L’uomo delle castagne

Miniserie danese, di soli sei episodi e di puro intrattenimento, che fa parte di quel filone di thriller nordici tratti da romanzi di successo in cui Netflix sguazza perché difficilmente deludono, anche se non aggiungono niente di nuovo al “già visto”. L’azione è ridotta al minimo ma la tensione è sempre alta, soprattutto per merito di una trama ben congegnata e con poche lacune. Una però, almeno per me, è grossa: l’assassino. Già dalla prima puntata il campo dei papabili colpevoli si restringe ad una manciata di individui, perché l’intero cast è povero di personaggi e si capisce che il killer è tra loro. Peccato che, quando il mistero viene svelato, ci si rende conto dell’assurdità della cosa, l’assassino non può essere chi è. Non avrebbe proprio potuto nascondersi tra la gente altrimenti, men che meno in Danimarca dove la precisione e l’attenzione sono di casa, vedi i Lego. Poi sarò io esagerato ma, dopo innumerevoli romanzi e serie del genere nel mio curriculum, i particolari sono diventati importanti, non mi aspetto che il castello crolli nel finale. E invece, cinque puntate divorate, la sesta mal digerita. Così anche L’uomo delle castagne finirà presto nel dimenticatoio.

Midnight mass

Non mi era chiaro che si trattasse di una serie horror, l’avevo scelta quasi a caso tra le novità proposte da Netflix che mi ha profilato come serial thriller e che credevo ormai tarata su questo genere. Ciononostante mi ha preso subito, soprattutto per alcuni brevi intermezzi iniziali che lasciavano intuire la presenza di un grave mistero alla base della storia e l’arrivo di qualche morto. La trama si sviluppa in un’isoletta imprecisata di un paese nordico, abitata da poche decine di ferventi cattolici che pregano dalla prima all’ultima puntata, a volte annoiando più di una vera messa. Ci sono episodi un po’ cruenti che si svolgono intorno alla chiesa del paese ma niente di davvero spaventoso come, ad esempio, un matrimonio. L’aspetto più inquietante semmai è che molte delle preghiere che vengono recitate io le conosco ancora a memoria, conseguenza delle cattive frequentazioni in oratorio da bambino. Esperienze che tuttavia mi hanno fatto crescere nella grazia di dio, cioè ateo. Se non fosse per questo, immagino che Netflix mi avrebbe proposto di abbonarmi a Disney+.

Squid Game

E’ stato praticamente già scritto tutto su questa serie coreana che si appresta, pare, a diventare la più vista di sempre su Netflix. In Italia non è nemmeno stata doppiata e ha già avuto un incredibile successo. Incredibile perché, come spesso accade, il passaparola è il miglior canale pubblicitario in assoluto: io stesso non mi sarei preoccupato di seguirla, più che altro per i sottotitoli, se non ne avessi sentito parlare ovunque. Poi va detto che effettivamente è un buon prodotto. E’ originale, mai pesante, coinvolge, appassiona e non si lascia interrompere. A me questo genere di “cazzate” piace. Mi ha ricordato, tra i mille paragoni fatti (da Parasite a Hunger Games), Battle Royale, film capolavoro giapponese di qualche anno fa con cui senza dubbio ha qualche analogia. Sorprese continue e una buona dose di sangue e sentimenti fanno il resto, oltre ad un finale definitivo e tutto sommato all’altezza che potrebbe anche ispirare una seconda stagione. Spero di non morire prima di vederla.

Due estranei

Un ragazzo di colore, uscendo dalla casa della ragazza con cui ha passato la notte, viene malmenato e ucciso da un poliziotto bianco. Si risveglia nel letto con la stessa ragazza nella stessa casa e rivive quella mattina in loop senza riuscire a sfuggire al poliziotto e alla morte, pur provando a modificare gli eventi.
In memoria di George Floyd, Breonna Taylor e tutti i neri morti negli USA a seguito degli abusi delle forze dell’ordine, ho scoperto che questo cortometraggio, della durata di trenta minuti, trovato per caso su Netflix, ha vinto l’Oscar nel 2021. Ne deduco che non solo a me è sembrato meraviglioso.

