Peppino

L’articolo del Corriere all’indomani di quel 9 maggio 1978, come tutta la stampa, la magistratura e le forze dell’ordine, parlò subito di atto terroristico in cui Giuseppe (e non Giovanni), noto come Peppino, sarebbe rimasto ucciso o si sarebbe suicidato. L’attentato o quel che era in realtà, avvenuto in piena notte, passò quasi inosservato poiché proprio in quelle stesse ore venne ritrovato a Roma il corpo senza vita di Aldo Moro.

Come sarebbe stato

Nella cantina ci sono tutti. Gli amici, i genitori, il bimbo, un tizio, il passato. La musica si mischia alle chiacchere, le risate hanno quasi già lasciato la sedia ai postumi del vino, che pure abbonda nella bocca degli sciocchi. L’atmosfera è divertita. Si respira un’aria familiare, di piccoli gesti e grandi racconti, come alla fine di una festa, quando qualcuno si porta via il segreto e le facce cambiano espressione per la stanchezza. Un particolare però domina la scena: è il silenzio, perché in realtà la musica è una sensazione e, a guardar bene, nessuno parla. Tranne te, che all’esterno non hai scelta.

Ci sono momenti in cui le parole non bastano ma sono tutto quello che hai. Non puoi gridare, non puoi lanciare vasi, non puoi né mai devi alzare le mani, a meno che non sia per arrenderti. Non puoi andartene, perché perderesti il domani di cui hai bisogno. Zitto non riesci a stare, il silenzio resterebbe fuori mentre dentro le voci si accavallerebbero senza sosta. E allora parli. Ti prendi la scena senza essere il protagonista e parli. Parlare è l’unico modo che ti resta per sfogarti, sperando di essere ascoltato, sperando di arrivare a chiarire. Per chiarire serve la luce, servono i colori. E i toni, le note, l’armonia. La musica, quella sincera, che non mente. E quindi, le emozioni. Devi solo riuscire a metterle insieme alle parole giuste, facendo attenzione a non usarne troppe, ché poi diventano pesanti, o troppo poche ché potrebbero essere fraintese. Per chiarire, devi spiegare. Per spiegare, devi usare bene quello che hai.

Non è mica facile. Prima, c’è stato evidentemente qualcosa che ti ha turbato. Dopo… non sai ancora cosa ci sarà dopo, eppure sei rimasto, vuol dire che speri di riprendere il tuo posto in cantina. Nel mezzo c’è qualcosa tipo uno sforzo, un ragionare d’istinto con il timore concreto che quel posto tu lo abbia perso. C’è la voglia di non mollare, certo un po’ impari, va sempre così quando la ferita – un taglio chirurgico perfettamente eseguito da una o due parole di troppo – sanguina ancora.

Tra quei momenti tuttavia ce n’è uno, uno solo, in cui sai che quella notte sarebbe stato più semplice e più naturale e non ci sarebbe stato bisogno di tanti discorsi né della musica e il tizio e il passato avrebbero fatto solo le comparse e la birra sarebbe stata vino, il latte non sarebbe diventato un incubo e il segreto, chi se ne fotte del segreto e ogni parola sarebbe stata un sospiro, ogni sguardo un desiderio, ogni secondo un contatto e i puntini di sospensione sarebbero rimasti tre e soltanto tre come deve essere e tutto ma proprio tutto sarebbe stato bellissimo, lo sarebbe stato domani e sarebbe stato chiaro da subito, se lei non avesse avuto il ciclo.

La favola Leicester

Avevo un appuntamento con la storia ma sapevo di essere in netto anticipo e, fino allo scorso lunedì, temevo addirittura che la storia potesse non presentarsi. Poi un gol ha riacceso il mio entusiasmo e ora sono pressoché certo che un’incredibile pagina di sport verrà scritta e celebrata per sempre. Avevo prenotato per il 7 maggio, in realtà già tra qualche ora potrebbe arrivare quella che ormai non è più una sorpresa ma solo attesa.

Sì, sto parlando di calcio. Quel calcio malato, milionario, ignorante, a volte violento, a tratti antisportivo, guidato ormai da interessi astronomici che non guardano più ai valori e puntano soltanto ai soldi e al potere. Il lato marcio esiste, senza dubbio. Eppure si tratta dello stesso calcio che un bambino, in qualsiasi Paese del mondo, dà ad un pallone quando vuole giocare, divertirsi e sognare: allora il marcio scompare, resta la magia di un dribbling, di uno scatto, di un gol che chiunque abbia provato a realizzare almeno una volta nella vita sa quanta gioia possa portare.

