Loro

La serie, lo dico subito, è bellissima, credo la migliore che abbia seguito su Prime Video. Il genere è horror ma più che altro si tratta di un intreccio tra reale e soprannaturale dove l’orrore è rappresentato dal razzismo con cui una famiglia di colore si deve scontrare dopo aver deciso, per dimenticare una terribile tragedia, di andare ad abitare in un quartiere di bianchi per nulla propensi ad accoglierli. Siamo negli anni ’50, in California. Le scene cruente non mancano, una in particolare è qualcosa di mai visto (nessuno avrà dubbi a riconoscerla), la paura vera però viene dalla tensione continua ed inquietante, dai nervi sempre tirati, dagli sguardi dei personaggi, tutti ben interpretati da attori davvero bravi. La sceneggiatura è ottima e l’ambientazione così perfettina da mettere ansia, per non parlare della fotografia e della colonna sonora sorprendente con brani del periodo che accompagnano i momenti chiave. I pezzi della trama si incastrano senza lasciare niente in asso, le spiegazioni arrivano e questo mi ha evitato di andare a cercare sul web chiarimenti ed interpretazioni. Soprattutto è una serie che finisce e non resta in bilico al richiamo di una seconda stagione. Spero infatti di non vederla mai perché non potrebbe essere all’altezza.

Cobra Kai

Karate Kid è stato uno di quei film che, piaccia o non piaccia, conosciamo tutti. Io lo avrò visto decine di volte quando ero ragazzino, poi sono cresciuto e mi sono reso conto di quante cazzate abbia visto in vita mia. E soprattutto di quante ne continui a vedere.
La prima stagione di Cobra Kai non è passata inosservata, ha recuperato dall’oblio tutti gli attori vivi del film e ne ha riproposto i personaggi in maniera genuina. E’ stata una sorpresa ritrovarli invecchiati nelle loro nuove realtà e questo ha dato slancio alla serie, nonostante il target fosse decisamente adolescenziale e il budget ridicolo (la serie è nata per YouTube, Netflix ne ha fiutato il potenziale e l’ha fatta sua). Passata la sorpresa infatti, le altre stagioni si rivelano per quello che sono, un’accozzaglia di scene viste e riviste dove, ad intervalli, tutti lottano contro tutti, con continui cambi di schieramenti da un dojo (scuola di karate) all’altro con pretesti discutibili. Le scenografie sono sempre le stesse costruite all’interno di qualche studio e i dialoghi così di basso livello che è facile prevederli. I contrasti dei ragazzi coinvolgono gli adulti che non ci dormono la notte ma, a pensarci bene, sono stati gli adulti che, portando il karate nella vita dei ragazzi, li hanno deviati. Prima di impararlo infatti erano felici e spensierati. I protagonisti sono Daniel LaRusso, benestante e realizzato, che ogni due scene va a parlare col defunto maestro Miyagi triturando le… scatole con la sua mielosa saccenteria e il biondino Johnny Lawrence, che era il cattivo nel primo film e qui si dimostra il migliore di tutti: uomo fallito, buono ed imbranato, beve birra e mangia cibo spazzatura, ignora internet e la tecnologia e vive alla giornata fino a quando non ritrova stimoli allenando un giovane bullizzato a scuola. Johnny è il vero trascinatore, un misto di comicità e tenerezza che mi ha portato, ahimè, fino alla quarta stagione. Le puntate durano venti minuti e, nonostante la stupidità dei drammi giovanili, nel mezzo di una pandemia, tra una sbronza e uno sbadiglio, si possono seguire. Del resto guardo così tante cazzate che una in più non farà differenza.

Incastrati

Su Ficarra e Picone ho ben poco da dire, il loro successo parla da solo, grazie all’ironia mai stupida né volgare e alla sicilianità spontanea che li contraddistingue in qualsiasi contesto si cimentino: teatro, TV, cinema ed ora anche in questa serie Netflix, in cui si ride ma soprattutto non ci si annoia. Sei episodi leggeri da nemmeno trenta minuti raccontano una storia ben scritta in cui sketch e battute si incastrano sapientemente, nonostante in alcuni momenti si abbia la sensazione di stare in una fiction. Non è così e non è nemmeno comicità da cinepanettone o da Colorado. Ci sono anzi scene e dialoghi che, pur senza togliere il sorriso, descrivono realtà pesanti ed importanti, vedi il discorso del boss sui rapporti tra mafia e politica in cui alla fine dice: “presto o tardi le cose torneranno come ai vecchi tempi, dobbiamo soltanto aspettare che il popolo dimentichi e se c’è una cosa che la storia ci insegna è che il popolo, prima o poi, dimentica“. Mamma mia. Sembra roba da film di Scorsese o Coppola con la voce di Al Pacino o De Niro. E invece sono Ficarra e Picone.

