Due topolini ciechi

Al meeting era presente l’intera Unità Organizzativa aziendale della città, più i dirigenti e i capetti provenienti dalla sede centrale dell’azienda. Per l’occasione avevano preso un castello. Non un vero castello ma un’imponente struttura per ricevimenti costruita come un castello. Un castello facile e felice, cioè senza una sua storia. Era una festa, una serata a cui alle slide e ai discorsi in cravatta su quanto siamo belli e forti sul mercato, avrebbe fatto seguito un buffet di abbondanza, musica, orge e cravatte slacciate che, nel migliore dei casi, sarebbero finite in testa a mo’ di Rambo. Noi forestieri siamo arrivati agghindati, io indossavo perfino la giacca, avremmo pernottato in albergo per tornare a casa l’indomani. Non mi dispiaceva essere lì, avevo accettato di partecipare volentieri, soprattutto per scambiare tempo e parole con colleghi che non disprezzo. Ma non ho resistito a lungo. E no, non ero nemmeno un capetto, solo un infiltrato.

La fila di auto, nel tardo pomeriggio, aveva bloccato la stradina di accesso all’edificio, i mezzi in coda si erano messi d’accordo a sportellate per accedere al parcheggio sotterraneo. Nonostante si trattasse dello stesso complesso, tra lo sfarzo del castello in superficie e lo sforzo del garage per non farsi schiacciare, l’abisso era piuttosto evidente. Il castello risplendeva della sua stessa aura kitsch mozzafiato, il garage però era il regno, un labirinto di angoli e pilastri dal quale un topolino non sarebbe mai uscito. Il regno dei topolini ciechi, quelli che non possono vedere il mondo esterno e credono di non essere osservati nel proprio. Il custode ne era la perfetta rappresentazione: un uomo quasi invisibile, seminascosto tra le ombre, due biglie nere al posto degli occhi, più dita che denti, mani da lottatore, abiti con cui cercava di darsi un contegno per l’evento ma che era chiaro non avrebbero cambiato di una virgola il suo aspetto quotidiano. Tuttora purtroppo non ricordo il suo nome. Penso fosse piuttosto noto da quelle parti, colleghi impettiti lo hanno salutato come se lo conoscessero dalla nascita (nascita loro, intendo, perché lui sicuramente esisteva da sempre), lasciandogli le chiavi dell’auto prima andare a celebrare i numeri dell’azienda.

Non voglio parlare male del mio lavoro, non sputerò mai nel piatto di porcellana russa dove mangio con le posate d’argento. Usare quelle di plastica è una mia scelta. Sto bene qui, non solo con chi mi circonda ma pure con me stesso. Ho davvero poco o nulla di cui lamentarmi, se non di quell’eccessivo aziendalismo che inquina certi soggetti con cui ho a che fare. Forse c’è stato un periodo in cui ho rischiato di perdermi per quegli stessi loro corridoi ma, come un topolino da laboratorio, sono stato bravo ad uscirne ed aver imparato a percorrerli solo quando necessario. Sono più per la vita all’aperto che è molto differente da quella formale delle pareti bianche degli uffici e diversa pure da quella troppo comoda delle mura di casa. E’ una vita senza muri quella che vorrei sempre abbracciare.

Per questo ho scelto di trascorrere la serata con il custode. Al termine delle proiezioni e dei consueti novantadue minuti di applausi, la grande sala ha spalancato le porte per la cena. Il cibo si è sprecato ed è stato ottimo, credo di aver messo su tre chili in quindici minuti. Anche il vino si è sprecato e ha fatto un’ottima figura. Io invece non ho voluto sprecarmi. Ho mangiato, bevuto e chiaccherato per un po’, senza criticare nulla, anzi. Poi ho avvertito la necessità di cambiare aria o di perderla, ho cercato la vita all’aperto e il saluto scambiato in precedenza con il topo del garage mi ha ricordato che di discorsi avremmo potuto intavolarne all’infinito. Ho preso una bottiglia di vino, due bicchieri e sono sceso nei bassifondi.

