Per sempre

Era il secolo scorso, non avevo nemmeno vent’anni e già collezionavo cottarelle per ragazze più esperte che da me volevano solo una cosa. E no, non era quella cosa. Volevano l’amore eterno, non esattamente la massima aspirazione per uno come me che ancora si attaccava le etichette delle banane in fronte. Ciò nonostante – ne ricordo almeno tre – riuscivano tutte a fottermi, in ogni senso e modo. Mi mostravo un po’ stronzo all’inizio (almeno così pareva, in realtà ero solo timido), poi cedevo e abbassavo la guardia diventando il fidanzato adorabile che avevano sempre desiderato. A quel punto, di solito dopo un paio di mesi, gli equilibri cambiavano: più davo al rapporto, meno ricevevo; più cercavo spiegazioni, meno ne ottenevo; più confidavo nell’amore eterno, meno lo facevo. Questo mentre loro, più o meno, continuavano a stare con me. Alla fine della storia ero io che decidevo di chiudere. Tanto orgoglioso quanto ingenuo da non capire che il progetto diabolico era stato scritto da un pezzo e prevedeva la mia dipartita.

Una di queste ragazze, oggi sposata, madre di due figlie, titolare – credo – di un’edicola e antiquata come un cero, dopo un brevissimo flirt in palestra e la sua sparizione per i due anni successivi, una mattina si è svegliata e ha deciso che ero l’uomo della sua vita. Io allora svolgevo il servizio di leva lontano da casa ma il destino aveva voluto che proprio quella mattina mi trovassi in città. Lei non aveva mie notizie da quando sollevavamo pesi, sapeva a malapena in che zona abitavo eppure, chissà in quale modo, è riuscita a rintracciarmi e a consegnarmi una bellissima lettera d’amore, di carta, lunga e piena di cuoricini. Tipo Foxy. Pure le vocali erano a forma di cuore. Chiaramente ci ho creduto, ero un paracadutista e mi sono buttato.

Passati due mesi, qualcosa (un campanello d’allarme, una spia o un suo fratello) avrebbe dovuto avvertirmi che il livello di guardia era al minimo, non avevo imparato niente dalle esperienze precedenti. Abbiamo condiviso momenti intensi e persino il mio letto singolo, scambiato regali, mangiato gelati. Da qualche parte ho ancora una cassettina con il suo nome che aveva registrato per me. Sorvolo sul genere di musica che ascoltavamo, del resto ero giovane e incosciente. Decidiamo di tentare un primo approccio di fidanzamento ufficiale tramite le piastrine dei militari, quelle di metallo che si portano al collo, per inciderci i nostri nomi e un fantastico “per sempre”. In grassetto, corsivo, sottolineato. Lascio le targhette dall’incisore e, felice, il mio futuro prende forma nella testa: due figlie, un’edicola, una moglie antiquata come un cero. Il giorno dopo la becco al telefono che parla con il suo ex: non di ricette, non di calcio né di politica, parlano di amore eterno. Naturalmente tocca a me troncare il rapporto seduta stante, lei lo avrebbe portato avanti fino al terzo figlio, maschio magari, col dubbio sulla paternità. Lo stesso pomeriggio corro e riesco a fermare l’incisore il quale, con un’espressione che non dimenticherò mai mi fa “oh, fortuna che era per sempre!”. Dall’eternità al nulla in meno di ventiquattr’ore.

Non ho portato più niente al collo tranne, solo di recente, la sciarpa. Non ho ascoltato altra musica di merda e ho smesso di lanciarmi con il paracadute, mi butto senza. I campanelli d’allarme e le spie non hanno mai funzionato. Infatti continuo a credere in quel fantastico “per sempre”.

Ci voleva lui

Nella scatola c’era tutto. C’erano le nostre polaroid insieme, le più significative dalla scorsa estate a ieri, che ci ricordano quanto tempo sia passato, pochi giorni o anni a seconda dei punti di vista. C’era il braccialetto che farà compagnia agli tre sul mio polso, di quelli che indosso ogni giorno e non dimentico mai. C’erano gli Happy Socks, i calzini colorati e divertenti per i quali mi prendevi sempre in giro e che ora addirittura mi regali. C’erano le risate, sotto forma di due biglietti per Gigi Proietti a teatro che andremo a vedere presto. C’erano i cioccolatini e le caramelle gommose, quelle che un giorno lontano mi faranno morire come voglio morire, ingozzandomi di schifezze. C’era un pensiero extra da una personcina più speciale di me. E c’era Babbo Natale a certificare il regalo.

Soprattutto c’era la scatola, stupenda con la doppia A, il simbolo del mare, le onde dell’acqua, le mani che si intrecciano, il 23 stampato e l’incisione di una frase profonda, pesante e sbagliata come il Negroni, proprio per questo più dolce. Scatola che non contiene solo oggetti e che anzi conserva qualcosa di più grande: un senso a tutto, da sprigionare ogni volta che la si apre.

C’era una storia lì dentro, piccola e in continua crescita, preziosa, criminale, da difendere dalle minacce del passato e dall’oscurità. Ecco perché, a muoversi nell’ombra, tra gli oggetti e gli individui, per vegliare sul bene dentro e fuori la scatola, ci voleva lui, ci voleva Batman.

