Non potrebbe esistere altrove

Quella cosa dei buoni propositi per l’anno nuovo mi ha sempre fatto pena. Mi ricorda i personaggi tristi che “da lunedì in palestra”, dopo aver preso sette chili in sette giorni di feste ed aver pagato con entusiasmo la famosa quota semestrale o annuale “perché conviene”. Tristi, non perché rimandano in continuazione l’espiazione delle presunte colpe e nemmeno perché sono ingrassati, anzi beati loro, grasso è bello se non è litigarello, dice il proverbio. Sono tristi perché vanno in palestra, stop, uno dei posti più deprimenti del mondo dopo la chiesa e il negozietto cinese sotto casa. Luoghi tra l’altro frequentatissimi, come appunto le palestre. Questo fondamentalmente perché tutti vogliamo farci un po’ del male se ne abbiamo l’occasione e luoghi del genere tirano fuori il male migliore che c’è in noi, non la cattiveria s’intende, ma il nostro lato nascosto, quello che vorremo non avere e che invece coltiviamo dietro l’angolo delle nostre debolezze. Se vai in palestra è perché non ti piaci abbastanza, se vai in chiesa è perché non piaci a dio, se vai dal cinese è perché non ti piace un cazzo.

Il mio lato nascosto, uno dei tanti oltre alla faccia, ha a che fare con i buoni propositi. Non mi è mai venuta l’idea di tirare le somme a fine anno, però mi sveglio ogni mattina con degli obiettivi a breve termine, piccoli o grandi che siano, e questo è male perché sto sempre ad inseguire qualcosa e, finché non lo raggiungo, non mi sento soddisfatto. Oltretutto, il mio lato nascosto, invece di combatterlo lo alimento, dato che gli obiettivi sono sempre tanti e si moltiplicano come i chili dei personaggi tristi della palestra. Come le preghiere. Come i cinesi.

Quindi io adesso sono pieno di buoni propositi e non perché siamo all’alba di un nuovo decennio ma perché forse sono un personaggio triste. Del resto, uno che si chiama Topper Harley non è di certo partito con il piede giusto. Nella vita proprio, sin da quando è nato, dentro questo spazio virtuale, sedici anni fa. Proprio il blog è il mio primo cruccio. Dovrebbe essere un habitat naturale, fatto di racconti e storie, e invece è diventato un portafotografie, nonostante la voglia di scrivere non si sia mai attenuata. Scrivo sempre meno qui e più altrove, tra agendine e fogli di carta e Word piantati in asso, ma vorrei invertire la tendenza, completare gli articoli che lascio in bozza, riempire la sezione dei viaggi con i diari che ho conservato, seguire i blog degli amici e magari cercarne di altri. Manca il tempo purtroppo e le altre cose in lista evidentemente hanno priorità maggiore. Oggi tuttavia mi sono armato di buona volontà, ho mangiato un panino in ufficio e sto dedicando la mia pausa pranzo a queste righe. Mi appresto a pubblicare un post vero, di parole vecchie e pensieri infantili, soltanto per coprire un buco e per ricordarmi che Topper non potrebbe esistere altrove, men che meno in palestra, in chiesa o dal cinese.

I blogger non muoiono mai

Qualche anno fa, tra i tanti amici del web, ce n’era uno con cui scambiavo spesso più di una chiacchera e non solo di quelle che si mangiano con lo zucchero. Allora non seguivo tanti blog, solo alcuni catturavano la mia attenzione, generalmente per lo stile della scrittura o proprio per il personaggio che si celava dietro. Oggi siamo tantissimi, ci accoppiamo e riproduciamo tra di noi e quei contatti si sono moltiplicati a dismisura. Li seguo saltuariamente perché sarebbe impossibile farlo in modo costante e forse è anche meglio, del resto succede così quando si incrocia un amico per strada e poche parole, un timbro di voce o un’occhiata bastano a recuperare la distanza dall’ultimo incontro. D’altro canto, imbattersi tutti i giorni nella stessa persona sarebbe un po’ palloso, per questo esistono già i colleghi.

Quindi, io con quel blogger “chiaccheravo”, in pubblico o in privato e non tanto di più di quanto facessi con altri. Mi divertivo, aveva la mia stessa ironia e sapevamo che l’ironia funziona come un amico comune quando ci presenta l’uno all’altro. Un giorno tuttavia, dopo qualche tempo passato senza vederlo in giro, vado direttamente a trovarlo sul blog che però trovo uguale all’ultima volta, nessun aggiornamento e nessuna risposta ai commenti. Sono andato a cercarlo nei giorni successivi, gli ho lasciato messaggi privati, ma non ho più avuto sue notizie nemmeno altrove, finché la piattaforma (Splinder) ha chiuso i battenti e le sue tracce si sono perse definitivamente nella rete. Tra l’altro, pur parlando di qualsiasi cosa, lavoro, donne, libri, cinema, problemi personali, seghe mentali, sport… no, sport no, non ne capiva una mazza, beh, io non ho mai saputo quale fosse il suo vero nome, né lui il mio. Sicché, evaporato Splinder, solo lui avrebbe potuto cercare Topper Harley, io il suo nickname non l’ho più beccato.

Mi sono chiesto tante volte se fosse morto con Splinder, nel senso di aver smesso, di non aver trovato interesse ad aprire o trasferire il proprio blog come ho fatto io su WordPress. Mi sono chiesto altre volte se fosse morto fisicamente, roba che nella mia testa allora era impensabile. A quel tempo immaginavo forse che nel web non si potesse morire, che un blogger – entità soprannaturale – vivesse per sempre, forte dell’idea che qui non siamo noi, siamo quello che scriviamo e leggiamo, siamo le nostre parole. Ma non è vero. Qui siamo persone, lo siamo nella vita di tutti i giorni e continuiamo ad esserlo quando indossiamo una o più maschere, usiamo lo schermo per proteggerci, storpiamo il nostro carattere o nascondiamo il fine ultimo della nostra presenza da queste parti, non sempre cristallino. Fatto sta che la gente muore pure nel web.

L’anno scorso è toccato ad un’amica, una signora molto carina che mi seguiva tramite Facebook e che mi aveva confidato di lottare contro un male purtroppo più forte di lei. Prima ancora una donna con un carattere fortissimo che scriveva poesie e che se n’è andata all’improvviso. Pochi mesi fa l’aldilà ha accolto un’altra amica che ammiravo per le sue foto. E insomma sono cose che toccano, certo diversamente dalla scomparsa di un amico che si conosce in carne ed ossa, ma toccano. Soprattutto se le loro immagini e loro parole in qualche modo continuano a girare per il web e se ne percepisce la presenza. Forse è questo il senso di ciò che pensavo un tempo, che i blogger non muoiono mai. E io, piccolo blogger semi-sconosciuto che di sparire non ha la minima intenzione e che non ha mai postato articoli memorabili, mi domando chi mi cercherebbe se smettessi di scrivere. Nessuno probabilmente. Però, per non lasciare nessuno nel dubbio a differenza di come è accaduto a me con l’amico sparito, quando sarò morto pubblicherò un post di addio, una foto Instagram della lapide di cartongesso che avrò sulla testa e, se mi andrà, anche un libro postumo.

