LOL – Chi ride è fuori

Quando l’ennesima persona, ridendo a crepapelle, mi ha detto “sono Lillo” mi sono insospettito: tutti nei giorni scorsi parlavano della stessa cosa e la mia espressione interrogativa lasciava intendere che io non sapevo di cosa cacchio si trattasse. Poi ho collegato. Netflix e Prime Video sono ormai due compagni di vita, non potevo più ignorare la pubblicità che mi invitava a vedere LOL e così, complice la mia dolce metà, l’ho guardato. Lei in realtà lo aveva già visto ma ha riso come fosse la prima volta. Io sono partito un po’ scettico, salvo ricredermi immediatamente. I personaggi della TV non mi stanno troppo simpatici e dei partecipanti conoscevo solo Lillo, Elio, Caterina Guzzanti e i due di The Jackal. Gli altri o non li avevo mai sentiti nominare o li ricordavo solo di nome pur non avendoli mai visti all’opera nemmeno in uno sketch. Beh, mi sono ritrovato a ridere già dai primi minuti. Ad eccezione di un paio di volti onestamente inutili (Luca Ravenna e Michela Giraud), a disagio e alla ricerca di battute forzatissime tanto per partecipare, gli altri hanno fatto il proprio dovere. Katia Follesa mi annoiava già ai tempi di Zelig, cambiavo canale quando si esibiva in coppia con quell’altra di cui non so il nome ma non si può dire che non ci abbia provato. Caterina Guzzanti è così seria che nella vita poteva diventare solo una comica o una stronza o entrambe e infatti in Boris è stata bravissima, qui però… hmm. I veri mattatori sono stati gli altri sei. Elio è un genio, intelligente come pochi e armato di un’ironia che non a caso ha successo da almeno trent’anni sia nella musica sia nello spettacolo in genere. Lillo è simpatico a pelle, figuriamoci quando si esprime con quella sua comicità innata e mai stupida. O magari sì, stupida, però efficace. Ciro e Fru appartengono alla mia generazione e hanno quel repertorio di battute spontanee che è facile sentire dagli amici e che fanno lo stesso effetto anche ripetute dopo anni. Poi c’è Frank Matano che contagia, senza possibilità di scampo, con quella sonora risata e con la sua assoluta e genuina stupidità. Angelo Pintus è bravissimo, naturalmente simpatico, un professionista sempre a mille che sa divertire e vuole divertirsi. Non stravedo per i due conduttori, riconosco però che Fedez non ne sbaglia una, è diventato un Re Mida al pari (o per merito) della moglie e Mara Maionchi… boh, qualcuno ci dovevano mettere, meglio lei di molti altri. Insomma, complice una tosse fastidiosa che non mi ha permesso di dormire, ho guardato le puntate una dopo l’altra (e come sennò?) divertendomi parecchio nonostante gli occhi rossi e continuando a farlo dentro di me anche quando alle tre di notte passate sono riuscito a prendere sonno. Il programma è azzeccato sia per la formula sia per la mescolanza di personaggi e comicità. Sono certo che ci sarà una seconda stagione e che sarà migliore della prima, non aspetterò di scoprirla all’ultimo. Intanto invece aspetto il momento giusto per voltarmi verso qualcuno e dire anch’io “sono Lillo”, sicuro che non farò ridere nessuno.

Cosmic sin

Il film più brutto da quando è iniziata la pandemia. Stupido io che ho creduto negli ingredienti fantascienza, alieni e Bruce Willis.

