A Braccio di Ferro

Il corriere, poveraccio, non mi ha nemmeno citofonato. Mi sono accorto della consegna solo quando sono uscito per andare al supermercato e ho trovato il pacco dietro il portone del giardinetto. Lo aveva gettato senza nemmeno sapere cosa ci fosse dentro, motivo in più per smettere di ordinare online in questo periodo, anche se il mio acquisto risale a tempi non sospetti. Salito a casa, ho aperto la scatola “più sigillata del mondo” – sarebbe stato più semplice scassinare una cassaforte – e, tra un centinaio di metri di nastro adesivo e chili di carta appallottolata, ho trovato la mia sorpresa.

Ero molto piccolo quando ci giocavo ma la ricordo molto bene: la latta (di plastica) degli spinaci con dentro i due personaggi (di gomma) di Braccio di Ferro e Olivia. Ho le immagini ben stampate in testa di un pomeriggio in cui, sul lettone dei miei, staccavo un braccio a Braccio di Ferro e strappavo l’etichetta alla latta che tenevo con entrambe le mani, perché era grande. Non era tra i miei giocattoli preferiti, perché non avevo giocattoli preferiti, avevo due o tre giocattoli e ogni cosa era la preferita per giocare.

Quando ho scartato il pacco, già di per sé piccolino, e dentro ho trovato quel mucchio di carta, per un attimo ho pensato ad una sòla (una truffa) e che non ci fosse niente dentro. Io ricordavo una latta grande e mi aspettavo qualcosa delle dimensioni di un minestrone in scatola. Invece, sorpreso nella sorpresa, mi sono ritrovato con una lattina da tenere tra pollice e indice che, guardando le mie manone e pensando a quanti anni sono passati, mi ha quasi commosso per quel bambino che non c’è più. O che forse c’è ancora e sta cercando di recuperare, pagandoli cento volte di più, i suoi giocattoli di un tempo. Che fortunatamente erano due o tre.

Krypt

Erano due settimane che non ci mettevo mano. Preso da altro (Il Trono di Spade in particolare, che ho appena terminato), non ho avuto tempo e voglia di mettermi a cercare pezzi neri per cercare di comporre un pezzo nero più grande, in un continuo cerca-cerca nel buio. Ieri sera, ben disposto, ho ripreso e mi sono accorto di essere arrivato a buon punto. Questo Krypt è un puzzle difficile che essendo monocolore – o meglio senza colore – rischia di stancare. E invece, a me che non sono un appassionato, ha tolto presto ogni dubbio sul fatto che dovessi comprarlo e dovessi completarlo, per poi incorniciarlo e appenderlo dove troverà spazio. Ci ho già trascorso molte ore, passando con indifferenza dalle serate con un bicchiere di vino a quelle con la tazza della tisana. Il catetere non appare lontano. Mi stupisce però quanto sia gratificante incastrare un tassello. Se all’inizio mi ci dedicavo come scusa per sorseggiare il vino, adesso la tisana è una scusa per dedicarmi al puzzle. Inoltre mi isola da ogni cosa che potrei voler fare: Krypt vuole attenzioni solo per se stesso, o fai il puzzle o non lo fai, nel mezzo non ci sono zone grigie. O bianco o nero e qui il nero stravince.

