Sulla strada giusta

Ci sono i bambini, anche stavolta. Quelli che, appena il polverone annuncia il nostro fuoristrada, smettono di zappare, di caricare l’asinello o di accatastare mattoni di fango solo per vederci passare, allo stesso modo di come noi, nonostante l’abitudine a non farci sorprendere più da nulla, guarderemmo un disco volante. I più timidi osservano e basta e restano lì finché la nuvola rossa non si sgonfia. I più audaci sorridono e, in un eccesso di intraprendenza, allungano persino il braccio per salutare, nella speranza di essere ricambiati. I bambini che ormai conosciamo invece corrono, inseguendo l’auto a velocità stratosferiche, senza scarpe, senza traguardo, senza fine. Senza acqua anche, poca aria e tanta terra. Che non è la terra africana in senso metaforico, simbolo di un luogo esotico, lontano e diverso. E’ proprio la terra rossa, secca e micidiale, che entra dentro il corpo da tutti i pori e non ne esce più. La respiri, la mangi, diventa parte di te e non saprai mai quanti bagni e docce occorreranno per toglierla. Perché non è detto che la togli. Forse non andrà via. Forse non vuoi che se ne vada.
C’è fermento, più di una volta. Lo vediamo sin dall’atterraggio, andando prima in città e poi sempre più verso il confine, dove ci aspettano. I passi avanti sono evidenti. Dalla capitale, su una strada oggi quasi interamente asfaltata, impieghiamo poche ore e non più una giornata per arrivare a destinazione. E’ vero, continuiamo a bucare e cambiare gomme o restare in panne e spingere ma almeno non succede quando siamo in mezzo al nulla. Vediamo attività, movimento e impercettibili segnali dimostrano che il tempo sta cambiando: ad esempio, nessun agente ci ferma per infrazioni inesistenti e farsi corrompere. Anche il villaggio sembra diverso. Abbiamo una sede. C’è un tizio che fa il pane, uno che ha aperto un baretto (“baretto” è un eufemismo). Il mercato della domenica cresce, i commercianti arrivano da lontano. I ragazzi, tanti, vanno a scuola. La sera, non so dove, non so come, una musica arriva nelle nostre orecchie. E le stelle, mai viste così tante. E la luna, sembra giorno.
Ci siamo noi, ancora una volta. Cresciamo, sbagliamo, impariamo e facciamo, con passione e amore, per regalare un domani migliore a gente che ormai ci è amica, familiare e che ci considera parte di sé, al punto tale da attribuirci singolarmente persino un nome nuovo nella lingua locale. Festeggiamo insieme, più di una volta, per l’inaugurazione di una cosa per noi così scontata come accendere la luce e per loro così eccezionale come accendere la luce che è appunto accendere la luce: grazie all’impianto fotovoltaico c’è la corrente elettrica adesso lì al villaggio e almeno il presidio medico non resterà più al buio quando il sole si nasconde dietro l’orizzonte. Soprattutto potrà funzionare qualche piccolo macchinario che salverà qualche piccola vita. E speriamo sia solo l’inizio, perché noi le vogliamo salvare tutte e non solo dalla morte ma proprio dalla vita, da quella vita che spesso non merita di essere così faticosa.
Ci sono caprette e montoni, per l’ultima volta. La loro. Altro che vita. Simbolo di ricchezza e dono di un certo prestigio che purtroppo non possiamo rifiutare, fanno presto una brutta fine. Soffrono poco e servono a sfamare e infatti facciamo in modo che finiscano ai bambini. Eppure, come Clarice Starling, non credo potrò mai dimenticare il pianto di quell’agnellino quando ha capito che la sua ora era giunta.
Ci sono gli elefanti, per la prima volta. Imponenti, simpatici e strafottenti. Il massimo, in termini di maestosità, erano stati gli ippopotami un paio di anni prima. Ma non erano così vicini, non così tanto da venire a mangiare persino dietro le finestre del nostro alloggio, costringendoci ad indietreggiare per poterli incorniciare in una foto. Cosa invece piuttosto difficile con il coccodrillo, le scimmie, i facoceri, le antilopi e quegli uccelli dalla lunga coda azzurra cielo che, come le star, fuggivano da noi paparazzi. Eppure li abbiamo immortalati. Ed è proprio l’elefante l’immagine che più mi ha colpito di questa ennesima missione in Africa. Lo so, potrà apparire riduttivo o poco pertinente con il nostro lavoro ma, se per una volta il ricordo più grande da portarmi a casa non riguarda la fame, la malattia o la morte di qualcuno, vuol dire che, asfaltata o no, siamo sulla strada giusta.

