Venerdì 12

Una raccolta di strisce pubblicate qualche anno fa con l’aggiunta di un finale che chiude definitivamente la storia e che a mio avviso rispecchia meglio l’ironia sottile dell’Ortolani di oggi. Tante battute, a tratti ripetitive, sui drammi d’amore del protagonista ma anche tanti momenti di tenerezza e malinconia che, seppur all’interno del contesto estremamente comico, si fanno apprezzare vissuti da ognuno di noi, c’è poco da fare. Niente di eccezionale, la lettura è piacevole e vuole il tuo tempo, uno o due capitoli al giorno sono l’ideale per farsi una risata e per rendersi conto di quanto noi uomini (perché di questo si tratta) possiamo autodistruggerci per una donna prima di aprire gli occhi ed arrivare a sabato 13.

Leo Ortolani – Venerdì 12

La sottile linea bianca

Non sono mai stato un grande fan dei Motörhead e nemmeno dell’heavy metal ma Lemmy, il leader della band, è stato – perché purtroppo è deceduto pochi anni fa – indiscutibilmente un’icona del rock tutto, oltre che una grandissima personalità e fonte di ispirazione per numerosi artisti del genere e non. I Metallica, per citare un gruppo con cui sono cresciuto, senza Lemmy non sarebbero esistiti.
Dopo aver finito Rock Bazar, mi sono ritrovato questa autobiografia in coda e l’ho considerata come una prosecuzione naturale di ciò che stavo leggendo. Lemmy era un personaggio sempre on the road, un uomo coerente che non si è mai piegato alle etichette (soprattutto discografiche) e alle omologazioni, scegliendo di essere sé stesso con la sua musica, difficile negli anni ’60 e ’70 (e forse anche oltre) da portare sui grandi palcoscenici. Per questo, nonostante una certa fama, non ha avuto né soldi né gloria agli inizi ma tanti riconoscimenti che lo hanno fatto conoscere al mondo intero più tardi di quanto sarebbe potuto accadere oggi. Anche io l’ho apprezzato in ritardo e mi dispiace non aver mai visto dal vivo i Motörhead. Il libro scorre veloce: a tratti fa ridere, a tratti fa riflettere ma, specialmente, fa rumore.

Lemmy Kilmister – La sottile linea bianca

Rock bazar

Una raccolta di aneddoti, leggende e miti riguardanti il mondo del rock che Massimo Cotto raccontava durante l’omonima rubrica su Virgin Radio. Li ha messi insieme e ci ha fatto un libro che ho inseguito per anni, fino a quando sono riuscito a scaricarlo gratuitamente in digitale. Comprarlo non sarebbe stato rock. Le storie sono incredibili, alcune dichiaratamente inventate, altre coperte da un velo di misticismo, fondamentalmente però tutte verosimili o almeno plausibili visti i personaggi di cui si parla, molti dei quali completamente pazzi. Mi ha fatto piacere iniziare con questa lettura il 2021, porta ottimismo, curiosità e voglia di fare. C’è anche un capitolo due, che ho già recuperato (gratis naturalmente), ma voglio aspettare qualche tempo prima di iniziarlo, sperando che l’anno cominci bene di suo.

Massimo Cotto – Rock bazar

Libro

Maccio Capatonda mi ha sempre fatto ridere con i suoi video e così, quando ho visto quello di presentazione del suo Libro, autobiografico, non ci ho pensato due volte a recuperarlo e leggerlo. E’ leggero ma, a differenza di quanto pensassi, non è solo un susseguirsi di battute che raccontano la sua vita, anzi a volte sembra perfino serio, altre volte di un’idiozia totale. In generale però non è Ma(la)ccio, perché c’è anche Marcello, la persona dietro il personaggio, che con una certa umiltà spiega come ha ottenuto un discreto successo, dalla collaborazione con la Gialappa’s fino al cinema e alla relazione con Elisabetta Canalis (finita male, visti i sassolini che, parlando di lei, si toglie dalla scarpa, dall’altra scarpa e da tutte le scarpe indossate). Libro da leggere in bagno o prima di addormentarsi, quando la testa è altrove e una risata può venire spontanea.

