Delitti esemplari

Un libretto di poche pagine che si può leggere in fretta ma che è meglio gustare con calma, assaporando le azioni e le futili motivazioni dei delitti raccontati in brevi trafiletti. E’ una raccolta di fatti reali che l’autore ha messo insieme in forma anonima e che, tra gli altri, da quanto ho letto in giro, avrebbero potuto ispirare Piersandro Pallavicini per “L’arte del buon uccidere“, libro del quale avevo apprezzato solo l’idea di base. Così ho cercato Max Aub e qualche risatina me la sono fatta, specie per il tono ironico che spesso traspare o per la raffinatezza di alcune espressioni. Cose del tipo:
“ERRATA CORRIGE
Dov’è scritto:
La uccisi perché era mia
si deve leggere:
La uccisi perché non era mia”.
Niente di eccezionale, tuttavia come manuale di vita si dimostra ottimo.

Max Aub – Delitti esemplari

L’abito da sposo

Un libro che ha il potere di tenerti incollato alle pagine e che, aiutato dal maltempo, vince sulla voglia di uscire o di guardare un bel film può solo ricevere applausi, anche se non rimarrà il tuo romanzo preferito. Mi è successo questo con “L’abito da sposo”, che avevo intercettato gironzolando per Anobii e subito mi aveva rapito, tanto da metterlo in cima alla pila di letture in attesa. Poi la trama. Un noir solidissimo che scorre come un bicchiere di birra quando si ha sete e l’acqua non dà abbastanza soddisfazione. Il ritmo all’inizio è veloce, la voce narrante per mezzo di una scrittura efficace non permette che si possa perdere una riga né sorvolare su una parola. Ogni particolare tornerà utile successivamente quando, nemmeno troppo tardi, si inizierà a capire cosa diavolo sta succedendo. Lì il ritmo cambia, viene scandito dai giorni vissuti da un nuovo protagonista che prende letteralmente il comando dando agli stessi eventi tutto un altro significato. Pian piano i ruoli si invertono e i dettagli tornano a galla sotto una nuova luce, in attesa di un finale che non sarà spumeggiante ma che si aspetta con ansia e che, a differenza dell’acqua, darà molta soddisfazione. Tutto questo, a rileggere ciò che ho scritto a caldo, potrebbe assomigliare alla storia di un qualsiasi matrimonio, con i suoi fuochi d’artificio iniziali, gli alti e bassi, i diversi punti di vista, gli incontri, gli scontri, la vita insieme, la pace. La morte.

Pierre Lemaitre – L’abito da sposo

I miei stupidi intenti

Nonostante i miei stupidi intenti di convincermi che non meritasse tutti gli elogi ricevuti, devo riconoscere di aver letto un libro carino, ben scritto e pieno di significati e interpretazioni. Gli animali protagonisti non sono certo una novità ma l’autore, giovanissimo, è stato bravo a renderli umani e riflessivi, mettendo da parte gli aspetti crudi e selvaggi della natura a favore di un contesto più razionale. E’ proprio sul contrasto tra istinto e ragione che la faina Archy decide di raccontare la propria esistenza, dopo aver imparato a leggere e a scrivere, aver conosciuto la figura di Dio e aver imparato i concetti di tempo e morte. Nozioni che la porteranno ad essere più vicina all’uomo che all’animale e che pertanto le distruggeranno la vita. Gli animali infatti ignorano la morte e lo scorrere del tempo, non credono in un dio che crea e disfa a piacimento e non hanno bisogno delle parole per spiegare la loro vita. Vivono o sopravvivono e basta. Archy invece apprende, impara, pensa e ragiona e non riesce a trovare una via d’uscita dal disegno di Dio, fino a che in qualche modo accetta il suo destino e capisce che il potere delle parole (e dei libri) può renderlo immortale. C’è del moralismo tra le pagine e Zannoni, volente o nolente, appare anche molto paraculo ma riesce in pieno nel suo intento, tutt’altro che stupido, di farsi apprezzare. A differenza di Archy che della faina ha ben poco e che se ne fotte di farsi apprezzare, a patto di continuare ad esistere, dopo la morte, attraverso il racconto della propria vita. Motivo per cui il Premio Campiello avrebbe dovuto vincerlo l’animale piuttosto che l’uomo.