Clickbait

Un uomo, marito devoto e padre di famiglia, sparisce improvvisamente per poi ricomparire, ferito e scosso, in un video sul web dove, tramite un cartello, comunica che raggiunte cinque milioni di visualizzazioni morirà. O meglio sarà ucciso. Perché? Da qui parte un susseguirsi di eventi in cui sono coinvolti diversi protagonisti, ognuno dei quali vive la vicenda attraverso una puntata che racconta il suo punto di vista. Continui colpi di scena spostano l’attenzione da un presunto colpevole all’altro ma solo l’ultimo episodio darà la risposta, spiazzante e definitiva. Soprattutto, ci si chiede, colpevole di cosa? Targata Netflix, si tratta in sintesi di una buona serie in cui i social media fanno il bello e il cattivo tempo dimostrando che, alla fine, i colpevoli siamo noi.

Katla

Come tutte le serie nordiche, anche questa è fredda e un po’ lenta. Come l’attività di un vulcano che non erutta da oltre cento anni. Come gli abitanti di quei posti. Posti che poi sono la fantastica Islanda e, in particolare, la zona di Vík í Mýrdal ai piedi del vulcano Katla, dove non c’è praticamente un tubo, a parte la meraviglia. A casa conservo un barattolo di sabbia nera tipica della spiaggia, oltre a mille ricordi e fotografie tra cui quelle dei bellissimi faraglioni di Reynisdrangar che spesso vengono inquadrati durante gli episodi.

Insomma, avevo sufficienti motivi per guardare la serie che oltretutto è di genere misto tra fantasy e thriller, leggera ma intrigante. Ad un certo punto, arrivare al finale mi ha interessato poco, cercavo solo di ritrovare luoghi e qui la fotografia ha peccato, Netflix avrebbe potuto sfruttare molto meglio gli scenari e i paesaggi offerti anziché concentrarsi su una trama non proprio soddisfacente e con qualche buco di sceneggiatura di troppo. Non ci sarà una seconda stagione, senza dubbio invece tornerò una seconda volta in Islanda.

Suburbia killer

Dopo Estate di morte e The stranger, ancora una volta mi ritrovo casualmente a vedere una serie Netflix firmata Harlan Coben, autore che ormai sarò costretto a leggere visto il numero di adattamenti in TV dei suoi romanzi. Deve essere bravo, perché tutto ciò che mi è capitato di vedere con il suo zampino (compresa Safe, altra serie che però non deriva da un romanzo), mi è piaciuto. Suburbia Killer non è da meno, anzi è forse la migliore. Ha gli ingredienti giusti di un ottimo thriller e colpi di scena à gogo che tengono sempre viva l’attenzione e la tensione. Anche certi avvenimenti che appaiono improbabili prima o poi trovano la propria collocazione nella trama e diventano plausibili. La serie è spagnola (il titolo originale è infatti El inocente) e forse il cast non è proprio di primo livello: il protagonista, nonostante sia un sex symbol o probabilmente per questo, ha due sole espressioni, una triste e una meno triste ed è vero che per otto puntate non c’è un motivo per farlo ridere, però un sorriso lo avrebbe reso più simpatico e meno sfigato.

Wonder Woman 1984

Ho colto al volo l’offerta di Prime Video che, alla modica cifra di un euro, permetteva di noleggiare il film per tutto lo scorso weekend. Me ne sono pentito. Perché WW84 è semplicemente brutto. Brutto e stupidotto, a conferma che DC, pur avendo a mio avviso i personaggi migliori (Batman su tutti), sta a Marvel come una pizza surgelata sta ad una margherita napoletana e a me la pizza surgelata piace pure. Wonder Woman stessa è un mito e Gal Gadot è perfetta per il ruolo, alla pari di Linda Carter nella serie degli anni settanta che qui fa una piccola comparsata. Ma è il resto a non funzionare. Mentre lo guardavo dicevo che mi ricordava Ghostbusters per il mix di effetti speciali, comicità e sentimento, azione un po’ goffa, un pizzico di suspense e l’intento di salvare il mondo da una forza potente e oscura. Ho scoperto oggi che Ghostbusters è uscito proprio nel 1984: il paragone però, con le dovute differenze di trama e sceneggiatura, non regge. WW84 non appassiona, sembra un luna park in cui si mescolano male troppi temi e troppa roba, risultando divertente e altrettanto fumoso. Tra la memorabilia, Diana usa il lazo lanciandolo per aria non si sa dove, attaccandolo perfino ad un aereo per spostarsi e dondolarsi come Spider-Man, impara a volare in mezzo alle nuvole, salva due bambini musulmani (Gal Gadot è una fiera israeliana) in una scena pressoché ridicola, ritrova il suo compagno di vita nel corpo di un altro uomo con cui ruba un jet, che rende invisibile, per arrivare senza mappe dall’altra parte del mondo a combattere contro il cattivo, non così cattivo, diventato una specie di Aladdin che sfrutta i desideri della gente, gente che poi rinuncia al proprio desiderio per il bene dell’umanità. E questo è quello che ricordo, perché mi sono anche addormentato. In mezzo c’è un’altra cattiva non così cattiva, metà donna e metà ghepardo, che si scontra con l’eroina in duello mentre dormivo e non cos’altro. Insomma mi è sembrato più un film per famiglie, quindi soporifero, che un film per tutti e, siccome io una famiglia non ce l’ho, ecco, vorrei indietro il mio euro.