Maccio Capatonda – Libro

Cose che succedono la notte

Non capita spesso di leggere un romanzo bello bello in modo assurdo ma non capita spesso nemmeno di leggere un romanzo veramente brutto. Devo essere stato fortunato perché da parecchio tempo non leggevo un libro dello stesso livello di quest’ultimo lavoro di Peter Cameron, ricordo forse un romanzo di Andrea Scanzi e un paio di fumetti altrettanto mediocri. Ha il vantaggio di essere breve e tutto sommato scorrevole, motivi per cui non l’ho abbandonato. Alle prime pagine mette anche curiosità ma diventa subito insulso e noioso e quegli spunti che potevano svilupparsi in mille modi affascinanti, be’, non si sviluppano proprio, muoiono lì. Nessuna ambientazione e nessun personaggio vengono approfonditi. In compenso vengono descritte molto bene le azioni e i gesti inutili ai fini del racconto, come prendere un prendere un tè o fare una doccia e immagino che questo sia lo stile dell’autore, sufficiente a farmelo dimenticare. Cose che non succederanno più.

Peter Cameron – Cose che succedono la notte

A Babbo morto

Non avevo grandi aspettative e ho comprato il volume, tra l’altro uscito ad un mese di distanza da Scheletri, solo perché Zerocalcare è una forma di garanzia. Non è una storia natalizia né una mera operazione commerciale ma un’opera di denuncia sociale e politica raccontata attraverso una serie di metafore che partono dalla morte di Babbo Natale. Ci sono diverse chicche e numerosi riferimenti a fatti di cronaca. Occhio alle date, mai messe a caso, come quella del 20 luglio in cui un folletto viene ucciso, stesso giorno della morte di Carlo Giuliani. Il tutto forse poteva essere impaginato e presentato meglio: nonostante l’attenzione dell’autore, l’idea che mi sono fatto è quella di una realizzazione sbrigativa e un po’ gonfiata nei contenuti.

Zerocalcare – A Babbo morto

Aldobrando

Splendida opera. Una storia fantastica, una favola avventurosa e poetica adatta a qualsiasi età e a qualsiasi lettore. Si può finire in poco tempo ma se si vuole gustarla, sfogliandola pagina dopo pagina, ammirando i magnifici disegni di Luigi Critone e leggendo i testi magistralmente scritti da Gipi, bisognerebbe prendersi una mezza giornata libera da impegni e godersi la lettura come fosse una visita ad un museo. Un volume che tutti gli appassionati di fumetti dovrebbero avere. Io ce l’ho.

Gipi, Luigi Critone – Aldobrando

Ballata per un traditore

Le premesse in libreria erano buone. Mi incuriosivano il genere (il noir) e il nome sulla copertina di Massimo Carlotto, autore interessante di cui però non avevo mai letto nulla. I disegni in bianco e nero sembravano curati e così ho comprato questa graphic novel con discrete aspettative. Oggi me ne sono un po’ pentito. Non è un’opera orribile ma è chiaramente una sintesi della sintesi, a fumetti, di quello che è stato pensato come un romanzo e che in questa forma rende poco e niente. La storia è ambientata a Milano, con flashback che riportano agli anni ’80, alla Milano da bere in cui giravano tanti soldi non sempre puliti e in cui i giochi di potere facevano la differenza. C’è anche un cameo di Berlusconi con le sue donnine nude che inquadra perfettamente il momento. Poi intrighi, omicidi, vendetta. Nel complesso è un racconto banale, infarcito di nomi e fatti che non trovano la giusta dimensione e in cui abbonda quel dialetto milanese che mi sta sulle palle. Peccato per Massimo Carlotto, autore interessante di cui però non leggerò mai più nulla.