Mica come oggi

Altrove, tanto per cambiare, la novità era arrivata un paio d’anni prima. Da noi ha preso piede concretamente solo nel 2003, tanto tempo fa, quando si parlava ancora e le parole viaggiavano velocemente, anche se non velocemente come oggi ché i progetti nascono dopo essere stati realizzati. Si parlava ancora di web-log per descrivere questa nuova forma di espressione in rete, una via di mezzo tra un sito web e un diario online, ma ci ha messo poco a diventare blog per tutti, me compreso.

Ricordo bene il giorno in cui ho creato il mio. Ero su Excite, una piattaforma che forse nemmeno esiste più, coetanea di Splinder, piattaforma che sicuramente non esiste più e che è stata per un periodo la più apprezzata in Italia: non so se per fascino, per numero di utenti, per raccomandazione, per le stelline date dai blogger. Non erano nemmeno blogger all’inizio, non si definivano tali, erano persone che, come gli artisti, si stavano facendo spazio per mettersi alla prova e offrire se stessi al mondo cosiddetto “virtuale” attraverso uno strumento nuovo, la parola scritta. Ci hanno messo poco anche loro a diventare blogger e io ero uno di quelli. Li conoscevo quasi tutti, almeno di nome. Alcuni erano veramente famosi, ora ne leggo i libri. Non era mica come oggi che tra blogger e scrittore spesso la differenza è sottile: allora i blogger erano in gran parte apprendisti dello scrivere e non avevano ambizioni. Non che sia un difetto, intendiamoci. E’ che adesso i blogger prima di tutto scrivono, poi nel caso cazzeggiano, a prescindere dall’etichetta di food blogger, travel blogger, fashion blogger e so-tutto-io blogger. Ma quando scrivono, quelli veri, sanno farlo mostruosamente bene. Ammiro chi riesce a sfornare libri, libri veri e, in generale, chi esce dal blog per sfruttare un dono e una passione più forti. A volte il dono non c’è, è la passione a muovere i fili, a metterci l’anima per affrontare la carta e impaginare il verbo e diffonderlo. In ogni caso non è mai sbagliato perseguire un obiettivo, un sogno. Cimentarsi in sfide di questo genere è un bene, a prescindere dallo scopo. Scrivere è magia, che si sappia o non si sappia fare. Scrivere è condividere e aprire mondi nuovi di amicizie e conoscenze. Scrivere è cultura se c’è un minimo di impegno. Scrivere è terapeutico e questo è il motivo per cui ho iniziato io.

Sono arrivato tardi rispetto alla media del tempo. Quei pochi post pubblicati su Excite risalgono all’estate del 2004. C’è voluto poco a capire che dovevo trasferirmi, Excite faceva cag… schifo. Ho subito trovato in Splinder il mio ambiente ideale e ho iniziato a bazzicarci più di quanto facessi altrove. Facebook allora era solo un embrione di quello che sarebbe diventato. Non è che ci fossero sul web tanti spazi in cui farsi vivi. Ad eccezione dei siti porno, che esistono da prima di internet e in cui non ci si faceva vivi, ci si faceva e basta.

Ero triste. Mica come oggi. Ero triste davvero. Stavo affrontando uno dei periodi peggiori della mia vita e il fatto che quel periodo ad ora sia ancora il peggiore della mia vita vuol dire che ho avuto una bella vita. Perché in fondo si trattava di una delusione amorosa, di un problema di cuore, uno di quelli che ti segnano con la matita (rossa) e poi si cancellano, non con la gomma ma con colori più vari e vivaci. Ho sofferto, questo blog ancora adesso lo testimonia. Non voleva essere un diario il mio, doveva rappresentare uno mezzo di contatto con quella Lei (con la L maiuscola, l’iniziale del suo nome) che mi aveva lasciato. Non potevo più sentirla con la stessa frequenza di quando stavamo insieme né mandarle lettere che avrebbe cestinato e così il blog è arrivato in mio soccorso, permettendomi di scrivere come se mi potessi rivolgere direttamente a lei. O a me stesso.

Splinder aveva, in alto a destra, un contatore. Oggi WordPress ha il fumetto che si accende e cambia forma. Splinder usava un numerello rosso che indicava se e quanti nuovi messaggi privati c’erano da leggere. Ecco, credo che in pochi possano capirlo, ma in una pagina chiara, azzurra e bianca quale era la dashboard di Splinder, quel “1” (o “2” o più se eri ricercato) rosso bene in evidenza lì in alto era una lampadina accesa in una stanza buia. Tutto è iniziato da lì, per me. Quel numerello era speranza, rivalsa, contatto, voleva dire che c’ero anche io e avevo un mio ruolo, a differenza dell’autostima. I blogger mi riconoscevano e scambiarsi messaggi era meglio di una chat. Dopo tanti anni, le persone che ho conosciuto tramite il numerello sono ancora qui e sono amiche, quasi tutte. Mi hanno aiutato, a scrivere, a comunicare ed a tirarmi fuori dal vortice di stupida disperazione da cui non volevo emergere. Certo, col senno di poi è facile guardarsi indietro e riderci su, ma fintanto ero dentro non avevo la mente così libera.

Il mio blog si chiamava e, dietro un redirect, si chiama ancora “Lei e tutto il resto”, parole messe insieme in pochi secondi durante la fase di registrazione in Splinder. Serviva un nome e con quello avevo intenzione di individuare uno spazio per far incontrare i due mondi in cui credevo fosse diviso l’universo: Lei da una parte e il resto dall’altra. Ricordo – ci sono ancora post con il font rosso qui – che usavo solo tre colori per testo e template: nero sullo sfondo, bianco a sprazzi e parole e parole solo in rosso. In pratica non si leggeva una mazza. Ma non è che rappresentasse un problema. Non esistevano i like, non esistevano i follower come li intendiamo oggi (era solo un elenco di preferiti), non c’era la brama di condivisione di adesso. Non lo dico con rimpianto o spirito critico, era solo diverso.