Retribution

Retribution è il vecchio titolo di questa mini serie che ora dappertutto, ad eccezione di Netflix, ha cambiato nome in One of us, non so perché. Un crimine brutale come primissima scena accende la curiosità negli amanti del genere e, anche se sembra esserci qualche coincidenza di troppo, gli avvenimenti vengono spiegati bene e velocemente, gli episodi sono solo quattro. Non altrettanto bene vengono invece superate certe leggerezze che a me danno fastidio tanto quanto il fumo o i politici: per dirne una, la bionda protagonista, dopo essersi inzuppata e infangata di notte sotto la pioggia, si mette a dormire sul divano con gli stessi vestiti miracolosamente asciutti e puliti e la mattina dopo va pure a lavorare senza essersi cambiata. Certo, sono aspetti che non intaccano la storia e la trama avvincente, però io li noto e il mio giudizio, comunque positivo, ne risente durante la visione. I personaggi hanno tutti un segreto ma qualcuno ne ha di più pesanti, uno pesantissimo e non è l’assassino. E poi c’è Luca Ward che qui, col suo doppiaggio altisonante, ha toppato.

Collateral

Una miniserie di soli quattro episodi da guardare in un weekend piovoso, sperando sia l’ultimo visto che l’estate è alle porte. La scena iniziale dà il via ad una serie di storie collaterali legate all’omicidio di un ragazzo che consegna la pizza (fosse stata all’ananas, sarebbe stata una morte giusta) ma la trama, per quanto intricata, non mi ha entusiasmato. Manca il pathos, l’assassino viene svelato subito e si intuisce presto che si tratta solo di una pedina di un gioco più grande. La detective che indaga è un personaggio creato ad immagine e somiglianza della protagonista di Fargo (il film dei Coen), lo sceriffo donna con un bambino in grembo, un marito tranquillo e invisibile e una buona dose di astuzia e di palle. Anche gli altri personaggi sono ben costruiti e Londra è sempre Londra. Non c’è sangue (peccato, ci speravo) e le vicende lo fanno assomigliare più ad un thriller politico, per cui quattro puntate sono risultate assolutamente sufficienti. Una quinta non l’avrei vista.

LOL – Chi ride è fuori

Quando l’ennesima persona, ridendo a crepapelle, mi ha detto “sono Lillo” mi sono insospettito: tutti nei giorni scorsi parlavano della stessa cosa e la mia espressione interrogativa lasciava intendere che io non sapevo di cosa cacchio si trattasse. Poi ho collegato. Netflix e Prime Video sono ormai due compagni di vita, non potevo più ignorare la pubblicità che mi invitava a vedere LOL e così, complice la mia dolce metà, l’ho guardato. Lei in realtà lo aveva già visto ma ha riso come fosse la prima volta. Io sono partito un po’ scettico, salvo ricredermi immediatamente. I personaggi della TV non mi stanno troppo simpatici e dei partecipanti conoscevo solo Lillo, Elio, Caterina Guzzanti e i due di The Jackal. Gli altri o non li avevo mai sentiti nominare o li ricordavo solo di nome pur non avendoli mai visti all’opera nemmeno in uno sketch. Beh, mi sono ritrovato a ridere già dai primi minuti. Ad eccezione di un paio di volti onestamente inutili (Luca Ravenna e Michela Giraud), a disagio e alla ricerca di battute forzatissime tanto per partecipare, gli altri hanno fatto il proprio dovere. Katia Follesa mi annoiava già ai tempi di Zelig, cambiavo canale quando si esibiva in coppia con quell’altra di cui non so il nome ma non si può dire che non ci abbia provato. Caterina Guzzanti è così seria che nella vita poteva diventare solo una comica o una stronza o entrambe e infatti in Boris è stata bravissima, qui però… hmm. I veri mattatori sono stati gli altri sei. Elio è un genio, intelligente come pochi e armato di un’ironia che non a caso ha successo da almeno trent’anni sia nella musica sia nello spettacolo in genere. Lillo è simpatico a pelle, figuriamoci quando si esprime con quella sua comicità innata e mai stupida. O magari sì, stupida, però efficace. Ciro e Fru appartengono alla mia generazione e hanno quel repertorio di battute spontanee che è facile sentire dagli amici e che fanno lo stesso effetto anche ripetute dopo anni. Poi c’è Frank Matano che contagia, senza possibilità di scampo, con quella sonora risata e con la sua assoluta e genuina stupidità. Angelo Pintus è bravissimo, naturalmente simpatico, un professionista sempre a mille che sa divertire e vuole divertirsi. Non stravedo per i due conduttori, riconosco però che Fedez non ne sbaglia una, è diventato un Re Mida al pari (o per merito) della moglie e Mara Maionchi… boh, qualcuno ci dovevano mettere, meglio lei di molti altri. Insomma, complice una tosse fastidiosa che non mi ha permesso di dormire, ho guardato le puntate una dopo l’altra (e come sennò?) divertendomi parecchio nonostante gli occhi rossi e continuando a farlo dentro di me anche quando alle tre di notte passate sono riuscito a prendere sonno. Il programma è azzeccato sia per la formula sia per la mescolanza di personaggi e comicità. Sono certo che ci sarà una seconda stagione e che sarà migliore della prima, non aspetterò di scoprirla all’ultimo. Intanto invece aspetto il momento giusto per voltarmi verso qualcuno e dire anch’io “sono Lillo”, sicuro che non farò ridere nessuno.