E’ domenica, fuori tra vento, pioggia e limitazioni covid non c’è niente da fare, decido di vedere questa novità di Prime Video per ingannare il tempo, pur sapendo che il tempo non si lascia ingannare da nessuno, lo fa solo credere, ingannando a suo volta. Come il diavolo. E infatti dopo nemmeno dieci minuti sento puzza di bruciato: Bruce ha già steso un tizio senza alzarsi dalla sedia ma la cosa strana è che, nonostante Cosmic sin sia ambientato nell’anno 2500 e spicci, niente sulla Terra lascia intendere di essere in un futuro lontano: la gente è vestita come nel 2021, forse anche più vintage; per le strade ci sono i pick-up e i furgoni, soprattutto ci sono le strade, quelle asfaltate, con i lampioni e la segnaletica che conosciamo; un robot che indossa una camicia hawaiana serve un whisky con una pinza al posto della mano che perfino nella fantascienza degli anni ’70 sarebbe stata migliore; dentro il bar un jukebox funziona ancora con le monetine; utensili e oggetti di uso comune non sono cambiati in 500 anni di evoluzione. Eppure l’uomo ha colonizzato Marte e viaggia nello spazio. Insomma, le premesse per un buon film o anche soltanto discreto sono andate a farsi fottere velocemente. Con altrettanta rapidità si scopre che non siamo soli nell’universo, altre forme di vita (stranamente uguali agli umani, vestite da cavalieri della morte, per fortuna senza i cavalli) sostengono che ci può essere solo una razza dominante e quindi la guerra è l’unica soluzione. Attraverso un portale migliaia di astronavi stanno per arrivare e chi se non Bruce e un pugno di coraggiosi possono salvare l’umanità? Armageddon non era tanto diverso nella sostanza, però è stato girato 500 volte (numero a caso) meglio. Qua il budget non credo fosse così piccolo per una produzione Amazon, il risultato tuttavia è quello da film di serie B in zona retrocessione. Gli effetti speciali sono ridicoli, i dialoghi improponibili, l’azione in cui speravo inesistente. Nella scena più movimentata, dove due civiltà si fronteggiano per decidere chi dominerà l’universo, a combattere sono forse dieci contro dieci, una partita di calcio in pratica e i cattivi vengono respinti con pistole e pallottole. Nell’anno 2500.

Alla fine comunque il mondo è salvo. Le astronavi del nemico non riusciranno a raggiungere il portale (non oso immaginare come il regista avrebbe potuto girare una battaglia nello spazio) perché una ventenne carina e cervellona, che non poteva mancare nel cast, riesce all’ultimo secondo (grande novità) ad inviare una bomba dall’altro lato, distruggendole all’istante. In un’ora e mezza avrò visto non più di venti attori e tre location grandi quanto la mia stanza e illuminate peggio il che, assicuro, è difficile. Bruce non azzecca un ruolo da protagonista forse dai tempi di Sin City e io, boh, in qualche modo dovevo sfogarmi.

The serpent

La serie racconta, ricostruendo fedelmente i fatti, i crimini di tale Charles Sobhraj, un francese bruttarello e diabolico che negli anni 70′ ha predato e spesso ucciso non si sa quanti hippie occidentali in viaggio nell’Asia meridionale alla ricerca di pace e amore e forse se stessi. La pace l’hanno trovata, l’amore non so, se stessi non credo, visto che i corpi venivano fatti sparire, bruciati o seppelliti. Il serpente, uno dei soprannomi di Sobhraj, era un grande adescatore, non aveva scrupoli a perseguire i suoi piani e li portava a termine soprattutto perché quegli hippie, diciamolo, non erano poi così svegli: con il fumo negli occhi e nel sangue, erano portati a fidarsi di chiunque. O almeno così vengono rappresentati e questa – la facilità con cui venivano adescati – è una delle poche pecche che ho trovato nella serie, alcuni eventi sono descritti con eccessiva superficialità. Per il resto, superate le difficoltà iniziali con i salti temporali che non fanno capire una mazza e archiviati i primi due soporiferi episodi (Netflix ne poteva fare a meno), la storia inizia a ravvivarsi e coinvolgere. Il merito va al protagonista, Tahar Rahim, attore di cui mi sono innamorato che, nonostante il trucco tendente ad imbruttirlo, resta bello. Bravo è bravo, se ne parla già da qualche tempo, al punto che sono andato a recuperare Il Profeta, gran film del 2009 da lui interpretato, per apprezzarlo meglio. Le ambientazioni sono ben ricostruite e mi confermano che la Thailandia e Bangkok in particolare non mi attirano per niente. Io sarei stato uno di quegli hippie derubati e ammazzati e non sono sicuro che prima mi sarei divertito, dopo sicuramente no.