C’erano personaggi incredibili dietro i blog. Alcuni sembravano che non esistessero nella realtà. Erano pionieri, precursori delle due scuole principali di pensiero che regnavano: quella della scrittura creativa, passionale, comunque impegnata e quella del cazzeggio quasi totale. Difficilmente i blog erano monotematici e anche le foto da condividere non avevano lo stesso appeal. Erano più personali, almeno all’inizio. Ed era per questo che ci si apriva e si socializzava in fretta. Era facile entrare dentro ognuno di noi perché non ci si pubblicizzava. C’erano i nickname e io da subito sono stato Topper Harley: altra richiesta necessaria da inserire in fase di registrazione che ho dovuto inventare su due piedi. Inventare mica tanto però. Allo stesso modo di “Lei e tutto il resto”, anche Topper Harley aveva il suo perché. Topper Harley è il protagonista di un film demenziale che è “Hot Shots!” con Charlie Sheen, una parodia di film quali Top Gun, Rambo, Terminator e altri ancora. Topper Harley, se lo conosci, lo conosci bene, lo ricordi, ridi pensando a lui ed alle sue avventure. Se non lo conosci, non rappresenta nulla, è un nome come un altro. Ce ne sono tanti di Topper Harley, altre persone nel mondo che hanno scelto questo nick ma ce n’è solo uno che puoi conoscere tu, tu che fai parte delle mie cerchie. Sono uno e tanti, io e nessuno. Una specie di anonymous, solo più demente. Questo è esattamente quello che volevo essere sul blog. Una chiave di lettura chiara: o mi conoscevi o ti ero del tutto estraneo, senza vie di mezzo. E non esistevano altri dettagli che potessero far risalire quel nome all’Alessandro che si celava dietro. Ero io allora, nascosto dietro un personaggio. Oggi è il nome che uso per raccontarmi e non è la stessa cosa. Non ha nemmeno la stessa importanza che aveva una volta. Resta più che altro per tradizione.

Quando Splinder ha chiuso i battenti mi sono trasferito qui su WordPress, portandomi dietro tutti i post. Sono riuscito a mantenere lo stesso template nero, bianco e rosso. Nel frattempo Lei era diventata solo un ricordo, importante ma lontano. Sono rimaste le categorie, mai casuali: Lei, Tutto il resto, Lei e tutto il resto, a seconda di cosa io scriva. C’è stata una lEi (con la E maiuscola, l’iniziale del suo nome) altrettanto importante dopo e c’è stato un nome del blog modificato in “lEi e tutto il resto”, anche se ormai da anni i miei post si concentravano su altri temi, su di me. Poi è cambiato tutto. Esperienze forti mi hanno fatto crescere ed è arrivata una lei, l’ultima, ora e per sempre, che non ha bisogno di maiuscole per essere individuata, è e sarà l’unica lei con cui avrò un futuro. Ne posso parlare liberamente e non ho bisogno di etichettarla né di dedicarle un blog quando le dedico già tutto il resto. Ecco perché questo spazio è diventato “Topper Harley e tutto il resto”. Io e quello che mi circonda.

Adesso il template è più umano e leggibile. Semplice e privo di tanti contorni inutili che prima lo riempivano disordinatamente. Ho aggiunto a modo mio pagine sui miei viaggi, i miei concerti e i miei libri, altre sono in costruzione. Storie, voce e parole di quello che ho fatto e che sono. Dovrei scrivere più spesso, vorrei farlo tutti i giorni per evitare – vedi l’ultimo mese e mezzo – di tornare qui e ritrovarmi in una landa desolata di ghiaccio e obiettivi lontani. Così inizia il nuovo anno. E poco importa se queste parole le ho scritte l’anno scorso, quando ero più carico. Mica come oggi, uno gennaio, che non ho ancora fatto niente.

La bugia non è una scienza esatta

Questo posto potrà cambiare forme e colori, apparirà trascurato e pieno di polvere, oltre che di scheletri ogni tanto in cerca di avventure fuori dall’armadio, respirerà a singhiozzo e forse non troverà mai un proprio equilibrio, però mi appartiene e, quando una cosa ti appartiene, può anche stare lontana da te anni luce in termini di tempo e spazio, non importa, prima o poi si rifarà viva. E tu dovrai ascoltarla. Questo posto inoltre non indica solo un luogo virtuale, un diario perso nel web nel quale scrivere e confrontarsi con se stessi e con gli altri, è qualcosa di più, è me, il prodotto dei miei pensieri, il racconto dei miei viaggi, il sudore delle mie passioni, il riciclo dei miei vuoti. Da certe cose mica ci si libera.

Così, ancora una volta, ritorno. Che non significa farsi vedere, salutare gli amici, scroccare un paio di birre (a proposito, chi offre?) e scomparire di nuovo, vuol dire restare ed essere presenti, almeno fino a quando la novità del ritorno cessa di essere tale. Non è roba di qualche giorno. Le buone intenzioni ci sono tutte.

Poi, a dirla tutta, non sono nemmeno andato via, sono semplicemente caduto, mi sono fatto male e ho dovuto procedere molto lentamente. Ero qui, vedevo gli altri passare con interesse più o meno sincero ma non riuscivo a scambiarci più di due parole, perché avanzavano troppo in fretta per me. Mi superavano e sparivano. Nessuno si fermava. Ora mi sono rialzato e sono pressoché certo di potermi persino rimettere a correre, ché la corsa è pure la mia nuova passione. Mi aiuta a non accumulare stress e tensione, esattamente come fa il nuoto ogni giorno. Anche scrivere aiuta. Infatti è nei momenti peggiori che ci si arma di carta e penna per dar sfogo ai propri problemi, come per esorcizzarli, sputarli fuori e metterli da un’altra parte, per poterli guardare da lontano.

Non mi aspettavo di poter avere problemi, io. Cioè avevo le difficoltà che più o meno tutti, nel mondo in cui vivo, affrontano quotidianamente. “Non sono questi i problemi”, si dice sempre. E invece. E’ pure che io quella particolare tendenza a distruggere tutto ciò che di bello mi capita ce l’ho. Forse è colpa di un gene, che però non ho di certo ereditato. Oppure è effetto della fatalità di quel momento che, arrivato, mi ha messo di fronte alla follia suicida con cui chiunque, almeno una volta nella vita, deve fare i conti. O forse, chissà, è semplicemente conseguenza della paura: di essere completi, di non avere altre terre da conquistare, altre mete da raggiungere o bandierine da piantare sulla mappa. Beh, cazzate. Il Cammino di Santiago mi ha insegnato che il viaggio è la meta, non ho bisogno di tagliare traguardi per vincere, vinco ogni volta che posso compiere un passo nella direzione migliore, con le persone giuste, la mente aperta e la verità in mano.

La mia strada è ora faticosa e articolata. Cammino piano ma, come dicevo, voglio anche poter correre e scattare. Il paesaggio è splendido, il sentiero praticamente invisibile, il sole imponente, filtrato da non poche nuvole e dalle foglie di alberi che sembrano pareti di un labirinto con infinite uscite e altrettante entrate. Ci sono radici che salgono verso l’alto per toccare l’aria e rami che scendono fino a bucare il suolo per intrecciarsi chissà dove sotto i miei piedi, a dimostrazione dell’esistenza di un dedalo che si dirama in ogni dimensione con, in più, la sensazione di essermi perduto.

