Cinque anni fa

Lui aveva 13 giorni in questa foto e io 13 giorni dopo sarei partito per l’Islanda. Me lo ricorda Facebook. Non serve però Facebook per sapere quanto è stato importante il 2014. Importante o deviante, per merito e colpa delle famose sliding doors che hanno aperto al mio futuro una direzione ben precisa. Al tempo non potevo immaginarla, potevo averne solo un’idea ma era una delle migliaia di combinazioni possibili che solo Doctor Strange avrebbe potuto prevedere. Insomma, nasceva il mio secondo nipote, andavo in Islanda, facevo volontariato in Burkina Faso e compivo (o compievo?! Dubbio delle 8.30 del dopo ferragosto prima di andare in ufficio…) la scelta che avrebbe mischiato le carte per sempre: andare avanti con quelle, vincenti, che avevo in mano o pescare il jolly e rimettere tutto in gioco per amore del rischio? Ho amato il rischio. Ho rischiato l’amore. Di mani ne ho perse eppure, alla fine, ho vinto. E quegli occhietti di mio nipote, oggi cinquenne, sono lì a dimostrarlo.

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Indizio n. 3

Ufficio. Pausa pranzo. Il monitor non mostra un’immagine a caso, dice che sono ancora a Roma ma che piano piano mi sto teletrasportando là. Non sarò veloce come il capitano Kirk dall’Enterprise, mancano ancora troppi giorni, eppure atterrerò anch’io su un altro mondo. Un mondo nuovo, diverso da quelli che sono abituato ad esplorare, composto però dagli stessi elementi in cui sono cresciuto: un’isola, il sole, il mare, i fondali, le spiagge. E il sud. Che sta pure per sudore.

L’indizio n. 3 è in realtà una prova, il biglietto aereo. L’ultimo o forse il primo tassello del viaggio, che si aggiunge alle camere prenotate per dormire, al noleggio dell’auto, al rinnovo del passaporto e alla lettura della Lonely Planet, indizio n. 1, acquistata tempo fa. Ho stilato la lista della roba da mettere in valigia e lo spazio maggiore lo occuperanno l’attrezzatura subacquea e le scarpe da running. Sì, perché voglio immergermi nella barriera corallina e, se mi sveglio, correre sulla sabbia. Con un costume e un paio di occhialini potrò nuotare nell’Oceano Indiano. Non credo mi serva molto altro e comunque per tutto il resto c’è MasterCard, confidando di non spremerla troppo.

Dice il saggio: il volontario parte per uno scopo che non è il suo, il turista parte per uno scopo che è esattamente il suo mentre il viaggiatore parte per uno scopo che ignora. Questa volta, nonostante torni in terra africana, non andrò in veste di volontario e, trattandosi di un’isola piuttosto piccola, non farò nemmeno il viaggiatore. Sarò un turista, con pochi programmi e uno scopo preciso che è la voglia di restare un po’ fuori dal mondo.

Indizio n. 1

Se tre indizi fanno una prova, aspetto di aggiungerne altri due per esserne sicuro. Perché ancora non ci credo ed è la stessa sensazione che provo ogni qualvolta devo preparare le valigie. Io le valigie non le preparo mai: in Salento sono andato con un borsone enorme ma indispensabile, quello dell’attrezzatura subacquea, lo stesso che ho avuto in Mar Rosso, tutto il resto stava in una tasca; a Maiorca ho portato uno zaino con quattro cose dentro e tre erano libro, diario e occhiali da sole; così è stato per le ultime tappe in Lituania, Inghilterra, Portogallo. Persino in Africa, a fare settimane di volontariato per anni, il necessario è sempre entrato in una borsa, senza parlare del Cammino di Santiago, ventitré giorni con un bagaglio di cinque chili.

Le valigie indicano qualcosa di più, non soltanto in termini di tempo o distanza, sono l’etichetta del viaggio che ti appresti a compiere, quella che all’aeroporto la gente guarda e pensa “chissà dove cazzo sta andando”, mi è successo per il Giappone e l’Islanda. In realtà a nessuno frega niente di dove vai ma è bello pensare di provocare un pizzico di invidia negli altri viaggiatori.

