Cinque anni fa

Lui aveva 13 giorni in questa foto e io 13 giorni dopo sarei partito per l’Islanda. Me lo ricorda Facebook. Non serve però Facebook per sapere quanto è stato importante il 2014. Importante o deviante, per merito e colpa delle famose sliding doors che hanno aperto al mio futuro una direzione ben precisa. Al tempo non potevo immaginarla, potevo averne solo un’idea ma era una delle migliaia di combinazioni possibili che solo Doctor Strange avrebbe potuto prevedere. Insomma, nasceva il mio secondo nipote, andavo in Islanda, facevo volontariato in Burkina Faso e compivo (o compievo?! Dubbio delle 8.30 del dopo ferragosto prima di andare in ufficio…) la scelta che avrebbe mischiato le carte per sempre: andare avanti con quelle, vincenti, che avevo in mano o pescare il jolly e rimettere tutto in gioco per amore del rischio? Ho amato il rischio. Ho rischiato l’amore. Di mani ne ho perse eppure, alla fine, ho vinto. E quegli occhietti di mio nipote, oggi cinquenne, sono lì a dimostrarlo.

A quattro anni…

  • buio in sala e silenzio assoluto;
  • partita in diretta streaming piratato;
  • ingresso vietato a genitori, nonni, fratello, zio;
  • pancia da birra rigorosamente scoperta sotto la maglietta;
  • utilizzo consapevole della pancia stessa come poggia-oggetti (cellulare, lattina, libro ecc.);
  • rutto libero.

L’ultima prova

Non era in programma che ti facessi vivo e la notizia del tuo arrivo ci ha scosso un po’ tutti. Nessuno però ha avuto il minimo dubbio su di te, saresti stato accettato e amato sin dal primo giorno, diventando uno di noi e non uno qualunque, il più importante. Lo sei stato ogni singolo minuto e lo sei tuttora, anche se da due anni dividi il palcoscenico con tuo fratello, venuto al mondo dodici anni dopo di te.

Ad esser sinceri, l’unico che ha sollevato qualche dubbio sull’opportunità della tua presenza sono stato io, come al solito contro corrente. Non ti potevo conoscere, non esistevi, ero troppo giovane per sapere quanto si potesse amare un bambolotto che piange e sporca. Ero contrario. Ma ci è voluto poco a farmi cambiare idea. Ci è voluto poco a farmi cambiare. Come persona, definitivamente. E poi chi doveva decidere, i tuoi genitori, non hanno avuto alcuna esitazione. Non ho tuttavia seguito le tue tracce fino a quel 20 settembre, non sono venuto nemmeno in clinica, se non quando eri già “vecchio” un paio di giorni. Ci siamo presentati e da quel momento abbiamo costruito il nostro rifugio, che ancora oggi vince sulla distanza.

Ne hai viste di cose nel frattempo. L’infanzia ti ha messo alla prova tante volte e tu non è che ti sei potuto tirare indietro. Potevi solo crescere. Sei stato sballottato qua e là, cambiando case, città, aerei e non a caso hai avuto per anni una passione sfrenata per i treni, protagonisti di viaggi, sogni e paesaggi da guardare dal finestrino. “Non ti abbiamo fatto mancare nulla” si dice ed è vero, ma spesso si tratta di un concetto riferito alle cose materiali. La tranquillità, le certezze, i riferimenti, le risposte… come si può essere certi che non siano mai mancate? Forse ce lo dirai tu stesso tra qualche anno. Io però una cosa che sicuramente non hai avuto la conosco e non è una fesseria, tutt’altro. E’ il motivo per cui ogni tanto cadi e ti ritrovi a terra gridando aiuto senza chiederlo. Ti rialzi sempre da solo e questo forse non sarebbe un grosso problema se non fosse che, una volta in piedi, non sempre trovi qualcuno ad indicarti la strada giusta. Tornare indietro per riprenderla poi è molto difficile. Ma non dipende da te, tu colpe non ne hai. Alla tua età molto dipende da chi ti sta vicino, da chi ti vuole bene e, quasi allo stesso modo, da chi ti ignora o nemmeno ti conosce. La strada da percorrere te la può indicare anche chi ti vorrà male: in questo caso, è semplicemente l’altra, devi essere tu a capirlo e succederà presto.

