Un muro invalicabile

Quei due si amavano, non c’erano dubbi. Possibile che lui ne avesse, di dubbi, sia sul proprio concetto di amore, inesperto e imperfetto, sia sul modo di amare di lei, istintivo, totale, esigente. Ma si trattava di aspetti che il tempo e il sentimento avrebbero provveduto a smussare, si ripeteva lui. Aveva ragione, sono andati avanti e sono stati insieme per una vita, una sola, dividendo tutto. O quasi tutto, il cucciolo di lei non lo ha mai riconosciuto come padrone e l’appartamento rifugio di lui è rimasto anonimo, inanimato, con le crepe sui muri a ricordare i fulmini del cielo in una stanza. Con gli anni erano diventati intimissimi come la lingerie e affiatati come un’orchestra di flauti. Non c’era decisione sul presente o sul futuro che non prendessero insieme, dimenticando il passato, a volte assecondando uno i desideri dell’altra, a volte litigando. Del resto, si sa, l’amore è litigarello quando è bello, quanto è bello. Tanto, presto o tardi, il chiarimento sarebbe giunto da sé, sarebbero finiti a letto e avrebbero riposato in pace. Lui si svegliava senza buongiorno, perché uno sguardo valeva più di mille capriole. Lei si svegliava e il silenzio valeva più di mille sguardi. Lui usciva per i bisogni di lei, lei ascoltava i bisogni di lui. Lei usciva prima e tornava prima, era sempre un passo avanti. Lui correva solo per raggiungerla. Ad entrambi piaceva il buon cibo, lui era un cuoco raffinato, quelle cenette a base di pesce erano un sogno. Spesso restava in piedi, vicino ai fornelli, mentre lei assaggiava il vino, perché al tavolo diceva che non c’era posto. Adoravano anche bere, non si contano le bottiglie vuote e i tappi di sughero nella boccia di vetro. Entravano nei locali della città e, quando uscivano, girava tutto. E giravano loro, per il mondo, camminando mano nella mano e volando, in ogni senso. Paesi stranieri e paesini dietro l’angolo, montagne e mari soprattutto, dove l’acqua è calma e il sole non picchia, perché nessuno dei due sopportava la violenza.
Ed è proprio con calma, senza violenza ed alcuna discussione che lei, un giorno d’estate, dopo una notte di passione, sudore, cani che abbaiavano e musica lontana, se n’è andata. Nessuno ha voluto capire cosa fosse successo, nessuno probabilmente ci ha provato davvero. All’interno delle coppie esistono luoghi impenetrabili, posti che stanno da mezzo: lui non si era mai addentrato sin lì, lei non ce lo aveva mai portato. Difficile capire, quasi impossibile, guardarci dentro. I vestiti nell’armadio chiaro e la biancheria nel primo cassetto, il grande trolley rosso, l’anello dei 1000 e i preziosi, i pesi, il cuore: si era portata via il possibile e l’impossibile, compreso lo gnomo. Diventa presto irreperibile, irraggiungibile lo è sempre stata. Lui non si capacita, non ha la capacità di reagire da solo, si dispera peggio di un bambino viziato, piange come un cane bastonato. Capisce di non essere bastato. L’amore non basta. Capita di dover dare il massimo sapendo che è inutile, capita di sentirsi inutili quando serve il massimo. Deve essersi trovato davanti ad un muro invalicabile, da sbatterci la testa, da perderci la testa. Pensa alle incomprensioni, ai malintesi e a tutti quegli istanti che possano aver rotto la magia, alle infinite domande che non avranno risposta diversa dall’assenza. Domande che sembrava avessero le chiavi di casa ed essere libere di staccare l’antifurto per presentarsi nelle ore più lunghe, quelle che non durano sessanta minuti ma tutto il tempo che vogliono. Ciò nonostante loro due si amavano, non c’erano dubbi. Eppure lei non è tornata. Ma c’è mai stata davvero? E lui sarebbe esistito senza di lei? Davanti al muro di migliaia di dubbi e mattoni resta immobile, perduto. Anche lui, alla fine, non c’è più.
Un pomeriggio d’inverno di quattro anni dopo, guardando il nulla con gli occhi languidi dalla finestra che si affaccia sul giardino abbandonato a se stesso, lui lotta contro i sensi di colpa, si continua a chiedere se ha fatto bene, se è stato giusto, se potrà perdonarsi. Deve sistemare quel giardino. Le piogge e le stagioni hanno fatto pulizia tra i ricordi in superficie, quelli profondi e indelebili invece, più che ricordi, sono diventati fantasmi con cui convivere per il resto dei suoi giorni. Non crede di averne ancora in abbondanza. Vede che il cactus è cresciuto a dismisura e anche il fico d’India, nonostante non dia frutti, è diventato ormai gigantesco, ogni settimana una nuova piccola pala si forma per aggiungersi alle altre. La terra sotto è smossa, deve assolutamente mettercene altra e dare una pulita, il rosso del trolley si intravede tra le erbacce.