Bernardo Zannoni – I miei stupidi intenti

L’arte del buon uccidere

Direi che non è il miglior Pallavicini se avessi letto altro di Pallavicini. Avevo scelto il suo ultimo libro per conoscere questo autore spesso citato per ironia e sensibilità ma non sono rimasto soddisfatto. Mi sembrava simpatica l’idea, tra l’altro nemmeno originale, di individuare categorie di persone detestabili della società odierna e suggerire come eliminarle fisicamente, avrei potuto seguirla alla lettera. Peccato però che la realizzazione lasci a desiderare. Pallavicini sarà pure simpatico, il suo sarcasmo però fa ridere come un uomo che scivola su una buccia di banana, cioè sembra roba antiquata, con battute d’altri tempi, più comica che ironica. Mi ha fatto sorridere solo l’elenco delle trenta categorie di personaggi che ha stilato, perciò mi sarebbe bastato leggere il sommario per apprezzare di più sia l’autore sia il libro. Invece la descrizione di questi rompiscatole e, peggio, la modalità con cui ucciderli mi ha ricordato il nonno che ti ruba il nasino con la mano. E forse quella del nonno è la figura che meglio si adatta al buon Piersandro. Per apprezzarlo probabilmente dovrei leggere qualche sua opera più datata, di quando magari era più giovane e gioviale, ma dubito che lo farò prima di diventare nonno io stesso. Quindi mai.

Piersandro Pallavicini – L’arte del buon uccidere

Teddy

La copertina lascia già intendere di che tipo di romanzo si tratti. Una trama trita e ritrita in cui un’entità, presumibilmente malvagia, si manifesta attraverso un bambino che assume strani comportamenti e disegna cose che vede soltanto lui, finché qualcuno si incuriosisce, avanza dei sospetti, viene preso per pazzo, eccetera eccetera. Questo più o meno è quello che mi aspettavo. E mi stava pure bene, il libro l’avevo scelto apposta. Ciò nonostante, mentre con il ghigno di chi la sa lunga approfondivo la lettura, sono rimasto sorpreso sia dalla storia, che ad un certo punto prende una piega diversa dalle mie previsioni, sia dal fatto che i disegni del bambino sono realmente e fedelmente riportati tra le pagine e all’inizio, soprattutto per come vengono introdotti, sono davvero terrificanti. Poi diventano anche utili a capire cosa sta accadendo e questa è una particolarità nuova ed interessante per un libro. Si scoprirà che il titolo è più appropriato di quanto si possa immaginare e, nonostante il finale rimetta a posto le previsioni, posso dire di aver letto un romanzetto tutt’altro che malvagio. Come l’entità.

Jason Rekulak – Teddy

La migliore offerta

Non ricordo come mi è capitato tra le mani questo libro di cui, a differenza dell’omonimo film, non conoscevo l’esistenza. Non è un romanzo ma un racconto sotto forma di brevi capitoli, apparentemente abbozzati anche se ricchi di significato, che tracciano una storia per me bellissima. E’ stata la prefazione dello stesso Tornatore che mi ha rapito subito: spiega come, tra i tanti personaggi che un regista del suo calibro possa partorire, ce ne fosse uno, la protagonista femminile affetta da agorafobia, che da anni “viveva” tra gli appunti chiusi (non a caso) nel suo cassetto in attesa di essere sviluppato. E c’era il protagonista maschile, già più maturo nella sua elaborazione (un ricchissimo battitore d’aste che rifiuta il contatto umano e vive in solitudine), che non sapeva come utilizzare. Così un giorno, sempre nella sua testa, Tornatore ha un’illuminazione e decide di farli incontrare, creando la sceneggiatura del film che, con la sua regia, un cast stellare e la colonna sonora di Morricone, riscuoterà premi e consensi ovunque. E’ stato l’editore, Sellerio, ad insistere per pubblicare il materiale che Tornatore aveva in mano all’inizio, cioè né un romanzo né una sceneggiatura. Il libro è nato in questo modo e già dalle prime pagine mi ha conquistato a tal punto da decidere di leggerlo guardando passo passo il film. Poi non ho resistito e il film, stupendo, ha preso il sopravvento, senza togliere nulla alla lettura e permettendomi anzi di dare un volto ai personaggi e concretezza ai luoghi. Per la sua struttura, il libro non è un capolavoro. Tuttavia la trama, l’unicità dei personaggi, il loro intreccio, le metafore e il gran finale a sorpresa ne fanno un gioiellino che sono contento di aver trovato. E che ora, dopo tutte queste lodi, mi consente di togliermi finalmente un peso dallo stomaco e rivelare di non aver mai visto Nuovo Cinema Paradiso.