Cosmic sin

Il film più brutto da quando è iniziata la pandemia. Stupido io che ho creduto negli ingredienti fantascienza, alieni e Bruce Willis.

E’ domenica, fuori tra vento, pioggia e limitazioni covid non c’è niente da fare, decido di vedere questa novità di Prime Video per ingannare il tempo, pur sapendo che il tempo non si lascia ingannare da nessuno, lo fa solo credere, ingannando a suo volta. Come il diavolo. E infatti dopo nemmeno dieci minuti sento puzza di bruciato: Bruce ha già steso un tizio senza alzarsi dalla sedia ma la cosa strana è che, nonostante Cosmic sin sia ambientato nell’anno 2500 e spicci, niente sulla Terra lascia intendere di essere in un futuro lontano: la gente è vestita come nel 2021, forse anche più vintage; per le strade ci sono i pick-up e i furgoni, soprattutto ci sono le strade, quelle asfaltate, con i lampioni e la segnaletica che conosciamo; un robot che indossa una camicia hawaiana serve un whisky con una pinza al posto della mano che perfino nella fantascienza degli anni ’70 sarebbe stata migliore; dentro il bar un jukebox funziona ancora con le monetine; utensili e oggetti di uso comune non sono cambiati in 500 anni di evoluzione. Eppure l’uomo ha colonizzato Marte e viaggia nello spazio. Insomma, le premesse per un buon film o anche soltanto discreto sono andate a farsi fottere velocemente. Con altrettanta rapidità si scopre che non siamo soli nell’universo, altre forme di vita (stranamente uguali agli umani, vestite da cavalieri della morte, per fortuna senza i cavalli) sostengono che ci può essere solo una razza dominante e quindi la guerra è l’unica soluzione. Attraverso un portale migliaia di astronavi stanno per arrivare e chi se non Bruce e un pugno di coraggiosi possono salvare l’umanità? Armageddon non era tanto diverso nella sostanza, però è stato girato 500 volte (numero a caso) meglio. Qua il budget non credo fosse così piccolo per una produzione Amazon, il risultato tuttavia è quello da film di serie B in zona retrocessione. Gli effetti speciali sono ridicoli, i dialoghi improponibili, l’azione in cui speravo inesistente. Nella scena più movimentata, dove due civiltà si fronteggiano per decidere chi dominerà l’universo, a combattere sono forse dieci contro dieci, una partita di calcio in pratica e i cattivi vengono respinti con pistole e pallottole. Nell’anno 2500.

Alla fine comunque il mondo è salvo. Le astronavi del nemico non riusciranno a raggiungere il portale (non oso immaginare come il regista avrebbe potuto girare una battaglia nello spazio) perché una ventenne carina e cervellona, che non poteva mancare nel cast, riesce all’ultimo secondo (grande novità) ad inviare una bomba dall’altro lato, distruggendole all’istante. In un’ora e mezza avrò visto non più di venti attori e tre location grandi quanto la mia stanza e illuminate peggio il che, assicuro, è difficile. Bruce non azzecca un ruolo da protagonista forse dai tempi di Sin City e io, boh, in qualche modo dovevo sfogarmi.