Lui non è sembrato sorpreso, figuriamoci. Non ha nemmeno capito che fossi andato di proposito per cercare la sua compagnia. Volevo sentirlo raccontare qualcosa che nessuno mi avrebbe mai raccontato e così è stato. Abitava nel magazzino del garage, ho intravisto un divano, una tavola e un televisore acceso. Vedendomi arrivare, mi è venuto incontro con il suo orgoglio, chiudendo la porta di “casa” per proteggerla dalla mia palese curiosità. Abbiamo parlato di politica spicciola, di cibi mai gustati e di inciviltà. Di auto rubate e truccate e di donne rubate e truccate, di uomini persi e scomparsi. Mi ha illustrato, con gestualità impercettibile, le sue idee su come potrebbe cambiare il Paese che, nella sua testa, non andava al di là di qualche chilometro oltre il garage. Un paio di volte sono tornato su con una scusa per poi sparire dalla sala con un’altra scusa e tornare di sotto con una bottiglia piena. E’ stata una lunga conversazione tra due topolini ciechi, ho capito che tra noi non era l’unico non poter conoscere il mondo dell’altro. Cieco sono stato anche nel non percepire quanto mi stesse raccontando di sé: non ha mai risposto direttamente alle mie domande schiette, lo ha fatto con parole infilate qua e là nei dialoghi all’improvviso, come note a margine di un testo di saggistica. Il vino ci ha aiutato, in veritas. Di tre bottiglie, alla fine mezza è rimasta a lui, non so chi abbia bevuto di più ma lo sospetto. Da mangiare non ha accettato nulla.

Dopo mezzanotte, un topolino cieco è andato via senza effettivamente comprendere quale lezione avesse imparato e infatti, uscendo, ha sbagliato strada. L’altro, il topolino cieco di cui non ricordo il nome, credo sia ancora nel sottosuolo, a vivere – o morire – come non mi capiterà mai di fare.

Dialogo in ufficio

– Sono sempre stato combattuto tra un sentimento di pena e uno di rabbia e critica verso certa gente. Fino a poco tempo fa propendevo per il primo, ora mi sto orientando verso il secondo. Dopo quello che ha passato, continua a passare e passerà, glielo abbiamo detto tutti, colleghi, amici e parenti, in tutte le lingue scritte, orali e mentali e alla fine non è che ti arrendi però inizi a criticare. La vita è sua, se non impara dagli errori, non possiamo fare più di tanto. Poi sarà felice quando diventerà dirigente ma a che prezzo? Non troverà mai la serenità, ne sono convinto.
– Infatti mi chiedo proprio questo: può anche diventare dirigente ma, senza una vita, che senso ha? Meno male che il governo non ci farà andare mai in pensione! Le immagini queste persone senza il lavoro? Cosa farebbero?
– Beh, basta guardare cosa fanno adesso, fuori dall’ufficio. Chi sono? Cosa fanno? Chi frequentano? Escono tra di loro, sono sempre connessi con l’azienda, parlano di lavoro, famiglia e amici prossimi allo zero, vacanze ad agosto, un abito per ogni occasione, lamentele perenni per lo stress, sui soldi che non bastano mai e sul poco tempo libero, critiche continue ai colleghi, organigramma aziendale stampato in mente…
– La penso allo stesso modo su tutto, è un’immagine inquietante. Una specie di malattia. Pensa che io ho preso ferie spezzettate, mi hanno guardato come fossi un militante di lotta comunista.
– Tu così non farai mai carriera. Che te ne fai di una famiglia, dei bimbi, del cagnolino, dei viaggi, delle tue passioni, se non sei almeno un quadro e non guadagni 2.500 euro al mese? Sei un fallito. Ah, poi dimenticavo la cosa più importante! Se a queste persone fai notare come sono fatte, ti rispondono che sbagli! Non sono affatto così secondo loro, non lo capiscono! Ti dicono che hanno tanti interessi al di fuori del lavoro (vanno in palestra), che adorano la famiglia (si scopano il/la collega), che quando escono dall’ufficio non ci sono per nessuno (rispondono alle mail di notte), che i soldi sono pochi (spendono 300 euro per un paio di jeans), che l’apparenza non conta (i jeans da 300 euro li indossano solo la domenica pomeriggio), che non leccano il culo (escono col gran capo)… Scriverò un post sul mio blog su questa conversazione. In orario d’ufficio, ecco.
– Non pensavo avessimo lo stesso identico pensiero su queste persone. La tua descrizione è perfetta. C’è una corrente “negazionista” che non si rende conto del proprio essere “non vivi”, non c’è anima, non c’è amore per quella che è la vita vera. Mi ha sempre incuriosito chi trova in ufficio marito o moglie, amante ed amici. Siamo sette miliardi: come è possibile trovare tutto ciò di cui si ha bisogno in un sottoinsieme così piccolo? La verità è che non sanno riconoscere i bisogni veri o forse non ne hanno. Per me sono una nuova forma di vita non pensante, di tipo “esecutivo”, senza spazio per la personalizzazione delle cose. E’ come essere nel remake de “L’invasione degli ultracorpi”: sembrano umani ma non lo sono.
– Non a caso è gente senza personalità che solo al lavoro trova la propria dimensione e riesce ad affermarsi. O almeno crede. A me ricordano scenari tipo 1984 o Fahrenheit 451. Ci sono decine di libri e film che parlano di società governate da regimi totalitari in cui la gente è completamente priva di carattere se non nelle cose per cui è programmata.
– Infatti ciò che sta accadendo è stato già ampiamente previsto da cinema e letteratura. Credo sia un problema del mondo industrializzato. Probabilmente dove c’è meno ricchezza esiste ancora una dimensione umana delle cose. Ciò che più mi spaventa è il loro non rendersi conto della situazione, pensano di vivere bene. Ma noi “diversi” cosa dovremmo fare secondo te? Potremo vivere tutta una vita in questa situazione, attorniati da non vivi?
– Io penso che i diversi, forse ancora per poco, siano loro. Noi ne stiamo parlando, loro non lo fanno. Già questo, intendo parlarne, confrontarsi, capire che qualcuno ha il tuo stesso pensiero, è un aspetto fondamentale. Per fortuna, a fronte di infinità di conoscenze di persone così, ho anche rapporti con altrettante persone che vivono e la pensano come me o anche meglio, nel senso che sono più avanti e io imparo da loro, confrontandomi. Altra gente impara dagli esempi sbagliati. Il discorso comunque è ampio e interminabile. Negli ultimi anni mi sono rafforzato in tal senso, ho acquisito maggiore coscienza. E’ questo che possiamo fare. Oggi, per esempio, non ricomprerei una BMW. Era un desiderio che avevo da sempre ma ho capito che non ne avevo bisogno e ora per fortuna so benissimo cosa voglio. Non ne sono affatto pentito ma non rifarei scelte del genere. Non a caso ho venduto la moto e giro con una Vespa scassata che mi dà più soddisfazione. Ma il tema non è solo materiale, è di approccio alla vita. Non voglio sembrare un filosofo perché non ne sono capace però alla fine per cosa si vive? Si vive per “fare”. Fare esperienze, viaggiare, vedere, provare emozioni ed entusiasmo con una famiglia o degli amici ma anche da soli, leggere o guardare una partita o un film, andare ad un concerto. Sono tutti aspetti legati al fare. Chiaramente parlo della nostra società, in cui comunque stiamo bene. Ci sono posti in cui si pensa solo a sopravvivere e quello è tutto un altro discorso. Non essere, non avere. Almeno per me, te e chi pensa come noi. Me, te e chi pensa, direi. Poi ci sono i diversi, quelli che vogliono essere un dirigente o un personaggio famoso, avere soldi o successo e cose di cui non si ha bisogno.
– Come dici tu, la vita è una somma di esperienze. Chi non ne ha fatte forse non si rende neanche conto di ciò che gli manca.