Di prove ne affronterai molte e non saranno né semplici né comuni. Se non potrò darti la mano per farti rialzare, le proverò tutte per non farti cadere. Pure adesso, in questo esatto momento, mentre ti immagino seduto davanti ai tuoi insegnanti di scuola per affrontare l’ultima prova di esame delle medie. E’ una passeggiata ma tu non lo sai: quindi allunga lo stesso la mano, te la prendo perché sono io che la voglio.

In caduta verticale

“Resta qui e aspettami” dico, uno sguardo fugace e mi allontano. Percorro un tunnel buio, ho un sorriso più di circostanza che di piacere, mi tremano le gambe. Ma vado avanti pur non sapendo bene cosa mi aspetta. L’attesa è lunga e in quel corridoio non c’è nulla con cui distrarsi se non perdersi nei propri pensieri. Solo delle grida in lontananza, ogni tanto, mi scuotono. Eppure, nemmeno per un momento ho pensato di fuggire.

I ricordi affiorano, tutti etichettati come paure. Il primo che mi viene in mente risale a circa vent’anni prima, quando ancora vivevo con i miei. Durante la notte, nel sonno profondo, mi sento afferrare le gambe, come se un’enorme forza volesse buttarmi giù dal letto. Mi sveglio e per una frazione di secondo immagino che stia accadendo qualcosa di brutto e violento in casa. Mi alzo e scappo di corsa ma non verso la porta d’ingresso, corro dalla parte opposta, verso la camera dei miei genitori, anch’essi in piedi e spaventati. Ignoro mio padre e subito abbraccio mia madre, per proteggerla o per farmi proteggere. In quel momento capisco, è un terremoto. Trema ogni cosa, saranno trascorsi pochi secondi da quando sono scattato eppure, ora che ho acquistato lucidità, mi tranquillizzo, divento un pezzo di ghiaccio. Non ho mai creduto che un terremoto potesse spaventarmi. Arriva la quiete, bisogna uscire, i miei mettono qualcosa addosso e raggiungono per strada il vicinato. Io temporeggio, mi lavo persino i denti, poi scendo. Non è successo niente.

Ci sono delle frecce luminose nel tunnel che mi indicano la direzione. Procedo lentamente, non riesco a fare di meglio. Salgo una scala che sembra un’uscita di emergenza. Io però sto entrando.

Un altro ricordo legato alla paura riguarda mio padre, pochi anni fa. Per un paio di giorni ha accusato giramenti di testa e cali di pressione. Quando sembrava che stessero passando, ritornavano senza preavviso. Per la prima in vita mia l’ho visto debole, per la prima volta in vita sua ha chiesto aiuto. Era un segnale che non potevo ignorare. L’ho aiutato a camminare e anche questo non era mai successo. Andando al pronto soccorso, continuava a ripetere che non poteva permettersi di ammalarsi e lasciarci soli in quel periodo. Era chiaro che nella sua testa il timore non era di ammalarsi, era ben altro. E’ una paura che abbiamo tutti: perdere le persone che amiamo, nei rapporti, nei sentimenti o nella vita. I medici tuttavia ci conforteranno e così tutte le analisi nei giorni successivi. Non è successo niente.

In pausa pranzo prendo la moto per una veloce commissione. Eppure non vado veloce, nonostante sia in autostrada. Ho un flash, l’immagine di un guardrail lunghissimo che si avvicina improvvisamente. Non saprò mai se si tratta effettivamente di un ricordo o di una proiezione della mia mente ma sono certo che per un attimo, per un solo attimo, ho avuto paura di non farcela, di questo sono certo. Allo stesso modo non saprò mai come e se sono caduto, se ho perso il controllo, se mi hanno tamponato, se sono svenuto mentre ero in sella. Eppure, anche stavolta, non è successo niente.