Bacio PerugiA

Che cos’è un bacio?!

E’ l’incontro tra due storie che si cercano per diventarne una sola e migliore, unica ogni volta, da vivere per un tempo indefinito e indefinibile, una frazione di secondo come una vita intera.

Ci stavano riuscendo

Ci sono un letto ed un divano nuovi a casa e anche io mi sono dato una ripulita. Ho sempre la barba, un sacco di capelli e quella faccia di bronzo che pochi sfortunati possono vedere ma la pulizia di cui parlo è sotto pelle, qualcosa di simile ad una trasfusione di sangue necessaria ad eliminare il marcio. Ne avevo un po’ in circolo, insaporito da un veleno di ottima fattura, di quelli che stanno nelle botti a fermentare per anni e che, quando è il momento, vengono fuori con la loro alta gradazione e fanno perdere la ragione.

Ci stavano riuscendo, mi è stato detto l’altra sera. A cambiarmi, a rendermi diverso da chi sono sempre stato, a lasciarmi muovere nel fango. Ed è vero, inutile negare che nei rapporti con l’altro sesso mi sono portato appresso scorie che ho avuto difficoltà a smaltire. Le ho seppellite un po’ in tutta Italia ma sono rimasto contaminato: una qualche mancanza di fiducia, un dubbio di troppo ogni tanto, la necessità di conferme per dettagli banalissimi, una certa indifferenza alternata a forti bisogni, diffidenza e soprattutto la costante ricerca del contatto fisico, che evidentemente avevo perso, sono tutti elementi tossici difficili da espellere.

Ci stavano riuscendo. Una frase buttata lì e azzeccatissima per l’uso del plurale e della coniugazione del verbo al passato. Tre parole che, pronunciate senza conoscere il contesto, hanno ben riassunto i miei ultimi mesi vissuti pericolosamente.

Perché ci stavano riuscendo. Ma non ci sono riusciti. Ho dovuto vincere qualche battaglia per capire che la guerra non mi interessava e alla fine è scattata la molla, è partito il colpo di pistola che ha sparato il giusto slalom sfavillante di passioni, storie e cose da fare.

E’ successo all’improvviso, una mattina mi son svegliato… e ho trovato l’invasor e mai invasione è stata più bella, fin dal quel primo ciao. Un profumo tra le lenzuola, qualche capello lungo in giro e aria nuova dietro una porta blindata che da troppo tempo era chiusa al pubblico, a differenza mia che sono stato aperto più del dovuto e selettivo come una zanzariera strappata in estate. Ché si sa, alle zanzare basta la cruna di un ago per infilarsi, pungerti e succhiarti, figuriamoci se non trovano barriere. La pellaccia però era dura. Mi hanno punto, mi sono dato una grattatina, poi ho scoperto lo zampirone e ho capito che, dentro le mura, non era più il caso di stare da solo mentre, fuori, dovevo darmi una regolata. Naturalmente non mi riferisco agli amici che vanno e vengono, loro hanno le chiavi come San Pietro, il famoso buttafuori del Paradiso. E insomma, quel letto non andava più bene, scricchiolava e acuiva il dolore alla schiena già malandata per il peso che ho dovuto sopportare. L’ho dato via lasciandogli impressa l’emozione dell’ultima volta e ne ho comprato uno nuovo sul quale, finalmente, riposo in pace. Non contento, ho cambiato pure il divano che, come il materasso, era macchiato da ricordi da coprire con ricordi migliori. Non scricchiolava, il divano, era diventato però più ingombrante di una vecchia foto in un portafoglio vuoto.

Con queste mosse ho depennato due voci dalla mia to-do list e tra pochi giorni, mettendo piede in Salento, ne spunterò un’altra. Non ho alcuna fretta di aggiornare questa lista, ho tutto il tempo del mondo, l’importante è che resti viva. C’è invece un altro elenco di cose che cattura la mia attenzione. Non ne ho ancora fatta nemmeno una, ogni giorno però un desiderio nuovo si aggiunge e l’aspetto più sorprendente è che non lo aggiungo da solo.

Quelle che scrivo non sono più belle parole, sono azioni. Non sono più nemmeno reazioni, che comunque non rinnego se mi hanno permesso di arrivare dove mi trovo. Sì, ma dove mi trovo? Più avanti, mi trovo più avanti.

Ci buttiamo?