Loro

Loro sono quelli che in questo momento – e un momento può durare anche una vita o una vita un momento – mi stanno più sulle palle. Loro non sono quelli del Bilderberg, non sono quelli del Nuovo Ordine Mondiale, non sono gli extraterrestri.
Loro appartengono ad un’altra classe. Loro sono la bella gente. Loro sono quelli che, da un minimo di otto ad un massimo di ventidue ore al giorno, perché lo fanno anche nel sonno, sono capaci di parlare esclusivamente di lavoro, quello cosiddetto d’ufficio. Loro comunicano in una lingua che è un misto di altre lingue e usano termini di cui spesso non conoscono il significato ma che devono usare perché usati da altri come loro. Loro vestono sempre bene e non conoscono le scarpe da tennis, se non per giocare a tennis. Loro, gli uomini, dal lunedì al giovedì vestono sempre uguale, con abito e orologio del valore direttamente proporzionale alla posizione in azienda; il venerdì vestono con i colori più sgargianti che possano esistere. Loro, le donne, non sono da meno: colori sgargianti anche la notte e tacco inversamente proporzionale alla capacità di starci sopra.
Loro hanno sempre un capo. Loro scattano sull’attenti se il capo alza lo sguardo e ridono alle sue battute anche quando battute non sono. Loro rispondono al primo squillo quando il capo chiama e mollerebbero la madre in punto di morte se il capo li convocasse; ma il capo non li convocherebbe perchè anche lui ha un capo. Loro sono in copia nelle mail del capo e, quando le ricevono, gli altri devono saperlo. Loro cambiano il tono di voce e la cadenza in base all’autorità dell’interlocutore. Loro parlano sottovoce in presenza degli altri perchè stanno dicendo qualcosa di importante e riservatissimo. Loro prendono il caffè che fa schifo alla macchinetta e dicono che fa schifo da anni ma lo prendono lo stesso. Loro sanno essere simpatici ma solo per tre minuti e non sempre consecutivi. Loro fanno carriera perchè sono competenti davvero ma anche perchè sanno ridere alle battute del capo e scattare sull’attenti quando il capo alza lo sguardo e rispondere al primo squillo quando il capo chiama. Loro non sanno prendere il capo per il culo e costantemente lo prendono in culo dal capo. Loro non ripetono mai. Loro aiutano ma spesso, contemporaneamente, ordinano. Loro sono i migliori di tutti e, quando non lo sono, sono inferiori al capo.
Loro escono insieme, vanno a pranzo in mensa e a cena fuori. Loro si accoppiano, spesso in ufficio. Loro si riproducono. Loro sono qualcuno lì dentro e credono che lì dentro sia anche fuori. Loro non sono ma hanno questo, hanno quello, fanno questo e vanno in quel posto. Non proprio esattamente dove li sto mandando io in questo momento. E un momento può durare anche una vita.