Un’altra Africa

Tramonto_africano

Dramane viene a prenderci, come ogni mattina, per accompagnarci al villaggio che dista circa cinque chilometri dalla casetta in cui alloggiamo. Fa caldo ma non così tanto come immaginavo, all’alba il fresco costringe a coprirsi. Sono sotto effetto di calendula per la pelle e cola per la psiche e, prima di alzarmi definitivamente dal materassino che ammorbidisce le mie notti, prendo gli auricolari e cerco Reflektor. Bella scoperta gli Arcade Fire. Ho pensieri per la testa, non tutti positivi, che tuonano come a preannunciare una giornata poco piacevole. In effetti sono giorni difficili, sin da quando abbiamo sceso la scaletta dell’aereo. Siamo in Burkina Faso, abbiamo lasciato la capitale e nell’aria aleggia un’enorme voglia di fare: il container che abbiamo inviato due mesi prima però, carico del materiale necessario per portare avanti i nostri progetti, è ancora bloccato dalla burocrazia, dalla lentezza e dalla poca flessibilità di un’Africa che mostra uno dei suoi lati peggiori: l’accidia, un peccato. Dei sette vizi capitali, oggettivamente è l’unico che potrebbe appartenere a questa gente. Li preferirei golosi, gli africani, ma bisognerà lavorare ancora tanto per arrivare a quei livelli.
Una donna si avvicina a Dramane. Di fronte casa nostra ci sono delle abitazioni rurali da cui quotidianamente sbucano fuori bambini che vengono a tenerci compagnia. Arrivano e si piazzano lì anche solo per guardarci, per osservare quei bianchi che fanno cose strane, che posseggono oggetti sconosciuti, che mangiano. Non chiedono nulla se non, con i soli occhi, di essere accettati, di giocare o di scambiare un saluto. La presenza della donna è quindi insolita, specialmente a quell’ora. In realtà so perché è venuta. Dramane la segue ed entrambi scompaiono dietro una barriera di mura di terra e fango. Pochi minuti dopo lui torna profferendo poche parole in un francese nemmeno stentato, addirittura quasi inesistente, chiarissime tuttavia per il significato agghiacciante: “petit est mort”. Scritte, sembrano latino. Pronunciate, sono francese. Ascoltate, colpiscono allo stomaco.
Il piccolo morto era un bimbo di quattro o cinque anni che soffriva di un male indefinibile, uno di quelli che può essere tanto un cancro quanto un raffreddore. Non ho potuto o voluto vederlo prima del suo addio. Né dopo. So solo, attraverso il racconto di altri volontari, che aveva una pancia così gonfia da toccargli i piedi. Con quella è volato via, come una mongolfiera che, sono sicuro, lo ha accompagnato in cielo. Non c’era modo di salvarlo ma è un’inutile consolazione. Le famiglie sono spesso così povere che, di fronte alla possibilità di spendere due soldi per raggiungere un ospedale e curare un figlio o di spenderli per dar da mangiare agli altri, scelgono gli altri, quelli che stanno bene, sacrificando l’agnello debole. Che poi non è affatto una scelta ma una conseguenza inevitabile.