Siamo in quella che credo sia casa tua, riconosco il letto. Tu sei vestita di nero, io indosso una giacca e mi sistemo di continuo i capelli come fanno certi nuotatori intervistati in TV al termine di una gara. Penso di non averli in ordine, non li ho mai in ordine. Mi porgi un calice di Amarone, non so nemmeno da dove sono apparso ma adesso siamo lì. Piove. Le luci sono soffuse e tu ti guardi ripetutamente intorno. Io temporeggio imbarazzato e ti scruto di nascosto, senza farti notare che ti sto proprio squadrando. Non porti il reggiseno, non si nota però me ne accorgo. Osservo le tue mani, i piedi nudi, lo smalto rosso e mi chiedo se il vino non stia facendo effetto. Non sono a mio agio, cerco di non darlo a vedere. Anzi vorrei mostrarmi sicuro benché sembri che tu abbia fretta di andare o di far andar via me. Resisto un po’, quasi ad importi la mia presenza per i pochi minuti che mi restano. Sono certo che, uscendo da quella porta, non ti rivedrò più e quindi sorseggio con calma, decidendo sul da farsi. In testa, saprei pure cosa, non so se sia giusto, non so se tu lo voglia. Però, se mi ritrovo a casa tua proiettato da chissà dove, un motivo ci deve essere. Forse è Dio che mi ci ha mandato, Ronnie James intendo, per permetterci di ascoltare heavy metal. Dalla tasca invece tiro fuori un vinile di David Bowie e provo a metterlo sul grammofono. Non funziona, non gira nemmeno. Diluvia e non so come muovermi. Provo anche ad avvicinarmi a te ma non riduci lo spazio che ci separa. E allora mi sposto verso la finestra. La apro ed è come se ci fosse una cascata fuori che nasce dal tuo balconcino.

“Ci buttiamo?” dico.
“Ma sei matto? Chiudi che mi fai freddo” rispondi.
“Io mi tuffo, che può succedere?”
“Tu sai nuotare…”
Non è saper nuotare che conta adesso, è capire se vuoi tuffarti“.
“Non ci penso proprio!”
“Io sì, sempre meglio che uscire dalla porta”.
“Sei pazzo”.
“Anche tu lo eri”.

Finisco il vino con un lungo sorso. Prendo fiato, mi affaccio, ti guardo e ti dico che ti aspetto di sotto.
L’ultima immagine mostra me che ti guarda dal basso. Sei all’altezza di un secondo piano, mi osservi mordendoti le labbra, con le mani poggiate sulla ringhiera. Non capisco se vuoi saltare, sei indecisa. Non lo scoprirò mai. Non c’è una goccia d’acqua tutt’intorno. E tu mi sorridi.

L’ipotesi Gaia

Ci sono delle cose che, semplicemente, accadono. Possono farlo in tanti modi più o meno riusciti, dipende da quanto bene si incastrano le varie componenti. Ora, metti un giorno che non è un giorno qualunque ma una ricorrenza, in un momento di distacco dai ricordi, tra una doccia fredda e una sessione di ukulele. Prendi una foto, una sola. E una parola. O anche due. Lascia tutto al caos, prima che il tempo si intrometta. Perché è vero che il tempo aiuta ma a volte fa l’esatto opposto, nuoce e gravemente. Quindi non farne passare, segui l’istinto. Aggiungi l’atmosfera di una sera che diventa notte e che non finisce mai, con la sua luce in bianco e nero e la sua aria silenziosa. La chimica, non dimenticare la chimica. Poi respira. Utilizza le parole, la più potente droga usata dall’uomo. Ascolta le pause, libera i pensieri e tienine uno costante in cima agli altri. Moltiplica per due. Qualcosa succede.

James Lovelock, che a differenza di quanto possa suggerire il nome non è un attore porno ma uno scienziato con gli attributi, sostiene che Gaia, la Terra, sia un unico organismo vivente autoregolantesi, ossia che l’atmosfera, la crosta terrestre, i mari e tutte le componenti geofisiche del pianeta si mantengono in condizioni ideali alla presenza della vita proprio grazie al comportamento e all’interazione degli organismi viventi, animali e vegetali. Gaia quindi vive ed è il suo profumo che mi sembra di sentire quando soffia il vento da nord. Perché è vero che il vento porta via i cattivi pensieri ma a volte invece porta con sé sensazioni nuove da mondi rotondi e sconosciuti. E te le lascia sulla pelle, attaccate come un abbraccio.

Io, che a differenza di quanto possa suggerire il mio nome non sono uno scienziato con gli attributi e – purtroppo? – nemmeno un attore porno, sono affascinato da Gaia. Anni fa, su questo stesso blog, ricordo di averne parlato come una teoria interessante. Allora non ero felice, però ero spensierato. Oggi non sono né l’uno né l’altro, sono libero e incasinato e questo è tutto ciò che mi resta dell’amore. L’ipotesi Gaia arriva all’improvviso, come un libro su cui cade l’occhio per la copertina accattivante e che, a sorpresa, cattura pagina dopo pagina perché incuriosisce, perché tratta un tema per me importante. Un’idea che ha le premesse giuste per diventare un fatto da vivere non con gli attributi e forse non ancora con il cuore ma sicuramente con la testa, io che di fatti ho avuto tanto bisogno e che per anni mi sono dovuto inventare. Gli elementi ci sono già tutti: incredulità, follia, serenità, superbia, perfino rabbia e perdono, giusto per citarne alcuni. Ma sono ai primi capitoli, c’è molto altro da leggere. Soprattutto c’è molto altro da scrivere. Ogni componente si sta integrando perfettamente con le altre per creare sintonia in uno spazio sempre meno ingombrante, per spostare avanti le ore, scuotere il tempo e rimandare di continuo quel qualcosa di primordiale che è il sonno. Quanto mi è mancato il sonno, l’ho desiderato a lungo. Adesso vorrei non arrivasse mai mentre quella voce, un sussurro nell’orecchio, mi chiede: quindi, cosa succede? Succede che sei bella.