Non sarà facile ritrovarmi ma essere qui è già tanto. E nei dieci giorni che ho impiegato a scrivere queste inutili righe, viste e riviste infinite volte in base all’umore e con un titolo che dice tutto e non dice niente, la situazione è già migliorata tantissimo. Sono tornato ad essere quasi felice. Del resto la felicità non è una linea continua ma un susseguirsi di tratteggi, con vuoti tra l’uno e l’altro che abbiamo il dovere, soprattutto verso noi stessi, di limitare il più possibile. Riparto quindi. Aggiorno le priorità che ho rischiato di confondere, metto a posto la to do list, cestino l’inutile, prendo la fotocamera e scatto.

Di libri come incontri, scrittori e cambiamenti improvvisi

Dannazione. Alla prima occasione dovrò farglielo presente. Chuck Palahniuk, che tanto mi piaceva leggere da ragazzino, ha perso il suo fascino. Forse proprio perché sono cresciuto o forse perché è invecchiato lui. Boh. Più verosimilmente non è cambiato nessuno dei due ed è questo, cioè l’assenza di un vento nuovo, che spesso ci fa perdere l’entusiasmo nelle piccole cose. Con le grandi è diverso, le dimensioni contano. Io, per dire, mi emoziono ancora quando giro l’angolo e mi ritrovo davanti il Pantheon, nonostante lo abbia visto decine di volte. Così come mi si smuove sempre qualcosa dentro quando parlo con mio nipote che oggi, a dodici anni, grande lo è davvero. Un libro che ci ha cambiato la vita può essere considerato una cosa grande o anche una grande cosa, ma uno che invece non abbiamo apprezzato resta lì, in un angolino della mente, insieme ad un mucchio di altra roba poco utile. Finché ce ne dimentichiamo. Questione di priorità. Penso a questo mentre, appollaiato su una poltrona, ascolto quel che con arguzia, nostalgia e ironia, ha da dire Andrea Camilleri. A novant’anni vede poco, non sente, non cammina autonomamente ma dimostra di possedere un cervello così attivo e sveglio che tanti giovani non avranno mai. Quando, a fatica, si alza per andare via, ricambio il suo saluto, certo che non lo noterà. Questione di età. Esco fuori e pochi passi più in là, al tavolino del bar, Alessandro Baricco sorseggia un drink che potrebbe anche essere solo un bicchiere d’acqua e chiacchera con amici che potrebbero anche essere solo conoscenti. Non voglio disturbarlo, eppure cerco i suoi occhi con l’intento di comunicargli la mia ammirazione per quanto riesce ad esporre sia scrivendo sia parlando, nonostante l’aura di presunzione che caratterizza certi intellettuali. Ricambia l’occhiata per confermarmi che ho ragione. Ma forse è un effetto del drink. Questione di sguardi. Giro l’angolo, entro in libreria e trovo Francesco Guccini seduto accanto a James Ellroy. Hanno tanto da dire, poco da dirsi. Difficile che due personalità del genere possano parlare tra loro. Infatti nemmeno ci provano. Ci provo io, invano però. Questione di lingua. Nel frattempo, poco distante, Andrea Scanzi osserva in piedi divertito. Sembra che mi stia aspettando e ogni tanto lancia un’occhiata tra la gente per cercarmi. Vorrei chiedergli perché non scrive più di tennis ma c’è troppa confusione e poi lo so già. Questione di ego. Stanco di essere strattonato, mi avvio verso il corridoio pieno di libri, libero, librato, come se mi trovassi in un romanzo. Poco dopo incontro Emmanuel Carrére, una recente scoperta. Lui e L’avversario, che presto avrò. Questione di feeling. Torno a casa più ricco, è stata una giornata importante e ho voglia di chiuderla con la ciliegina. Autori e libri non possono non riportarmi qui, il luogo dove leggo e scrivo più spesso. E’ qui che devo fare qualcosa. E’ qui che devo cambiare qualcosa. Perché i cambiamenti, se non arrivano, possono anche uccidere. Così, decido di voltare le spalle al passato, a dieci anni di blog con sfondo nero e sprazzi di rosso e bianco. Voglio più luce e questo è il primo risultato. Questione di vita o di morte.

Si ricomincia dalla fine

Il titolo non è casuale. Ricomincio da dove ero arrivato quando, convinto di poter avere più spazio e di poterlo arredare e gestire meglio, avevo deciso di lasciare questa casa per prenderne un’altra. Più grande, più periferica, con più accessori. Mia soprattutto. E’ stata una scelta entusiasmante ma ostica sin dall’inizio. Un trasloco è sempre impegnativo. Tra l’altro non era la prima volta che mi trasferivo, sapevo che sarei andato incontro a mille difficoltà, anche economiche. Fatto sta che ho cambiato indirizzo, mi sono sistemato e ho ripreso a guardare il mondo da lì, scrivendone. Gli amici hanno iniziato ad andare e venire con frequenza, si sono persino moltiplicati e io stesso passavo spesso a trovarli. Con diversi espedienti ho fatto il possibile per rendere la nuova abitazione uguale alla precedente al punto che, una volta entrati, gli ospiti quasi non si accorgevano di trovarsi in un altro luogo. Una specie di magia.
Una mattina come tante, esco per fare un giro e al rientro non riesco ad aprire la porta. Provo e riprovo, la serratura è sempre la stessa, ne sono certo e anche la chiave non è cambiata. Poi, all’improvviso, un click sblocca tutto. Questo episodio si ripeterà più volte e probabilmente l’ho sottovalutato, perché alla fine comunque a casa sono rientrato ogni volta. Succede tuttavia un altro fatto strano: mi capita di ritrovare gli oggetti spostati o, peggio, non funzionanti. Ad alcuni ero affezionato, altri mi erano utili e non tuttora non so dove siano finiti. La situazione è andata via via peggiorando, si guastavano troppe cose senza motivo apparente. Ho scritto anche all’amministratore ma non sapevo nemmeno come fare a spiegargli questi fenomeni. Mi ha supportato poco senza riuscire ad afferrare davvero il problema. E non che a me fosse chiaro. Credo anche che le difficoltà dipendessero da una certa incomprensione di fondo, parlavamo due lingue diverse. Con tenacia mi sono dato da fare con piccoli lavoretti per aggiustare, almeno all’esterno, ciò che potevo. Il risultavo è stato quello di ritrovarmi una casa con la facciata intatta, così coma la volevo io, ma con gli interni pericolanti.
Insomma non è stato un periodo facile. Certi giorni ero quasi ossessionato dall’idea che stessi facendo più danni che altro e, visto che nulla cambiava, ho pure contattato un paio di tecnici per aiutarmi. Uno mi ha detto che gli sembrava tutto in ordine senza mai essere entrato in casa. Dall’esterno infatti l’impressione era quella. L’altro, prima di lavorare, mi ha fatto un preventivo che avrebbe messo paura al ricco Bruce Wayne e al coraggioso Batman. Nessuno dei due mi ha dato le dritte giuste. Arrivato alla frutta anche io, come il cavaliere oscuro, ho iniziato ad accusare sintomi di sdoppiamento della personalità. Ero due Topper Harley, più simili che opposti, e quasi mai riuscivo a capire chi fossi davvero, specialmente quando chiaccheravo con gli amici. L’aspetto peggiore è che a casa degli altri mi sentivo a mio agio, mi riconoscevo ed ero certo di essere io. A casa mia no. Anzi era proprio tra le mia mura che non riuscivo ad esprimermi e ho dovuto usare un trucco per farmi sentire, fingendo di essere il Topper che non ero. Ho resistito a lungo dedicandomi ad altre passioni nella speranza che un intervento non programmato potesse restituirmi ciò che stavo perdendo. Non è successo.
Quindi ho deciso. Me ne sono andato. Ho abbandonato la casa nuova che continuerò comunque a pagare e che, nonostante tutto, qualche soddisfazione mi ha dato. Tanti amici verranno a cercarmi là e non mi troveranno. Se vorranno potranno seguirmi al nuovo domicilio, che poi è il vecchio. Ho lasciato un avviso, non tutti lo leggeranno ma va bene. Torno nella prima casa in cui ho abitato dopo lo sfratto da Splinder, che riapro dopo tanto tempo e che, al termine di una spolverata, si trova proprio qui, all’indirizzo topperharley.org.