Giuseppe Tornatore – La migliore offerta

Mostri

Un’opera mostruosa in tutti i sensi, sia per la lunghezza (oltre 350 pagine difficili da leggere nonostante si tratti di un graphic novel) sia per la complessità di certi dettagli nei dialoghi e nei disegni, non certo facilitati dalla tecnica con pennino e china, comunque magistrale. La trama, che spazia dal dramma familiare alle atrocità naziste e dal thriller al paranormale, non sarebbe nemmeno troppo intricata se l’autore non avesse deciso di farla muovere su linee temporali che a tratti si accavallano, con un eccesso di parole e frasi spesso noiose e ridondanti. Per non parlare della violenza esagerata e inutile, ai fini del racconto, di alcune scene marginali. Una violenza che generalmente mi piace e fa effetto ma che qui si autocompiace senza senso. Ci sono momenti toccanti, momenti drammatici e momenti in cui abbandonare la lettura sembra un’ottima idea. Questo alternarsi di emozioni tuttavia riesce a tenere in piedi un mattone che altrimenti avrebbe tenuto in piedi il tavolino del soggiorno e che regala l’emozione più grande quando l’ultima pagina ne suggella la fine.

Barry Windsor-Smith – Mostri

Django unchained

Non è il film. Perché Django unchained è un gran film e io sul blog al massimo scrivo di film brutti. E’ il (o la) graphic novel realizzato da Tarantino dalla sceneggiatura originale, insieme ad una squadra di bravi disegnatori. Per certi aspetti è pure meglio del film perché, come afferma lo stesso regista nella prefazione, qui non ha dovuto fare tagli al montaggio come per la pellicola (che altrimenti sarebbe durata quattro ore) ed in effetti ci sono dettagli in più che raccontano meglio i personaggi e la storia. L’ho letto senza pause aspettando un maledetto aereo in ritardo e mi ha aiutato a non inveire contro i poveri assistenti di volo anche se, immerso com’ero nell’atmosfera western e sanguinaria, la tentazione di tirare la fuori la pistola e sparargli in testa è stata forte. Si legge tutto d’un fiato, i dialoghi – stupendi – sono gli stessi che ricordavo e, pur conoscendo l’intera trama, ogni pagina mi ha appassionato perché anche i disegni sono fantastici. In appendice, tavole, bozzetti e copertine alternative completano l’opera, imperdibile per gli amanti di Tarantino.

Quentin Tarantino e altri – Django Unchained

Il regno di vetro

C’è Sarah, ragazza in fuga da New York con il malloppo di una truffa ben congegnata, ci sono le sue nuove amiche, donne abbienti e misteriose che la accolgono nel loro giro e ci sono altri strani personaggi che vivono nel regno di vetro, lussuoso edificio di Bangkok, vero protagonista della storia, la cui imponenza sembra non venire mai scalfita dagli eventi. In realtà, le numerose piccole crepe fatte di inganni e apparenze, intrighi e classismo sociale, nascoste dagli inquilini fino alle ultime pagine, oltre allo stato di agitazione in cui versa la città, ne decreteranno il crollo, non materiale ma in termini di prestigio e falsa moralità. Il romanzo non è complesso, è solo farcito di descrizioni e dettagli soprattutto sulla città di cui non ce ne può fregare di meno, tuttavia non annoia e mantiene un certo livello di suspense, anche con qualche elemento soprannaturale, che lascia presagire un finale importante. Forse il passaggio dalla vita mondana e quotidiana alla fase di decadimento che coinvolge un po’ tutto e tutti sembra troppo scontato, ci si arriva velocemente senza che il contesto venga ben definito. Veloce è anche la fine dove i personaggi si dileguano così come sono apparsi, in silenzio, senza mostrarsi né buoni né cattivi ma semplicemente bravi a cogliere l’attimo. Protagonista a parte.

