Di tennis e passione

In estate, al campeggio, mio nonno guardava qualsiasi sport in TV. Avevamo un vecchio televisore in bianco e nero, piccolo e non sempre il segnale era buono. Quel giorno davano una partita di tennis. Giocavano due mostri, Stefan Edberg e Boris Becker, e mi appassionai così tanto a vederli lottare in campo che mi misi seduto per terra e ci restai fino alla fine del match. Chiesi a mio nonno chi fossero quei due e mi rispose. Al tempo erano il numero due ed il numero tre del mondo e quindi la domanda nacque spontanea: chi è il numero uno?

Era Ivan Lendl. Da quel momento, senza rendermene conto e senza capire ancora un tubo di tennis, la mia passione ha preso il via. Ho visto tutte le partite che potevo nonostante la copertura televisiva non fosse paragonabile a quella di oggi. C’era Telepiù che non potevo guardare perché a pagamento, il segnale era criptato, lo schermo disturbato ma si potevano distinguere i giocatori ed il punteggio. Non si capiva granché, seguivo però anche quelle partite pur di non perdermi le prodezze di Ivan Il Terribile (uno dei suoi soprannomi). Aveva un tennis meno elegante degli altri, eppure più potente ed efficace, non a caso è stato numero uno per diversi anni. Tifavo per lui proprio per questo, nella mia testa di bambino. Perché era il numero uno.

Quando Ivan ha cominciato a perdere colpi e io a crescere, ho avuto difficoltà a trovare qualcun altro per cui tifare. Credo non esista nessuno al mondo che segua uno sport senza fare il tifo. A parte mio nonno, buon’anima. Quelli che dicono di apprezzare solo il bel gioco mentono. Per una squadra o un singolo, devono tifare per forza dentro di sé, se proprio non vogliono darlo a vedere. In mio soccorso è arrivato Andre Agassi: eccentrico, fortissimo e incostante, è diventato professionista a 16 anni e, quando il mondo si è accorto di lui, io già lo amavo. All’inizio non mi piaceva né il suo abbigliamento stravagante (pantaloncini jeans, cosa mai vista prima e colori sgargianti e fluorescenti) né la sua chioma (capelli lunghi e mesciati), poi invece l’ho apprezzato soprattutto per il suo essere diverso, un personaggio fuori dagli schemi. Ho avuto la gioia di vederlo dal vivo, nella mia città natale, proprio quando è diventato numero uno: ancora oggi ringrazio mio padre che non so dove abbia trovato quel singolo biglietto. E’ stato il primo a vincere tutti i tornei più importanti (Slam, Master, Coppa Davis e Olimpiadi), eppure non era il più forte. Un certo Pete Sampras lo batteva spesso e quasi sempre in finale, mi stava antipatico per questo. Agassi ha avuto una carriera lunghissima, riuscendo pure a tornare al vertice della classifica alla veneranda età di 33 anni, il più “anziano” di sempre. Open, la sua autobiografia, è uno dei libri migliori che abbia letto.

Ritirato Agassi, per chi potevo tifare? Il tennis per me stava perdendo motivazioni, ero ormai grandicello e le passioni si moltiplicavano giorno dopo giorno. Per qualche anno, complice il diffondersi della pay-tv, non ho seguito praticamente nulla. Mi piaceva Marat Safin, un cavallo pazzo, non abbastanza pazzo tuttavia da riportarmi in sella. Fino a che è arrivato lui, il dio del tennis, il giocatore più forte di tutti i tempi: Roger Federer. Non solo mi ha riavvicinato a questo sport dopo una lunga pausa, mi ha permesso soprattutto di viverlo come non mai, ossia seguendo e studiando tutta una serie di elementi (classifiche, scontri diretti, record, punteggi ecc.) che prima non consideravo. Su Roger non posso dire nulla che non sia già stato detto, ha portato racchetta e palline oltre i confini del possibile. Ho potuto vedere anche lui dal vivo, in partita e in allenamento, nell’unica stagione in cui ha portato i capelli corti. Oggi, il suo status di GOAT (Greatest Of All Time) è in discussione perché altri due fenomeni, Rafael Nadal e Novak Djokovic, insidiano il trono. Ciò non toglie che, stilisticamente, resterà una spanna sopra tutti. Ormai a fine carriera a quasi 40 anni, è uno dei più vecchi del circuito e i tornei che giocherà si contano probabilmente sulle dita. Già da tempo cerco di mettere gli occhi su qualche giovane promessa per cui esultare, sicuro comunque che non smetterò di seguire questo sport. Non lo farò senza tifare e Federer è ancora il mio preferito.