L’acquisto della guida è, per convenzione internazionale, il primo passo. Solo una volta ne ho presa una senza poi partire, era il Nepal, ma la colpa è stata del terremoto che ha distrutto mezzo paese e cancellato per sempre più pagine della mia Lonely Planet (che infatti, si vede in foto, ora è scontata del 20%). Questa volta nemmeno un asteroide o una paternità improvvisa mi fermerà. Gli altri indizi, spero, arriveranno presto. Intanto mi leggo l’indizio n. 1.

Matera

Matera è stata un regalo e, come tutti i regali che si rispettino, si è dimostrata una sorpresa, una scatola infiocchettata da scartare durante il viaggio e di cui gioire una volta aperta, quando si arriva a destinazione. I Sassi, in particolare, rappresentano uno di quei posti che soltanto Alberto Angela sarebbe in grado di descrivere, tra le sue Meraviglie. Non a caso sono stati dichiarati Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO oltre venticinque anni fa, mica ieri, in un’epoca in cui Lino Banfi nemmeno sapeva cosa fosse l’UNESCO e io ignoravo l’esistenza della Basilicata. Alberto Angela invece era già Alberto Angela.

Un weekend è stato più che sufficiente per perlustrare ed apprezzare i rioni del Sasso Caveoso e del Sasso Barisano che, insieme alla Civita, costituiscono il centro storico di Matera. Il resto della città è stato accuratamente evitato: tutte le volte che, senza volerlo, mi sono trovato in prossimità di una strada asfaltata o di auto in movimento ho alzato i tacchi e sono tornato indietro, naturalmente dopo aver fatto pipì per marcare il confine da non superare. Matera finiva lì. Mi è mancata un’escursione nella Murgia, consigliatissima, ma non ero attrezzato per la pioggerellina londinese del primo giorno che ha creato fango, mi sono ripromesso di tornarci quando lo vorrà il tempo.

Tra l’altro Matera nel 2019 è la Capitale europea della cultura, motivo per cui l’ho trovata più viva e affascinante di quanto, pare, sia di solito. Ci sono locali di ogni sorta, per ogni gusto, ad ogni angolo: dalle botteghe di artigianato ai ristoranti, dai negozietti ai B&B, non ne ho notato uno che non fosse preda dei turisti. E che non fosse invitante per l’aspetto o per ciò che offriva. Decine di video e qualche centinaio di foto non rendono giustizia alla bellezza delle stradine, delle scalinate, dei ballatoi, degli scorci e degli sfondi che hanno accompagnato questi giorni. Sono sicuro che quando cercherò di ricordarli mi tornerà in mente qualcosa di inafferrabile e fantastico, come la nebbia in agosto o la Forza di Star Wars. Non avrò invece alcuna lacuna sulla compagnia, che è stata perfetta, per niente inafferrabile e senza dubbio fantastica.

 

Dove ho dormito

La prima sorpresa è stata l’appartamentino in cui abbiamo dormito, La Neviera Nei Sassi, una struttura centralissima costruita dentro la roccia e arredata con gusto. Ho capito subito, varcata la soglia, che fotografarla sarebbe stato inutile per portarmene a casa un pezzo. Bisognava sfruttarla e lo abbiamo fatto il più possibile, soprattutto con la doccia scavata nella pietra e il letto sistemato in una grotta. Per lavarsi e dormire, eh. La piccola cucina è rimasta intatta e pulita: per qualsiasi tipo di pasto a Matera c’è l’imbarazzo della scelta.

 

Come ho mangiato

Da queste parti si mangia proprio bene e non potrebbe essere altrimenti. Si trovano piatti per tutti i palati e tutte le tasche, non credo di essere stato fortunato a beccare i posti giusti, credo sia così ovunque. Penso che qui, se non soddisfi i clienti, chiudi.

La prima sera abbiamo cenato presso La Latteria, uno storico negozio di salumi e formaggi trasformato in ristorantino, con banco frigo a vista e piatti preparati lì dietro al momento. Non amo particolarmente la carne ma mi sono sbilanciato con la salsiccia nera di suino, che ho trovato ottima come l’antipasto e il vino.