King Atlas

Lui era il più forte di tutti. Non c’era nessuno che lo potesse sconfiggere né che potesse incutergli un minimo di paura. Era dotato di armi in grado di superare qualsiasi ostacolo e distruggere i nemici che volevano conquistare la Terra. Vegliava sul mondo, manteneva la pace e cercava col massimo impegno di limitare i danni nelle città, tra la popolazione. Mai un morto, solo qualche ferito. Anche grave ma ristabilitosi senza conseguenze. Perché lui lottava in cielo, volava e impediva ai cattivi di perseguire i propri scopi malvagi.
La Terra era la mia stanzetta, quella che ai tempi dividevo con mia sorella. La popolazione era immaginaria. Le città da difendere erano costituite da scatole di scarpe. I nemici erano bambolotti senza braccia o gambe o addirittura senza testa con cui mia sorella non giocava più. A volte erano pupazzetti miei, personaggi buoni fino a quel momento, che improvvisamente impazzivano e diventavano cattivi. Lui era King Atlas, uno degli ultimi Micronauti.
King Atlas, come del resto tutti i Micronauti, era una sorta di clone del ben più noto Jeeg Robot, anch’esso formato da parti smontabili e collegate da calamite, anch’esso dotato di raggio protonico che partiva dalla pancia, di raggi delta dal petto, di missili perforanti e persino di un modulo che gli consentiva di diventare un centauro.
Non sapevo nulla della sua storia fino alla settimana scorsa. Non ne sapevo il nome e nemmeno mi ricordavo di conoscerlo. Eppure tanti e tanti anni fa io, con King Atlas, ci giocavo.
Era il periodo di Natale. In famiglia non siamo mai stati benestanti ma non posso dire che i miei genitori, all’occorrenza, abbiano mai fatto mancare un regalo a me e mia sorella. Quel pomeriggio giravamo tutti e quatto per la città con la vecchia auto di mio padre il quale, prima di uscire, aveva chiaramente pronunciato delle parole che non dimenticherò mai: “non ci sono soldi, non possiamo comprare nulla”. Eppure io sapevo che stavamo uscendo proprio per quello. Quando però ho capito che avremmo preso la macchina e non saremmo andati nel grande negozio di giocattoli sotto casa, qualche dubbio mi è venuto. In realtà i miei stavano solo cercando un negozio più piccolo, più accessibile e più consono alle loro disponibilità. Lo trovarono. Ne ricordo ancora la vetrina piccola e un po’ squallida, con pochi articoli esposti: qualche macchinina colorata, una decina di bamboline sorridenti, alcuni giochi da tavolo e due Micronauti. Uno era figo, nero, slanciato, con la faccia cazzuta e i missili sulla schiena. L’altro era bruttarello, marrone, con la faccia bombata, senza missili. Né a me né a mia sorella piaceva niente di quello scaffale che osservavamo dalla strada. Papà e mamma però insistevano affinché entrassimo, convinti che alla fine avremmo trovato qualcosa di buono. L’alternativa del resto era tornare a casa a mani vuote. Così, pur ignorandone il nome, individuai quei due robot che somigliavano a Jeeg, uno dei miei cartoni animati preferiti. Non ero entusiasta, mi stavo accontentando. Senza alcun dubbio, tra i due, ho chiesto di prendere quello nero, quello figo. L’ho tenuto in mano e stavo quasi per portarmelo via se non fosse stato per il prezzo, risultato troppo alto. Il robot bruttarello, marrone, con la faccia bombata e senza missili invece, guarda caso, costava meno. Lo abbiamo comprato. Quel robot era King Atlas.
A casa, benché non fossi proprio una Pasqua (del resto era Natale), piano piano ho iniziato ad affezionarmi a quel robottino. A tal punto che lo facevo combattere e vincere contro tutto ciò che avevo e che potesse rappresentare il nemico. Uno di questi era addirittura la mostruosa vasca di plastica di pesci con la calamita in bocca che bisognava pescare tramite una piccola canna anch’essa dotata di calamita. Era il giocattolo che, nello stesso negozio, era toccato a mia sorella.
I Micronauti oggi sono estinti. King Atlas ha salvato il mondo e si è ritirato. L’altro giorno però l’ho visto su una bancarella di giocattoli rari e usati. Era in vendita, costava un botto di soldi. Mio padre e mia madre me lo avevano regalato perché era l’unica cosa che potessero permettersi. Oggi, ancora più di allora, hanno acquistato anche loro un valore inestimabile. E alla fine, con una lezione grandissima di umiltà, prima di ritirarsi, posso affermare che King Atlas ha salvato anche me.