Lawrence Osborne – Il regno di vetro

Visione d’inferno

Potrebbe sembrare un fumetto per adolescenti e fanatici, visto il tratto apparentemente semplice e il genere horror, abbastanza grottesco e molto splatter. Io stesso non lo avrei letto se non fosse stato per le recensioni, tutte positive, che ne parlano. La storia è quella di un pittore folle il quale, attraverso opere che dipinge con il suo sangue, si rivolge direttamente al lettore per raccontare la propria vita e la propria famiglia in un susseguirsi di scene inquietanti e allucinanti. Scavando un po’ più a fondo, cioè semplicemente scorrendo le pagine, ci si accorge tuttavia che Hideshi Hino, maestro dell’horror giapponese, ha usato una metafora per metà autobiografica per denunciare gli orrori in cui è sprofondato il Giappone durante e dopo la seconda guerra mondiale, dai crimini di guerra giapponesi alla bomba atomica. Orrori che in parte ha vissuto lo stesso Hino e che ha potuto rappresentare in modo efficace attraverso la figura di un artista pazzo perché solo una forma di pazzia può descrivere esperienze di questo tipo. Anche le scene più assurde e macabre trovano una loro collocazione nella realtà storica: l’aspetto agghiacciante è infatti il dover pensare che tutto ciò, da una corretta prospettiva, è potuto accadere davvero.

Hideshi Hino – Visione d’inferno

Noumeno – Un thriller quantistico

Ho scelto di leggere questo fumetto fondamentalmente per due motivi: uno, la matita di Giulio Rincione, fumettista palermitano che ammiro parecchio e, due, la quarta di copertina che cita “Uno, nessuno e centomila” di Pirandello. Non a caso, il mio blog ha come sottotitolo “Uno, nessuno e ventitré”. Un terzo motivo potrebbe essere la casualità, a volte semplicemente una cosa capita. Si tratta un volume che raccoglie quattro albi pubblicati in precedenza più uno aggiuntivo, le cui sceneggiature e disegni quindi sono curate da autori e disegnatori diversi. Il progetto è ambizioso. Così ambizioso che si basa sui concetti di noumeno e fenomeno della filosofia di Kant. Tanto ambizioso che, in funzione di questi concetti, narra due realtà parallele che si intersecano in una storia di politica e intrighi con risvolti da thriller, molto interessante per i miei gusti. Talmente ambizioso però che non ci ho capito un cazzo. Il fumetto è stupendo per quanto riguarda la parte grafica, che include vere e proprie opere d’arte ma pecca nei testi che o spiegano troppo o non spiegano niente e appaiono pertanto slegati dai disegni. Tant’è vero che l’autore principale, Lucio Staiano, nonché ideatore dell’opera e fondatore della casa editrice che l’ha pubblicata (Shockdom), ha pensato bene di alleggerirla – si fa per dire – aggiungendo popò di spiegazioni extra-fumetto su quello che voleva rappresentare. Il capolavoro è il paragrafo finale sugli elementi della meccanica umanistica con tanto di formule matematiche e palle varie che sono certo non ha letto mai nessuno. Nella realtà parallela nella testa di Staiano però sicuramente lo hanno letto tutti.

Lucio Staiano, Giulio Rincione e altri – Noumeno _ Un thriller quantistico

Il muro

In un futuro non molto lontano, che il surriscaldamento globale renderebbe plausibile, la terra è stata quasi interamente sommersa dal mare, la popolazione e le risorse sono decimate ma la Gran Bretagna, chissà come, è rimasta a galla. La sua intera costa è circondata da un muro che impedisce agli Altri, i poveracci che sopravvivono in mare, di entrare nella terraferma. A guardia del muro ci sono i Difensori, ragazzi con l’obbligo di leva che per due anni devono prestare servizio militare a difesa del proprio paese. Uno di questi è il protagonista della storia, un tipo schivo e sveglio che affronterà eventi inaspettati cercando di vivere al meglio in un mondo che fa acqua da tutte le parti.
Il romanzo, al di là di qualche piccolo passaggio noioso e trascurabile, è particolare non solo perché il genere distopico mi ha sempre appassionato (1984, Il mondo nuovo e Fahrenheit 451 restano tra i miei libri preferiti) ma perché le tre parti in cui è suddiviso (il muro, gli Altri, il mare) toccano a turno, come fossero un avvertimento, alcuni dei temi caldi della nostra società: il cambiamento climatico, l’immigrazione, la difesa dei confini, la paura e il pregiudizio verso chi è diverso, la disuguaglianza sociale, il diventare genitori. Forse anche la Brexit. Non so se tutto questo fosse nelle intenzioni dell’autore, come non so se Il Deserto dei Tartari di Dino Buzzati o il film Waterworld di Kevin Costner lo abbiano ispirato, fatto sta che la storia è originale e, per quanto prevedibile, anche abbastanza coinvolgente. Un buon libro insomma. Da leggere naturalmente al mare.