Pantano

Altra serie TV polacca che, dopo “Estate di morte”, Netflix mi propone come genere crime. Ambientata nella Polonia cupa e grigia negli anni ’80, è un misto fra thriller e giallo investigativo con intrecci politici, il che significa poco sangue, scene lente e tanta burocrazia: il titolo, Pantano, credo voglia proprio rappresentare quanto siano intricate le vicende dalle quali i personaggi fanno fatica a districarsi. E pure io, spettatore medio e annoiato, non ho colto bene tutte le sfaccettature della trama. Sarà perché i nomi polacchi mi vengono difficili da memorizzare (solo al terzo episodio ho capito come si chiamava il protagonista), sarà perché il contesto sociale e politico sullo sfondo mi è sconosciuto, sarà perché l’azione scarseggia, insomma non mi sono esattamente appassionato. E’ stato però interessante vedere come si viveva nella “Repubblica Popolare di Polonia”, come ci si vestita, come erano fatte le case e le automobili, cosa faceva la gente comune che, di certo, non guardava queste serie TV.

Glacé

Ormai Netflix ha tracciato le mie preferenze e da un paio di mesi, tra i titoli che potrebbero interessarmi, mi propone una marea di thriller, alcuni interessanti, altri penosi. Ho scelto questa miniserie francese perché l’ambientazione tra freddo e montagne, il paesello sperduto ricco di segreti, il protagonista tormentato che vive un dramma parallelo all’indagine, l’antagonista furbo quanto lui ma spietato, la ragazza carina già ispettore a vent’anni, qualche omicidio cruento e gli interrogativi inspiegabili sono classici elementi che mescolati bene funzionano. Almeno per un inguaribile serial thriller come me. Stavolta però erano mescolati a cazzo. Fino al terzo episodio sembrava che ogni tassello fosse ben incastrato in una fitta trama. Poi, contestualmente alle risposte ai primi enigmi, sono arrivate mille domande, tutte fuoriuscite da una sceneggiatura bucherellata. Per creare suspense e allungare il brodo, viene introdotto all’improvviso un uomo chiave mai visto né nominato prima e poco dopo ne spunta addirittura un altro. Nel mentre, intuizioni e depistaggi un po’ assurdi si susseguono, per non parlare dei fastidiosissimi squilli del cellulare che suona a qualcuno ogni dieci minuti in ogni puntata. Il top tuttavia è il burattinaio malvagio che, dopo aver escogitato il piano perfetto e infallibile alla base dell’intera storia, sul più bello si perde in un bicchiere d’acqua come un ladruncolo qualunque. Bah. La prossima volta scelgo una serie di genere diverso e, per non farmi ingannare dalle proposte di Netflix, me la vado a cercare su Prime Video.

Estate di morte

Il titolo è la classica storpiatura all’italiana che nasce da chissà quale mente eccelsa, perché quello originale, sia della miniserie TV sia del romanzo da cui è tratta, è “The woods“, che in inglese è efficace e non sarebbe stato male lasciarlo così. Mi ricorda il caso di “Eternal sunshine of the spotless mind”, film acclamato dalla critica e vincitore di numerosi premi, che in Italia hanno tradotto come “Se mi lasci ti cancello”, facendolo passare per una stupida commedia americana. Non è stato quindi il titolo a farmi scegliere questa serie ma, ancora una volta, il nome di Harlan Coben, l’autore che ho scoperto proprio nei giorni scorsi con “The stranger” e il più vecchio “Safe“. Netflix ha deciso di produrla in Polonia e non si sa perché. Il risultato non ne risente e da subito il mistero dei quattro ragazzi scomparsi comincia a dipanarsi, lasciando comunque tanti interrogativi che pian piano troveranno risposta, anche se con qualche forzatura ai limiti del banale. Il parallelo tra le due storie che si alternano a distanza di venticinque anni mostra una Polonia del 1994 che Kripstak e Petrektek non avrebbero potuto rappresentare meglio, quella del 2019 è forse già più avanti del nostro paese. Mi è piaciuto il protagonista da adulto, con quel sorrisetto che non perde nemmeno quando gli sparano e quella sfiga che lo perseguita fin da ragazzo. Il finale lascia una porticina aperta: chissà che non ci possa essere una seconda stagione, magari con lo stesso protagonista anziano nella Polonia del 2044, quando avrà surclassato l’Italia.