La giornata però mi riserva altre sorprese. Tra le poche attività che possiamo portare a avanti, una è la cosiddetta mensa, la distribuzione di un pugno di riso ciascuno ai bambini che si presentano a decine con una ciotola sporca di terra e fame. E’ un gesto simbolico, una sorta di piccola festa che facciamo ogni giorno solo per dare un segnale, perché è impensabile pensare di sfamarli così. Cuciniamo una trentina di chili di riso in pentole giganti che gli danno una forma ma non un sapore. Per i bimbi tuttavia questo è indifferente, aspettano il loro cucchiaio senza lamentarsi, a differenza di quanto invece faremmo noi in coda ad uno sportello. In genere siamo così bravi da far bastare il riso per tutti, quella mattina no. Un gruppetto resta senza, si alza e se ne va, in silenzio. Io non reggo. Sto vivendo una situazione anomala, personale, volontaria e missionaria esagerata rispetto alle aspettative con cui ero partito, difficile da sostenere se le emozioni si mischiano tra loro pure nel pentolone del riso. Quasi scappo verso il pozzo più vicino per sciacquarmi la faccia e nascondere gli occhi fragili. Eppure sono gli stessi bambini che, non appena mi vedono, iniziano a salutarmi, gridare “ciao” e venirmi incontro per battere il cinque, come gli ho insegnato a fare. E subito torna la voglia di sorridere, nonostante i drammi, di rimboccarsi le maniche e andare avanti, di fermarsi e aspettare se necessario, di prendere fiato e ripartire. Perché è vero, quel che accade in Africa resta in Africa ma quello che accade dentro ognuno di noi non è possibile lasciarlo andare, specialmente se ti prende per mano e ti segue fino all’ultimo, nella speranza di ritrovarti.
Io la mia Africa l’ho ritrovata. Diversa dalla precedente, anche a causa della stagione secca che ne ha cancellato il verde e i sentieri, svuotandola di riferimenti e segnali. Diversa soprattutto perché non era più nuova e tutta da scoprire, era sempre lei ma senza trucco, nuda, avvolta a me con il fascino puro della sveglia del mattino, quando mostra l’aspetto più intimo e naturale che ci possa essere. E’ un’Africa da abbracciare, da vivere e condividere. Un’Africa di cui scrivere, di cui parlare, da guardare e toccare. Un’Africa che non sta più solo nel nero della pelle ma anche nel chiarore di una luna, visibile da casa, dove il lavoro può essere persino più impegnativo e logorante. Torno con la convinzione di aver fatto un altro passo, avanti o falso ma pur sempre un passo, verso ciò che voglio diventare, una persona migliore.