John Lanchester – Il muro

Batman. Anno uno

Non sono (ancora) un esperto di fumetti ma da sempre amo Batman e so che questa è una pietra miliare della sua storia, non a caso ha ispirato il primo Batman di Chistopher Nolan al cinema, uno dei migliori. Frank Miller non ha bisogno di presentazioni: fumettista tra i più importanti al mondo, è il papà, tra gli altri, di Sin City e 300Anno uno racconta le origini dell’uomo pipistrello: di quando Bruce Wayne torna a Gotham dopo aver girato il mondo per addestrarsi, di come sceglie il costume per mettere paura ai cattivi, dei primi fallimenti, dei primi nemici. Protagonista è anche Gordon che, arrivato in città, cerca di combattere la corruzione dei colleghi oltre che la criminalità. L’opera è del 1987 e, nonostante l’età, mostra disegni vivi, soprattutto nelle espressioni dei volti e nei movimenti dei corpi, merito della mano di David Mazzucchelli di cui ignoravo l’esistenza prima e dopo questo lavoro. Ma la bellezza per me sta nella narrazione, tra il timore e il coraggio, le azioni e le imperfezioni dei due eroi che si confrontano praticamente con tutti i personaggi più noti del mondo di Batman prima di Joker, preannunciato come nuovo nemico da combattere nell’ultima pagina. Unico difetto, credo, sono certe espressioni (pensieri nella testa di Bruce e Gordon) non proprio cristalline, problema che potrebbe dipendere dalla traduzione italiana ma che non approfondirò mai perché non mi interessa, il fumetto resta spettacolare.

Frank Miller, David Mazzucchelli – Batman. Anno uno

Poeta al comando

Non avevo mai letto niente del professor Barbero e questo romanzo, regalo inaspettato ricevuto mentre partivo per Nizza, si è dimostrato appropriato per cominciare e per accompagnarmi in viaggio dentro lo zaino. Mi aveva incuriosito il fatto che fosse incentrato sulla figura di Gabriele D’Annunzio in un momento storico particolare, per lui e per l’Italia, ovvero quello della cosiddetta Impresa di Fiume, di cui non sapevo praticamente un tubo. D’Annunzio qui è già il D’Annunzio che abbiamo studiato a scuola (io poco, a dire il vero), la sua fama e la sua fame lo precedono ovunque e non so fino a che punto il racconto sia romanzato perché, visto il calibro del personaggio, anche l’episodio più frivolo potrebbe essere realmente accaduto. La lettura mi ha coinvolto nonostante un linguaggio da libro di storia, c’è curiosità, ironia e perfino una vicenda con parvenze da thriller. Va detto che l’ironia di Barbero è simile a quella che si respira ad una tombolata di anziani in un ospizio, ma ci ha provato. Ci ha provato anche con le scene di sesso, raccontate un po’ con la bava alla bocca. Ma nel complesso l’ho apprezzato, soprattutto perché mi ha dimostrato ancora una volta che i libri e i viaggi sono cultura, adesso so perfino dove si trova Fiume.