Di sfoghi e altre amenità

Esattamente dieci anni fa, proprio in questo periodo, vivevo una delle pagine più tristi che mi sia capitato di sfogliare. Finiva malamente una storia sulla quale avevo puntato tutto, compreso ciò che non possedevo, indebitandomi con me stesso di valori difficili da recuperare. Quando un rapporto arriva al capolinea, le colpe sono di entrambi. Fosse anche l’un percento da un lato e il novantanove dall’altro, quell’un percento ha il suo peso, soprattutto per chi se lo porta sul groppone. E’ stato così per me: la nostra fiamma si stava spegnendo e Lei è andata col primo che ha riacceso la sua. Facile. Il mio un percento di colpa potrebbe anche essere un trenta, un quaranta, un quarantanove. Non di più però. Non posso avere più colpe di Lei. Non l’ho tradita io, non le ho mentito, non le ho nascosto la verità, l’amavo. Avevo fatto delle rinunce credendo in noi. Eppure non mi sono accorto che stavamo percorrendo un binario morto già da un po’. Sarei dovuto intervenire, inventarmi qualcosa, avrei potuto ascoltare le sue necessità più di quanto facessi, perché lo facevo già tanto, cazzo. Boh. Non sapevo cosa fare. Ecco perché il mio un percento pesava. Ha pesato per mesi, forse anni. Come le bombole del sub che, prima di entrare in acqua, finché le porti in spalla, ti piegano in due. Poi ti butti e le bombole iniziano non solo a galleggiare ma anche a darti il respiro.
Nel mese di luglio del 2004 ho aperto il mio primo blog. Mi piaceva scrivere da sempre. Tenevo in piedi una corrispondenza cartacea con qualche amica e in quel periodo, cercando di recuperare l’irrecuperabile, scrivevo spessissimo a Lei. Quando, folgorato da un sogno rivelatore, ho capito che c’era un altro nella sua vita, ho continuato a mandarle lettere sotto forma di post su un blog a Lei dedicato. Si chiamava “Lei e tutto il resto”, titolo che già provava a scindere due mondi fino ad allora fusi in uno solo. Non mi leggeva nessuno, forse nemmeno Lei. Ignoravo – perché me ne fregavo – le amicizie, i commenti altrui, i consigli. Mi sfogavo e basta. Piangevo pure. A rileggermi oggi mi sento un idiota. Per tantissimo tempo ho scritto articoli ridicoli, cercando non so cosa. Ero anche molto più piccolo e non solo anagraficamente. Sono cresciuto infatti con il blog, con le persone che ho incrociato e che ho incontrato, con Splinder e una community piccola come una grande famiglia della quale conservo ricordi e contatti attualissimi. In effetti, è incredibile pensare che da dieci anni parlo con persone mai guardate negli occhi. Non è virtuale, è diverso e non meno intenso o sincero.
L’uso che faccio del blog è cambiato in questi dieci anni. E’ stato valvola di sfogo, spazio per dediche, bacheca di egocentrismo, quaderno di esercizi, archivio di lettere, diario di viaggi, raccoglitore di storie. Alla base c’è sempre stata l’onesta soddisfazione di scrivere.
Oggi ho aperto la pagina bianca con l’intento di sfogarmi, come facevo una volta. Con il sorriso però, parlando di presunzione, opportunismo, protagonismo, in special modo di certi colleghi e compagni arrivisti che si vantano, perché ne sono convinti, di essere bravi. Volevo scrivere del legittimo sospetto che, per quanto bravo tu possa essere, forse non lo sei più di altri se ti porti a letto chi fa le valutazioni. Volevo parlare di quanto sia intollerante verso le calunnie e, ancor di più, verso chi crede alle calunnie senza ascoltare l’altra campana o senza informarsi, perché è spregevole prendere una posizione per simpatia o amicizia, senza mettere in dubbio la fonte. Volevo raccontare una storia di valori perduti come il mio rapporto con persone che non li condividono. E non è che io sia perfetto. Anzi. Se però in cima alla mia scala metto tre o quattro capisaldi che ritengo giusti, che sono oggettivamente puri e condivisibili e sui quali modello il mio essere, va da sé che lotterò fino alla morte per difenderli. Può essere diverso per valori che per me hanno meno importanza, non meno nobili e sui quali devo lavorare ancora. Su questi, io come tutti, sono attaccabile. Giustamente. Ma su quello che ostento no: li rispetto, ne faccio una ragione di vita, non posso sbagliare proprio là.
Insomma, volevo affrontare temi di questo tipo. Non ci sono riuscito, limitandomi a citarli e buttar giù pensieri sparsi non sempre collegati tra loro. La stessa parola “sfogo” aveva deviato queste righe verso il ricordo dei miei primi post e questi hanno spostato a loro volta la mia attenzione sul calendario e a scrivere di tutte quelle considerazioni sul blog a dieci anni dagli eventi che lo hanno portato alla luce. Adesso non mi va più. Ho cose più belle a cui pensare: lei che mi aspetta a casa, un aereo da prendere, un’isola da raggiungere e un mare in cui sfogarmi.