Massimo Carlotto, Pasquale Ruju, David Ferracci – Ballata per un traditore

Scheletri

Ciò che mi piace di Zerocalcare, almeno per quanto mi riguarda, è il potermi identificare con la maggior parte delle situazioni e degli stati d’animo che rappresenta sia con i disegni sia con le parole. I grandi autori ci riescono portando il lettore lì dove vogliono loro, Zerocalcare dà invece la sensazione di essere lui ad andare dal lettore e lo fa alla sua maniera, con ironia e consapevolezza. Anche stavolta costruisce una storia, quanto reale o autobiografica non so e non mi interessa, capace di coinvolgere fino alla fine con il solito stile delle sue battute e piccoli colpi di scena che culminano nelle ultimissime pagine. Non è la sua opera migliore ma è pur sempre una sua opera e difficilmente delude.

Zerocalcare – Scheletri

George Best, l’immortale

Pelé good, Maradona better, George Best. Uno che si chiama Best e che nasce con un talento innato per calciare la palla non poteva passare inosservato nella storia. Il personaggio, più dello sportivo, mi ha sempre incuriosito e questa biografia (forse la migliore tra le innumerevoli che sono state scritte) ne racconta, con una precisione così maniacale da infastidire, l’ascesa e la discesa, senza esimersi dal criticarne gli eccessi che lo hanno portato alla rovina. Best è stato un fenomeno, il primo calciatore che ha scatenato la folla oltre confine e fuori dal campo da gioco, in un tempo in cui non esistevano i social e la copertura televisiva era scarsa. Ha avuto una vita esagerata: inseguito dai soldi e dagli sponsor, dagli avversari e dagli allenatori, dai tifosi e dalle donne, ha trovato rifugio nell’alcol e non ne è uscito fino alla morte a nemmeno sessant’anni.
La biografia sembra un mattone, è invece entusiasmante. Superata la metà delle pagine, aveva già raccontato tutto, persino la scomparsa di Best e ho temuto quindi che il resto del volume sarebbe stato un’odissea. Mi sbagliavo: dalla postfazione in poi è un susseguirsi di aneddoti curiosi dell’autore relativi alla scrittura del testo, ringraziamenti, cifre, partite, gol, numeri e qualche foto. Insomma, si può anche saltare, come Best faceva con i difensori e i problemi.

Duncan Hamilton – George Best, l’immortale

E l’asina vide l’angelo

Sapevo che Nick Cave fosse un genio pazzo ma non conoscevo la sua prosa e questo suo primo romanzo, partorito in un periodo buio per lui (come se ne avesse avuti di solari), sputa sia la genialità sia la pazzia. E’ un delirio in cui il protagonista è immerso dall’inizio alla fine in un crescendo di ossessioni che diventano soffocanti nelle ultime – troppe – pagine, piene di sogni e visioni che la metà bastano. E’ anche un esercizio di stile esemplare, non proprio scorrevole però impeccabile e per questo a tratti palloso, come del resto molte canzoni di Cave, belle quando non stai bene. Ciò nonostante si fa leggere, perché è crudo, violento e malato e si nutre della curiosità del lettore e si fa pure apprezzare perché è Nick Cave, prendere o lasciare.

Nick Cave – E l’asina vide l’angelo

Joe Shuster

E’ la storia a fumetti dei creatori di Superman, Jerry Siegel e Joe Shuster, raccontata in prima persona da quest’ultimo. Tanto talentuosi quanto sfigati e ingenui, i due non ebbero mai il giusto riconoscimento, economico soprattutto, per aver inventato il supereroe più forte e famoso di tutti, anche se non il più fico. Siegel addirittura odiava Batman. Shuster, ormai anziano, racconta qui la loro vita e le vicissitudini che hanno dovuto affrontare per far valere le proprie idee in un settore, negli anni ’30, sicuramente non prospero come lo è oggi. Anzi sono stati dei precursori, contribuendo alla diffusione del fumetto come opera, superando la sua dimensione originaria di breve striscia su una rivista. E’ sicuramente per merito di Siegel e Shuster che anche io sia arrivato ad apprezzare i fumetti e che abbia letto questo, pur non essendo un granché in termini sia di disegni sia di narrazione. In fondo non è stato scritto da loro.