Alessandro Barbero – Poeta al comando

Tra le pagine

Protagonista e voce narrante di questo romanzo è un libro il quale, proprio come un essere umano, racconta tre storie distinte che in diversi modi lo hanno segnato. Il libro in questione è una copia de La Ribellione di Joseph Roth, scritto nel 1924, sfuggito al rogo nazista degli anni ’30 ed ora in possesso di Lena, una ragazza che lo ha ricevuto dal padre e che si appassiona in particolare ad una mappa disegnata nell’ultima pagina. Attraverso la propria sensibilità e le proprie esperienze tra biblioteche e nascondigli, il libro racconta: 1) la trama de La Ribellione, di cui è fatto in forma e sostanza; 2) la vita travagliata del proprio autore, Roth, soprattutto in riferimento all’amore ancora più travagliato verso la moglie malata di mente; 3) le avventure di Lena nella tormentata ricerca del significato della mappa che lui porta impressa. Tra le pagine è un libro che parla di un libro che racconta le sue storie, le quali si accavallano senza entrare in conflitto e di cui il protagonista, oggetto di carta animato da sentimenti puri, coglie le sfumature mettendo insieme ciò che percepisce ed esponendolo con passione. L’idea è originale e la lettura non è affatto pesante anche se alcuni capitoli mi hanno dato l’impressione di essere inutili e prolissi. I libri sono così, come noi hanno pregi e difetti. Il libro parlante mi è piaciuto più del libro che avevo in mano io, chissà se anche lui sta parlando di me e di come ne sto scrivendo. So che non è possibile, certo. L’ho letto su Kindle ed – è risaputo – i libri digitali non hanno l’anima di quelli cartacei.

Hugo Hamilton – Tra le pagine

Kafka. Diario di un disperso

Il volume, oltre che per il titolo, mi ha incuriosito per i disegni eleganti, originali e vagamente somiglianti alle opere di Egon Schiele. Leggendo, non mi è sembrato inizialmente di aver fatto un grande acquisto ma mi sono ricreduto andando avanti e osservando i particolari. Racconta le tappe fondamentali della vita di Franz Kafka accostandole alle sue opere più note, dando forma alle sue paranoie ed utilizzando un fantastico contrasto di luci ed ombre con colori luminosi e cupi a seconda del suo stato mentale e di salute. Essendo io limitato, ho avuto l’impressione che mancassero dei pezzi e non ho trovato scorrevole la lettura in certi punti ma riconosco che strutturalmente è perfetta, i due autori sono riusciti a creare un’opera kafkiana su Kafka. Alla fine, una biografia essenziale utilissima mi ha aiutato a chiarire alcuni momenti delle esperienze del protagonista che non conoscevo e che ho potuto collegare alle pagine e ai disegni lì dove non avevo colto. L’ultima pagina poi mi è piaciuta molto, chiude alla grande un cerchio e un graphic novel che ho solo elogiato ma che tuttavia non è riuscito a collocarsi tra i preferiti della mia libreria. Sono davvero limitato.

Mauro Falchetti, Luca Albanese – Kafka. Diario di un disperso

La Cina è già qui

La Cina in pochi semplici passi. Pensavo si trattasse di una sorta di saggio di attualità sulla mosse del Dragone nella scacchiera degli equilibri mondiali, alla luce soprattutto della guerra in Ucraina mentre invece è un condensato, ben scritto e scorrevole, della cultura e della società cinese che supera i luoghi comuni e dimostra quanto poco sappiamo del mostro asiatico. La lettura è interessante, trasuda (pure troppo) l’ammirazione per la Cina dell’autrice che cerca di arrivare all’ultima pagina senza sbavare e senza sbilanciarsi sul confronto molto marcato con l’Occidente, sottolineando tuttavia – giustamente – quanto sia importante capire e conoscere chi c’è dall’altra parte. La Cina lo ha fatto e per questo è già qui, a pochi passi.

Giada Messetti – La Cina è già qui

Il suo nome è Banksy

Il fumetto è un pretesto per raccontare la street art attraverso il suo rappresentante più noto che, paradossalmente, è sconosciuto. Tra le pagine non c’è una storia vera e propria infatti: un writer ed una giornalista parlano, attraverso dialoghi improbabili e privi di un filo logico, delle opere di Banksy e del loro impatto sull’arte urbana, sviscerando date ed eventi come fosse un elenco cronologico più che un racconto o una chiacchierata. Il che ha pure la sua utilità, se si vuole approfondire il tema in pochi semplici passi e questo in effetti l’ho apprezzato. I disegni sono ininfluenti allo scopo, oltre che monotoni e statici ma tutto sommato il volumetto non è da buttare, la copertina con il nome di Banksy in bella mostra dà un tocco di originalità alla mia libreria.