Una piacevole conversazione

Un’allegra e grigia giornata di pioggia. Ore 18.00 passate da un pezzo ed io, inguaribile stacanovista, ancora mi intrattengo in ufficio, intento a completare una relazione di notevole importanza per la mia carriera ovvero il post che avrei pubblicato da lì a breve. Considerato anche che non sono capace di stare con le mani in mano, soprattutto perché ce ne vorrebbero almeno tre, ne utilizzo una per impugnare la cornetta del telefono e chiaccherare simpaticamente con la persona che, più di tutte, ha cercato di aiutarmi in questo periodo nero. E’ stata fondamentale la ragazza dell’166. Voleva darmi una mano, quel pomeriggio ma non era il caso, avevo da fare.

Zitto zitto arriva il capo. Non sapevo che, quel giorno, quell’individuo avrebbe pronunciato le parole che mi avrebbero cambiato la vita.

– Top, puoi venire nella mia stanza o stai andando via?

– Non c’è problema, arrivo subito.

Mi tolgo la giacca e vado. Nel frattempo penso: “Lo sapevo, lo sapevo… ora non potrò andare in piscina!”. Ho un ottimo rapporto col capo. Mi serve per separare le orecchie e far crescere i capelli e, probabilmente per questo, tutti i giorni me lo porto sulle spalle.
Non mi dilungherò a citare i dettagli, anche perchè non ce ne sono stati e passo direttamente al sodo.

La conversazione, per sommi capi (anche se di capo ce n’era uno solo e tutt’altro che sommo), è stata questa:

– Top, vuoi dirmi qualcosa?

– Non so, dimmelo tu.

– So che è difficile parlarne ma provaci.

– E’ difficile parlare di ciò che non si conosce.

– Parliamone.

– Parliamone.

– So cosa stai passando.

– Eh già! Bella la foto di tua moglie con la nuvoletta che dice TI AMO!

– Conosco il tuo problema.

– Belle le foto dei tuoi bambini!

– Capisco benissimo le tue ansie.

– Bello lo sfondo del desktop con tutta la famiglia!

– Cosa posso… scusami, squilla il telefono. E’ mia moglie. Amò, dimmi…

– Bella l’immagine di tua moglie nel cellulare!

– Se hai bisogno la mia porta è sempre aperta.

La chiudo e vado in piscina.

Mentre cammino ripenso a quelle mie risposte. Quanto avrei voluto dargliele veramente!

D.

Sergio: Daniela, tra me e Topper, chi sceglieresti?
Daniela: Perché dovrei scegliere se posso avervi entrambi…?
Topper (uscendo dal letargo): …hmm?
Sergio: Entrambi?
Daniela: Come amici!
Topper (tornando in letargo): …hmm?
Sergio: Sì, comunque ora preferiresti me… Topper in questi giorni è innocuo…
Daniela: Saprei io come farlo risvegliare…
Topper (sveglio, sveglissimo, mai stato così sveglio): In che senso?
Daniela: Top, immagina tu stesso, lasciati andare…

Topper morì d’infarto quel giorno.
Daniela tornò dal marito.
Sergio tornò dalla moglie e dal bambino.

Lunedì ci ritroviamo in ufficio.