Niente

Ci penso, non è che non ci penso. Ieri ho trascorso la serata in compagnia, una casa nuova, una panoramica sul mondo, un tramonto sullo sfondo e una pizza sullo stomaco. C’erano discorsi, risate e i requisiti per arrivare a notte fonda finché, all’improvviso, sono venute fuori le ciliegie. A lei piacevano da morire. E un attimo di blackout ha preso il sopravvento: la compagnia è scomparsa, il tramonto si è spento e lo stomaco ha mostrato i suoi vuoti. Il momento è durato poco ma è bastato a farmi ribollire il sangue e a chiedermi come cazzo sia stato possibile arrivare a questo punto.

Io l’amavo più di chiunque altro e ora il solo ricordarla mi fa venire la nausea. Lo schifo. Non capisco perché quel sentimento enorme, tanto bello e forte, certificato pure sul blog da pagine e pagine a lei dedicate, si sia potuto trasformare così radicalmente in poco tempo. Uno schiocco di dita e taaac, da amore a odio. Beh, in realtà il tempo non è stato proprio poco. Non contento di due anni di falsità, scoperte perché non c’era più posto per nasconderle, per altri dodici mesi ho covato rabbia, frustrazione, umiliazioni ed innumerevoli delusioni che il mio cuore innamorato mi ha impedito di vedere e che sono scoppiate tutte insieme. Avevo provato a staccarmi e ci stavo riuscendo, consapevole di aver dato più del massimo per tornare con lei e di non poter aggiungere altro. Come gli ex alcolisti, stavo contando i giorni in cui non c’era stato alcun contatto tra noi, li descrivevo su un diario ed ero arrivato a 73, ovvero a circa due e mesi e mezzo. Lei però non lo ha accettato e si è rifatta viva, di nuovo: parole con cui diceva di amarmi immensamente, di non poter vivere senza di me, pregandomi di non farle fare qualche cazzata ché, scriveva letteralmente, stava morendo. Il suo blog è tuttora pieno di post per me con riferimenti persino alla musica che ascoltavo. L’ho ignorata per giorni, non volevo fidarmi, troppe volte mi aveva fottuto in maniera così subdola. All’ennesimo messaggio, maledetto me, ho ceduto. L’amavo, come avrei potuto ignorare una sua richiesta di aiuto? Con il freno a mano tirato per paura, le ho risposto, abbiamo ripreso i contatti, il dialogo, ci siamo visti. E’ stato bello, per carità. Ero quasi felice, ero lì perché lei mi voleva e, chissà, forse avremmo potuto ricominciare. Ho messo da parte le illusioni mancate e le botte che avevo ricevuto e le ho creduto, starle vicino era tutto ciò che desiderassi. Così mi ha ripreso in barca e non ho perso occasione per dimostrarle quanto ancora l’amassi. In tutto ciò, cosa ha fatto lei?

Niente.

NIENTE.

N I E N T E .

Mi viene da vomitare al pensiero. Mi aveva supplicato ancora una volta di tornare per tenermi lì buono, fermo nel limbo, senza essere capace non dico di saltarmi addosso ma nemmeno di tenermi la mano o dirmi a voce una parola dolce. Lei che stava morendo senza di me. Lei che continua a parlare di amore. Lei che ha chiesto umanità e che solo la vergogna mi impedisce di riportare qui cosa è stata capace di farmi negli ultimi anni. Lei che si è persino incazzata, rispondendomi in malo modo quando, con le lacrime agli occhi, una settimana fa ho osato farle notare quale ennesima porcata capolavoro stesse compiendo nei miei confronti. Nemmeno in un romanzo o un film ho trovato similitudini con il trattamento disumano che ho ricevuto da lei, La Più Bella Ragazza Di Tutti I Tempi, tuttora convinta di amarmi.

Ho bisogno di scriverne, per me stesso, per ripetermi quanto sia stato ingenuo a consentirle di prendere di nuovo terreno. Chi me li restituisce gli anni che ho perso dietro ai suoi inganni? Non si è trattato di una storia bella che arriva al capolinea, quello sarebbe stato normale. Invece è stato l’inferno, il casino che ha creato giocando con i sentimenti è abominevole. Vorrei scriverci un libro, se non fosse che al momento non sono capace di ripercorrere quasi tre anni di sofferenze. Tra l’altro, ora che sono un po’ più lucido, al di là delle parole, non ricordo un solo gesto carino né un pensiero spontaneo che lei abbia avuto per me ultimamente e non lo ricordo perché non c’è stato.

Le ho mangiate le ciliegie, a me non hanno mai fatto impazzire. Ne ho mangiate due o tre e l’unica spiegazione che do a questa storia è che io sia stato stupido e che lei non stia bene di testa, sarebbe una parziale giustificazione a suo favore. Cioè io spero sia così. Spero stia male e glielo auguro per giunta. Vorrei che ogni volta che si guardi in faccia allo specchio, un brivido la colga e la faccia soffrire, anche solo per un secondo, per il dolore che mi ha dato e che – sappiamo io e lei perché – mi continuerà a dare. Peccato che non lo scoprirò mai, resterà un desiderio di cui non avrò alcuna conferma. Lei per me è morta, non incrocerà più la mia strada né scambieremo mai una parola. Del resto lei stessa affermava che sarebbe morta senza di me, bene. Ma non muore, anzi ho motivo di credere che ora se la stia spassando in compagnia.

