Pendant

Annunci

Solo a Mauritius

Stanchissimo dopo una giornata veramente pesante, tra sole velato ma cocente, spiagge in cui spostarsi, fotografie da scattare, coralli da raccogliere furtivamente, snorkeling contro corrente sulla barriera corallina, piatti di polpo vindaye o al curry di cui ingozzarsi, birra Phoenix per gonfiarsi e, se non ricordo male perché ero davvero troppo affaticato da tutte queste incombenze, sei o sette chilometri di corsetta completati all’alba, mi butto a letto che è buio da un pezzo. A Mauritius di questo periodo il sole tramonta a strapiombo alle 18.30, alle 21.00 per me è notte fonda. Accendo svogliato la TV per capire cosa guardano a queste latitudini e, tra una telenovela horror e una fantasy, peraltro a dir poco imbarazzanti (scenografie, trucco, costumi li avrei fatti meglio io con un po’ di carta e due pennarelli), mi imbatto nel concerto di un tizio con la chitarra, alto, magro, una voce che mi ricorda Eddie Vedder e un sound che subito mi rapisce. Capisco che non c’entra niente con Mauritius e l’intero continente e anche il festival in cui pare si stia esibendo non è roba locale, sarà la registrazione di qualche serata organizzata chissà dove, chissà quando. Lo ascolto un pezzo dopo l’altro e non so, complice l’aria di vacanza in un’isola così remota, sento di doverlo collocare da qualche parte: nella memoria, nel futuro, su una scogliera. Non può essere uno sconosciuto, sia lui sia i musicisti che ha intorno sono troppo bravi. Aspetto che un titolo in sovrimpressione mi lasci capire chi sia finché, dopo tre pezzi, finalmente leggo: Sivert Høyem. E chi cazzo è? Quella “ø” nel cognome mi dice che è scandinavo. Ho cercato per giorni artisti mauriziani o comunque famosi da queste parti perché volevo portarmi a casa la loro musica, nel mio immaginario allegra e tropicale, ma non ho trovato nessuno che avesse doti migliori del silenzio e alla fine ho beccato uno che viene dal profondo nord, cupo e distorto. Faccio una ricerca con il cellulare mentre continuo ad ascoltarlo.

Sivert Høyem io lo conoscevo senza sapere il suo nome. Era il cantante dei Madrugada, una band alternative rock norvegese che avevo scoperto 15 anni fa e il cui primo album, Industrial Silence, è ancora tra i CD che metto su più di frequente. Sciolto il gruppo per la morte di uno dei membri, il buon Sivert ha intrapreso una carriera da solista e ha scelto di manifestarsi solo a Mauritius, al Lariad BnB di Flic en Flac per entrare nelle mie orecchie. Non è stato la colonna sonora della mia vacanza ma lo sarà del mio autunno e lo è adesso che, scaricati illegalmente tutti e sei i suoi album, mi appresto a scrivere del mio viaggio qui sul blog.

Il selvaggio

Appena finito, tra l’altro un paio d’ore prima di partire per le vacanze, è uno di quei libri che mi conferma il potere del passaparola. Le migliori letture sono quelle che ci consigliano gli amici con gusti simili ai nostri e l’entusiasmo con cui mi è stato descritto Il Selvaggio mi aveva conquistato prima di iniziarlo. Tra le pagine, scritte in maniera eccelsa da Arriaga del quale solo dopo ho scoperto l’eccellente curriculum, c’è un po’ tutto quello che mi appassiona nel genere, miscelato in una narrazione senza buchi. Avventura, vendetta, suspense, sangue e violenza, cultura, citazioni, azione, amore e gelosia, amicizia… sono solo alcuni degli ingredienti che, così a caldo, mi vengono in mente alla conclusione. Non lo consiglierei a chiunque ma vale la pena leggerlo nonostante la mole, io l’ho terminato in pochi giorni per quanto è scorrevole e ci tenevo a farlo prima di partire, per non distrarmi e perderci gusto. Adesso posso andare in vacanza.

Guillermo Arriaga – Il selvaggio

Le mie piantine maledette

Ultimi giorni prima di partire per Mauritius. Sono praticamente da solo a Roma, gli amici pubblicano foto di vacanze al mare e in montagna e io, oltre a lavorare, per tenermi impegnato il tardo pomeriggio, visto che ho finito Mindhunter e il nuoto è in stand-by in attesa dell’ennesima stagione, vado a correre a Villa Pamphili. Almeno mi tengo in forma. Nessuno pubblica foto di Villa Pamphili, eppure mezza città pare sia lì, in mezzo al verde, coperta dall’ombra e accanto ad altra gente che fa cose. Così, correndo e sudando, mi sono ricordato che avrei dovuto fare qualcosa anch’io, qualcosa che riguarda il verde e il sudore e le decine di piantine ospitate nel mio balcone. Sono piante grasse, motivo per cui è sufficiente un pensiero per tenerle in vita, ma ho riconosciuto di averle trascurate un po’ quest’anno.

Crescono eh, ognuna nel suo vasetto colorato, con le proprie spine e, quando gli gira, un fiore improvviso che nasce e muore in poche ore. Non immaginavo però che potessero diventare enormi. Un cactus di cinque centimetri acquistato anni fa per un euro adesso è alto mezzo metro e ha partorito altri cactus che già danno segni di gigantismo e di squilibrio. Una pala di fico d’India che avevo rubato ai vicini si è moltiplicata fino a diventare un vero piccolo fico d’India, con altre pale, anche se ancora senza fichi. E quelle minuscole foglie paffute che staccavo dalle piante in esposizione da Leroy Merlin per portarmele via e dargli una vita indipendente, beh, adesso hanno una vita indipendente. Insomma, ho capito che avrei dovuto dargli una regolata. Non ho il pollice verde, nemmeno mi piace il colore verde e il pollice è il dito più brutto, però cambiare vasi e terra alle piantine più esigenti sarebbe stata cosa buona e giusta. Sono sicuro che si stessero lamentando già da mesi, in qualche modo le sento comunicare tra loro e i segnali che ricevevo non erano positivi. Una si era già suicidata buttandosi di sotto e la salvia, che ho scoperto essere indistruttibile, è morta, forse di solitudine perché era l’unica pianta non grassa. L’estate scorsa la menta se n’era andata allo stesso modo, seccata.

Ho comprato tre vasi grandi, i più grandi che abbia mai avuto e terra, molta terra. E un paio di guanti protettivi, sapevo che le spine mi avrebbero creato problemi. Ci ho messo l’intera mattinata e mezzo pomeriggio di domenica per completare il lavoro, cercando di sbrigarmi prima che arrivasse il sole di agosto a bruciare quel lato della casa. Nonostante due o tre cactus di quelli cattivi, fratelli, con spine grandi come siringhe, mi abbiano perforato le dita in cerca di vendetta, alla fine ho avuto la mia soddisfazione. Le ho messe vicine sul ripiano per una foto ricordo e vederle insieme in una veste nuova, pulite e sorridenti, mi ha ricordato perché le posseggo o perché loro posseggono me. Adoro le mie piantine maledette. Al tramonto, sudato e sporco di terra, quindi infangato, in un eccesso di euforia mi sono persino sbilanciato dando a tutte un po’ d’acqua per mostrare la mia generosità. Questo prima di salutarle con un arrivederci all’estate prossima, sempre che in primavera non abbiano preso il potere entrandomi in casa.