Non mi definirei un appassionato. E’ uno sport che seguo come altri, meno del tennis o del nuoto, più della pallavolo o del ciclismo. Tifo per la mia squadra del cuore, senza però guardarne più tutte le partite, mi faccio attrarre – lo riconosco – da e dalla Roma e soprattutto mi esalto per il Barcellona, specie quando decide di smettere di giocare a calcio e iniziare un altro sport, molto simile, che non ha ancora un nome. Adesso però sto parlando del Leicester, una squadretta del campionato inglese che si trova ad un passo dal realizzare un’impresa, cioè vincerlo, quel campionato. Potrebbe essere domani a Manchester o la settimana prossima nello stadio di casa. Ormai ne scrivono da mesi in tutta Europa e in mezzo pianeta e io non sono in grado di aggiungere nuove parole a tutto quello che è già stato raccontato. Altri lo faranno ancora e ancora, sui giornali, in TV, nei libri, persino al cinema si vocifera. Una squadra che fino a due stagioni fa e per dieci anni ha militato in “serie B” (la Football League Championship in Inghilterra), che si affaccia dietro le più forti e titolate mirando alla salvezza, che le supera e arriva a maggio in testa alla Premier League, il campionato oggi più bello e difficile, è un’idea di calcio più vicina alla favola del bambino col pallone che al marcio degli interessi milionari.

Per carità, si tratta pur sempre di giocatori ricchi e adesso famosi, anche se molti erano dilettanti poco tempo addietro e uno, tale Jamie Vardy, oggi punta della nazionale inglese, era un operaio che lavorava in fabbrica. Ma è ciò che sta accadendo, nella sua semplicità, a meritare gli applausi, perché affascinante come la sceneggiatura di un film.

Penso all’Africa, ai ragazzi dei villaggi dove mi lavoro, a cui basta una radura, qualche tronco di legno per fare le porte, una palla ed è subito partita.

Calcio_Ziga

In Burkina Faso lottano in un campionato ben più difficile, dove avversari come povertà, fame, malattie, ignoranza vincono da sempre. Un gol lo abbiamo segnato quando gli abbiamo portato le maglie e tanti altri, sono certo, ne faremo. Perché vogliamo vincere. Questa però è un’altra storia. Mi è venuta in mente perché, al di là del mio rapporto col calcio, quei Davide che vincono contro dieci Golia, gli invisibili che dal nulla riescono ad emergere per meriti propri, i piccoli privi di considerazione che diventano giganti sono esempi da seguire, non per forza da imitare ma sicuramente ad ammirare, magari solo per un breve momento. Quella del Leicester potrebbe essere la favola di qualsiasi altro sport o anche di un qualsiasi altro contesto, magari lo sarà un giorno per i ragazzi del Burkina Faso, mi avrebbe catturato comunque.

Io non appartengo a questa storia, non ne sarò il protagonista, tutt’altro. Figurerò al massimo tra le numerose comparse che tra qualche giorno si aggireranno per le strade della sinora sconosciuta cittadina di Leicester per festeggiare la vittoria. Un successo che va al di là del calcio, oltre lo sport, ai limiti della fantasia. Un appuntamento con la storia che ho prenotato in anticipo, certo però che lei sia vicina, stia arrivando e difficilmente rinuncerebbe a partecipare alla sua festa. Ne potrò scrivere nel diario e me ne ricorderò per il resto della mia vita comune, sempre che i litri di birra ad attendermi nei pub brulicanti di tifosi me lo permettano.

Eric l’anguilla

Sarà che nuoto, sarà che sono sensibile, sarà che mi piacciono le storie e mi piacciono di più se raccontano qualcosa di eccezionale ma questa qui, nonostante l’abbia letta e sentita raccontare decine di volte, a me fa sempre venire quei brividi capaci di trasformarsi in lacrime di commozione.

Alle Olimpiadi di Sydney del 2000, quasi casualmente si ritrova a gareggiare per il proprio Paese, ossia la Guinea Equatoriale (e sfido chiunque a dirmi esattamente dove si trova), un nuotatore di colore, Eric Moussambani, ventidue anni. Partecipa ai 100 metri stile libero esclusivamente perché rientra in un programma speciale riservato agli atleti originari dei Paesi in via di sviluppo. Lui infatti fino ad otto mesi prima non sapeva nemmeno nuotare, giocava a pallavolo e in vita sua non aveva mai visto una piscina olimpionica. Aveva imparato a stare a galla nell’acqua dell’oceano e dei fiumi, prima di potersi allenare, sempre da solo, in una vasca vera, che però era quella decisamente piccola di un albergo.