Julian Voloj, Thomas Campi – Joe Shuster

Il castello di Otranto

Penso che chiunque abbia letto questo libro, perlomeno nell’edizione moderna, lo abbia fatto (me compreso) perché il romanzo è il precursore del genere gotico e ha ispirato tanti scrittori negli anni che, per fortuna, hanno lavorato meglio creando opere sicuramente più interessanti. Questa non è cattiva, incuriosisce, ha una trama discreta e qualche colpo di scena degno di nota. I dialoghi però sono troppo gonfiati, pieni di esclamazioni ed esasperati al punto da diventare pallosi. I personaggi sembrano caricature e l’ambientazione è inesistente, ogni episodio potrebbe essersi svolto a Disneyland per quanto se ne capisce. Sul Kindle non mi sono nemmeno accorto di essere arrivato all’ultima pagina, credevo ci fosse qualcos’altro dopo il finale frettoloso e invece niente. Forse è stato meglio così.

Horace Walpole – Il castello di Otranto

 

La banconota da un milione di sterline

Altra piccola perla di ABEditore che con Mark Twain combina bene un’edizione sempre meravigliosa e due racconti piacevoli da leggere: il primo, che dà il titolo al libro, ricorda un po’ il film “Una poltrona per due” ma con sviluppi ben diversi; il secondo, “Il mio orologio”, brevissimo, è una simpatica rappresentazione del tempo e della vita. Un libretto che si legge velocemente e che quindi non può mancare nel bagno di casa.

Mark Twain – La banconota da un milione di sterline

L’uomo che conservava il suo denaro in una scatola

Dopo un mese quasi interamente di vacanza in cui ho letto solo menù al ristorante, qualche mail di lavoro e le definizioni dei cruciverba, sono tornato a casa sapendo che avrei ritrovato gli ultimi acquisti di ABEditore, le cui edizioni sono proprio fantastiche. Ho preso questo romanzetto, una storia intrigante ambientata sul lago di Como, che non è male anche se immaginavo non mi avrebbe entusiasmato: racconta delle vicende legate alla ricerca di una scatola in cui una ricca famiglia in viaggio aveva conservato soldi e gioielli e che alla fine viene ritrovata nella stanza di chi, più di ogni altro, si era impegnato per recuperarla. Curiosa ma non sorprendente. I libri di questa collana, Piccoli Mondi, li sto recuperando, tutti a prescindere dal contenuto, che siano soldi, gioielli o parole perché, come in questo caso, la confezione vale più del suo interno.

Anthony Trollope – L’uomo che conservava il suo denaro in una scatola

Nick Cave: mercy on me

Volevo conoscere meglio Nick Cave e il suo genio e, oltre ad ascoltarlo, ho scelto quest’opera da leggere pensando che un fumetto mi avrebbe appassionato più di una biografia. Purtroppo, nonostante i bei disegni, il volume è un mezzo delirio che può piacere solo a chi conosce già molto bene Nick Cave e le sue canzoni. C’è ben poco della sua vita. Ci sono i suoi pezzi, trascritti giustamente tutti in inglese, che canta in continuazione per pagine e pagine ma che è difficile seguire se non se ne conosce la musica. Ci sono le infinite parole che batte a macchina per costruire storie, riportate però un po’ ad minchiam. Soprattutto c’è il confronto, onirico e folle, tra Nick e i suoi personaggi, figure che vivono grazie a lui e che soffrono e muoiono in funzione di un finale da raccontare e che, per questo, si ribellano al loro creatore. Insomma, Nick Cave proprio non riesco ad afferrarlo. Anche al suo ultimo concerto in Italia, sono riuscito solo a vederlo salire sul palco, costretto poi ad andarmene per un imprevisto. Forse sono io stesso un suo personaggio e lui ha voluto così, spero non mi faccia morire male.