The serpent

La serie racconta, ricostruendo fedelmente i fatti, i crimini di tale Charles Sobhraj, un francese bruttarello e diabolico che negli anni 70′ ha predato e spesso ucciso non si sa quanti hippie occidentali in viaggio nell’Asia meridionale alla ricerca di pace e amore e forse se stessi. La pace l’hanno trovata, l’amore non so, se stessi non credo, visto che i corpi venivano fatti sparire, bruciati o seppelliti. Il serpente, uno dei soprannomi di Sobhraj, era un grande adescatore, non aveva scrupoli a perseguire i suoi piani e li portava a termine soprattutto perché quegli hippie, diciamolo, non erano poi così svegli: con il fumo negli occhi e nel sangue, erano portati a fidarsi di chiunque. O almeno così vengono rappresentati e questa – la facilità con cui venivano adescati – è una delle poche pecche che ho trovato nella serie, alcuni eventi sono descritti con eccessiva superficialità. Per il resto, superate le difficoltà iniziali con i salti temporali che non fanno capire una mazza e archiviati i primi due soporiferi episodi (Netflix ne poteva fare a meno), la storia inizia a ravvivarsi e coinvolgere. Il merito va al protagonista, Tahar Rahim, attore di cui mi sono innamorato che, nonostante il trucco tendente ad imbruttirlo, resta bello. Bravo è bravo, se ne parla già da qualche tempo, al punto che sono andato a recuperare Il Profeta, gran film del 2009 da lui interpretato, per apprezzarlo meglio. Le ambientazioni sono ben ricostruite e mi confermano che la Thailandia e Bangkok in particolare non mi attirano per niente. Io sarei stato uno di quegli hippie derubati e ammazzati e non sono sicuro che prima mi sarei divertito, dopo sicuramente no.

Pantano

Altra serie TV polacca che, dopo “Estate di morte”, Netflix mi propone come genere crime. Ambientata nella Polonia cupa e grigia negli anni ’80, è un misto fra thriller e giallo investigativo con intrecci politici, il che significa poco sangue, scene lente e tanta burocrazia: il titolo, Pantano, credo voglia proprio rappresentare quanto siano intricate le vicende dalle quali i personaggi fanno fatica a districarsi. E pure io, spettatore medio e annoiato, non ho colto bene tutte le sfaccettature della trama. Sarà perché i nomi polacchi mi vengono difficili da memorizzare (solo al terzo episodio ho capito come si chiamava il protagonista), sarà perché il contesto sociale e politico sullo sfondo mi è sconosciuto, sarà perché l’azione scarseggia, insomma non mi sono esattamente appassionato. E’ stato però interessante vedere come si viveva nella “Repubblica Popolare di Polonia”, come ci si vestita, come erano fatte le case e le automobili, cosa faceva la gente comune che, di certo, non guardava queste serie TV.

Glacé

Ormai Netflix ha tracciato le mie preferenze e da un paio di mesi, tra i titoli che potrebbero interessarmi, mi propone una marea di thriller, alcuni interessanti, altri penosi. Ho scelto questa miniserie francese perché l’ambientazione tra freddo e montagne, il paesello sperduto ricco di segreti, il protagonista tormentato che vive un dramma parallelo all’indagine, l’antagonista furbo quanto lui ma spietato, la ragazza carina già ispettore a vent’anni, qualche omicidio cruento e gli interrogativi inspiegabili sono classici elementi che mescolati bene funzionano. Almeno per un inguaribile serial thriller come me. Stavolta però erano mescolati a cazzo. Fino al terzo episodio sembrava che ogni tassello fosse ben incastrato in una fitta trama. Poi, contestualmente alle risposte ai primi enigmi, sono arrivate mille domande, tutte fuoriuscite da una sceneggiatura bucherellata. Per creare suspense e allungare il brodo, viene introdotto all’improvviso un uomo chiave mai visto né nominato prima e poco dopo ne spunta addirittura un altro. Nel mentre, intuizioni e depistaggi un po’ assurdi si susseguono, per non parlare dei fastidiosissimi squilli del cellulare che suona a qualcuno ogni dieci minuti in ogni puntata. Il top tuttavia è il burattinaio malvagio che, dopo aver escogitato il piano perfetto e infallibile alla base dell’intera storia, sul più bello si perde in un bicchiere d’acqua come un ladruncolo qualunque. Bah. La prossima volta scelgo una serie di genere diverso e, per non farmi ingannare dalle proposte di Netflix, me la vado a cercare su Prime Video.