Esplorando i Sassi al primo vero giro, avvertito il languorino dell’ora di pranzo, ci siamo fermati in un bistrot trovato per caso, Giù a Sud, che ho apprezzato per le polpette di pane e il caciocavallo alla piastra, davvero buoni. Tiramisù non eccezionale ma, servito nel pentolino, ha fatto la sua porca figura.

Anche Monsù è stato un localino trovato casualmente dallo stomaco che brontola. Una lavagna all’ingresso pubblicizzava il pane e frittata della mamma di Rocco Papaleo, non abbiamo resistito. Il proprietario è stato gentilissimo e l’ambiente ne rispecchia la persona. Lo slogan sull’insegna, Colto e mangiato, dice il vero sulla qualità dei piatti.

Pranzo della domenica da S’assapora, un ristorante di recente apertura, meno formale di quanto sembri, che offre piatti tipici rivisitati. Squisiti gli spaghetti con alici e carciofi fritti e le orecchiette al pesto con stracciatella e bottarga.

 

Cosa ho visitato

Le chiese rupestri sono imperdibili: uno, perché oggettivamente sono suggestive e due, perché custodiscono tracce di quel “breve” tratto di evoluzione dell’uomo che va dalla preistoria, quando erano una sorta di abitazione, al cristianesimo, quando nel Medioevo sono state fondate. E dopo il Medioevo, fino agli anni ’50, alcune di queste sono state usate perfino come stalle, depositi, case di pastori, mantenendo affreschi e sculture. Il territorio di Matera è pieno di chiese rupestri. Acquistando un biglietto cumulativo, ne abbiamo visitate tre.

La chiesa di Santa Maria di Idris è la più spettacolare perché si trova all’interno di uno sperone che domina il Sasso Caveoso e offre un’ampia vista sulla città. La chiesa di San Pietro Barisano ospita al suo interno, scendendo stretti gradini di roccia, gli ipogei che un tempo erano adibiti alla scolatura dei cadaveri dei sacerdoti, riposti nelle nicchie scavate nel tufo fino alla decomposizione. La chiesa di Santa Lucia alle Malve è la più grande delle tre ed è sempre rimasta aperta al culto, tant’è che vi si svolge ancora qualche messa.

Non ho bazzicato i numerosi pub, però sono entrato all’Area 8, un locale curioso, molto curato e arredato con mobili e materiali di scarto vintage, sempre stracolmo di gente. Merita minimo un cocktail che io però non ho ordinato, inzuppato com’ero dal vino della cena…

Altra menzione per Lucano, La Bottega, primo e unico store ufficiale dell’Amaro Lucano, una vera e propria bottega con prodotti a tema, alcuni venduti esclusivamente all’interno. Non ho potuto non comprare una bellissima scatola di latta. Cosa vuoi di più dalla vita?

Facendo su e giù per il corso oppure e salendo e scendendo dagli infiniti vicoli che si alternano tra i Sassi, è facile imbattersi in spettacoli di strada, esibizioni, opere esposte nei piazzali e ragazzi che si mettono a suonare sui gradini di una chiesa: alla fine visitare Matera è questo, perdersi e scoprire passo dopo passo quello che solo Alberto Angela sarebbe in grado di raccontare.

Per sempre

Era il secolo scorso, non avevo nemmeno vent’anni e già collezionavo cottarelle per ragazze più esperte che da me volevano solo una cosa. E no, non era quella cosa. Volevano l’amore eterno, non esattamente la massima aspirazione per uno come me che ancora si attaccava le etichette delle banane in fronte. Ciò nonostante – ne ricordo almeno tre – riuscivano tutte a fottermi, in ogni senso e modo. Mi mostravo un po’ stronzo all’inizio (almeno così pareva, in realtà ero solo timido), poi cedevo e abbassavo la guardia diventando il fidanzato adorabile che avevano sempre desiderato. A quel punto, di solito dopo un paio di mesi, gli equilibri cambiavano: più davo al rapporto, meno ricevevo; più cercavo spiegazioni, meno ne ottenevo; più confidavo nell’amore eterno, meno lo facevo. Questo mentre loro, più o meno, continuavano a stare con me. Alla fine della storia ero io che decidevo di chiudere. Tanto orgoglioso quanto ingenuo da non capire che il progetto diabolico era stato scritto da un pezzo e prevedeva la mia dipartita.