Reinhard Kleist – Nick Cave: mercy on me

Ninfee nere

Appena due giorni prima avevo finito di leggere “Il manoscritto” di Thilliez e, nel cercare sul web qualche spiegazione per il finale scioccante e contorto, mi sono imbattuto in un commento in cui si faceva un confronto con questo “Ninfee nere”, forse perché entrambi di autori francesi maestri della suspense. Non ho resistito alla curiosità e, scavalcando ancora una volta la pila di libri impolverata sul comodino, ho iniziato a leggerlo. Non ho praticamente smesso fino alla fine, la lettura meritava e sapevo, dalla stessa recensione che me lo ha fatto conoscere, che ci sarebbe stato un colpo di scena. A differenza di quanto pensassi, non è un thriller ma un giallo e solo perché c’è un colpevole da smascherare. L’ambientazione, gli aneddoti sulla vita e le opere di Monet e la profondità dei personaggi danno invece un taglio diverso al romanzo che si trasforma anche in una fantastica storia d’amore. La protagonista poi, una e trina, è una sorpresa bellissima. Tanto quanto il colpo di scena. Perché è il colpo di scena.

Michel Bussi – Ninfee nere

Il manoscritto

Un thriller per l’estate. Così immaginavo questo romanzo, lungo, di puro intrattenimento, che non mi avrebbe fatto scervellare in spiaggia. E invece l’ho finito in pochi giorni, leggendolo senza andare al mare per non distrarmi e ancora adesso mi spremo le meningi per decifrare le ingegnose invenzioni dell’autore. Me le spremo perfino dopo aver trovato risposte in rete a domande che nemmeno ero arrivato a pensare, domande che non finiscono con la scoperta dell’assassino, anzi aumentano e non perché il romanzo sia inconcludente ma perché ha “quel non so che” di geniale. Proprio così. Si intuisce il genio, eppure non fino in fondo. Troppi perché. Soprattutto per via del prologo che sembra fuori luogo, che resta lì sospeso ai margini della trama senza mai abbandonarti, in attesa di venir fuori dopo il finale che inchioda il colpevole. E’ qui infatti, nell’ultima riga dell’ultima pagina, che il colpo di genio si manifesta, ricollegandosi al prologo e lasciandoti con la bocca aperta e il cervello in pappa.

Franck Thilliez – Il manoscritto

Riccardino

Camilleri ha scritto quest’ultimo capitolo con Montalbano protagonista circa quindici anni fa quando, ormai ottantenne, pensava di essere vicino ai titoli di coda e di dover chiudere un ciclo con la scomparsa del commissario. Non credeva, Camilleri, che avrebbe abbondantemente superato i novant’anni, sicuramente però immaginava che sarebbe rimasto per sempre nei nostri scaffali e nei nostri ricordi. La Sellerio ha custodito il romanzo sapendo di doverlo pubblicare postumo e così è stato. Non è il migliore dei gialli ambientati a Vigata ma questo è un dettaglio: più che arrivare alle ultime pagine per scoprire il colpevole, il lettore vuole arrivarci per sapere che ne sarà di Montalbano. E Montalbano, per mano dell’Autore, non avrebbe potuto decidere meglio come uscire di scena.