Sto elaborando questa forma di odio e sì, non è l’agognata indifferenza, è pur sempre un sentimento e bla bla bla. Basta scorrere indietro il blog, leggere due righe o guardare qualche foto per avere idea di quanto lei fosse importante per me. Era tutto ciò che volevo dalla vita e adesso non è niente. O meglio non ancora, sto lavorando per renderla niente. Dimenticarla è impossibile, mi ha tolto pure i bei ricordi, non mi resta un cazzo se non la carcassa di un cuore che devo rimettere a posto e donare a chi se lo merita.

L’amore si trasforma (parte 2)

– Alla fine, con tanta rabbia e impotenza, l’amore si trasforma.
– In che si trasforma?
– Si trasforma in un senso di fastidio.
– Come succede?
Succede automaticamente, dopo tante pugnalate.
– Finisce così quindi?
– No, il senso di fastidio diventa rancore, poi il rancore diventa odio.
– E tu a che punto sei?
Sto consumando l’odio.
– Vuoi dire che anche l’odio si esaurisce?
– Certo, perché senza dubbio prima o poi arriva l’indifferenza e io la sto aspettando a braccia aperte.

Come una palla

Come una vita. Questo sport insegna che si può recuperare tutto se impari a muoverti.

E io mi sto muovendo, finalmente. Mi devo concentrare sul qui e ora, spazio e tempo che mi stanno dimostrando chi sono e chi voglio essere: un bravo giocatore prima di tutto, non una riserva. Sto imparando dalle sconfitte, dalle lezioni che ho preso e che continuo a prendere e lo faccio sul campo, fuori dai social e dal web in generale, dove non so quando tornerò. Un giorno forse, adesso non importa, è arrivato il momento di chiudere.

Bisogna marcire

Non ho ancora tolto le sue foto dalla parete della stanza, ne è piena e non ho intenzione di dedicare energie preziose a cancellare tracce. La mia vita non cambierà per questo, devo ritenermi libero di muovermi come voglio in uno spazio solo mio. Eliminare i ricordi non serve, bisogna affrontarli e lasciarli andare. Anche perché togliere di mezzo ogni residuo di una storia così importante è quasi impossibile, qualche briciola verrebbe sempre fuori. Sono circondato da oggetti, luoghi e persone che hanno il potere di riportarmi indietro nel tempo e io invece devo andare avanti. Arriverà il momento di pensare alle foto. C’è un momento giusto per ogni cosa. Adesso è quello di marcire.

Ho dato tutto ciò che avevo per riprendermi la serenità di una volta, per riprendermi lei, La Più Bella Ragazza Di Tutti I Tempi. Mi sono spremuto e svuotato, non è bastato. L’amore tanto osannato da entrambi ha regalato solo dolore alla fine, nonostante attimi, contatti, sguardi di altissima intensità in cui avevo visto, sbagliando, una svolta. E’ che a volte la prepotenza e l’arroganza, nonché una certa ignoranza vincono, questo è il lato che più mi ha ferito: aver dovuto sopportare che la persona che più amassi non abbia avuto il coraggio di tendermi una mano, preferendo la via meno complicata. Non le è importato di restare senza un vero amore, non le importa di diventare una proprietà, non le è importato di cosa io abbia subito quando mi è stata tagliata la testa. Ha scelto così. E’ dura da accettare, io però avevo esaurito le risorse per sopravvivere in quel modo né ero in grado di imporle alcunché. Non potevo riprendermela, non lo avrei nemmeno voluto, doveva essere lei a compiere un passo e non lo ha fatto.

Sono stato male, ho pianto e versato lacrime amare, ho reagito ad una pressione insostenibile. Anche questo è stato parte della storia. Oggi è una fase superata e mi dà un po’ di sollievo guardare indietro e non pentirmi di una virgola di ciò che ho speso per lei. Ho avuto pensieri stupendi e compiuto azioni meravigliose di cui vado orgoglioso, peccato che non siano servite alla causa. Hanno dimostrato però chi sono stato. Il lieto fine che ho sognato non è mai arrivato. Eppure, se ho dovuto aspettare due anni in un limbo per condividere i momenti che io e lei abbiamo vissuto nemmeno troppi giorni fa, beh, ne è valsa la pena. Sono stato quasi felice, lei era tornata bellissima, prima che la luce si spegnesse.

E’ arrivata poi la rabbia come forma di reazione. Man mano che passano i giorni però anche i nervi si vanno placando. Perché l’amore è un gran bastardo e il mio è spietato a tal punto da sperare, con tutto il cuore, che lei possa essere davvero fiera e sorridente della vita che ha voluto. Certo, mi bolle il sangue, sale al cervello e me lo riempie fino a diventare paonazzo ma, stupidamente, riesco ad essere contento per lei, se questo è ciò che desidera.

