Di libri come incontri, scrittori e cambiamenti improvvisi

Dannazione. Alla prima occasione dovrò farglielo presente. Chuck Palahniuk, che tanto mi piaceva leggere da ragazzino, ha perso il suo fascino. Forse proprio perché sono cresciuto o forse perché è invecchiato lui. Boh. Più verosimilmente non è cambiato nessuno dei due ed è questo, cioè l’assenza di un vento nuovo, che spesso ci fa perdere l’entusiasmo nelle piccole cose. Con le grandi è diverso, le dimensioni contano. Io, per dire, mi emoziono ancora quando giro l’angolo e mi ritrovo davanti il Pantheon, nonostante lo abbia visto decine di volte. Così come mi si smuove sempre qualcosa dentro quando parlo con mio nipote che oggi, a dodici anni, grande lo è davvero. Un libro che ci ha cambiato la vita può essere considerato una cosa grande o anche una grande cosa, ma uno che invece non abbiamo apprezzato resta lì, in un angolino della mente, insieme ad un mucchio di altra roba poco utile. Finché ce ne dimentichiamo. Questione di priorità. Penso a questo mentre, appollaiato su una poltrona, ascolto quel che con arguzia, nostalgia e ironia, ha da dire Andrea Camilleri. A novant’anni vede poco, non sente, non cammina autonomamente ma dimostra di possedere un cervello così attivo e sveglio che tanti giovani non avranno mai. Quando, a fatica, si alza per andare via, ricambio il suo saluto, certo che non lo noterà. Questione di età. Esco fuori e pochi passi più in là, al tavolino del bar, Alessandro Baricco sorseggia un drink che potrebbe anche essere solo un bicchiere d’acqua e chiacchera con amici che potrebbero anche essere solo conoscenti. Non voglio disturbarlo, eppure cerco i suoi occhi con l’intento di comunicargli la mia ammirazione per quanto riesce ad esporre sia scrivendo sia parlando, nonostante l’aura di presunzione che caratterizza certi intellettuali. Ricambia l’occhiata per confermarmi che ho ragione. Ma forse è un effetto del drink. Questione di sguardi. Giro l’angolo, entro in libreria e trovo Francesco Guccini seduto accanto a James Ellroy. Hanno tanto da dire, poco da dirsi. Difficile che due personalità del genere possano parlare tra loro. Infatti nemmeno ci provano. Ci provo io, invano però. Questione di lingua. Nel frattempo, poco distante, Andrea Scanzi osserva in piedi divertito. Sembra che mi stia aspettando e ogni tanto lancia un’occhiata tra la gente per cercarmi. Vorrei chiedergli perché non scrive più di tennis ma c’è troppa confusione e poi lo so già. Questione di ego. Stanco di essere strattonato, mi avvio verso il corridoio pieno di libri, libero, librato, come se mi trovassi in un romanzo. Poco dopo incontro Emmanuel Carrére, una recente scoperta. Lui e L’avversario, che presto avrò. Questione di feeling. Torno a casa più ricco, è stata una giornata importante e ho voglia di chiuderla con la ciliegina. Autori e libri non possono non riportarmi qui, il luogo dove leggo e scrivo più spesso. E’ qui che devo fare qualcosa. E’ qui che devo cambiare qualcosa. Perché i cambiamenti, se non arrivano, possono anche uccidere. Così, decido di voltare le spalle al passato, a dieci anni di blog con sfondo nero e sprazzi di rosso e bianco. Voglio più luce e questo è il primo risultato. Questione di vita o di morte.

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