Malabo

Moussambani non ha mai gareggiato su quella distanza e non ha idea non solo di quale tempo possa realizzare ma nemmeno se riuscirà a concluderla, la gara. In realtà partecipa solo alle batterie di qualificazione: da lì usciranno gli otto migliori tempi che andranno poi a disputare la finale. Quelli forti, quindi tutti gli altri, sono irraggiungibili, lui deve preoccuparsi di dare il massimo davanti alle 17.000 persone che gremiscono il palazzetto.

Allora nel nuoto era permesso utilizzare il cosiddetto “costumone”, una tuta che copre quasi tutto il corpo ad eccezione di spalle e braccia. Moussambani non poteva permetterselo, prende parte alla batteria con un normalissimo costume, che indossa per giunta slacciato, e un paio di occhialini montati alla meno peggio. Gareggia con altri due nuotatori, un nigeriano e un tagiko, di certo nemmeno loro espertissimi. Infatti sbagliano, si tuffano entrambi prima del fischio del giudice e vengono squalificati per falsa partenza. Moussambani è solo.

Deve fare due vasche, andata e ritorno. Il suo stile non è lontanamente paragonabile a quello di chi pratica questo sport: fa una mezza “panzata” dopo il tuffo, avanza con la testa sempre fuori dall’acqua, le braccia che sembra stia affogando e le gambe larghe e basse. I primi 50 metri sono un mezzo calvario ma è dopo la virata, pessima, che la spinta inizia a mancare davvero. Va avanti piano piano, con una fatica incredibile. Non nuota, arranca. La gente, che prima fischiava, capisce cosa sta accadendo ed inizia ad applaudire fino ad esplodere in una standing ovation per accompagnarlo verso il muretto, lontanissimo. Quando arriva è un trionfo. Conclude con un tempo abissale, 1’52” e spicci, il peggiore della storia delle Olimpiadi. Gli “avversari” concludono generalmente i 100 metri in 47-48 secondi. Carlo Pedersoli, alias Bud Spencer, nel 1950 – primo italiano nella storia – li nuotava sotto il minuto. Io non arriverò mai a questi livelli, nemmeno se tornassi con la Delorean di “Ritorno al Futuro” nel 1950, a quelle Olimpiadi però avrei fatto molto meglio di Moussambani.

Quando esce dall’acqua, la folla è in estasi, lui è stremato eppure felice perché, come dirà poco dopo, “tutti facevano il tifo per me ed è stato come vincere una medaglia d’oro”. E’ una specie di eroe. I media lo ribattezzano “Eric l’anguilla”, la Speedo gli regala il famoso costumone che non aveva potuto comprarsi e lo sponsorizza per un tour in Europa. Gli procurano addirittura un interprete per dargli la possibilità di sostenere le centinaia di interviste che gli vengono richieste. Firmerà contratti pubblicitari per un bel po’ di quattrini e diventerà ingegnere, oltre che allenatore della squadra di nuoto del proprio Paese.

Per chi nuota poi l’impresa sportiva c’è stata davvero, perché Moussambani è riuscito negli anni a migliorare progressivamente il proprio tempo su quella gara, fino a portarlo a 57 secondi, crono non eccelso ma di tutto rispetto. Non è affatto facile. Oggi vincerebbe molte delle gare a cui partecipo io. Non si è crogiolato sugli allori né arreso, ha continuato ad allenarsi per dimostrare che poteva migliorare. E’ una lezione che insegna lo sport ed è anche una lezione di vita. Per me è pure una storia che mette insieme l’Africa e il nuoto, due mondi apparentemente inconciliabili e miei. Non poteva lasciarmi indifferente oggi che l’ho letta, decidendo di scriverla, per l’ennesima volta.