Appunti di una breve vacanza a Nizza

A mezzogiorno in punto un colpo di cannone tuona per tutta Nizza, una nuvoletta di fumo si alza in cielo e sparisce. Ogni giorno. Un’usanza, da quanto ho capito, che da oltre 150 anni ricorda alla popolazione… che è ora di pranzo! E funziona, perché Nizza sembra perennemente in movimento e ci credo che gli abitanti si dimentichino di mangiare. I turisti invece non se lo dimenticano di certo, migliaia di locali e localini sono lì apposta, pronti ad offrire qualsiasi tipo di cibo a qualsiasi prezzo a qualsiasi ora e non a caso sono sempre affollati. Se apri un locale a Nizza e lo fai fallire, devi essere proprio uno sfigato. Oppure hai solo clienti del mio calibro che, essendo poveri, si nutrono di panini e acqua. Quindi va be’, sei sfigato comunque. L’acqua la compravamo dalla signora simpatica di un negozietto come se ne vedono tanti nelle zone turistiche ma che ho scelto perché lei sorrideva sempre. Lo fa ancora, eh. Non è morta. Credo. Abbiamo mangiato la socca nizzarda (tre euro una bella porzione), deliziosa farinata di ceci e, tra i tanti, un panino-pagnotta con tonno, pomodoro, cetriolini e non so cos’altro. Non so perché fosse tipico del posto, era un panino normale.
Anche i panini però costano, in Costa Azzurra. Per fortuna al terzo giorno abbiamo trovato, proprio dietro l’angolo dell’hotel (Club Inn), un forno meraviglioso e abbordabile (Armand, 19 Rue de France) che, tra baguette, pagnotte di ogni tipo e dolci, ha risolto tutti i miei problemi, economici ed alimentari. Lo abbiamo trovato al terzo giorno perché i primi due erano stati monopolizzati da una gara evento di triathlon (l’Ironman France Nice: 3,8 km di nuoto, 180 km di bici e 42 km di corsa), bella e organizzata alla perfezione, che ha paralizzato e nascosto gran parte della promenade (il lungomare, Promenade des Anglais), portando in città migliaia di atleti e accompagnatori. Cioè domenica, mentre noi alle otto eravamo ancora a letto, questi partivano con la frazione a nuoto. Mentre noi facevamo colazione e andavamo in spiaggia ancora assonnati, questi pedalavano. Nel primo pomeriggio, noi tornavamo stanchissimi in camera per la pennichella e questi ancora pedalavano, i più forti già correvano. Nel pomeriggio, noi uscivamo per passeggiare e mangiare, esausti per la giornata di mare pesante e questi facevano la maratona. Al traguardo erano più freschi di noi. Un po’ li abbiamo incitati all’arrivo, felici di aver compiuto l’impresa (loro, ma pure noi), con lo speaker ad accoglierli uno per uno dicendo “you’re an Ironman!“, che figata.
Qualche nuotatina me la sono fatta anche io. A nuoto non avrei sfigurato affatto, poi mi sarei ritirato o sarei morto e lo speaker non mi avrebbe mai visto. Sono stato più in acqua che al sole e di sole ne ho preso tanto. In acqua invece ho preso una medusa, l’unica della Costa Azzurra, sola come la particella di sodio, mi ha sfiorato entrambi i piedi, l’ho presa a calci ma lei voleva proprio questo per punirmi. Sono rimasto tanto a mollo perché l’acqua era invitante, per niente fredda, più vicina al bianco che all’azzurro. Sott’acqua non si vede niente a mezzo metro di distanza, è chiara, non cristallina. Vista dall’alto, dall’aereo e dalla Collina del Castello (Colline du Château, da dove il cannone spara a mezzogiorno) che domina Nizza, la costa è uno spettacolo. Spettacolo, nel senso di show vero e proprio, sono anche le persone. Si trova di tutto a Nizza, per età, provenienza, portafoglio. La zona del porto, dietro la collina, ospita yatch enormi. La città vecchia invece è la parte più caratteristica, la mia preferita, con le viuzze pieni di posticini per bere e mangiare, più adatti al mio stipendio. Guardare la gente passare e chiedersi chi sia e da dove venga è uno spasso, c’è tanta varietà. Ci siamo fatti un film su un figlio di papà che, con l’amante molto più grande di lui, è venuto a rifornirsi probabilmente di coca da un losco figuro. Qualcosa, di nascosto, è passato di mano in mano, non credo fosse una bustina di tè. Siamo stati anche all’Hard Rock Cafe, ma solo perché il welfare mi ha “regalato” una cena con t-shirt inclusa – diciamo – gratis. Di birra tuttavia ne abbiamo bevuta, imprescindibile in vacanza.
La prima sera sono entrato al casinò per la prima volta in vita mia. Poi sono uscito senza pagare. Cioè non ho giocato ma avrei voluto farlo, alla roulette. Ho visto sbarbatelli appena maggiorenni con malloppi di fiches da venti euro l’una in mano e puntarle come fossero caramelle. C’erano pochi tavoli, a quelli del black jack e del poker non ho capito un tubo, troppo veloci. Il resto della sala, enorme, era dominato dalle macchinette. In un altro casinò non c’erano nemmeno i tavoli con il croupier, tutto automatico. Anche al gioco, l’uomo è stato sostituito dalle macchine. Un giorno le macchinette giocheranno con noi mettendoci le monete in quel posto. Un giorno, c’è ancora tempo prima che vincano.
Il tempo, quello meteorologico, si è dimostrato vario come le persone. In pochi giorni abbiamo beccato tutte le condizioni possibili di giugno: sole, nuvole, cappa, pioggia e soprattutto vento, caldo e freddo, ogni giorno. Il mare ne ha risentito, però mi piace giocare tra le onde. I ciottoloni della spiaggia mi sono piaciuti meno ma non mi arrenderò mai alle terribili scarpette da mare. Meglio zoppo.
E niente, questo è quello che ho da dire su Nizza. A differenza di quel che pensavo, non è una città per vecchi, è una città per tutti. Pulita, vivace, ordinata e affascinante. Non ho tenuto un diario di questa piccola vacanza come faccio sempre, ho preso qualche appunto e scattato il solito centinaio di fotografie. Basteranno a ricordare cosa dovrò fare quando ci tornerò, magari con un po’ più di soldi, sicuramente con la stessa compagn(i)a.