The stranger

La serie è tratta dal romanzo omonimo di Harlan Coben, autore a me sconosciuto fino a ieri, quando ho scoperto essere stato il creatore di Safe, un’altra serie thriller targata Netflix che un paio di anni fa avevo apprezzato parecchio. La scrittura non a caso è solida, i colpi di scena si susseguono e la trama è intricata al punto giusto, ricca di misteri che si sviluppano parallelamente a quello principale, la scomparsa di una donna, attraverso gli intrallazzi della solita comunità di personaggi che sanno tutto l’uno dell’altro. O almeno credono di sapere, visto che anche il più puro di loro nasconde legami segreti e segreti pericolosi. “Il segreto” sarebbe stato infatti un titolo più adatto ma esiste già una televonela che ha bruciato l’idea, insieme ad un’intera generazione. La storia è impacchettata bene: se non fosse nata da un romanzo non credo sarebbe stata così curata, perché niente è lasciato al caso, a differenza di tante belle sceneggiature che poi peccano di leggerezza. Con un po’ più di fiducia e meno preconcetti, avrei capito che nonostante l’idiozia della tizia di cui si perdono le tracce nella prima puntata (unico buco della trama è proprio la sua inutile omertà), il finale non poteva essere differente e forse è stato meglio così, perché non me lo aspettavo e perché lei non era poi così simpatica.

Dietro i suoi occhi

La protagonista – non quella di colore e nemmeno il tizio con la barba – è la figlia di Bono degli U2 e gli assomiglia, oltre che per gli occhi e il fascino, anche per l’altezza: lui è bassino, lei di più. E’ la vincitrice morale del duello di nervi che, dopo le prime pressoché inutili puntate, si innesca fra i tre personaggi principali, ma non potrà esserne contenta né materialmente festeggiare perché alla fine a sorridere davvero sarà il quarto uomo, quello che sta in disparte e decide a tavolino le partite. La miniserie viene etichettata da Netflix come un thriller psicologico, a me è sembrata più un noioso soprannaturale: le basi per un buon prodotto c’erano, peccato aver mandato tutto in fumo. La storia, non a caso, finisce (e comincia) con un incendio. L’ultima mezz’ora dei sei episodi chiarisce tanti interrogativi e lì lo spettatore risveglia il suo interesse e si chiede che motivo c’era di inserire nella trama quella roba trascendentale. Ancora una volta (sembra ormai un cliché di molte serie di questo genere) a spiegarlo e a sorprendere ulteriormente sono gli ultimi cinque minuti, dando l’illusione di non aver sprecato il proprio tempo. L’effetto tuttavia dura poco e l’indomani al massimo ci si ricorda della protagonista bassina figlia di Bono degli U2 – che, è giusto dirlo, si chiama Eve Hewson – e della scena madre in cui grida “vaffancuuulo” imitando Aldo in “Tre uomini e una gamba”.

