Sì, già, infatti…

L’euforia che precede un concerto atteso da tempo. La rabbia per un incidente stradale senza colpa. Il gusto di una vittoria a Monopoli. La noia per I Promessi Sposi a scuola. La rottura di scatole del matrimonio di un lontano parente. I dolorini dopo una passeggiata a cavallo. Ci sono esperienze che almeno una volta nella vita tutti abbiamo provato e che tutti, quando ci si trova a parlarne, possiamo condividere con commenti sensati. E’ il caso opposto di quando, in un discorso a più voci, muoviamo il capo con cenni indefinibili, poniamo domande retoriche e sfruttiamo termini quali “sì”, “già” e “infatti” per nascondere il nostro “non capisco una mazza”. Anche questa, del resto, è una situazione che abbiamo vissuto tutti: trovarsi nel mezzo di un discorso di cui non sappiamo nulla e fingere di partecipare facendo l’eco agli altri.

Chi non è mai stato al centro di un dibattito politico senza conoscerne i protagonisti? Chi non si è mai trovato a rievocare la scena di un film che non ha visto? Oppure a discutere del finale di un libro che non ha letto? Sono situazioni dalle quali si è completamente estranei e che ci si stupisce di non aver mai considerato importanti. Sia chiaro, non mi sto riferendo al Grande Fratello, al rigore per la Juve, al dramma dei fratelli Karamazov o al rientro dei marò, temi che in generale sono lieto di non conoscere e aver ignorato. Mi riferisco ad argomenti di cui chiacchero con gente che frequento, gente che, proprio perché frequento, parla di cose attinenti ai miei potenziali interessi: roba anche di un certo spessore culturale, eh, come i film di Bud Spencer e Terence Hill, i fumetti di Alan Moore, la touche nel rugby, la Morte Nera.

Ma, all’interno delle stesse cerchie, succede pure il contrario, cioè di tirare in ballo un argomento che si crede conoscano tutti e invece no. Qui la delusione è peggiore. E’ tipo una battuta che nessuno comprende e non c’è niente di più triste che ridere da solo mentre gli altri intorno sorridono appena. Ti accorgi che stanno muovendo il capo con cenni indefinibili ma hanno solo una vaga idea di cosa tu stia dicendo. E, ripeto, è la tua cerchia, in quel momento è il tuo pubblico, è lì con te perché c’è stima reciproca, interessi comuni, non sei in mezzo agli estranei che seguono il Grande Fratello Karamazov o chiedono rigore per i marò.

In quegli istanti, sei sopra un palco, piccolo, poiché tu stai parlando. Racconti un aneddoto che ti è capitato, un episodio, un fatto di qualche secondo al massimo. Sei circondato dalle immagini di ciò che stai dicendo, le prendi come fossero bozze di un disegno da definire e le tieni in ordine intorno a te per dargli un senso. Hai il microfono per essere più efficace e, nel caso, qualche strumento per amplificare il tuo pensiero. Qualche ritaglio da aggiungere al discorso per arricchirlo. Il pubblico, che potrebbe pure essere composto da solo due o tre amici, ti segue e ti ascolta. Fino ad un certo punto. Perché poi arriva il primo “già“, seguito da un paio di “infatti” e una caterva di ““, gli sguardi iniziano vagare e tu capisci che le tue parole non interessano. Sai che sul palchetto a prendere il microfono si sta per piazzare un altro, ci si alterna, si cambia argomento, scenario, è il dialogo e funziona così. Finché scompari, non ti vede più nessuno e ti domandi com’è possibile che tu non sia mai andato a cavallo e perché piacciano solo a te i film di Bud Spender e Terence Hill.

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