Domani si vedrà

Anche oggi mi sono svegliato. Ho gli occhi aperti ma il buio ancora invade la stanza e non mi permette di vedere nulla, nemmeno mio fratello e mia sorella che dovrebbero essere sdraiati qui accanto, sull’altro tappeto. Anzi lo sono sicuramente, sento il loro respiro. Poco più in là, papà sta russando e forse anche mamma, dormono profondamente. Spero che il sole arrivi presto, voglio andare fuori e correre verso la casa grande, quella con la porta verde e i muri che la circondano. Sono troppo alti quei muri ma se riesco di nuovo a salire sul sasso che ho trovato ieri, forse posso affacciarmi e controllare se loro sono ancora lì. Chissà se oggi ci danno il riso. Ah, devo ricordarmi di prendere la ciotola. Non è servito portare quella più grande, il cucchiaio che distribuiscono è sempre lo stesso, uguale per tutti. Ieri però li abbiamo fregati: ci siamo scambiati i vestiti – se vestiti si possono chiamare – e ci siamo mischiati per non farci riconoscere e prendere un’altra razione. Ha funzionato finché Mamma Africa non ci ha scoperti ma forse è giusto così, anche gli altri bambini hanno fame e devono mangiare. Noi siamo persino più fortunati, quelli dall’altra parte del villaggio nemmeno sanno che qui c’è il riso. Tra l’altro a noi regalano anche le caramelle ogni tanto. Non sono tutte buone, quelle bianche hanno un brutto sapore ma mamma ce le fa mangiare lo stesso perché dice che servono a far sgonfiare la pancia. E poi i biscotti, che buoni! Ne hanno sempre tanti. Se solo riuscissi ad andare al pozzo con loro, potrei aiutarli a riempire i bidoni e forse avere qualcosa in cambio. Anche se non mi danno niente, mi piace lo stesso quando giochiamo e cantiamo le canzoni. Ho visto il pallone ma non ce l’hanno dato questa volta, chissà perché lo hanno preso i grandi. Noi però possiamo fare foto: se li chiami e gridi “foto!”, loro vengono con quella cosa nera che fa la luce quando ci mettiamo fermi a sorridere e poi mostra la nostra immagine immobile. Non ho capito perché dobbiamo sorridere ma sembra che foto funziona solo se ridiamo e stiamo fermi. Loro ridono sempre e anche questa è una cosa che non capisco. Forse perché mangiano quando vogliono, anche di nascosto, lo so. Hanno le pentole che mettono sul fuoco per cucinare: è un fuoco diverso da quello nostro, è finto e viene fuori da una scatola piatta colorata ma funziona. Hanno pure la luce, sempre finta. Sono quelle specie di lampade a farla quando si accende la cassa di metallo che fa tanto rumore. La usano solo di notte, la mattina aspettano il sole come me. Eccolo che arriva. Tra poco mi alzo e li raggiungo. Anche oggi mi sono svegliato. Domani si vedrà.

Kalifa

Me lo avevano detto. Mi avevano avvertito che, conoscendomi, messo un piede in Africa – senza scarpa – avrei rischiato di metterci anche l’altro e non staccarli più entrambi, per rimanerci. Sono tornato invece. Non tutto intero perché lì qualcosa di mio ho lasciato ma abbastanza carico di ricordi ed esperienze da aver già voglia di ripartire per misurare nuovamente quel rapporto tra dare e avere che oggi pende sicuramente dalla mia parte.

Ero già stato in Africa più di una volta. Quella che conoscevo però non era la stessa Africa, era europea, turistica e inconsapevole. L’Africa che ho visto stavolta è fatta di fame e paesaggi, di terra e bambini, di colore e sudore ma specialmente di sorrisi. Sorridono sempre tutti, anche per la vergogna o per lo stupore, quando salutano, mangiano o rispondono, forse anche quando muoiono. Quando pregano.
Andiamo in chiesa la prima domenica. Siamo arrivati da poco, non abbiamo lavoro da portare avanti, siamo stati invitati, nessuno sa che sono ateo e, se anche lo sapesse, sorriderebbe. Mi stupisco del numero infinito di bambini che, tuttavia, non sono venuti per la messa, sono venuti per noi. E’ come una festa nonostante due settimane prima sia morto l’anziano capo del villaggio e il lutto persista nell’aria. La chiesa è l’unica costruzione, diciamo, in cemento, è apparentemente solida, ha un piccolo palco e file di bassissimi muretti che fungono da panche per sedersi. Si capisce che è una chiesa dalla presenza sul palchetto di un uomo nero di bianco vestito, il prete, e di una croce storta poggiata al muro senza Gesù. Suppongo che sia fuggito da quel posto o, più verosimilmente, che non lo abbia mai visitato.

C’è un bambino all’ingresso che noto più degli altri. Anzi è lui che si fa notare. Avrà sei o sette anni al massimo, indossa una maglia a maniche lunghe strappata e bucata che una volta era bianca e blu. Neanche a dirlo, non porta le scarpe ma lo sporco sì, di quello addosso ne ha a sufficienza, più scuro della sua pelle. Non parla con gli altri, sta in disparte ma sempre in primo piano. Si porta dietro un copertone di una ruota di bicicletta e un legnetto che scoprirò essere il suo gioco, lo stesso dei nostri nonni che correvano colpendo e spingendo con il bastone la ruota lungo la strada. Non sapevo ancora che quel bambino avrebbe percorso chilometri nei giorni seguenti per mostrarmi quanto fosse bravo a spingere la ruota e ricevere la mia attenzione. Non sapevo ancora che quel bambino fosse Kalifa.