Sfoghi

Poche parole

Capita che, dopo aver finito un libro, un piatto di pasta o i preservativi, decida di prendere un portatile a caso dei tre che posseggo, una birra e un foglio bianco per sviluppare un’idea, magari quella che è venuta fuori subito dopo l’orgasmo, e farla diventare un post. Quando mi metto comodo sulla scrivania accade però che tra pvt rossi, messaggi a grappolo su MSN, e-mail e download completati con il mulo, l’idea che poteva diventare il post migliore del blog muoia come gli spermatozoi che escono da casa felici e contenti e, smarriti di fronte alla realtà dei fatti che a differenza della fata turchina non ne trasformerà nemmeno uno in un bambino vero, decidono di suicidarsi. Così il foglio bianco viene riempito da un’accozzaglia di parole che vorrebbero trovare la giusta collocazione per diventare uno scritto interessante, il migliore, ma che puntualmente si ritrovano ad essere vocaboli perduti. Se poi considero che, tra una parola e l’altra, le birre solitamente si riproducono e si accoppiano pure con altre entità alcoliche, riesco a capire perché le singole parole, seppur sparpagliate, non assumano nemmeno il significato che gli ho sempre attribuito. Oltretutto, inutile negarlo, non si scrive tanto per scrivere e non si può scrivere per se stessi, come ho sempre fatto, quando quel sé ha perso il suo essere unico: il mio sé vale doppio adesso e non solo per effetto dell’alcool, è posseduto da un’altra persona che per quanto io cerchi di allontanare resta sempre presente, anche in silenzio.
Alla fine la soluzione non c’è, il post migliore non verrà fuori. Ma io devo scrivere, non mi è rimasto altro. Mi affido al caos, il quale non sempre è sinonimo di disordine ma a volte è semplicemente ciò che siamo. Prendo due sole parole, quelle più famose, adatte all’occasione e al sentimento più forte. Brevi. Le ordino con facilità per quanto sono note e, sperando che un giorno possano donare un sorriso a chi le conosce già e le ha utilizzate per dirmi quel che provava, le riporto qui: ti odio.

Incollati

SE UNA NOTTE D’INVERNO UN VIAGGIATORE del web si trovasse a spulciare questo BLOG noterebbe che LEI E TUTTO IL RESTO non è COME UN ROMANZO. Inebriato da fiumi di parole tutt’altro che ordinate come quelle di TAN DREAM preferirebbe bere tocchi di VODKALEMON o di ABSINTHFREESPIRIT pur di non muoversi in quest’ISOLA DELLE TEMPESTE. Avrebbe ragione. Perché i contatti li ho persi PER STRADA, tra le CAMPAGNE delle mie ELUCUBRAZIONI PASSATE. I COMMENTI li leggo di rado e sempre CON TATTO. I post non sono più ispirati da PERLE DI SAGGEZZA. OGGI, inteso come giorno qualsiasi di questo NOVEMBRE 2005, vorrei scriverne uno: mi travesto da TOPPER HARLEY ed inizio a comporre, a casaccio, per me e per LORO, smussando di tanto in tanto i periodi con sillabe che getto PER TERRA, che colorano il pavimento bianco come le punte di cioccolato della STRACCIATELLA. Ritaglio e incollo, leggo il MANGA inanimato come se fosse IL MIO VECCHIO BLOG e mi chiedo se ZACMCKRACKEN fosse solo il protagonista di un videogame o un IO capace di scrivere senza SQUILIBRI. Convinto che non accada mai NIENTEPERCASO, mi immergo in questa NUOVA veste di giocoliere. UNO, DUE, TRE… non è così facile mandare in aria le parole e riprenderle al volo per adagiarle tra queste righe. Alcuni termini, come SHINYSTAT ad esempio, sono spietati come un COLPO DI PISTOLA, non so dove metterli e i SERVIZI non mi aiutano. Nemmeno in WIKIPEDIA trovo PACE. Mi servirebbero la terza e LA QUARTA MANO ma, in quel caso, la mia testa si porrebbe altri CUIZ e diverrebbe BURATTINAIA DEI LABIRINTI in cui cerco di districarmi. MARIANNA c’è riuscita, JACK FOLLA C’E’ e basta. Gli EMISFERI DEL CERVELLO restano lontani, si lanciano OCCHIATE fugaci come se restassero poche NOTTI ANCORA DA VIVERE e in effetti il tempo corre, la TIMELINE è vicina, il MILLENNIO è già arrivato e non siamo andati VIA DALL’IRAQ. BEPPE GRILLO diceva “SCRIVI A CIAMPI”. L’ho fatto ma evidentemente IL SIGNORE DELLE MOSCHE non ci ha insegnato nulla e nemmeno il DUCA DEGLI ABRUZZI. Ci muoviamo come SPUT, seguendo una DIABOLIKA freccia che ci porta a destra e a sinistra di un monitor, senza interessarci del nostro stato. A me invece interessa arrivare alla fine di questa pagina, TANTO PER SAPERE se sono ancora in grado di scrivere e se i miei ULTIMI INVESTIMENTI si sono dimostrati proficui. Allora continuo. Parlo spesso con LE MIE MARI domandandomi anch’io se STASERA TROVERO’ L’AMORE perché è una ricerca SOPRALAFOLLIA che mi dà forza e stimoli, così come il sostenere EMERGENCY e GREENPEACE. Forse non troverò mai un FIOREDIMAGGIO o non griderò “TACABANDA!” ma pare che il post stia arrivando alla conclusione, al contrario di IT che ho da poco iniziato a leggere. Il mio scopo era questo, mi sento quasi appagato. Tra poco leggerò leggero la chiusura: COSI’ POSTO’… chi? STEPHEN KING? NOAM CHOMSKY? MANUEL VAZQUEZ MONTALBAN? No, solo un GRILLO PARLANTE che voleva rifarsi vivo. Così è stato e per ora va bene. Qualcos’altro? Solo L’ULTIMO DESIDERIO: che un domani la mia CAMERA OBSCURA possa essere illuminata da un RAGGIO DI SOLE.