E adesso? Non lo so. Devo marcire, credo, per lasciare alla terra i miei amabili resti e rinascere migliore di prima, migliore persino di quanto proprio lei mi aveva mi fatto diventare quando, anni fa, mi aveva trovato. Progetto e mi impegno in nuove attività, scoprendo passioni. Seguo le persone che mi vogliono stare accanto e faccio selezione con interesse e curiosità. Ci metto tanto cuore, ma non ho testa.

A tal proposito, a differenza di quanto può sembrare, i capelli che lei adorava li ho ancora e sono tanti, non li ho persi né me li sono strappati. Sono decisamente più bello dell’immagine che rappresento.

Come le ciliegie

Il dolore è forte. Sono arrabbiato e deluso, è evidente. Mi sto ritrovando anche, è meno evidente ma lo percepisco ogni sera prima di addormentarmi sul divano. La strada è quella giusta, le motivazioni non mancano, la confusione regna sovrana. Qualsiasi sia il fine che potrei raggiungere, qualsiasi sia l’obiettivo in un senso o nell’altro, sono sicuro di cosa sto facendo. Lotto ogni giorno contro i miei fantasmi e ogni giorno, in un modo o nell’altro, lei c’è. E’ ovunque. Quando la amo, quando vorrei odiarla, quando mi pensa. Perché so che mi pensa. Non so se mi legge. Se ha scelto di non scegliere dovrei sparire, mi ha messo di fronte ad una realtà intollerabile che solo lei può cambiare e mi auguro che lo faccia a prescindere da me, per il suo bene. Così come stanno le cose non sarà mai davvero felice. Io ho fatto l’impossibile per darle quelle sicurezze di cui aveva bisogno, per vincere le paure e annullare le distanze, lo sanno tutti coloro che conoscono questa storia fino in fondo e, soprattutto, lo ha visto lei. Non posso cercarla, vorrei ma non posso. Non saprei nemmeno che dirle. Non otterrei niente di diverso ora delle solite vane risposte in cui due certezze si scontrano continuamente: una è che mi ama, l’altra è che resta bloccata. Qualcosa deve cambiare per forza, capirà lei cosa. Lo capirà senza dubbio.

Io, scrivendo, mi sfogo. Che sia per rabbia o per sentimento, per ricordo o per speranza, io scrivo. Lo faccio qui e sulle mie agende. E’ un modo per aiutarmi e funziona, ha sempre funzionato. Il blog è nato proprio per questo, ci sono post del 2004 e degli anni successivi in cui parlo dell’altra relazione lunga e importante della mia vita, finita anch’essa. Tra le due storie non c’è paragone. Quella era la prima, questa è l’unica. Scrivo per me, a volte immaginando di parlare con lei, mi ci rivolgo persino in prima persona e non ha importanza se le mie parole arrivano, conta che le abbia buttate fuori e fissate da qualche parte. Per non dimenticare.

Io scrivo, io mi sfogo, io conosco i dettagli. Nessuno, e dico nessuno tranne lei forse, può aggiungere una parola. Ascolto chiunque, soprattutto le amiche sparse per l’Italia che mi sostengono e che mi seguono senza mollarmi un attimo: da Vigevano a Roma, da Marsala a Pisa, da Palermo a Firenze… grazie per tutto ciò che state facendo. Ascolto le critiche, la rabbia di chi mi vuole bene e che mi vorrebbe vedere reagire. Ascolto gli sconosciuti, li cerco anche, i contatti del blog o dei social che in qualche modo esprimono la loro vicinanza e con cui mi confronto. Tuttavia, non tollero e mai permetterò che qualcuno, chiunque esso sia, si azzardi ad esprimere un giudizio su di lei. Solo io posso. Giudicarla, accusarla, criticarla, schifarla se necessario, non deve osare nessuno o lo disintegro. Me lo mangio, amico o conoscente che sia. Perché lei adesso sarà pure un’altra, starà cambiando, starà perdendo quella purezza che aveva a causa dell’incapacità di muoversi e di portare la bicicletta ma il sentimento prepotente che abbiamo vissuto e che vive ancora, sia pure in uno spazio e un tempo non definiti, va protetto. Come le ciliegie che adora, dalle avversità. E io lo farò per sempre.

Hai voluto la bicicletta

Ero a Lucca quella domenica, gironzolavo per un mercatino dell’antiquariato. La sera prima, dopo uno dei pomeriggi peggiori da quando ti conosco e a cui comunque avrei dovuto essere abituato visti i precedenti, ti avevo mandato la mia ultima serie di messaggi, nervosi, rassegnati e ancora carichi di affetto, chiusi da un “addio amore”, perché così fino al sabato ci eravamo chiamati. Mi hai risposto alle quattro di notte, eri meno tesa, si capiva quanto stessi male. E non per l’addio. Non sapevi cosa fare e lo hai chiesto a me. “Come faccio adesso?” hai proprio scritto. E non parlavi solo di noi ma di un percorso che stavi seguendo e che non poteva portarti lontano.