La tregua

Serie belga ambientata in un losco paesello in cui un ragazzo, immigrato africano, sfigatissimo, viene trovato morto e un ispettore mezzo psicopatico si trova ad indagare sul caso, districandosi tra omertà, depistaggi, amnesie, false intuizioni e altri omicidi. Sfigatissimo il ragazzo, perché la stessa sera in cui viene ucciso, gli sparano, lo investono con la macchina, lo prendono a mazzate, tentano di seppellirlo… finché l’ultimo dei potenziali assassini finalmente riesce a mandarlo all’altro mondo. Eppure tutti gli volevano bene, pare. Dopo che praticamente ogni personaggio viene accusato e scagionato, l’assassino viene smascherato solo negli ultimi dieci minuti dei dieci episodi ma diciamo che la sua identità si può intuire (almeno per me è stato così) già a tre episodi dalla fine, se non addirittura prima, un po’ per le inquadrature ricorrenti e un po’ per esclusione: era l’unico che non era stato sospettato in tutto il paese. Comunque non è una brutta serie, l’ho seguita con interesse anche perché, oltre al crimine e alla ricerca del colpevole, c’è un po’ tutto il male del mondo: i rapporti incestuosi, il nazista, l’albanese mafioso, il poveretto sciolto nell’acido, gli sciroccati, la multinazionale senza scrupoli, la corruzione nel calcio, il calcio, gli adolescenti idioti, i colpi di scena. Non ho trovato il pedofilo, mi sarà sfuggito. Interessante comunque, mi ha appassionato tant’è vero che ho iniziato la seconda stagione, sempre su Netflix. Se gli attori fossero stati anche belli e bravi però, lo avrebbe fatto di più. Che poi perché è intitolata “La tregua” mica l’ho capito.

La mante

Che non è “l’amante” ma la mantide, quell’insettino orribile la cui femmina uccide il maschio e se ne nutre, staccandogli prima la testa, durante l’accoppiamento. Qui è una donna, la sempre bella ultrasessantenne Carole Bouquet, pluriomicida in carcere, la quale collabora con la polizia per catturare un assassino che, venticinque anni dopo, ne replica i delitti efferati. Va detto che gli uomini uccisi dalla mantide erano pedofili, violenti, degenerati. Un colpo di scena finale svelerà perché. Di colpi di scena in realtà ce ne sono tanti in questa miniserie targata Netflix, non annoia mai e, parte qualche buco di sceneggiatura nell’ultimo episodio, risulta ben fatta anche se non è per tutti. Alcune scene infatti sono piuttosto cruente, del resto parliamo di un thriller. Le citazioni poi si sprecano, da Shining a Il silenzio degli innocenti a Misery non deve morire (quelle che mi vengono in mente), è divertente ritrovarsele durante la visione. E, insomma, mi è piaciuta. Ah, alla fine lei muore. O forse no.

Gli occhi del cuore

E’ stata un bella vacanza, circa dieci anni fa. Mi sono aggregato ad un gruppo di amici romani che stavano girando la Sicilia e li ho accompagnati, io che già mi trovavo a Palermo, in alcuni posti che non volevo perdermi, tra cui Monreale, Ustica e Favignana. Favignana la conoscevo già molto bene ma non perdo mai l’occasione di tornarci, così ho fatto quella volta e così farò quest’estate. Le isole hanno un fascino particolare, le isole di un’isola più grande come la Sicilia ancora di più. Mi sono divertito parecchio, pur essendo uno dei tanti, troppi. A me non piace muovermi in comitiva. Intendo proprio passeggiare, esplorare, andare al mare, cose per cui il numero ideale di persone non dovrebbe essere più di quattro o cinque. Meglio uno, da solo, che è il massimo. O due, se si è innamorati. Tra amici e amici di amici, saremmo stati in quindici o venti, chi lo sa. E nessuno era innamorato.