I voglio di fine stagione

Ieri ho nuotato l’ultima gara in vasca di una stagione un po’ sfigata a causa del covid e di altre anomalie. Non è andata male. Non sono andate male né la gara né la stagione, mozzata da tanti eventi cancellati e dai miei allenamenti altalenanti. A conti fatti, ho partecipato a soli quattro meeting, tutti praticamente vicino casa, per un totale di sette gare. Di queste ho migliorato i miei record personali ogni volta che volevo: sui 100 stile libero in vasca corta e sui 200, 400, 800 e 1500 in vasca lunga. La medaglietta d’oro nella gara casalinga dei 200 stile è stata la ciliegina sulla torta. Insomma, l’età avanza senza sconti ma non ho ancora raggiunto la fase calante della mia non-carriera agonistica. Quasi quasi vorrei già essere a novembre per cimentarmi nella prossima competizione… però no. Ora voglio farmi le vacanze e mettere su pancia. Voglio prendermi una birra al tramonto e, dopo il tramonto, altre due, magari gustando l’unica Ale che mi piace, che non è solo una birra ad alta fermentazione. Voglio riprendere le immersioni e provare il nuovo erogatore che non fa schiuma. Voglio continuare a giocare a padel, ora che ho imparato ad impugnare la racchetta e farmi l’aperitivo quando finisco una partita. Voglio andare al concerto di addio dei Litfiba e pagare quei cinque euro per la bionda alla spina che sa di pipì. Voglio partire e partirò: Costa Azzurra, Calabria, Sicilia e Grecia sono vacanze già programmate tra giugno e settembre. Non so se bevono birra quei fighetti in Costa Azzurra ma tra Sicilia e Calabria c’è la Birra dello Stretto e in Grecia la famosa Mythos, di cui voglio fregarmi un boccale originale. E comunque non smetterò di nuotare, le gare in acque libere possono regalarmi altre soddisfazioni, anche se la soddisfazione più grande è poter condividere tutto questo con chi mi sta accanto. Tranne la birra, quella non la divido.