In una bancarella africana ho comprato una statuetta di osso. Me la porto ancora dietro, per non dimenticarmi di quei momenti in cui mi hai scritto parole terribili, tra l’altro poche ore dopo avermene dette di meravigliose. Non ho mai creduto in niente se non alle tue promesse, per due lunghissimi anni. Due anni, cazzo. Due anni pieni di speranze e illusioni, bugie, segreti, pensieri magici e indimenticabili e altri ignobili. Tu sai quanti sono due anni? Non sei stata certamente bene nemmeno tu, eppure hai mai pensato di avere delle responsabilità, una morale, una forma di rispetto verso chi ti amava tanto? Sarebbe bastato tirar fuori la verità e lasciare agli altri la libertà di affrontarla. In questa storia, e sfido chiunque a sostenere il contrario, io non ho mai mentito. A nessuno. A te soprattutto ho raccontato ogni cosa. Ti ho scritto una mail ogni giorno per tutta l’estate per dirti come stavo e cosa provavo e questo nonostante ci sentissimo assiduamente dal buongiorno alla buonanotte. Ci sono stato ogni volta che ne hai avuto bisogno, quando hai perso qualcosa di caro, quando mi hai obbligato o mi sono sentito in dovere di negare, stare zitto, sopportare quello che accadeva nonostante le evidenze, per pararti il culo. Ti ho sempre dato fiducia, senza mai arretrare di un millimetro. Ci speravo, ci credevo, io che mi vanto di essere ateo. Adesso credo solo in ciò che quella statuetta mi ricorda, ossia i fatti.

Siamo stati vicinissimi pochi giorni fa. Avevo provato a chiudere questa storia ad agosto, poi a dicembre, poi a fine gennaio. Ogni volta ti sei giocata una carta in più: prima riprendendo a dire con forza “ti amo”, sembrava non ne fossi più capace; dopo assicurandomi che saresti tornata, quasi con rabbia; l’ultima volta invece me lo hai detto negli occhi mentre piangevo, prendendomi la mano e dandomi un bacio. “Fidati, lasciami fare”, hai detto, non l’ho sognato. E quei messaggi, così potenti, così costanti. Sembra passata un’era, sono di due settimane fa. Scrivevi di un amore infinito, mai stato in discussione. E allora? Che scelta dovevi fare? Dovevamo solo riprovarci, mica sposarci. Anche se, che ti avrei voluto sposare, te lo avevo confidato. Chissà se mi hai creduto. Non hai un marito da lasciare né figli da trascurare e sai chi sono, cosa avrei potuto darti se solo mi avessi concesso una possibilità concreta. E’ stato impossibile alle condizioni che mi hai dettato e noi sappiamo quali erano. Ti sei presa una mano, un braccio e poi tutto il corpo. E non solo il mio. La paura e l’insicurezza, ma anche altro, ti hanno impedito di parlare con la verità, creando dei mostri che prima o poi, si sapeva, ti avrebbero sopraffatto. Sai che io non lo avrei mai permesso. Mi hai messo però con le spalle al muro, lanciandomi coltelli per giunta non da sola. Alcuni li ho schivati, finché sono diventati troppi e mi hanno trafitto facendomi un male cane. Sono stato costretto a reagire. Non potevo far finta di niente, non potevo ancora pararti il culo. Avresti dovuto essere tu a proteggere me e quel poco che avevamo e invece mi hai indicato come pazzo, esaltando le tue bugie e dandomi addosso perché sono venute fuori. E non a causa mia. Non faccio la vittima, lo sono. Di una situazione che ti è sfuggita di mano e di cui non posso far più parte. Sono cambiato tante volte e l’ultima perché mi hai portato all’esasperazione. Nonostante le tue incertezze e le pugnalate, ti ho seguito, rassicurandoti sempre, aggrappandomi ad un sms o uno squillo. Assurdo. Sei cambiata tu soprattutto. Eri un’anima sensibile, parlavi serenamente, ti facevi ascoltare sussurrando le parole, eri comprensiva e umile, disegnavi, leggevi, compravi libri, scrivevi sui post-it, scoprivi la musica nuova, ti stupiva il bello, andavi alle mostre, viaggiavi. Eri curiosa, imparavi, crescevi. Adesso… non so più chi sei adesso. Non so più chi ho amato. Ti ritrovo solo nelle tue foto, quelle che scatti personalmente, dove c’è il colore che da qualche parte hai ancora dentro; quelle che ti fanno gli altri, nonostante ti mostrino sempre bellissima, rivelano un’altra persona, un broncio, un sorriso forzato. I nervi sempre tesi, la perenne ansia di essere controllata, la gelosia insana, la crudezza delle parole, i blocchi sui maledetti social e sul telefono, le cazziate, la paure dietro ogni angolo, le bugie ripetute… sei quella che ha voluto la bicicletta e che ora, per quanto possa apparire sicuro e facile andarci, non riesci a guidare da lei, subendola, senza controllarla. Spero che non ti ci vada a schiantare. O forse sì, così capiresti. Ho rischiato di farmi trascinare in quella scia, stavo diventando come certi soggetti incazzosi, bugiardi, rozzi, sospettosi e possessivi. Sono stato vicino a perdere tutto quello che ti aveva fatto innamorare di me e che ora non ti serve più. E’ andata diversamente, come hai voluto tu. Forse mi hai salvato.