Estate di morte

Il titolo è la classica storpiatura all’italiana che nasce da chissà quale mente eccelsa, perché quello originale, sia della miniserie TV sia del romanzo da cui è tratta, è “The woods“, che in inglese è efficace e non sarebbe stato male lasciarlo così. Mi ricorda il caso di “Eternal sunshine of the spotless mind”, film acclamato dalla critica e vincitore di numerosi premi, che in Italia hanno tradotto come “Se mi lasci ti cancello”, facendolo passare per una stupida commedia americana. Non è stato quindi il titolo a farmi scegliere questa serie ma, ancora una volta, il nome di Harlan Coben, l’autore che ho scoperto proprio nei giorni scorsi con “The stranger” e il più vecchio “Safe“. Netflix ha deciso di produrla in Polonia e non si sa perché. Il risultato non ne risente e da subito il mistero dei quattro ragazzi scomparsi comincia a dipanarsi, lasciando comunque tanti interrogativi che pian piano troveranno risposta, anche se con qualche forzatura ai limiti del banale. Il parallelo tra le due storie che si alternano a distanza di venticinque anni mostra una Polonia del 1994 che Kripstak e Petrektek non avrebbero potuto rappresentare meglio, quella del 2019 è forse già più avanti del nostro paese. Mi è piaciuto il protagonista da adulto, con quel sorrisetto che non perde nemmeno quando gli sparano e quella sfiga che lo perseguita fin da ragazzo. Il finale lascia una porticina aperta: chissà che non ci possa essere una seconda stagione, magari con lo stesso protagonista anziano nella Polonia del 2044, quando avrà surclassato l’Italia.

The stranger

La serie è tratta dal romanzo omonimo di Harlan Coben, autore a me sconosciuto fino a ieri, quando ho scoperto essere stato il creatore di Safe, un’altra serie thriller targata Netflix che un paio di anni fa avevo apprezzato parecchio. La scrittura non a caso è solida, i colpi di scena si susseguono e la trama è intricata al punto giusto, ricca di misteri che si sviluppano parallelamente a quello principale, la scomparsa di una donna, attraverso gli intrallazzi della solita comunità di personaggi che sanno tutto l’uno dell’altro. O almeno credono di sapere, visto che anche il più puro di loro nasconde legami segreti e segreti pericolosi. “Il segreto” sarebbe stato infatti un titolo più adatto ma esiste già una televonela che ha bruciato l’idea, insieme ad un’intera generazione. La storia è impacchettata bene: se non fosse nata da un romanzo non credo sarebbe stata così curata, perché niente è lasciato al caso, a differenza di tante belle sceneggiature che poi peccano di leggerezza. Con un po’ più di fiducia e meno preconcetti, avrei capito che nonostante l’idiozia della tizia di cui si perdono le tracce nella prima puntata (unico buco della trama è proprio la sua inutile omertà), il finale non poteva essere differente e forse è stato meglio così, perché non me lo aspettavo e perché lei non era poi così simpatica.

Dietro i suoi occhi

La protagonista – non quella di colore e nemmeno il tizio con la barba – è la figlia di Bono degli U2 e gli assomiglia, oltre che per gli occhi e il fascino, anche per l’altezza: lui è bassino, lei di più. E’ la vincitrice morale del duello di nervi che, dopo le prime pressoché inutili puntate, si innesca fra i tre personaggi principali, ma non potrà esserne contenta né materialmente festeggiare perché alla fine a sorridere davvero sarà il quarto uomo, quello che sta in disparte e decide a tavolino le partite. La miniserie viene etichettata da Netflix come un thriller psicologico, a me è sembrata più un noioso soprannaturale: le basi per un buon prodotto c’erano, peccato aver mandato tutto in fumo. La storia, non a caso, finisce (e comincia) con un incendio. L’ultima mezz’ora dei sei episodi chiarisce tanti interrogativi e lì lo spettatore risveglia il suo interesse e si chiede che motivo c’era di inserire nella trama quella roba trascendentale. Ancora una volta (sembra ormai un cliché di molte serie di questo genere) a spiegarlo e a sorprendere ulteriormente sono gli ultimi cinque minuti, dando l’illusione di non aver sprecato il proprio tempo. L’effetto tuttavia dura poco e l’indomani al massimo ci si ricorda della protagonista bassina figlia di Bono degli U2 – che, è giusto dirlo, si chiama Eve Hewson – e della scena madre in cui grida “vaffancuuulo” imitando Aldo in “Tre uomini e una gamba”.