Alla lavagna

Inutile nasconderlo ancora: non mi va di scrivere. Lo sto facendo un po’ molto forzatamente assai. Da quest’estate sono allergico non solo al blog ma alla penna in genere. Alla carta, al calamaio, alle cartucce, all’inchiostro, al nero di seppia e al sangue. Allora, mi chiedo, perché continuare? Questa è una di quelle domande a cui non troverò mai risposta. Come quelle sull’origine del mondo, sull’esistenza di altre forme di vita nell’universo, sul parmigiano nella pasta con i tenerumi, sul sesso senza amore, sul sesso con umore, sul sesso con le more, le fragole e la panna modello 9 settimane e mezzo. Ecco, poi decido di scrivere e vengono fuori solo cazzate, senza pensare.
Oggi l’ho fatto per un attimo. Pensare è stato un evento eccezionale che chissà quando potrà ripetersi. Ho preso un pezzetto di gesso e, su una lastra di ardesia, ho tracciato una linea. Retta per me, curva per il resto del mondo. A sinistra le cose brutte, a destra le cose belle. A sinistra il mese di agosto 2004, le persone che ho conosciuto, le esperienze che ho vissuto. A destra il mese di agosto 2005, le persone che ho conosciuto, le esperienze che ho vissuto. A sinistra i ricordi cupi di Lei, a destra alcune di quelle che, negli ultimi dodici mesi, hanno provato a riempire il vuoto: quella che a 27 anni era ancora vergine, quella a cui era morto il fidanzato, quella che era sposata da un anno, quella lesbica, quella che viveva a centinaia di chilometri dalla mia città (non sei tu), quella completamente priva di forme neuronali ed ora quella fidanzata da quattro anni. Solo ora mi spiego perché l’altra sera un mio caro amico, nonché fratello di Lei, mi ha detto “ma una storia normale no?”.
Lui l’ho messo a sinistra, mi stava rompendo le palle. A destra ho adagiato la mia nuova casa: potevo scrivere solo “casa” ma non avrebbe reso l’idea; potevo scrivere “nuova casa” ma avrei pensato all’ennesima stanza in affitto; “mia nuova casa” mi è sembrato adatto, è mia e non ci sono dubbi. Poi ho pensato al notaio, al tipo dell’agenzia immobiliare, al perito e al geometra e li ho messi a sinistra insieme a tutti i soldi che mi hanno fregato. Di riflesso (mica tanto però) ho pensato anche alle tasse e allo Stato ladro e allora ho schiaffato a sinistra anche il suo più degno rappresentante, così in modo simbolico. Bello vederlo a sinistra, lui, Berlusclown.
Ricordandolo, ancora una volta di riflesso, ho pensato a quelli della sua altezza ed alla mia impareggiabile idea per far soldi: un negozio di articoli per nani. Un’attività tramite il quale vendere, che so, i telefonini più piccoli in commercio, mouse e tastiera mini, i puffi per il giardino, le posatine e i piattini nel tavolino con le sedioline, gli abitini, le librerie con gli scaffali più bassi, i libri tascabili… insomma tutto in formato ridotto. Come il mio cervello. A destra lui e il negozio.
A sinistra, insieme ad una pietra tombale, ho posto anche il bastardo che mi ha rotto lo specchietto dell’auto. Poi gli ho affiancato il mio capo, Rita Pavone che non mi ha mai fatto niente se non un’innata ed inspiegabile antipatia e i pagliacci che mi hanno rovinato l’infanzia. A destra, per equilibrare, ho messo Moana e Cicciolina che mi hanno portato via l’infanzia in cambio dell’adolescenza, gli U2 che per me hanno trasformato i rumori in musica e It, quello di Stephen King, che ha centralizzato su di sé tutta la mia avversione per i clown. Berlusclown escluso.
Continuando: a destra il mare, l’acqua dolce e salata, la mia attrezzatura subacquea, i pesci e l’acquario che non ho perché sono pesci. A sinistra la montagna, Maometto e tutte le religioni che non ho perché sono ateo. A destra mio nipote che oggi compie tre anni e i trent’anni che vorrei avere anch’io. A sinistra e a destra Gaber che cantava una canzone con la destra e la sinistra.
Scontato dire che tutte le mie passioni vanno a destra e che quelle degli altri vanno a sinistra. La mia squadra del cuore la metto a destra, in alto alla classifica, sperando che ci resti per tutto il campionato.
A destra… ops… il gessetto è troppo piccolo. Posso sistemare solo le ultime due cose. Che poi sono le uniche che mi rimangono: Lei e tutto il resto. Potevo perdermi in un’infinità di ragionamenti su questi ultimi due punti. L’ho fatto. Ci ho riflettuto. Lei come persona, come ideologia, come unica storia d’amore importante. Tutto il resto come contrapposizione a ciò che mi ha reso felice e mi ha fatto soffrire, come sfogo e rifugio, come piccole e grandi emozioni, come vita da vivere. Sì, ci ho pensato tanto. Finché ad un certo punto ha prevalso l’istinto, l’attimo, facendomi realizzare che Lei e tutto il resto alla fin fine sono una cosa sola, sono questo blog e sono una cosa bella.

Nulla dies sine linea

Questo blog non funziona, è rotto. Non è sincronizzato con le esigenze del suo proprietario che sarei io: quando mi assento riceve un sacco di commenti, quando sono presente nessuno viene a trovarlo.
Ho cercato un blogghista, un tecnico specializzato che potesse ripararlo ma, a quanto pare, in giro non se ne trovano. Mi sono rivolto allora all’assistenza anche perché il blog, avendo meno di due anni, è ancora in garanzia.

Topper: Buongiorno. Le ho portato il mio blog, potrebbe controllarlo?
Signor Splinder: Certo. Qual è il problema?
Topper: Vede, non riesce a sintonizzarmi sulla banda dei miei link preferiti. Se ci sono io, non ci sono loro. Se ci sono loro, non ci sono io.
Signor Splinder: Capisco.
Topper: Ieri in ufficio l’ho tenuto d’occhio per tutto il tempo, in continuazione. Non si è visto quasi nessuno. Se invece io fossi stato da un’altra parte, scommetto che sarebbe arrivata una miriade di commenti!
Signor Splinder: Me lo lasci. Forse c’è un falso contatto.
Topper: Questo lo escludo. Sui miei contatti metto la mano sul fuoco.
Signor Splinder: Potrebbe esserci un intruso…
Topper: Io dico di no. Comunque, se vuole, controlli lo stesso.
Signor Splinder: Ci penso io. La contatto lunedì, al massimo martedì mattina.
Topper: Lunedì? A me il blog serve!
Signor Splinder: Immagino. Ma sa quanti ne ho da riparare? Guardi un po’ in giro.
Topper: Accidenti! Ma quelli lì funzionano ancora?
Signor Splinder: Mica tanto, hanno template pesantissimi che spesso si fatica a caricare. Quegli altri sono pieni di polvere perché vengono aggiornati ogni morte di Papa.
Topper: Ogni morte di Papa… tra poco allora… speriamo di no!
Signor Splinder: E quelli li ha visti? Sono pieni di parolacce!
Topper: E’ uno sporco lavoro il suo ma qualcuno deve pur farlo.
Signor Splinder: Eh eh! Mi dica: quanti commenti vorrebbe per ogni post?
Topper: In realtà del numero di commenti non me ne frega proprio niente. A me interessa solo scrivere. E poi non vorrei trascurare i miei contatti.
Signor Splinder: Vedrò che posso fare. A proposito, ha fatto qualche modifica al template?
Topper: Beh, sì, lo fanno tutti.
Signor Splinder: In questo caso la garanzia decade. La riparazione le costerà.
Topper: Va be’, lasciamo stare. Già immagino il prezzo: non ho tutte quelle parole da spendere. Preferisco riportarlo indietro. Arrivederci!