Andrea Camilleri – Riccardino

RSDIUG. Roma sarà distrutta in un giorno

Mi è passato sotto mano tante volte in libreria e sono stato indeciso fino all’ultimo se comprarlo o no, sia per le recensioni non proprio entusiastiche sia perché Recchioni per me è il Baricco del fumetto, bravissimo ma paraculo e troppo autoreferenziale, aspetto che me lo ha fatto sempre apprezzare un po’ di meno. Poi, complice un buono spesa, ho preso il libro gratis e questo me lo ha fatto apprezzare un po’ di più. Alla fine mi ha pure soddisfatto. Mai leggere le recensioni: le opinioni, specie sui libri, sono assolutamente soggettive. Non è un grande storia, i disegni però mi sono piaciuti e i versi de Il muro del canto, gruppo folk rock romano, per descrivere alcune scene sono azzeccati. Soprattutto si parla di Roma (o meglio della sua distruzione ad opera di una creatura palesemente ispirata all’Evangelion) e racconta con immagini efficaci, attraverso gli occhi di chi ci vive, zone della città che conosco bene. Il finale è affrettato, Recchioni poteva far meglio e fornire qualche spiegazione sul seguito o sulle origini piuttosto che mostrarci la sua faccia beffarda mentre mangia, beve e fuma. Ma, come ho detto, è un bravissimo paraculo.

Roberto Recchioni – RSDIUG. Roma sarà distrutta in un giorno

Lo scarafaggio

A differenza di quanto pensassi, più che per omaggiare Kafka (che pure celebra, come confermato nella postfazione), McEwan si è dedicato, non troppo a dire il vero, alla scrittura di questo piccolo romanzo per puntare il dito contro la Brexit, attraverso una satira pungente e metafore che accusano la classe politica inglese e il suo elettorato.

Lo scarafaggio, essere spregevole per eccellenza (dopo l’uomo naturalmente), è il primo ministro. E’ una metafora fino ad un certo punto perché, nel racconto, una blatta prende letteralmente le sembianze del politico e allo stesso modo fanno altri scarafaggi con ministri e membri del governo per portare a termine, senza scrupoli, l’inversionismo, un meccanismo assurdo per invertire il flusso del denaro e dell’economia. Assurdità inventata da McEwan e inconcepibile, secondo lui, come la Brexit che invece è reale. Se poi si considera che gli scarafaggi hanno un loro scopo, cioè il proliferare ai danni della gente comune, ecco che il cerchio si chiude. Nei panni del Presidente americano c’è anche la caricatura di Trump, anche se è più corretto dire che Trump è la caricatura del personaggio che lo rappresenta.

Insomma, la lettura è veloce e piacevole ma è evidente che a McEwan interessasse più dire la sua piuttosto che scrivere il suo capolavoro. E ha fatto bene perché, se io fossi inglese, la penserei come lui. Siccome non lo sono, bye bye England.

Ian McEwan – Lo scarafaggio

I ragazzi della Nickel

Secondo premio Pulitzer per la narrativa in tre anni per Colson Whitehead. Ho amato “La ferrovia sotterranea” e mi aspettavo molto da questo suo nuovo romanzo, ispirato tra l’altro a eventi reali, che mi ha coinvolto soprattutto perché l’ho letto nel periodo delle proteste scoppiate in tutto il mondo per l’uccisione di George Floyd e della conseguente diffusione del Black Lives Matter. Tuttavia non mi ha conquistato. Non è avvincente come immaginavo e i colpi di scena, che pure ci sono, vengono raccontati con poca enfasi, come se si spegnessero sul nascere. Tranne quello finale che in effetti riaccende tutta la storia. Diversi passaggi poi sono poco scorrevoli (forse per la traduzione?) e frenano la lettura: non che siano difficili ma capita di doverli rileggere per capire a chi o cosa si riferisse l’autore. Insomma, da un doppio Pulitzer pretendo un capolavoro e invece ho finito “soltanto” un ottimo libro.

Colson Whitehead – I ragazzi della Nickel

Pizzeria kamikaze

Lettura da un paio d’ore al massimo, in alternativa ad una cena in pizzeria che potrebbe risultare indigesta (almeno per me che la accompagno con litri di birra e antipasti fino a scoppiare) a differenza di questi nove racconti cotti al punto giusto: alcuni brevissimi, altri articolati, tutti sconclusionati e surreali ma decisamente simpatici e scorrevoli con qualche frase da sottolineare e portare a casa. Il racconto che dà il titolo al libro, non a caso, è il più lungo e sorprendente.

Etgar Keret – Pizzeria kamikaze