Sabina Guzzanti se ne stava in disparte, parlava poco e quasi unicamente sottovoce con una sua amica che non ci ha mai presentato e che ho pensato fosse la sua compagna. Quando apriva bocca però si sentiva solo lei, anche quella sera che al ristorante avevamo riempito una tavolata e lei si era presentata soltanto per il caffè, sapendo che il caffè in quel ristorante non lo servivano. Il proprietario, gentilissimo, preferiva così e all’ingresso la cosa era ben specificata, forse per liberare i tavoli più alla svelta visto l’afflusso continuo di gente. Sabina lo sapeva, conosceva il posto e conosceva il tizio che le ha portato il caffè quasi di nascosto, in un vassoio coperto con un tovagliolo. A me però piaceva Caterina. Allora non sapevo che anche lei lavorasse nello spettacolo, per me era l’ignota sorella minore di Corrado e Sabina Guzzanti. Il peggio tuttavia era non sapere che fosse tra i protagonisti di Boris, la fuoriserie italiana divenuta un cult, di cui ignoravo l’esistenza e che solo in questi giorni, grazie a Netflix, sto recuperando. Con dieci anni di ritardo.

Caterina era – e immagino sia tuttora – molto carina e naturalmente simpatica. C’era anche Davide, uno dei registi della terza stagione di Boris e sono certo, col senno di poi, che ci fosse anche qualcun altro della troupe lì in mezzo. Tutti ospiti dei Guzzanti, che a Favignana hanno una villa, per una vacanza alla fine delle riprese. Ci siamo ritrovati insieme a bere birra in spiaggia e inventare storie sdraiati sulla sabbia. Caterina e Davide ci hanno stupito con un giochino in cui riuscivano ad indovinare i titoli dei film senza apparentemente comunicare. Io indossavo una camicia a maniche corte che mai più avrei usato, come qualsiasi altra camicia a maniche corte. Davide mi ha raccontato del suo primo film, “Notturno bus”, che ad oggi non ho ancora visto pur avendolo scaricato pochi giorni dopo quella sera. Mi ha anche confidato che stava scrivendo una sceneggiatura: Wikipedia mi ha suggerito che potesse trattarsi di quella del thriller “Breve storia di lunghi tradimenti” con Carolina Crescentini, pure lei tra i protagonisti di Boris. Carolina a Favignana non c’era, me ne sarei ricordato. Credo, eh. Perché c’era davvero un via vai di approcci, chiacchiere e facce che si scambiavano continuamente. Caterina era proprio divertente e rubava la scena senza volerlo. Le abbiamo dato anche un passaggio a casa con la Panda scassata che i proprietari della nostra villetta ci avevano prestato per girare sull’isola. L’indomani io sarei ripartito e avrei iniziato a perdere i contatti anche con gli amici romani tranne che con una, carissima, la quale mi avrebbe poi introdotto nel fantastico mondo del padel aprendo un circolo vicino a dove abito.

Insomma, la vita è una ruota che gira o anche la boccia di un pesce rosso in cui il protagonista osserva ciò che accade senza che lo decida. E in questi giorni, guardando quella fantasticheria di Boris, quasi mi dispiace non averne saputo parlare al tempo di Favignana. Forse doveva andare così, non sono sicuro che lo avrei apprezzato allo stesso modo. Oggi invece, memore di quelle serate, Boris mi appassiona e mi accompagna mentre faccio colazione: guardo una puntata e inizio la giornata con gli occhi del cuore.

The last dance

Un capolavoro assoluto. The Last Dance è la cosa migliore venuta fuori da questo periodo di isolamento, superiore persino alla Colombina De Longhi, arrivata a casa qualche giorno fa, che fino ad oggi ha rappresentato la gioia più grande della mia nuova vita casalinga.

Le ultime due puntate della docu-serie, uscite stamattina, tra l’altro in concomitanza con la fine della quarantena, chiudono una racconto da favola in cui a livello di emozioni non è mancato nulla. Sono cresciuto giocando a basket e Michael Jordan, pur non essendo il mio giocatore preferito (ero innamorato di un certo Magic Johnson), è stato capace di esaltarmi come pochissimi nello sport in generale. Ha portato la sua squadra in cima all’NBA e l’NBA oltre il gioco, oltre lo sport, trasformandola nello spettacolo entusiasmante che tutti conosciamo. Centinaia di aneddoti raccontano il giocatore e l’uomo, dalla nascita fino all’ultima incredibile stagione, “the last dance” appunto, in cui squadra e dirigenza sapevano che l’anno successivo sarebbe cambiato tutto. Jordan infatti si sarebbe ritirato. Da vincente. Con tre anelli consecutivi vinti, per due volte. Sei titoli in otto anni, oltre ad un’infinità di record e leggende. Ma la storia è lunga e complessa: ci sono delle omissioni, qualche ambiguità e tanti personaggi, ognuno con i propri retroscena, che insieme a Jordan, quella storia, l’hanno fatta. E io non sono capace di aggiungere niente a quello che la serie racconta ma sono sicuro che presto mi riguarderò tutti e dieci gli episodi, sicuramente mentre passo sul pavimento la mia Colombina.