La tregua

Serie belga ambientata in un losco paesello in cui un ragazzo, immigrato africano, sfigatissimo, viene trovato morto e un ispettore mezzo psicopatico si trova ad indagare sul caso, districandosi tra omertà, depistaggi, amnesie, false intuizioni e altri omicidi. Sfigatissimo il ragazzo, perché la stessa sera in cui viene ucciso, gli sparano, lo investono con la macchina, lo prendono a mazzate, tentano di seppellirlo… finché l’ultimo dei potenziali assassini finalmente riesce a mandarlo all’altro mondo. Eppure tutti gli volevano bene, pare. Dopo che praticamente ogni personaggio viene accusato e scagionato, l’assassino viene smascherato solo negli ultimi dieci minuti dei dieci episodi ma diciamo che la sua identità si può intuire (almeno per me è stato così) già a tre episodi dalla fine, se non addirittura prima, un po’ per le inquadrature ricorrenti e un po’ per esclusione: era l’unico che non era stato sospettato in tutto il paese. Comunque non è una brutta serie, l’ho seguita con interesse anche perché, oltre al crimine e alla ricerca del colpevole, c’è un po’ tutto il male del mondo: i rapporti incestuosi, il nazista, l’albanese mafioso, il poveretto sciolto nell’acido, gli sciroccati, la multinazionale senza scrupoli, la corruzione nel calcio, il calcio, gli adolescenti idioti, i colpi di scena. Non ho trovato il pedofilo, mi sarà sfuggito. Interessante comunque, mi ha appassionato tant’è vero che ho iniziato la seconda stagione, sempre su Netflix. Se gli attori fossero stati anche belli e bravi però, lo avrebbe fatto di più. Che poi perché è intitolata “La tregua” mica l’ho capito.

La mante

Che non è “l’amante” ma la mantide, quell’insettino orribile la cui femmina uccide il maschio e se ne nutre, staccandogli prima la testa, durante l’accoppiamento. Qui è una donna, la sempre bella ultrasessantenne Carole Bouquet, pluriomicida in carcere, la quale collabora con la polizia per catturare un assassino che, venticinque anni dopo, ne replica i delitti efferati. Va detto che gli uomini uccisi dalla mantide erano pedofili, violenti, degenerati. Un colpo di scena finale svelerà perché. Di colpi di scena in realtà ce ne sono tanti in questa miniserie targata Netflix, non annoia mai e, parte qualche buco di sceneggiatura nell’ultimo episodio, risulta ben fatta anche se non è per tutti. Alcune scene infatti sono piuttosto cruente, del resto parliamo di un thriller. Le citazioni poi si sprecano, da Shining a Il silenzio degli innocenti a Misery non deve morire (quelle che mi vengono in mente), è divertente ritrovarsele durante la visione. E, insomma, mi è piaciuta. Ah, alla fine lei muore. O forse no.

Gli occhi del cuore

E’ stata un bella vacanza, circa dieci anni fa. Mi sono aggregato ad un gruppo di amici romani che stavano girando la Sicilia e li ho accompagnati, io che già mi trovavo a Palermo, in alcuni posti che non volevo perdermi, tra cui Monreale, Ustica e Favignana. Favignana la conoscevo già molto bene ma non perdo mai l’occasione di tornarci, così ho fatto quella volta e così farò quest’estate. Le isole hanno un fascino particolare, le isole di un’isola più grande come la Sicilia ancora di più. Mi sono divertito parecchio, pur essendo uno dei tanti, troppi. A me non piace muovermi in comitiva. Intendo proprio passeggiare, esplorare, andare al mare, cose per cui il numero ideale di persone non dovrebbe essere più di quattro o cinque. Meglio uno, da solo, che è il massimo. O due, se si è innamorati. Tra amici e amici di amici, saremmo stati in quindici o venti, chi lo sa. E nessuno era innamorato.

Sabina Guzzanti se ne stava in disparte, parlava poco e quasi unicamente sottovoce con una sua amica che non ci ha mai presentato e che ho pensato fosse la sua compagna. Quando apriva bocca però si sentiva solo lei, anche quella sera che al ristorante avevamo riempito una tavolata e lei si era presentata soltanto per il caffè, sapendo che il caffè in quel ristorante non lo servivano. Il proprietario, gentilissimo, preferiva così e all’ingresso la cosa era ben specificata, forse per liberare i tavoli più alla svelta visto l’afflusso continuo di gente. Sabina lo sapeva, conosceva il posto e conosceva il tizio che le ha portato il caffè quasi di nascosto, in un vassoio coperto con un tovagliolo. A me però piaceva Caterina. Allora non sapevo che anche lei lavorasse nello spettacolo, per me era l’ignota sorella minore di Corrado e Sabina Guzzanti. Il peggio tuttavia era non sapere che fosse tra i protagonisti di Boris, la fuoriserie italiana divenuta un cult, di cui ignoravo l’esistenza e che solo in questi giorni, grazie a Netflix, sto recuperando. Con dieci anni di ritardo.