Tra orazioni, canti e preghiere, l’unica figura maschile con la barba incolta e un sesto senso di-vino è la mia, con la differenza che io, più dei pani e dei pesci per sfamare, sembro moltiplicare solo i bambini da sfamare. Ce n’è uno, purtroppo un po’ ritardato, che protegge con un pezzo di stoffa dei biscotti. Gli altri lo guardano con desiderio allungando ogni tanto la mano con un’espressione che non dimenticherò mai. Nessuno tuttavia esagera, nessuno appare presuntuoso, nessuno ruba. Ed è una regola generale.

Kalifa è seduto accanto al bambino con i biscotti, mi guarda in continuazione cercando un sorriso, un cenno, qualcosa che gli faccia capire di esistere ai miei occhi. Noterò questa cosa in tutti i bambini del villaggio ma in lui più di ogni altro. Il bambino biscottato mangia, è piccolo e sbava, impasta, sbriciola come farebbe chiunque alla sua età. Mi commuovo quando vedo Kalifa raccogliere con le dita le briciole da terra e mangiarle di nascosto preoccupandosi di non farsi vedere da me soprattutto, lui che fino a quel momento aveva fatto esattamente l’opposto, manifestando la sua presenza in tutti i modi possibili, senza tuttavia mai parlare. Una bambina lo imita ma nient’affatto preoccupata di nascondersi. Nel frattempo, un altro marmocchio ancora più piccolo, che si era addormentato sulle mie gambe, si sveglia e il bambino con i biscotti magicamente gliene offre uno. Poco dopo, un pezzo per volta, lo farà anche con tutti altri prima di andare via mentre ancora il prete canta messa. I biscotti erano solo tre.
Ho giocato parecchio con i bambini quella mattina e, quando possibile, nei giorni successivi. Kalifa mi ha seguito ovunque, anche nei miei pellegrinaggi senza meta attraverso il villaggio. Gli ho chiesto il suo nome, quando ancora non lo conoscevo, in tutte le lingue a me note, compresa quella universale dei segni e ogni volta rispondeva di sì con la testa e così a tutte le mie domande. Mi ha fatto tenerezza quando alcuni bambini più fortunati lo hanno preso in giro per via del suo vestitino rosa che lo faceva sembrare una femminuccia. Non gli ho più visto indossare nulla di diverso. Mi ha fatto ridere quando, da solo, si è messo a giocare con ciò che restava di un tavolo da biliardino, utilizzando un sasso al posto del pallone e immaginando chissà quali scenari data la mancanza persino delle aste per muovere i giocatori mutilati. Un pomeriggio, al pozzo, sotto il sole cocente, Kalifa si è finalmente aperto e ha iniziato a parlare intavolando un discorso sensato. Almeno per lui. Mi ha raccontato un sacco di cose e in quell’occasione sono stato io a fare soltanto cenni con la testa come se ci intendessimo. In realtà non abbiamo mai capito una parola l’uno dell’altro e, se non fosse stato per un ragazzino più grande, non avrei mai nemmeno saputo come si chiamasse. Durante la mattina in cui abbiamo distribuito l’ultima razione di riso si è presentato con il suo fratellino per farlo mangiare, un Kalifa in miniatura, uguale a lui. Andando via mi ha salutato come ormai era abituato a fare, pronunciando le solite incomprensibili parole, sapendo che mi avrebbe rivisto nel pomeriggio. Non poteva immaginare che non mi avrebbe più incontrato e che l’indomani sarei ripartito ma a me piace pensare che, il giorno in cui tornerò e passeggeremo di nuovo insieme, battendo le dita della mano sul petto per indicare se stesso, mi guarderà e dirà “Kalifa”.