 

 

Eccoti

MorteEccoti! Si può dire che ti aspettavo da una vita e, ora che sei qui, non mi sembra vero. Ci siamo trovati, anche se non pensavo potesse accadere in queste circostanze che, per quanto casuali e insolite possano sembrare, per me non lo sono affatto. Io non credo al caso e sono certo che questo incontro in qualche modo lo abbiamo voluto entrambi.
Leggo di te da anni, sono un veterano da questo punto di vista. Anche tu mi segui e ora si può dire che mi abbia raggiunto, eh? Ahahah. Te lo dico subito: sei bella. Affascinante anche. Ti immaginavo proprio così, del resto di descrizioni tue ne hai date, pur non avendo mai mostrato foto. Pure io sono proprio come mi descrivo, come mi vedi, infatti mi hai riconosciuto subito. Ma dubito che ci interessi ora parlare del nostro aspetto. Ci sono altri lati di noi che magari ci aiutano a rompere il ghiaccio, qualora fosse necessario.
Ti potrei dire cosa faccio intanto. E’ una di quelle domande a trabocchetto, secondo me, chiedere “cosa fai nella vita?” perché subito si pensa al lavoro o al limite allo studio. Io non la vedo così. Il lavoro è importante e in termini di tempo, nonché di guadagni, è la mia attività principale. Guadagni economici, s’intende. Perché, se ci riferiamo ad altri tipi di guadagno, come di salute, di benessere interiore, di soddisfazioni e di felicità pura, beh, ho diversa roba a cui dare priorità in questa classifica. Il mio lavoro mi piace tutto sommato. Sto in ufficio davanti un computer e dietro una grande azienda che mi paga. Nemmeno tanto male. Mi piacciono meno i colleghi, certi colleghi, i cosiddetti “aziendalisti”, quelli che vivono per produrre, per raggiungere uno status qui dentro, per fare carriera a scapito di tutto il resto. Non mi sento di giudicarli male, sono scelte. Giudico male una sottocategoria invece, rappresentata da quelli che una vita fuori non ce l’hanno, che hanno scelto di star bene se sta bene il loro conto corrente e che ritengono sia giusto – perché per loro funziona così – farsi sentire, pretendere, alzare la voce, bussare alle porte per avere un aumento o un avanzamento di livello. “Perché io valgo” dicono, a volte hanno ragione, a volte no. E fanno a gomitate con altri come loro. E si incazzano se non ricevono. Ma non riescono a guardare oltre. Io, per dire, faccio a gomitate a solo ai concerti, per avvicinarmi al palco. Però ad un certo punto, trovo il mio spazio e me lo godo, non ho bisogno di andare troppo oltre. Non prendo aumenti da tempo immemore, salire di livello nemmeno immagino cosa voglia dire. Ho un capo evanescente. E al capo del mio capo è evidente che non sto simpatico, anzi credo proprio che mi ritenga un incapace. Pazienza. Oggi però capisco la musica, ho il mio spazio sotto il palco e soprattutto il mio tempo, qui e oltre la finestra da cui guardo ogni giorno. Questo è un guadagno che non si può monetizzare, anche perché ho la coscienza a posto, sono certo di svolgere bene il mio compito. Quindi io, a quella domanda, risponderei dicendo che il mio lavoro è solo una parte di ciò che faccio. Ho almeno altri due grandi interessi che mi impegnano quotidianamente ovvero le associazioni di cui sono orgoglioso di far parte: una è quella del volontariato in Africa, l’altra è quella del conscious social dining. Cose belle davvero che però non mi dilungo a raccontare, per non trattenerti troppo, pur sapendo che mi converrebbe.
L’oroscopo dell’ultima pagina – e questa lo è -, dopo il lavoro, parlerebbe dell’amore. Che ho una ragazza te lo dovevo dire subito. Chissà, forse sapendolo, non mi avresti cercato. In ogni caso, ormai siamo qua. Lei è bella, molto più di te, scusami se lo sottolineo. E’ un fascino diverso dal tuo, devo essere franco: tu mi incuriosisci, lei mi piace proprio, dal primo giorno, ne sono innamorato. Ed essere innamorati, non so se tu puoi capirlo, è meraviglioso. Mi sono sempre chiesto se meraviglioso sia l’amore o chi lo rappresenta. Ho due nipotini, per esempio, due fratelli: uno di dodici anni, uno di tre mesi. Sono meravigliosi loro o è meraviglioso quello che provo per loro? Boh, forse non importa. Li vedo poco perché vivono altrove e mi dispiace non seguirli crescere da vicino. Anche lei non è che la vedo spesso, solo nel fine settimana, quando viene a trovarmi e stiamo appiccicati come una figurina. Specialmente nel mio piccolo divano, più stretto di un letto singolo se ci stai disteso. Non viviamo insieme, facciamo coppia da neanche due anni, eppure sembra una vita, forse perché l’amore aumenta ogni giorno e ti porta sempre più in là. In effetti, ora che ci penso, è passata una vita, era una vita fa.
La salute, vogliamo mettercela? Rido. Lavoro, amore, salute. Proprio come un oroscopo. Tu m’insegni che sono tutte baggianate. I segni zodiacali, dico, e tutto il mondo o i pianeti che ci girano intorno. Io scoppio di salute, sto bene. Nuoto, gareggio, corro, cerco di stare in forma nonostante non sia più un ragazzino. Sono giovane. E, dai, non sono nemmeno così male quando nuoto. Di movimento ne faccio tanto. Ho quella valvoletta al cuore che ogni tanto devo far controllare ma i medici mi rassicurano e puntualmente guardano gli esami e mi rilasciano il certificato per l’attività agonistica. Dove hanno sbagliato?
No, non è un caso che ci siamo incontrati. Non so come funzioni ‘sta storia, se tu seguivi me e aspettavi che la valvoletta si inceppasse o se semplicemente ti è arrivato il bigliettino col mio nome dopo che si è inceppata. A dirla tutta, ora come ora, non sono nemmeno sicuro che fosse colpa della valvoletta. E’ certo però che tu sei qua, con il tuo abito nero, il cappuccio, questa fantastica falce (ché me la fai provare?) e uno splendido sorriso e io… io non sono più.