La fine della TV

A casa non ho la TV. Né a casa né altrove. Ho un vecchio televisore però e, fino a qualche tempo fa, lo accendevo subito ogni volta che rientravo, la sera, ancor prima di togliermi le scarpe e lavarmi le mani. Lo accendevo più che altro per tenermi compagnia, in alternativa al giradischi. Perché la musica del vinile ha bisogno di attenzioni, di gusto e del momento giusto. Per la TV il momento era quasi sempre sbagliato, attenzioni non gliene davo mai troppe e quanto al gusto, beh, non ne parliamo. Si salvavano Alberto Angela ed i film di Bud Spencer e Terence Hill, mica si poteva scegliere. Per tutto il resto buttavo un occhio e al massimo tendevo un orecchio mentre preparavo la cena o la mangiavo. In casi eccezionali, allungavo un dito sul telecomando per cercare qualcosa di commestibile.

Un giorno d’estate, una tromba d’aria o un uccellaccio credo abbia danneggiato l’antenna sul tetto e da allora il segnale si è perso nell’etere, lasciandomi il televisore senza la televisione. Risultato: schermo nero su qualsiasi canale, silenzio vibrante dal soggiorno e multi-solitudine tra le stanze. In sostanza, grandissimo benessere. Ma non l’ho capito subito. Sul momento mi sono persino innervosito perché non ho potuto sintonizzarmi sui miei “amati” canali. Sì, avevo Netflix in periodo di prova di un mese (che mandavo avanti da un anno e mezzo) e un centinaio di film sul PC da vedere, a che mi serviva la TV? Forse era anche una questione di principio. Fatto sta che, a forza di rimandare la chiamata al tecnico, mi sono detto: “sai che c’è? Io la TV non la voglio” ed è così che ho chiuso con la spazzatura, mangiando pure meglio. Paradossalmente, forse nemmeno tanto, è cresciuta la passione per il cinema e le serie TV, soprattutto da quando non pago più il biglietto per entrare al multisala (spendendo però un capitale in popcorn) e pago regolarmente l’abbonamento a Netflix. Ho ancora quel centinaio di film sul PC e pure Prime Video, senza parlare delle app che permettono di guardare in streaming i canali più importanti.

Insomma, da quando non ho la TV, posso scegliere cosa guardare. Scelgo io, non la TV. E a volte le scelte sono impegnative. Dopo essermi sparato lo scorso anno, con notevole ritardo, cinque favolose stagioni di Breaking Bad nel giro di un mesetto, questo 2020 è iniziato a colpi di spade: sono alla terza stagione de Il trono di spade e non riesco a smettere nemmeno per andare al bagno. Ho scelto io di cominciare ma già dal secondo episodio non ho potuto più scegliere di guardare altro, mi ha conquistato come si conquista un regno, con la forza e l’astuzia. Ho scaricato sul PC tutte le otto stagioni, ognuna di dieci episodi da 50 minuti. Per vederle non mi serve la TV, non mi serve internet. E proprio ieri il modem ha smesso di funzionare, anche quest’altro segnale si è perso nell’etere. Mi sono innervosito, devo chiamare il tecnico. Ad oggi spero che a, casa mia, internet non faccia la fine della TV. Se non pubblicherò più sul blog almeno si saprà perché.