L’Angelo sterminatore

Bello come la morte, più per il fascino che per la presenza, lo ricordo ancora bene. Non ho i suoi lineamenti impressi in memoria – come potrei? – ma al tempo la sua aura mi ha tormentato pure nel sonno e quella sagoma oscura sì che ha lasciato i segni. Finché ho vissuto, lui non si è palesato. Quando è arrivato, io già non esistevo più. Ecco perché non l’ho incontrato. Non mi ha mai sfiorato, eppure era lì, intorno, dappertutto, perfino dove non avevo osato mettere piede. Mangiava dove mangiavo io e, peggio, si nutriva di chi mi nutriva. La Falce era la sua bocca e con quella mi ha tagliato le gambe. Le gambe prima e la testa poi. E le parole, alla fine. Perché della mia fine parlava.

E’ stato Gabriel, l’angelo dell’acqua, che mi ha riportato in terra. La Casa mi dato gli scudi e l’armatura. Da Loro ho avuto in dono l’arma, la parola, e il nuovo verbo. La Città Eterna è stata il pretesto. E, in ultimo, La Più Bella Ragazza Di Tutti I Tempi mi ha completato con Tutto il resto.

Così ho sconfitto, anni fa, l’Angelo sterminatore. Non ho dovuto ucciderlo né eliminarlo, solo iconizzarlo, ridurlo a icona e riprodurlo dove non avrebbe più avuto senso: nelle immagini sfocate, nei testi non scritti, nei ricordi di una vita che fu. E la Falce? E’ ancora tra le sue mani, senza alcun potere: quando parla non taglia, quando osserva non parla, quando taglia non osserva.

Febbraio e il 23

Anche quell’anno Febbraio è stato bisestile. Un giorno in più non lo ha mai aiutato a diventare uguale agli altri, è sempre rimasto il mese peggiore. Nemmeno il carnevale ogni tanto e quell’inutile festa degli innamorati sono riusciti a dargli colore, il grigio continua a rappresentare la tonalità che indossa più spesso.

Febbraio guarda i mesi scorrere velocemente, malgrado siano più lunghi. Lo fa con un silenzio gelido e distaccato e un pizzico di invidia che lo tiene in attesa, lui che vorrebbe passare in fretta lasciando il segno. Tiene a mollo i piedi nudi, nell’acqua calda: le ultime giornate sono spoglie, umide e piovose ma meno fredde, rincorrono la primavera anche se è inverno pieno. Io sono proprio Febbraio.

E’ un bene che ci sia nato dentro, altrimenti lo avrei odiato. Così invece posso viverlo con un po’ di emozione e di colore, aspettando quel 23 che chiude un anno e ne apre un altro, stavolta più che mai.

 

Ogni maledetto lunedì

Il momento peggiore in genere è il lunedì mattina. E non perché è lunedì mattina, ricomincia la settimana, il lavoro, la routine. Ma perché il lunedì mattina di solito vai via.

Mi sveglio e non ho bisogno di allungare una mano sul letto per sapere che ci sei, ma la allungo lo stesso, per sfiorarti, stabilire un contatto e trasmetterti quello che provo attraverso impercettibili vibrazioni. Spesso lo faccio con la punta del dito, come Dio nella Creazione di Adamo, solo che tu non sei Adamo. Io invece sto da dio, almeno finché ti tocco, perché quelle stesse vibrazioni le ricevo da te. Quando dormi sembri ancora più bella, non sempre hai il viso così rilassato: la settimana, il lavoro, la routine provano ad appesantirti gli occhi e solo parzialmente ci riescono. Ciò nonostante non mi piaci di meno. Mai. Nel sonno che precede il lunedì ho tutto il tempo che voglio per tracciare ogni tuo lineamento, ogni sua sfumatura ed accorgermi persino di come sono stati i tuoi sogni. Questo finché posso, poi si spezza qualcosa, una corda che solo il fine settimana possiamo riannodare. In quel momento staccarsi è difficile come tuffarsi di testa ad occhi chiusi.

L’orologio mi suggerisce che è ora di alzarmi. Lo faccio cercando invano, nel letto che scricchiola, di dare leggerezza ai movimenti per non svegliarti. Ma lo so che sei sveglia. Prendo il latte, il cacao, la frutta e avvio il frullatore chiedendomi perché ancora non ne abbiano inventato uno silenzioso. Questo fa troppo rumore e io non voglio che ti rigiri sotto le lenzuola cercando pace, puoi dormire ancora e io ti invidio, vorrei essere lì. E ancora sotto la doccia, bagnato da quello che dovrebbe essere il mio elemento e che dovrebbe svegliarmi, mi viene voglia di scappare e raggiungerti a letto. Succede non solo sotto l’acqua ma pure dentro l’acqua, quando nuoto. In allenamento, certe volte, le vasche non finiscono mai. Cinque secondi di recupero tra una serie e l’altra sono ossigeno puro e in quel frangente quasi mi sfuggi. Devo guardare il cronometro, riprendere fiato, alimentare il cervello. Ho detto “quasi”. Perché con il cervello spento tu saresti comunque lì, dove non ti ho mai lasciato. I cinque secondi volano, riparto e nemmeno lo sforzo può dare fastidio a pensieri, ricordi e desideri, devo solo nuotare. Il mio elemento non è l’acqua, sei tu.

Torno in camera da letto per vestirmi. E’ buio, ogni tanto immagino che sia tu ad osservare me quando non posso vederti. Cerco di penetrare l’oscurità, non è facile, sei ben nascosta nell’angolino d’ombra in cui la luce non si azzarda ad arrivare. Una volta pronto, mi avvicino per darti un bacio. Sorrido quando apri le braccia all’improvviso, come una bambina, per accogliermi in una stretta e farmi tuo. Non me ne andrei mai. Resto abbracciato, seduto, a volte disteso. Respiro il tuo profumo, tutto quello che posso, senza alcun cronometro a dettar legge. Fossero anche cinque secondi, sarebbero interminabili. Pian piano mi allontano, devo. E’ il finale di una canzone che sfuma fino ad interrompersi, dove il silenzio diventa più rumoroso del frullatore mentre mi chiudo la porta alle spalle.

Questo ogni maledetto lunedì. Che è un giorno infinitamente migliore di tutti quelli in cui mi sveglio e non ci sei.