Una storia

Una storia. Una storia che nasca da un’idea anche casuale, che cresca dentro e riesca ad uscire fuori tramite le parole, tramite un pensiero o un semplice sguardo.
Voglio essere una storia. Una storia da vivere e da raccontare. Una storia fatta di persone, luoghi, esperienze, ricordi. Una storia da percorrere e ripercorrere affinché non finisca. Una storia semplice ma ricca di significati. Una storia che sia parte di una leggenda ma di cui rimanga traccia nel tempo. Una storia da cambiare perché si può essere sempre migliori.
Voglio essere una storia importante. Perché le cose più grandi si fanno da soli ma sono gli altri che ne apprezzano il valore. Perché non sarebbe da scrivere una storia senza nessuno che la legga né sarebbe da narrare senza nessuno ad ascoltarla.
Voglio essere la mia storia. Non solo una storia ma la storia. Voglio esserne l’autore insieme a chi mi sta vicino, il protagonista senza necessità di esistere, il narratore senza bisogno di leggerla. Voglio viverla quella storia, esserne l’inizio e non vederne la fine, averne il senso e soprattutto farla.

Quel secolo, al Bilderberg

Quel secolo, al Bilderberg, c’erano anche loro. Non era mai accaduto ma gli ultimi avvenimenti avevano indotto Ariba Buyer a convocare i compagni di merende per discutere dei destini dei mondi e del pianeta Terra in particolare.
Al tavolo verde c’era Dio, sceneggiatore, produttore e regista del mondo reale. Si presentava nelle sembianze di un uomo anziano in ottima forma fisica, barbuto, in abito bianco Armani. C’era Splinder, ideatore e conduttore del mondo virtuale, con le sembianze di un avatar. C’era la morte, nera, incappucciata e con la falce che non smetteva di agitarsi. C’era Woland, il diavolo, nei panni di uno straniero nella Mosca degli anni ’30. E c’era il solito Andreotti che aveva l’aspetto di Giulio Andreotti quando era giovane, a novantadue anni. Su tutti, chiaramente, dominava la figura incostratata di Ariba Buyer, il burattinaio di tutti loro e dei loro mondi, che aveva scelto di mostrarsi nella forma di un ficus benjamin.
Il tavolo verde era stato allestito per rendere l’evento più informale e permettere ai padroni dell’universo di divertirsi con quell’antico gioco di carte e bluff che era il poker. Ariba si limitava a gestire il mazzo e distribuire full d’assi e scale reali secondo l’ordine da lui prestabilito, quello che alla fine non avrebbe portato ad alcun vincitore. La fine, come al solito, l’avrebbe stabilita lui stesso quando sarebbe giunta l’ora di andare a guardare il Grande Fratello.
Tra una mano e l’altra, ognuno avanzava le proprie proposte.
La morte chiedeva di snellire l’iter burocratico che ogni volta la obbligava a compilare pacchi di moduli da far firmare a Dio per organizzare terremoti, alluvioni, siccità e tutte le catastrofi naturali in genere. Voleva più indipendenza e aveva ragione.
Dio, d’altro canto, si era rotto le palle dell’umanità e meditava un nuovo diluvio universale ma senza arca. Avrebbe risparmiato soltanto le zanzare.
Splinder voleva eliminare Facebook, MySpace e Second Life. Quando parlò, tutti annuirono.
Woland, che era abbastanza modesto, pretendeva soltanto una nuova casa sulla Terra per perpetrare il male: non gli bastava più il Vaticano. Chiedeva un luogo da cui poter ottenere maggiore visibilità e propose Porta a Porta.
Andreotti aveva le idee chiarissime, idee molto spicciole ma praticabili: tra le tante, l’autorizzazione a far ammazzare Roberto Saviano e Gioacchino Genchi, la beatificazione, il passaggio della sua carica da senatore a vita a senatore a vita ultraterrena, l’invasione dell’Italia da parte della Libia e l’indulto per i reati con molto spargimento di sangue. Ariba Buyer agitò le foglie e sottolineò che queste erano tutte faccende che avrebbe potuto sbrigare da solo e senza problemi. Andreotti rispose con la celebre massima: “Non basta avere ragione: bisogna avere qualcuno che te la dia”. Il ficus si incazzò e gli piegò le orecchie.
A questo punto Ariba Buyer, nervoso e perplesso, chiese un attimo di silenzio per riflettere. Dopo diciotto giorni, aprì gli occhi, si traformò in Jude Law, ritirò le carte dal tavolo con una mossa imparata da Silvan e disse la sua. Fece notare che gli intenti manifestati miravano a commettere azioni non propriamente compatibili con il bene del creato. Egli stesso accantonò la sua idea dell’invasione aliena e del Biggest Bang. Ribadì che nel mondo qualcosa di buono accadeva sempre, in ogni istante, e che questo doveva essere tutelato, non ostacolato. Bisognava incoraggiare, a suo dire, gli uomini a far meglio, non distruggerli né portarli all’autodistruzione. Voleva dimostrare a Dio, a Splinder, alla morte, a Woland e ad Andreotti che l’universo si fonda sulle piccole cose. Per far comprendere cosa intendesse, aprì il suo portatile, lanciò Google Earth e scelse a caso un essere umano. Tutti guardavano incuriositi. Ariba Jude Law puntò sul Nepal e con lo zoom inquadrò un tepee in una collinetta alla periferia di Katmandu dove un tizio di nome Topper Harley, proprio in quel momento, stava sorridendo davanti alla foto del suo bimbo adottato a distanza.