Da piccolo, mentre dormo profondamente e un riflesso di luce filtra dalla finestra, vengo svegliato dal rumore del vento. Rimango in dormiveglia a guardare l’enorme tenda che si gonfia e ondeggia lungo la parete. C’è un clown appeso lì, un pagliaccio che sta in casa da prima che io nascessi. Osservo la tenda quasi ipnotizzato, finché una mano compare da dietro all’improvviso e in un lampo afferra il pagliaccio per farlo sparire. Mi accorgo della sagoma di un uomo dietro la tenda. Cerco di gridare ma, come spesso accade nei sogni, la voce non viene fuori. Mi sveglio nel panico, sudato. E’ stato proprio un sogno, il pagliaccio è ancora lì e la tenda probabilmente non si è mai mossa. Non è successo niente.

Non ho mai subito l’influenza di particolari fobie nella mia vita. Che so, mi fanno un po’ impressione le blatte o i gechi e, se ne dovessi incrociare uno ad un’altezza superiore alla suola della scarpa, probabilmente farei un balzo all’indietro per allontanarmi, d’istinto. Non è un vero e proprio spavento. A parte questi pochi episodi, ritengo di non aver mai provato il vero senso della paura, anzi sono sempre stato piuttosto intraprendente, alla ricerca continua di adrenalina ed emozioni che potessero spostare i miei limiti un po’ più in là. Sempre di più.

Ecco perché sto percorrendo il tunnel. Sono quasi alla fine. Il battito del cuore accelera. Messaggi ambigui vengono registrati dai miei occhi: black hole, vortice, condotto spazio-temporale, caduta verticale. Supero un tornello, sono l’ultimo. Un solo posto libero è rimasto, nella prima fila, la peggiore. Mi seggo, sono pronto. Non può accadermi nulla, devo andare a riprendere mio nipote che mi aspetta di sotto. Del resto, sono a Gardaland, questo Oblivion non può spaventarmi.

Ora che tu sei

Sapevo del tuo imminente arrivo e, in un certo senso, mi stavo preparando. Mancava ancora tanto tempo però e non mi preoccupavo troppo di come avrei reagito quando ti avrei visto. Nei giorni scorsi tuttavia, quando si parlava di te, il cuore si comportava in modo strano, mandava impulsi a raffica e mi stupiva ogni volta: conoscevo già il sentimento forte che si stava manifestando, facevo solo fatica a riconoscerlo, a ritrovarlo. Ti amavo pur non avendoti mai conosciuto prima. Succede anche nelle migliori famiglie. Aspettavo solo un cenno per dirtelo e, anche se non è ancora arrivato, sono sicuro che lo riceverò presto. I segnali ci sono tutti, indirettamente me ne hai inviati parecchi. Intanto, una tua foto via cellulare è stata sufficiente per scuotere i sensi, farmi venire l’acquolina negli occhi, le lacrime. Ho divorato quella foto, osservandola in ogni suo punto. Quella e le altre che sono arrivate dopo. Ti ho mangiato con gli occhi, aspettando di farlo, dolcemente, come si fa con un cucciolo, con la bocca, le mani, i pensieri e tutto quanto. Devo attendere ancora. Ora che tu (ci) sei, non ci sono io, non ti posso raggiungere. Lo farò presto e non avverrà in stazione ma a casa tua. Mi presenterò, ti prenderò in braccio e sarà per sempre.
Non sono padre, almeno credo. Ma l’amore che sento per te è enorme, simile a quello di un genitore, uguale a quello che provo per tuo fratello e che mi ha travolto quasi dodici fa quando è nato. Siete i miei nipotini e io vi adoro.

Emanuele