri strumenti contemporaneamente, molto bravo.

Un gol al Camp Nou

05 agosto 2004

La mattina esco con Roberto per visitare il Camp Nou, esperienza significativa per me che da oggi divento tifoso del Barcellona. Lontano dalla sorveglianza, mi intrufolo per mettere i piedi sul campo. Se avessi avuto un pallone avrei potuto segnare un gol al Camp Nou come tanti campioni hanno sognato di fare senza successo. In bella mostra c’è l’unica Coppa dei Campioni, vinta a Wembley oltre dieci anni fa in finale contro la Sampdoria. Il video del gol vittoria di Koeman viene proposto e riproposto all’infinito. Al negozio compro una maglietta, un bicchiere del Barcellona e uno anche del Real Madrid che mi chiedo cosa ci faccia lì. Il marketing. Il pomeriggio vado al mare con due baresi, Vassilli e Francesca. Lui è un bel tipo, ha molti argomenti. Lei è carina e basta, totalmente presa da lui. La sera esco da solo e sto tutto il tempo per strada a bere senza una meta.

Due materassi sudici

04 agosto 2004

Nel terrazzino si fuma sempre, quando non c’è caldo. Fernando ha quattro o cinque piantine di erba, nel terrazzo accanto però ce n’è una alta più di due metri. Un inglese mi dice che a Londra l’hashish costa 20/25 euro al grammo, quello di Fernando pare venga dal Marocco e costa 5 euro al grammo. Ci sono due materassi sudici per terra e qualche sedia, la sera diventa un luogo di incontro e scambio di confidenze. La mattina vado al mare, con questo caldo non ho alternative. Il pomeriggio invece giro molto e così la sera, quando esploro tutta la Rambla e la zona del porto, rivalutata anni fa per le Olimpiadi. Tante, troppe discoteche. Mi piace il ponte.

Lungo la Rambla

03 agosto 2004

Sveglia alle 5.00. Fuori buio pesto. Dentro pure. Apro gli occhi e dico “che cazzo sto facendo?”. Doccia. Ultimi preparativi. Ciao. In macchina un solo pensiero fisso: Lei. Parto.

Durante il primo volo dormo e lo spiedino conficcato nel cuore fa male. Arrivo a Malpensa, aspetto l’altro volo. Leggo molto e ogni tanto mi ripeto “che cazzo sto facendo?”. Secondo volo, leggo ancora. Arrivo a Barcellona senza avere ancora capito un cazzo. Prendo un pullman per Plaza de Cataluña, devo cercare un posto per dormire. Un gruppo di musicisti di strada sta suonando Kalashnikov, un pezzo che mi riporta in mente tristi ricordi da cui sto cercando di fuggire. Un tizio mi offre una stanza per 35 euro, troppo. Lungo La Rambla mi ferma Keith: un letto in appartamento per una ventina di euro, ottimo. In ostello, se andava bene, avrei dormito allo stesso prezzo in una camerata con non so quante persone.

La casa si trova nella stessa strada dove ho alloggiato l’unica volta che sono stato a Barcellona, sulla Rambla imboccando Carrer de la Bouqueria. La palazzina è un po’ fatiscente, come del resto quasi tutte le altre in questa zona, ma l’arredamento è spettacolare, sembra il Quinto Mondo, quel locale afro-sfasciato che frequentavo anni fa. Keith ha portato insieme a me due inglesine niente male. La palazzina si sviluppa (si fa per dire) su tre piani, sono due appartamentini. All’ultimo piano c’è quello dove dormo io: tre stanzette con sette letti in totale e mini-cesso, bagno con vasca accanto alla terrazza. Il proprietario è un certo Fernando, un argentino che sembra uscito da un film. Non è in casa. Keith ci spiega un po’ di cose ma parla praticamente solo con le inglesine. Lo mando a fanculo un paio di volte, lui mi risponde in italiano di non rompere i coglioni: abbiamo fatto amicizia. E’ uno scozzese di 25 anni che lavora per Fernando procurandogli i clienti.

Arriva Fernando con due ragazze, Simona ed Elisabetta, socievoli e simpatiche e nulla più. Però sono italiane e io posso finalmente socializzare con qualcuno. Mi aggrego a loro per andare al mare nel pomeriggio. Chiaccheriamo molto, io sono stanco. Arriviamo alla Barceloneta dopo una buona mezz’ora di camminata. Non so dove girarmi prima, è pieno di bellissime ragazze in costume. Il pomeriggio scorre in fretta. Tornati a casa, conosco altri due inquilini: Roberto dal Messico e Adrian dalla Francia. Il secondo lo vedo per la prima e ultima volta. Con Roberto invece usciamo in quatto dopo cena. Pratica hockey a rotelle, uno sport inutile.