King Atlas

Un record

“Quando sei giovane le tue potenzialità sono infinite: potresti essere Einstein. Potresti essere Di Maggio. Poi arriva un momento in cui “potresti essere” va a sbattere contro ciò che sei stato. Non eri Einstein. Non eri niente.” (Charlie Kaufman)

Come spesso succede quando non ho un cazzo da fare, anche ieri ho riflettuto sulla mia condizione di uomo. Partendo dall’assunto che Dio non esiste, cosa di cui in parte sono fermamente convinto e in parte pure e di cui, tutto sommato, mi frega ben poco, sono arrivato alla conclusione che l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di un non-essere che non solo non si mostra nella quotidianità di ognuno di noi ma che non c’è proprio mai stato. Ne deriva che gli uomini sono stati creati a casaccio. Qualcuno è venuto bene e qualcuno meno bene anzi, diciamolo, fa proprio schifo. Si potrebbero mettere agli antipodi, che ne so, Einstein e Cuffaro, Joe DiMaggio e suo cugino, Silvio Berlusconi e Silvio Berlusconi. In mezzo però, ed è questo il punto su cui mi sono soffermato, c’è la stragrande maggioranza degli esseri umani. Ci siamo noi.
Io sto in mezzo a questa scala. Non sono perfetto per stare né da un lato né dall’altro. Sono perfetto, se così si può dire, per stare nel mezzo, nella mediocrità, che non è per forza un termine negativo, è un più che sufficiente che non è buono né tantomeno eccellente. E io non eccello in nulla.
Da piccolo, potenzialmente, potevo ambire a diventare come Kaufman e vivere a Hollywood come lui. O come Di Maggio. Invece no. Non sono famoso, non sono importante, non sono eccellente, se non per i miei cari. E anche qui nutrirei qualche dubbio. Non sono una bella persona ma nemmeno brutta, sono normale, nella media appunto. Non sono un gran lettore, figuriamoci uno scrittore: il mio vocabolario non supera le 1000 parole (che sono tutte in queste righe); non sono un figlio adorabile (mia madre una sola volta mi ha sentito dire “ti voglio bene” ma stavo parlando con la mia moto) né un partner sensazionale (la mia moto non ha mai risposto al mio “ti voglio bene”). Faccio i 50 farfalla in 33” e non scenderò mai sotto i 30”, arbitro in serie B e non arriverò mai in A, arrampico fino a 5 C e lì resterò, mi immergo fino a 40 metri ma non c’è niente di eccellente in tutto questo. Mi vanto di essere un patito di cinema e non ho visto capolavori del calibro di Scusa ma ti chiamo amore. Poi sì, mi diletto con qualche sport estremo ma non morirò come Patrick De Gayardon. Nemmeno in ufficio sono una mente: qui nessuno è insostituibile e io valgo poco più di un ruotino di scorta, motivo per cui scrivo questo post invece di lavorare.
Tutto questo per spiegare come, giorno dopo giorno, ho iniziato a chiedermi se esiste qualcosa nella mia vita che so fare meglio di molti altri. Anche qualcosa di banale. Ci ho girato attorno per giorni, pensato e ripensato e la sera non arrivavo mai ad una risposta. Tornavo a casa dopo il lavoro e mi mettevo a cazzeggiare davanti al PC cercando su Google la soluzione alla mia mediocrità. Andavo su Wikipedia e non mi trovavo nemmeno. Un clic su Emule e uno su Explorer, uno su messenger e uno su Outlook e un bel giorno ho realizzato questo:
Pratofiorito
Ora spero che nessuno dei quattro lettori di questo blog (anche come blogger non sono eccellente) venga a dirmi di aver completato il Campo Minato in un tempo inferiore. Già aver capito come funziona è difficile, completare il quadro in 209 secondi è eccellente.
Appunto.