Caterina era – e immagino sia tuttora – molto carina e naturalmente simpatica. C’era anche Davide, uno dei registi della terza stagione di Boris e sono certo, col senno di poi, che ci fosse anche qualcun altro della troupe lì in mezzo. Tutti ospiti dei Guzzanti, che a Favignana hanno una villa, per una vacanza alla fine delle riprese. Ci siamo ritrovati insieme a bere birra in spiaggia e inventare storie sdraiati sulla sabbia. Caterina e Davide ci hanno stupito con un giochino in cui riuscivano ad indovinare i titoli dei film senza apparentemente comunicare. Io indossavo una camicia a maniche corte che mai più avrei usato, come qualsiasi altra camicia a maniche corte. Davide mi ha raccontato del suo primo film, “Notturno bus”, che ad oggi non ho ancora visto pur avendolo scaricato pochi giorni dopo quella sera. Mi ha anche confidato che stava scrivendo una sceneggiatura: Wikipedia mi ha suggerito che potesse trattarsi di quella del thriller “Breve storia di lunghi tradimenti” con Carolina Crescentini, pure lei tra i protagonisti di Boris. Carolina a Favignana non c’era, me ne sarei ricordato. Credo, eh. Perché c’era davvero un via vai di approcci, chiacchiere e facce che si scambiavano continuamente. Caterina era proprio divertente e rubava la scena senza volerlo. Le abbiamo dato anche un passaggio a casa con la Panda scassata che i proprietari della nostra villetta ci avevano prestato per girare sull’isola. L’indomani io sarei ripartito e avrei iniziato a perdere i contatti anche con gli amici romani tranne che con una, carissima, la quale mi avrebbe poi introdotto nel fantastico mondo del padel aprendo un circolo vicino a dove abito.

Insomma, la vita è una ruota che gira o anche la boccia di un pesce rosso in cui il protagonista osserva ciò che accade senza che lo decida. E in questi giorni, guardando quella fantasticheria di Boris, quasi mi dispiace non averne saputo parlare al tempo di Favignana. Forse doveva andare così, non sono sicuro che lo avrei apprezzato allo stesso modo. Oggi invece, memore di quelle serate, Boris mi appassiona e mi accompagna mentre faccio colazione: guardo una puntata e inizio la giornata con gli occhi del cuore.

The last dance

Un capolavoro assoluto. The Last Dance è la cosa migliore venuta fuori da questo periodo di isolamento, superiore persino alla Colombina De Longhi, arrivata a casa qualche giorno fa, che fino ad oggi ha rappresentato la gioia più grande della mia nuova vita casalinga.

Le ultime due puntate della docu-serie, uscite stamattina, tra l’altro in concomitanza con la fine della quarantena, chiudono una racconto da favola in cui a livello di emozioni non è mancato nulla. Sono cresciuto giocando a basket e Michael Jordan, pur non essendo il mio giocatore preferito (ero innamorato di un certo Magic Johnson), è stato capace di esaltarmi come pochissimi nello sport in generale. Ha portato la sua squadra in cima all’NBA e l’NBA oltre il gioco, oltre lo sport, trasformandola nello spettacolo entusiasmante che tutti conosciamo. Centinaia di aneddoti raccontano il giocatore e l’uomo, dalla nascita fino all’ultima incredibile stagione, “the last dance” appunto, in cui squadra e dirigenza sapevano che l’anno successivo sarebbe cambiato tutto. Jordan infatti si sarebbe ritirato. Da vincente. Con tre anelli consecutivi vinti, per due volte. Sei titoli in otto anni, oltre ad un’infinità di record e leggende. Ma la storia è lunga e complessa: ci sono delle omissioni, qualche ambiguità e tanti personaggi, ognuno con i propri retroscena, che insieme a Jordan, quella storia, l’hanno fatta. E io non sono capace di aggiungere niente a quello che la serie racconta ma sono sicuro che presto mi riguarderò tutti e dieci gli episodi, sicuramente mentre passo sul pavimento la mia Colombina.