Una di queste ragazze, oggi sposata, madre di due figlie, titolare – credo – di un’edicola e antiquata come un cero, dopo un brevissimo flirt in palestra e la sua sparizione per i due anni successivi, una mattina si è svegliata e ha deciso che ero l’uomo della sua vita. Io allora svolgevo il servizio di leva lontano da casa ma il destino aveva voluto che proprio quella mattina mi trovassi in città. Lei non aveva mie notizie da quando sollevavamo pesi, sapeva a malapena in che zona abitavo eppure, chissà in quale modo, è riuscita a rintracciarmi e a consegnarmi una bellissima lettera d’amore, di carta, lunga e piena di cuoricini. Tipo Foxy. Pure le vocali erano a forma di cuore. Chiaramente ci ho creduto, ero un paracadutista e mi sono buttato.

Passati due mesi, qualcosa (un campanello d’allarme, una spia o un suo fratello) avrebbe dovuto avvertirmi che il livello di guardia era al minimo, non avevo imparato niente dalle esperienze precedenti. Abbiamo condiviso momenti intensi e persino il mio letto singolo, scambiato regali, mangiato gelati. Da qualche parte ho ancora una cassettina con il suo nome che aveva registrato per me. Sorvolo sul genere di musica che ascoltavamo, del resto ero giovane e incosciente. Decidiamo di tentare un primo approccio di fidanzamento ufficiale tramite le piastrine dei militari, quelle di metallo che si portano al collo, per inciderci i nostri nomi e un fantastico “per sempre”. In grassetto, corsivo, sottolineato. Lascio le targhette dall’incisore e, felice, il mio futuro prende forma nella testa: due figlie, un’edicola, una moglie antiquata come un cero. Il giorno dopo la becco al telefono che parla con il suo ex: non di ricette, non di calcio né di politica, parlano di amore eterno. Naturalmente tocca a me troncare il rapporto seduta stante, lei lo avrebbe portato avanti fino al terzo figlio, maschio magari, col dubbio sulla paternità. Lo stesso pomeriggio corro e riesco a fermare l’incisore il quale, con un’espressione che non dimenticherò mai mi fa “oh, fortuna che era per sempre!”. Dall’eternità al nulla in meno di ventiquattr’ore.

Non ho portato più niente al collo tranne, solo di recente, la sciarpa. Non ho ascoltato altra musica di merda e ho smesso di lanciarmi con il paracadute, mi butto senza. I campanelli d’allarme e le spie non hanno mai funzionato. Infatti continuo a credere in quel fantastico “per sempre”.

Inseguendo un’ombra

Sono mesi che le vado dietro portandomi appresso mille domande e una torcia. Ho immaginato dialoghi che non ci saranno mai trascrivendo, con una matita bianca su un quadernetto nero, le parole più chiare, non per forza le più belle. Ho imparato a correre, prima di capire quanto fosse importante rallentare, andare piano quasi fino a fermarsi. Quasi però, ché fermarmi sarebbe la mia rovina, senza considerare poi che credo sia impossibile: puoi pure trattenere il respiro senza chiudere nemmeno gli occhi, ti stai comunque muovendo verso una meta. E la meta che mi sfuggiva altro non era che risposte, risposte che avevo già, che dovevo solo illuminare con la torcia, che erano qui, nell’anno in corso, non quello solare, quello della mia età, l’anno di tutte le risposte o della risposta a tutto, risposta che effettivamente è arrivata. Adesso posso spostarmi in qualsiasi direzione, come quando sono sott’acqua, perfino verso l’alto o l’abisso, con la differenza che ora sono io a scegliere dove andare e non l’ombra, inafferrabile per definizione. Perché non mi interessa lei ma chi la proietta, chi illumina di luce propria, chi posso inseguire finché non vorrò fermarmici accanto, anzi no… chi voglio inseguire finché non potrò fermarmici accanto.