Io te lo auguro con tutto il cuore di essere felice. Sai che sono sincero. Fa rabbia, tanta, l’averti creduto. Sarei uscito dalla tua vita (certo, con dolore) se tu avessi parlato chiaro, adesso forse saremmo tranquilli. Invece sono scoppiato, ma non ho colpe. Mi hai fatto felice quando, un mese fa, mi hai chiesto perdono per ciò che mi avevi fatto. Me lo avevi scritto e poi me lo hai ripetuto tenendomi per mano, te lo ricordi? Vuol dire che avevi capito di aver sbagliato, è stato importantissimo. Non ero pazzo allora. Erano gli stessi giorni in cui mi hai detto di amarmi immensamente e, qualsiasi cosa sia accaduta quella domenica, il sentimento non può essersi spento. Non si è spento nemmeno per me, purtroppo. Ci sto mettendo l’acqua, ci vorrà tempo, ma sono cazzi miei, io posso scegliere solo questo. Tu invece puoi finalmente tornare a vivere come e con chi vuoi. I ricordi ci terranno uniti e, sono certo, i pensieri si incroceranno, forse anche adesso che indossi la coperta di pecora che ti ho regalato. O quando correrai con il mio GPS. O quando andrai a letto e sul comodino l’occhio cadrà sul libro de “La storia infinita”. Tu l’avevi chiamata così. Mi sembrava vero.

Hai preferito non scegliere, hai deciso di restare ferma e questa è una scelta. Non hai cambiato le cose. Ti sei tenuta la bicicletta. Potevi correre da sola o cercare di ricomprare una Vespa con me. Cosa hai adesso? Non lo so, non deve essere poco. Indubbiamente hai guadagnato una possibilità enorme, quella di non dover più mentire. Puoi davvero sentirti libera ora che non abbiamo più contatti. Sono sicuro però che mi pensi, lo sento. Perché lo faccio anche io, sempre. Troverai chi ti ama, forse lo hai già trovato. Ma quanto potrai stare accanto a chi non ami tu? Quanto potrà starci lui sapendo che io sarò sempre dentro di te? Sono io quello che ami, non hai mai voluto ammettere il contrario. Beh, nemmeno io. E non sono matto, per quanto tu possa incazzarti, lo sai bene. Per questo, se posso ancora permettermi di darti un pizzico di aiuto, tu che mi dicevi “come farei senza di te?”, magari rispondo alla tua ultima domanda, tanto tu tutta ‘sta roba mica la leggerai.

“Come faccio adesso?”

Finisci le mie tisane, inizia a svuotare il portafoglio e, se non hai già provveduto, butta via i fiori di San Valentino, libera la parete con i ricordi siciliani, prendi uno scatolone e mettici dentro tutte le cose mie che hai nella tua stanza, sono più numerose persino delle tue. Nascondilo nel garage. Quando avrai finito, dimenticati di me. Da dentro però. Resta leggera. E pedala.

Io no. Non tornerai, non ha più senso. Eppure sono sicurissimo che un giorno, fosse tra dieci anni, guardando Lo Hobbit o ascoltando gli Smashing Pumpkins, mi chiamerai per dirmi ciao.

Risposte

Non avrò mai le risposte che ho cercato per mesi e che tra l’altro sono sempre arrivate da persone diverse da quelle a cui avevo posto le domande. Le risposte ad un certo punto le trovi da solo e spesso sono sbagliate, perché sei di parte, perché sono quelle che vorresti ricevere, parole ben diverse dalla realtà dei fatti.
Oggi però o, meglio, da oggi avrò la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto. E la userò ogni volta che dovrò.
Questo schizzo, che è solo una prima bozza del mio prossimo tatuaggio, dice praticamente tutto e me lo ricorderà sulla pelle e dal profondo del cuore.

Cercare e pensare son due cose diverse

Non ho smesso di pensarti,
vorrei tanto dirtelo.
Vorrei scriverti che mi piacerebbe tornare,
che mi manchi
e che ti penso.
Ma non ti cerco.
Non ti scrivo neppure ciao.
Non so come stai.
E mi manca saperlo.
Hai progetti?
Hai sorriso oggi?
Cos’hai sognato?
Esci?
Dove vai?
Hai dei sogni?
Hai mangiato?
Mi piacerebbe riuscire a cercarti.
Ma non ne ho la forza.
E neanche tu ne hai.
Ed allora restiamo ad aspettarci invano.
E pensiamoci.
E ricordami.
E ricordati che ti penso,
che non lo sai ma ti vivo ogni giorno,
che scrivo di te.
E ricordati che cercare e pensare son due cose diverse.
Ed io ti penso
ma non ti cerco.

Un amico ieri, davanti ad una birra, mi parla di una poesia di Bukowski. “Leggila”, dice. “E’ quello che è successo a me ed è quello che devi fare tu”.
Stamattina, un’amica mi manda la stessa poesia. “Mi ha fatto pensare a te”, scrive.
Le coincidenze forse non esistono.
Seguo una strada e ogni giorno sempre più gente mi accompagna. Ma, almeno in questo primo tratto di cui ignoro la destinazione, sulle mie gambe non ce la faccio né voglio essere preso in braccio. Mi serve un mezzo, me lo posso costruire, pezzo per pezzo. Devo. E poi farmi portare lì, dove sarò felice, ovunque sia quel luogo. Purché fuori dall’angolino.