Il 16 novembre

Pensavo che il giorno peggiore dell’anno fosse quello, variabile, in cui si passa dall’ora legale all’ora solare. Per me ha sempre rappresentato la fine di un ciclo (una stagione, un’estate, un’età) e l’inizio del buio cosmico. C’è però un’altra data che si gioca il triste primato ed è il 16 novembre. Già qualsiasi giorno di novembre fa schifo ma il 16 è particolarmente significativo e non ne avrei scritto se poco fa WordPress non mi avesse ricordato che oggi ricorrono i dieci anni dall’apertura di questo blog. Blog che in realtà, con gli stessi identici post, esiste dal 2004 (cazzo quanto sono vecchio) quando era ospitato da Splinder, magnifica piattaforma che, al momento di chiudere, mi ha costretto a traferire tutti i miei contenuti qui. Non avrei mai detto però che fossero già trascorsi dieci anni e che l’anniversario ricadesse proprio il 16 novembre, mi è sembrato un segno del dio web per indurmi a scrivere due righe.
Ho avuto due storie importanti nella mia vita, a distanza di secoli l’una dall’altra. Quelle due storie sono finite – male – per tanti motivi, il più grande dei quali è l’innata capacità delle donne (OK dai, non di tutte) di infliggere dolore senza toccarti, tipo Ken il guerriero, senza pietà e senza quasi accorgersene, semplicemente vivendo come ritengono opportuno (salvo poi pentirsene quando il malcapitato è ormai morto). Be’, entrambe le arpie, una due giorni dopo che ci siamo lasciati e una contemporaneamente alla nostra relazione, hanno trombvato un altro uomo: ironia della morte, sia l’uno che l’altro sono nati il 16 novembre. Quindi oggi stanno tutti festeggiando. Ora non è che io ogni anno mi ricordo questa cosa e vado ad accendere un cero ma oggi WordPress ci ha messo lo zampino, tutto sommato per dirmi che posso festeggiare qualcosa anch’io. E infatti lo faccio, perché se quei due ominidi non fossero nati, io probabilmente non vivrei la storia che sto vivendo oggi, la terza, l’ultima.

La giusta direzione

Casa è quel posto in cui vuoi stare quando piove forte come oggi, guardando il temporale da dietro le finestre con un calice di rosso in mano e un senso di sicurezza in corpo. Quando le strade sono deserte e le buche mezze piene o mezze vuote, a seconda dei punti di vista. Quando il calice diventa due calici e, in un attimo, una bottiglia con un messaggio dentro: tornerò. Quando le luci dei lampioni si riflettono sull’asfalto e, insieme alle foglie cadute, ti illudono che la via bagnata sia lo spazio in cui vorresti essere, che dovresti percorrere, del quale ti piacerebbe sistemare le crepe. Che poi la via è giusta, è sbagliata la direzione. Lo sai, ma adesso sei bloccato e al sicuro dai colpi di fulmine, non puoi camminare né guidare, non saresti in grado di guidare nessuno. Presto smetterà di piovere e sarà naturale invertire la rotta e dirigerti lì dove sei più protetto che a casa, dove la bottiglia diventa due calici, dove c’è il sole. Nel tuo porto sicuro.