Senza scarpe

Ancora pochi giorni e si parte. E’ un classico scrivere di vacanze in questo periodo. Durante l’anno si studia, si lavora o si protesta per poter studiare e lavorare. Si lotta insomma. Ma arrivati a luglio e agosto i più fortunati possono deporre le armi e vivere meritati giorni di tregua.
L’estate, più delle altre stagioni, è sinonimo di viaggi, mare o montagna, sole, feste, passeggiate, refrigerio, relax. O anche avventura, sapori nuovi, cocktail con l’ombrellino, villaggi vacanze. Paesi da conoscere, gente da incontrare, lingue da parlare, guide da consultare, ricordi da fotografare, oggetti da comprare, prestazioni da pagare.
Vado anch’io finalmente. Ho scelto un posto caldo quest’anno. Così caldo che non c’è acqua corrente. Perché non ci sono le tubature e gli impianti idrici e fognari. Ci sono i pozzi e i recipienti da riempire e trasportare per chilometri. Nel periodo delle piogge che lì sta per arrivare, l’acqua cade ma rovina tutto. Pure le strade che non esistono e il raccolto che già di suo è scarso. Diventa difficile spostarsi con i pochi mezzi a disposizione perché ogni pozzanghera può nascondere una buca profonda. Si cammina a piedi quindi e si cammina tanto. Senza scarpe perché non le ha quasi nessuno e chi se le può permettere preferisce comprare qualcos’altro per sopravvivere, come cibo o cure mediche o parvenze di cure mediche. Perché anche i medici non ci sono. C’è un poliambulatorio con un tavolo operatorio che assomiglia a un barbecue in pietra su cui arrostire le salsicce e qualche letto con i materassi in pelle bucata provenienti da chissà quale divano di chissà quale donazione. Non ci sono medicine e gli pseudo farmaci che esistono non curano tutti i mali e non possono nemmeno essere distribuiti perché nessuno ha competenze per farlo. C’è un ospedale, in città. Ma la città è così lontana che, se riesci ad arrivarci, vuol dire che stai bene e non hai bisogno di cure. Poi muori il giorno dopo e forse è meglio che morire il giorno dopo ancora, in ogni caso non arrivi a cinquant’anni. Ecco perché ci sono tanti giovani, l’età media della popolazione è di diciassette anni. Vuol dire che a venticinque, se sei vivo, sei un superuomo. E sei pulito e incontaminato. O forse solo incontaminato perché pulito è difficile esserlo. Il verbo lavare non esiste. Lavarsi è quasi impossibile e non previsto da una cultura che da troppo tempo non sa cosa sia l’acqua. C’è la terra, secca e dura. C’è l’aria pura e c’è la malaria. Ci sono le zanzare bioniche geneticamente modificate. Ci sono gli asinelli che non si lamentano mai. Ci sono quelli che si lamentano perché stanno male e quelli che stanno male e non si lamentano, anzi sorridono. Come i bambini, che sono tanti. Dagli una palla, forma due squadre, mettili in campo ed ecco il calcio che piace a me. Si corre, si suda e non c’è acqua, spogliatoio o doccia. Ma ci sono l’entusiasmo e gli abbracci per un gol segnato senza porta e a piedi nudi.
Già, senza scarpe. Riprenderò un cammino che non ho mai interrotto. Porterò poche cose con me e tornerò con un bagaglio di ricordi pesantissimo perché, come mi disse un’amica una volta, in un’esperienza di volontariato paradossalmente è proprio chi parte che ne trae il maggior beneficio. E io sto partendo. Sto per compiere un altro passo e inizio a slacciarmi le scarpe non perché mi fanno male ma perché voglio segnare anche io un gol a piedi nudi.