Il mio amico Gesù

Lui è un tipo un po’ trasandato, con un carattere difficile da capire, quieto, riservato ma sempre pronto ad aiutare il prossimo. A volte diventa pesante, proprio una croce, soprattutto quando inizia a parlare di parabole e del suo lavoro per Sky. Ha pochi amici, giusto una dozzina, e si dice che frequenti una ragazza di facili costumi anche se nessuno di fatto li ha mai visti insieme.
Comunque avere un amico come Gesù, diciamolo, è una gran figata. Quando usciamo ci divertiamo a prenderlo in giro e lui scherza con noi dilettandosi con i suoi giochetti: quella cosa della moltiplicazione dei panini e delle birre è il massimo. Non capirò mai come fa ma ci conviene, per cui preferiamo non farci troppe domande.
Io mi confido con Gesù. L’altro giorno gli ho chiesto di essere chiaro una volta tanto, senza usare metafore, perché avevo bisogno di qualcuno che mi ascoltasse. Gli ho chiesto di dirmi se, a suo parere, io sono felice e lui, con il suo solito aplomb, mi ha gelato affermando che la risposta era già nella domanda. Aveva ragione: io ho ma non sono, ho tutto ma non sono completo. Cerco ciò che possa completarmi ma devo fare attenzione a non sbagliare ancora, potrei trovarlo e averlo mentre invece devo trovarlo ed esserlo. Sta qui il problema.
Una sera io, Pietro e Gesù passeggiavamo sulla riva del laghetto. Gesù, come al suo solito, camminava scalzo sull’acqua mentre e io e Pietro parlavamo dell’incidente di Lazzaro. All’improvviso Pietro si è accorto di aver perso le chiavi ed è dovuto andar via per non restare fuori casa. Gesù, che aveva esagerato con il vino, ha cominciato a fare miracoli: prima ha starnutito e 17000 cristiani si sono trovati fuori dal carcere; poi ha schioccato le dita e Hamilton ha perso il mondiale di F1; ha sputato per terra e pappa Ratzinger è morto soffocato; infine mi ha dato un calcio nel sedere e io mi sono ritrovato su un aereo diretto in un luogo sconosciuto, dove mi aspettava una persona senza volto.
Quella volta che ha incontrato Andreotti, Gesù si è proprio incazzato. Era carnevale. Gesù si era vestito da fariseo e Andreotti da Satana. Stavano giocando a poker con Pietro e Paolo. A un certo punto Pietro si è alzato e, dicendo che aveva di nuovo perso le chiavi, se n’è andato. Improvvisamente è arrivato Mastella, vestito da ministro della giustizia, e si è seduto al tavolo. Prima però ha preteso di spostare il gioco in un’altra stanza perché lì dov’erano non si sentiva tutelato. Hanno giocato tutta la notte. All’alba Mastella è sparito con l’aereo presidenziale e Andreotti ha iniziato a bestemmiare perché stava perdendo e avrebbe voluto recuperare. Gesù gli ha chiesto di non offendere suo padre ma Andreotti ha insistito così tanto con gli insulti che da un momento all’altro si è ritrovato trasformato in un essere immondo. Era così brutto che ha preferito non togliersi più il costume da Satana: ecco perché noi oggi in televisione lo vediamo così com’è.
Oggi sto andando in questo luogo nuovo e c’è questa persona che mi aspetta. Durante il volo, mentre l’aereo solcava il cielo e nuotava tra le nuvole, mi sono ritrovato in tasca un mazzo di chiavi. Le chiavi del paradiso, un luogo sconosciuto che non è in cielo ma in terra e che forse non è nemmeno un luogo ma una persona senza volto.