Tornato a casa, mi sono collegato. Niente commenti. Ho chiuso ripromettendomi di tornarci l’indomani e mi sono dedicato a MSN. Lì almeno qualcuno c’è sempre stato. Mi sbagliavo. Avrei avuto tantissime cose da dire ma nessuno me le avrebbe chieste. Mi sono domandato cosa non andasse, se davvero il blog fosse rotto e se fosse colpa mia. Del resto, mi sono detto, ognuno ha i propri impegni, il tempo è un bene prezioso.
Ho bevuto un bicchiere di assenzio. Ho mangiato un panino con la pazienza. Ho letto l’etichetta di un pensiero. Solo allora ho capito. Ci proverò.
Nulla dies sine linea.

Le ultime parole famose

Qualcuno lo sapeva, qualcuno non poteva. Qualcuno ricordava, qualcuno lo sbagliava. Uno lo viveva.
Era il 23 febbraio dell’anno 19xx quando colui che un giorno qualcuno avrebbe chiamato Topper, pianse per la prima volta. Non sapeva il perchè di quelle lacrime inesistenti e di quelle urla tutt’altro che soffocate. In verità non sapeva proprio nulla. Tanti anni dopo Topper ripensa a quel maledetto giorno e non si ricorda proprio un bel niente.

Questo blog chiude.

Non è da me prendere decisioni affrettate, senza il giusto equilibrio tra istinto e ragione. A volte le scelte non le facciamo noi, ci vengono imposte, si impongono loro stesse. Io ne so qualcosa, chi mi conosce dall’inizio di quest’avventura lo sa bene.
Io non ho scelto di nascere, mi è stato imposto. “O esci tu o ti tiriamo fuori noi!” sono state le prime parole che ho ascoltato in vita mia. Non volevo venire al mondo, anche se tutti mi aspettavano, o più plausibilmente non avevo idea di dove si trovasse. Ero testardo prima di essere. Ho provato a restare immerso nella mia bolla ma il cesareo ha avuto la meglio. Quando sono colato fuori dal ventre di mia madre dissi all’ostetrica che un giorno avrei aperto un blog. Lei nemmeno immaginava cosa fosse ma mi sorrise lo stesso. Questo è ciò che mi hanno raccontato.
Negli anni ho dovuto imparare tutto: in una parola ho imparato a vivere. In due a crescere ed ambientarmi. In tre amare, odiare e mangiare. Tutto senza possibilità di scelta. Il blog mi aspettava. Come è stato per me con i miei genitori, per venire al mondo il blog attendeva una storia d’amore. Finalmente è arrivata. E’ stata intensa, è durata. Non è stata sufficiente però per concepirlo. Mancava qualcosa oltre a quell’amore immenso che provavo. Mancava che lei mi lasciasse… ecco! Eccolo il concepimento! Per quattro mesi ho camminato non col pancione ma col testone, pieno di pensieri e parole, parole, parole che avevano bisogno di essere collocate.

Era il 6 ottobre dell’anno 2004 quando il blog che un giorno qualcuno avrebbe chiamato “Lei e tutto il resto” mi fece piangere per l’ennesima volta. Stavolta sapevo il perchè di quelle lacrime tutt’altro che soffocate e di quelle urla inesistenti. In verità non sapevo proprio nulla. Fra tanti anni ripenserò a quel maledetto giorno e non ricorderò proprio un bel niente.

Il blog è nato perchè sono stato battuto dall’amore. No, è più corretto dire che sono stato fottuto dall’amore. “Lei e tutto il resto” è la mia creatura, mi ha dato tanto quando ne avevo bisogno e me lo ha tolto quando non mi serviva. Lei rappresentava una parte di me e tutto il resto rappresentava tutto il resto. L’ho cresciuto, l’ho nutrito, l’ho educato. Adesso è bellissimo, mi piace davvero. Adesso è attivo più che mai (proprio adesso adesso no…). Adesso è inutile: Lei fa ancora parte di me ma gli equilibri sono cambiati. Tutto il resto ha preso il sopravvento, manifestando la sua prepotenza in questi ultimi quindici giorni. Quindici giorni che riassumono sei mesi. E’ stato nuoto, molto nuoto e molta acqua, in cielo, in terra e in vasca. E’ stato calcetto, con gli amici, i colleghi, gli estranei. E’ stato il mio compleanno, il Natale, il capodanno. E’ stato Maria Grazia, Simona, Francesca, Panzerotto, Daniela, Martina e tutte le bellezze fuori e dentro che ho incontrato. E’ stato Sergio, forse il mio migliore amico. E’ stato gente nuova e vecchia, tanta gente. E’ stato un’infinità di contatti, di amici veri che ho trovato qui senza averli mai visti in faccia. E’ stato pallavolo, lo sport che ho deciso di conoscere per arbitrarne le partite. E’ stato libri, pagine e pagine, soglie di porte aperte verso altri mondi. E’ stato lavoro, pesante, appassionante. E’ stato gioia e dolore, pianti e sorrisi, baci, abbracci, bambole e bastardi.
E’ stato una caduta, con il ginocchio che ha sposato il polpaccio. E’ stato mille chilomentri, percorsi tra sabato e domenica dormendo tre ore. E’ stato la rissa di sabato. E’ stato le gare di domenica a cui ho partecipato nascondendo l’infortunio. E’ stato lo stare semplicemente fuori, ogni sera, per vedere quanto la città fosse cambiata in mia assenza. E’ stato anche Lei, che ora è andata e che, purtroppo o per fortuna, rivedrò solo fra tre mesi.

Mi sono svegliato ieri ricordandomi di avere un blog. E’ stato strano: il blog non mi è mancato. Mi sono mancati gli amici del blog, che avrei chiamato tutti, uno per uno, se avessi potuto. A qualcuno ho pensato tanto, a qualcun’altro tantissimo. Le parole però, quelle lette e quelle scritte, non mi sono mancate. Le ho tenute strette strette, per usarle e sfruttarle al momento opportuno. Il momento è questo. Il momento di scrivere. Mi piace scrivere. Mi piace quest’ultimo post.

Questo blog chiude… mi piace dire cazzate.

Tempo

Non ho tempo per scrivere più spesso.
Lo scrivo ora: “più spesso”.

Il tempo, oltre ad essere denaro, tiranno e galantuomo, oltre a vincere tutto, consumare ogni cosa e divorare la pietra, oltre a non farsi aspettare da chi ne ha, oltre a far maturare le nespole con la paglia, oltre a far sperare che sia bello quando è rosso di sera, è veramente poco. In questi giorni è stato anche piovoso.

Mi scuso per le parole taciute, per quelle mancate e per quelle vomitate. Per il tempo sprecato e quello ingiustamente sfruttato. E per l’idiozia soprattutto.