Francesco Matteuzzi, Marco Maraggi – Il suo nome è Banksy

Il Nao di Brown

Il volume mi ha chiamato dallo scaffale della libreria mostrandomi prima il contrasto molto bello tra il bianco della copertina e il bordo rosso delle pagine; poi, una volta aperto, i magnifici disegni che da ignorante non ho capito se si trattasse di acquerelli, matita o entrambi; infine il risvolto di copertina che presenta Nao Brown: una ragazza metà inglese e metà giapponese con un disturbo ossessivo compulsivo che la porta ad avere fantasie terribili e violente verso chi la circonda. Insomma, l’ho portato a casa. Sfogliandolo meglio mi sono reso conto di avere in mano una piccola opera d’arte, esteticamente inappuntabile. La storia è semplice, realistica, forse scontata ma ricca di citazioni, particolari e sentimenti in cui ritrovarsi con Nao che riesce a tenere a bada i suoi scatti senza purtroppo uccidere nessuno. Purtroppo, perché tutti i personaggi sono belle anime, persone da cui vorremmo essere circondati, nessuno stronzo da eliminare. Una storia nella storia (un racconto parallelo citato da Nao) aumenta lo spessore del volume, non solo quantitativamente. La narrazione ha qualche pecca, a volte non è chiarissima e il finale appare sbrigativo, nel complesso però parliamo di un signor fumetto, un’opera di qualche anno fa che forse hanno conosciuto in pochi ma che spero abbia trovato posto negli scaffali giusti. Anche di qualche psicoterapeuta.

Glyn Dillon – Il Nao di Brown

Moon Lake

Il solito Lansdale ma non il solito grande Lansdale. Quest’ultimo suo lavoro non mi ha sorpreso come in passato, forse perché lo conosco ormai troppo bene o forse perché le aspettative nei suoi confronti sono alte e lui non è stato così originale. La scrittura è rimasta appassionante e ancorata ai capisaldi dell’autore (razzismo, sangue, trash e Texas) ma non c’è molto da prendere in una storia che si muove tra alti e bassi, dove solo la seconda parte inquieta e mostra qualche acuto mentre tutto il resto, pur scorrendo liscio liscio, fa quasi sbadigliare. Certo, parliamo di Lansdale. Un qualsiasi altro scrittore semisconosciuto avrebbe fatto fortuna con un romanzo del genere, da lui invece si pretende sempre il capolavoro. Ha anche settant’anni, chissà se gli è rimasta la voglia. Mi conforta l’avere ancora diversi suoi vecchi libri da leggere, non mi deve dimostrare niente, l’immortalità artistica per me se l’è già guadagnata.

Joe R. Lansdale – Moon Lake

Posaman & friends

Lillo mi ha sempre fatto ridere e Posaman, diventato famoso con LOL – Chi ride è fuori, è un personaggio riuscito, un vero supereroe della comicità. Il libro/fumetto/non-so-cosa con cui si è cercato di cavalcare l’onda del successo è però una mezza schifezza, una mera operazione commerciale che non fa ridere nemmeno sotto tortura, una raccolta interminabile di supereroi, ognuno accompagnato da un disegnino stupido e una descrizione che non riempie nemmeno mezza pagina. Sono sicuro che le stesse identiche parole otterrebbero il giusto effetto se usate da Lillo, con la sua faccia e le sue espressioni ma leggerle così, con la mia faccia e la mia unica espressione, mi hanno fatto solo annoiare. Libro da posare e mai più riaprire.

Lillo – Posaman & friends

Le guerre di Putin

Più per curiosità che per informazione, chiaramente spinto dalla guerra in Ucraina, ho voluto leggere questo volume per capire meglio cosa si nasconde dietro l’uomo del momento, il personaggio che passerà alla storia dal lato sbagliato e sulla cui tomba sputeranno in tanti, io di certo. Sono e resto ignorante ma, essendo ormai chiaro che sia stato Putin e non la Russia ad attaccare l’Ucraina, volevo capire che forma di potere esercita e come l’ha conquistata. Il libro, sotto forma di intervista all’autore, fonte abbastanza autorevole e competente, risponde in modo chiaro ai miei dubbi e fornisce pure risposte a domande che nemmeno mi ero posto. Si legge facilmente e non sarà un saggio storico ma, se si vuole approfondire questo periodo di merda che stiamo vivendo, covid a parte, la lettura è consigliata. Anche ai fan di Putin.

Giorgio Dell’Arti – Le guerre di Putin