Chi dopo di lui? Il tennis subirà una grossa battuta d’arresto, una specie di funerale, ma sopravvivrà. Per prevenire il lutto, negli ultimi tre o quattro anni ho letto articoli e seguito tornei minori sperando mi portassero un nuovo idolo. Nessuno si è materializzato fino all’anno scorso quando Jannik Sinner, dal nulla, è finito su tutti i giornali. C’è riuscito perché ha iniziato a vincere pur essendo giovanissimo, un pischello di 19 anni. Dopo Lendl, Agassi e Federer, icone del proprio tempo, se non della storia, che insieme mi hanno trasmesso qualsiasi emozione tennistica si possa provare, era difficile incappare in un qualcosa di altrettanto appassionante. In effetti l’unica carta che mancava al mio mazzo era il fenomeno italiano e Sinner, già in top 20, è un predestinato. Sono convinto (bè, non solo io) che diventerà numero uno. Oltre ad essere forte e mentalmente vincente, è italiano e questo dà un sapore diverso al mio tifo, più casalingo, come l’Italia del calcio ai mondiali. Non so quanto lo ammirerò ma con lui (e un altro giovanissimo, Lorenzo Musetti) mi sono assicurato almeno altri dieci anni ad alto livello. Sono sicuro che riuscirò anche a scattargli una foto. Per sostituirlo, quando smetterà, servirà un alieno. Io nel frattempo mi organizzo: il campeggio è ora un B&B, il piccolo televisore è diventato un tablet, chissà se arriverà un bambino a chiedermi chi è il numero uno, potrei parlargli un po’ di tennis, come mio nonno ha fatto con me.

Di personaggi, storie e biografie

Sì, avete tutti ragione. Vi comprendo. Ma cercate anche di comprendere me. Se potessi, quei libri li comprerei uno dopo l’altro, anche in formato digitale ora che ho il Kindle. Farei lo stesso con i film, con la musica. Mi piacerebbe poter acquistare un DVD, un CD o un vinile quando ne ho voglia, eppure sono sempre costretto a rimandare. Costano. Non sta a me giudicare quanto, hanno un prezzo e basta. Un costo che, specialmente in tempo di crisi, mia soprattutto, non posso sostenere. Tuttavia conosco bene certi meandri del web. Parole criptate per dire che so essere un bravo pirata. Esatto, scarico da internet tutto ciò che posso scaricare. No… un attimo, intendevo dire “potrei essere un bravo pirata”, eh. Non significa che lo sia, mi muovo nel pieno rispetto delle regole, della legalità, della regalità… qualche volta, quella roba, me la regalano.

Da oltre un annetto, cioè da quando ho assistito all’evento dell’estate scorsa, il concerto al Circo Massimo degli Stones, un uomo (e non una donna) ha iniziato ad incuriosirmi come raramente mi era capitato prima. A forza di sentirne parlare, Keith Richards è diventato improvvisamente uno di quei personaggi di cui avrei voluto sapere il più possibile. Perché, al di là delle sue doti e del suo talento, si porta dietro una storia tanto lunga quanto incredibile, da tramandare per ciò che ha fatto e per ciò che rappresenta. Un simbolo, un mito… non saprei definirlo, di certo è un’icona del mondo della musica e non solo. Oltretutto è estro, follia e, per quando ne so, vita trascorsa al limite. Ecco, un anno fa io ho capito che dovevo conoscere Keith Richards.

Tutti abbiamo una storia, anzi siamo una storia. Ognuno di noi lo è. Una storia che si intreccia continuamente con altre e crea romanzi di generi indefinibili, che vanno oltre l’ultimo capitolo. Storie che vale la pena approfondire, storie che è giusto ignorare, storie che non conosceremo mai e storie che dobbiamo conoscere, come quella dei nostri compagni di vita. O quella di personaggi come, appunto, Keith Richards.