C’era una volta

C’era una volta una storia, semplice e unica, che non aveva il coraggio di farsi ascoltare, rimanendo ogni volta bloccata in gola senza poter uscire. Restava così a guardare, senza cambiare una virgola né mettere punto, ferma, inquieta, a confondersi tra i pensieri ricorrenti, le scoperte, i sogni e il futuro incerto nella strada di un ragazzo.
C’era una volta un ragazzo, irrequieto e sognante, che non aveva voce per raccontare quella storia, spazio per disegnarla e testa per amarla. Era deciso, fiducioso e paziente. E aspettava. Che il vento soffiasse nella sua direzione. Che il tempo gli venisse incontro. Che le sue parole fossero raccolte da chi avesse occhi per ascoltarle e volontà di ricordarle.
C’era una volta un paio di occhi, occhi chiari e radiosi che non avevano fretta di pensare e verità da scoprire. Non erano in grado di stare in silenzio né di muoversi senza scuotere gli animi ma, nel loro profondo, sapevano dove guardare e come ascoltare.
C’era una volta una storia e c’è ancora, ingenua e breve, tutto sommato contenta di non correre rischi di essere fraintesa. Gelosa del suo significato, non voleva disperderlo ma regalarlo. Era figlia di un sogno e di un’emozione, nella mente di un ragazzo che sapeva di aver qualcosa da dire e di due occhi che potevano ascoltare.
Quella storia vive ancora nascosta, non esce e non cresce. Forse non verrà mai fuori, non griderà mai al mondo la sua singolarità, la sua inquietudine, la sua passione. O forse inizierà a raccontarsi non con il suono della voce ma con la polvere di una matita.
Ecco perché il ragazzo irrequieto e sognante ha iniziato a scriverla.
Ecco perché i due occhi chiari e radiosi hanno iniziato a leggerla.

Haiku

Un pomeriggio d’inverno il giovane poeta Suiwo si recò dal maestro Tanzan e gli chiese di indicargli il sentiero più celere per conseguire la saggezza.
Tanzan indicò una ciotola d’ebano e disse: “Se veramente desideri divenire saggio devi riuscire a penetrare la natura-buddha di ogni cosa: prendi quell’oggetto con te e medita per sette anni, poi torna da me”.
Quando Suiwo tornò, il maestro gli disse: “Non sei ancora pronto: medita per altri tre anni, poi torna da me”.
Quando il giovane allievo fece ritorno, il maestro gli disse: “Non sei ancora pronto: medita per altri due anni, poi torna da me”.
Quando il giovane apprendista tornò, Tanzan disse: “Non sei ancora pronto: medita per altri due anni, poi torna da me”.
Quando Suiwo fece ritorno, Tanzan gli disse: “Tsunami, Suzuki, Jalisse!”, e a quelle parole Suiwo fu illuminato.

Belle bionde

Erano belle. Erano tante ed erano bionde. Di loro si parlava molto, troppo, probabilmente a causa del loro più grosso difetto: erano smisuratamente desiderabili. Il libro della loro vita era scritto: avrebbero sofferto per portare a compimento la loro missione e lo sapevano. Desideravano solo poterci riuscire.
La prima se ne andò subito, con nonchalance, superba e presuntuosa malgrado facesse fatica ad uscire. Non era sicura di poter essere lei la prima scelta, almeno sei compagne avrebbero potuto prendere il suo posto. Fu felice perché il destino rispettò il copione.
Anche la seconda e la terza furono fortunate. Niente di anomalo nel loro viaggio. Soltanto la terza, per un attimo, dubitò ma invano: non riconobbe subito la mano.
La quarta fu sventurata: cadde e non ebbe mai modo di rialzarsi. La mano che aspettava non arrivò mai. Il tempo decise per lei. La compiansero in tanti.
La quinta ne prese il posto ed approfittò del fato.
Dopo le prime uscite, le altre iniziarono a sentirsi meglio: ebbero più spazio per muoversi.
Dalla sesta alla nona, fu seguito il piano anche se la nona prese troppa umidità in testa prima di andarsene: la fiamma arrivò con un ritardo apparentemente ingiustificato.
Alla decima spettò una fine ingloriosa: le fu staccata la testa, aperto il corpo e gettato il contenuto in un guscio che sapeva ancora di cocco, per essere immischiato con qualcosa di stupefacente.
L’undicesima seguì la sorte della decima ma di lei si abusò in due tempi: prima una metà e poi l’altra.
La successiva trovò una mano sconosciuta e durò pochissimo. Una vampata.
La tredicesima quasi la mandarono via le altre: era troppo sciupata per resistere oltre. Fu un sollievo a quel punto finire bruciata.
Le quattro che seguirono se ne andarono praticamente insieme, bloccate da mani diverse. Si guardarono spegnendosi.
La diciottesima fece la stessa fine della decima, eccetto che per il contenitore che sapeva di cocco.
La penultima decise di scommettere con l’altra su chi uscisse prima: perse.
L’ultima, la ventesima sigaretta, è ancora lì e aspetta.

La chiave

Ho trovato una chiave per terra. Una piccola chiave di metallo, lucida, un pò sporca ed usurata dalla permanenza per strada. Portava impresso lo stesso marchio di numerosi altri suoi simili, non necessariamente uguali a lei. Manteneva la forma per la quale era stata creata, senza dubbio era in grado di funzionare. L’ho raccolta.
Quell’oggetto così comune, per quanto ne sapessi, avrebbe potuto aprire un mondo: una porta, una cassa o un lucchetto. O il lucchetto di una cassa dietro una porta. Poteva appartenere ad un cancello o ad un armadietto o ad un qualche cassetto. Il suo profilo escludeva l’ipotesi di un legame con un’auto o un qualunque mezzo di trasporto. Allo stesso modo, non poteva avere niente a che fare con una cassaforte o con qualcosa di elettronico. Era una chiave semplice, forse nemmeno originale. Un duplicato.
Quella chiave, nelle mie mani, non aveva più alcuno scopo di esistere. Era diventata inutile. Non avrebbe aperto più nulla nella sua esistenza. Si era smarrita lei ed era smarrito il legame con la sua missione, con la serratura che avrebbe dovuto aprire. O chiudere. Al contrario, la serratura aveva molte più probabilità di trovare una nuova compagna ma poteva anche accontentarsi di quelle che gli erano rimaste.
La piccola chiave era nata con uno scopo ben preciso: infondere sicurezza. Probabilmente non assolveva l’incarico da sola, avrà avuto delle sorelle, magari gemelle, adibite allo stesso scopo. Ora però era sola. Era unica. Aveva perso la sua identità per tornare ad essere un pezzetto di metallo. Con una storia dietro, una storia da raccontare, un legame solido che solo il fato ha potuto spezzare.
E’ come me quella chiave, anche se non può più definirsi tale. Non darà più sicurezza per come era abituata. Lo farà con le mie speranze. Le ho dovuto e voluto attribuire infatti un nuovo compito: portarmi fortuna. Quella stessa fortuna che lei non ha avuto. Quella fortuna che anche a me è stata negata. Perchè io e quel ciondolo di metallo abbiamo molto in comune: abbiamo perso la nostra ragione di vita.
Lei però è ancora lì. Non si è spezzata, non si è piegata. E’ rimasta in balìa degli eventi ed ha trovato me. Non potrò ridarle quello che aveva ma la porterò sempre in tasca.
Così io attendo. Mi lascio trasportare dal tempo senza piegarmi. Non ho perso la forma originale e la mia attitudine, quella umana, è rimasta invariata: sono ancora capace di amare. Così come la chiave ha fatto con me, aspetto ora una mano che mi prenda e mi porti con sé.