Ho ammirato per anni, da appassionato di tennis, Andre Agassi, un vero idolo della mia generazione dentro e fuori dal campo. “Open”, la sua biografia, è stata una lettura affascinante che ha continuato a catturare la mia attenzione addirittura mentre gironzolavo per il Giappone e avrei dovuto interessarmi a ben altri argomenti. Ma era Agassi. Ho avuto il suo poster attaccato al muro, ho comprato le sue scarpe, ho amato il marchio Nike solo perché lo sponsorizzava (salvo poi odiarlo perché costava), ho impugnato una racchetta per avvicinarmi idealmente a lui.

Sensazioni simili, legate alla fame di storie di persone che la storia l’hanno fatta, le ho provate con Alessandro Magno. Alessandro non è una storia, Alessandro è storia. Io mi chiamo Alessandro e, per questo inutile dettaglio, ho trascorso gran parte dell’adolescenza venendo accostato a lui in battute e paragoni improponibili da parenti e amici. Ho letto un paio di sue biografie, sfogliando spesso pagine a bocca aperta e occhi spalancati per via degli aneddoti e le leggende che accompagnano il suo mito.

Recentemente ho letto (sono d’accordo, avrei dovuto farlo molti anni fa) “Sulla strada” di Jack Kerouac, romanzo autobiografico che più di una volta mi ha portato a domandarmi quanto intensa e figa fosse stata la vita dell’autore, quel viaggio, la sua storia. Non escludo che me lo abbia solo fatto credere ma, anche in questo caso, non ho potuto non ammirare l’uomo protagonista di tante avventure.

Sull’onda delle biografie da divorare, il mese scorso mi sono ritrovato tra le mani la storia di John McEnroe, altro grandissimo personaggio capace di oltrepassare le linee del campo da tennis per far parlare di sé – e molto – senza racchetta in mano. A volte pure con una chitarra, è andato persino vicino a suonare su un palco proprio con Keith Richards.

Ancora prima, avevo finito in pochi giorni la storia (o per lo meno una sua versione) della vita di Cagliostro, uomo ambiguo ed enigmatico, il cui nome tutt’oggi richiama magia ed esoterismo e rappresenta menti diaboliche e personaggi misteriosi circondati da auree non esattamente positive.

“L’opera struggente di un formidabile genio” di Dave Eggers, letta molti anni fa, è stata la biografia di un uomo sconosciuto. E’ sinora l’unico caso in cui ho apprezzato proprio la biografia per come è stata raccontata e non l’uomo che raccontava, tra l’altro mai sentito nominare prima.

E poi, continuando a scavare nella memoria, mi viene in mente la biografia di Gandhi, che però dovrà aspettare ancora prima di entrare nelle mie grazie. Non mi spiego il perché. Ogni cosa a suo tempo, arriverà anche il suo.

Probabilmente dimentico qualcosa. Ho senza dubbio letto altre biografie interessanti, ma evidentemente né la vita narrata né il protagonista mi hanno colpito. Ma cosa hanno in comune i personaggi che ho elencato? Difficile dirlo. Impossibile mettere accanto Alessandro Magno e Gandhi, Cagliostro e Agassi. Credo però che un pezzetto della loro storia abbia incrociato e influenzato la mia e non in maniera involontaria, perché io li ho cercati. Banalizzando, trovo tanto estro, talento, un certo successo, una buona dose di pazzia, la ricerca della vetta, tanta competenza in quello fanno e una testa grande così. Anzi di più. Tutte doti che io non ho, che mi affascinano e di cui mi nutro come posso, leggendone dove meglio si ritrovano.

Nei meandri del web, ieri sera sono riuscito a trovare “Life”, la biografia di Richards. L’avevo cercata per mesi ma quel dettaglio del costo me l’aveva fatta inserire nella lista desideri. Ora sono contento di averla spostata nella lista delle cosa da finire. L’ho già assaggiata e sto morendo di fame. Vado a mangiare.