The silent sea

I coreani ci stanno prendendo gusto: già il loro cinema da anni è degno di nota, adesso spuntano serie TV come funghi e alcune, vedi Squid Game, riscuotono anche successo. Netflix ci riprova con The silent sea, fantascienza mista a thriller che scopiazza in più parti Alien ma senza Alien: i mostri qui sono gli umani privi di scrupoli, capaci delle peggiori azioni per raggiungere i propri interessi nella ricerca spasmodica del bene più prezioso, l’acqua, ormai quasi scomparsa sulla Terra. Un equipaggio con varie competenze viene inviato in missione sulla Luna per recuperare da una base spaziale dei campioni dei quali non si conosce l’origine e che creeranno non pochi problemi. Le prime puntate, nonostante la recitazione che è pur sempre asiatica, sono – oserei dire – avvincenti perché lasciano in sospeso diversi misteri. Come spesso accade però, man mano che si va avanti, la storia perde incisività e le scene superflue si sprecano, senza parlare delle castronerie inspiegabili, tipo – SPOILER – la protagonista che, infettata, non muore solo perché è la protagonista. Tra l’altro, sarà colpa mia ma gli uomini della squadra, con gli stessi occhi mandorlati e le stesse tute, mi sono sembrati praticamente tutti uguali e la cosa mi ha fatto perdere qualche dettaglio importante, alla fine non distinguevo i buoni dai cattivi. Nel complesso tuttavia non è una brutta serie per gli amanti del genere come me, l’importante è seguirla degustando magari un bicchiere di vino o di birra, evitare l’acqua.

Mastro Geppetto

Se il Pinocchio di Collodi, nonostante la malinconia e la sfiga, va incontro ad un lieto fine che è forse più l’aver ritrovato Geppetto rispetto all’esser diventato un bambino vero, in questa storia reinventata ed infinitamente triste di Stassi, il protagonista raggiunge l’apice della felicità all’inizio dei fatti, quando da un ceppo di legno inutile e di nessun valore, fa nascere la creatura con cui vorrebbe evadere dalla realtà e girare il mondo. La favola di Pinocchio, benché scritta oltre cent’anni prima, potrebbe tranquillamente essere stata ricavata da questo romanzo in cui l’autore ne ripercorre le avventure dal punto di vista di Geppetto, eliminando il lato fantastico e le metafore rappresentate dai vari personaggi di Collodi attraverso una versione verosimile di quella che tutti conosciamo. Geppetto è un vecchio poverissimo, solo e matto che troverà forza e conforto e, purtroppo, delusioni continue solo nella ricerca del suo burattino perduto e non sarà la sfortuna a remargli contro, bensì la cattiveria dell’uomo. Non ci sono fatine né miracoli qui e soltanto nelle speranze di chi legge e di chi scrive, nelle ultimissime pagine, si può intravedere la salvezza. Per il resto si tratta di un romanzo bello e gelido, originale e toccante: Pinocchio mi stava sulle palle, Geppetto l’ho amato.

Fabio Stassi – Mastro Geppetto

The undoing

Nicole Kidman in grande, rifattissimo, splendore e Hugh Grant, padre di quello che ricordavo, sono i protagonisti di questo thriller di sei puntate (che potevano anche essere quattro) ambientato nella New York dei ricchi e intoccabili. Le premesse, con il classico omicidio efferato di cui non si conosce il colpevole, non sono male. Lo sviluppo è accattivante perché un po’ diverso dal solito filone ma stenta a decollare. Il finale… va beh, lasciamo stare. C’è un finale che solo un colpo gobbo avrebbe potuto stravolgere, senza la certezza di un risultato migliore. La serie si fa seguire per via di una serie di piccoli colpi scena che tengono vivo l’interesse e per i primi piani continui della Kidman che, nonostante due sole espressioni, forse tre, cattura l’attenzione poiché tutta la storia gira intorno a lei ed alle sue scelte. Il personaggio migliore è però quello dell’italiana Matilda De Angelis, peccato per il (suo) doppiaggio penoso e peccato che… (no spoiler). In sostanza, una serie con alti e bassi che si può vedere dal divano senza grosse aspettative e che tutto sommato fa il suo dovere, cioè finire lasciando una certa soddisfazione.

The Beatles: Get Back

1969. The Beatles non sono più The Beatles: non indossano gli abiti su misura con cui si sono fatti conoscere al mondo, hanno abbandonato quel taglio di capelli a caschetto orribile, sono a colori, non si esibiscono in pubblico da anni, si sono accasati, fidanzati o sposati. Hanno fatto tutto quello che potevano fare. Tranne sorprenderci ancora. Nel 2021.
Paul, con barba e capelli lunghi, oltre al carisma che lo contraddistingue, è proprio fico. John è ancora il boss, l’artista, estroso e matto, ma già troppo – e purtroppo – avvinghiato a Yoko Ono. George sprizza talento ma fatica a farlo accettare e appare quasi antipatico, oltre che represso. Ringo è silenzioso, buono, adorabile. Non ho mai apprezzato particolarmente The Beatles ma questa miniserie documentario (“mini” perché sono solo tre episodi, la durata totale però è di oltre sei ore), che condensa e ci mostra in versione restaurata giorni e giorni di filmati inediti girati all’epoca, è formidabile per come racconta i Fab Four, senza filtri, durante la creazione – dal nulla e in mezzo ai contrasti già evidenti – del loro ultimo album, Let it be, con inclusa la loro ultima esibizione dal vivo, il famoso concerto sul tetto.
Ci sono momenti fantastici e immagini e suoni che restano scolpiti nell’anima e che ognuno può trovare dove vuole in mezzo alle innumerevoli chicche, dai dialoghi (parlavano veramente così tra loro? Sì!) alle sessioni improvvisate con parole inventate ai pezzi che prendono forma partendo da un accordo (stupenda la genesi di Get Back). Di lì a poco i quattro sceglieranno strade diverse eppure, mentre compongono, inventano, chiacchierano, discutono, è innegabile quanto ancora si divertano a suonare insieme, in sintonia totale, mettendo alla porta il resto del mondo. Sono stato totalmente assorbito dalla visione, ho fatto il tifo per loro come se non sapessi cosa sarebbe accaduto, sperando per assurdo che non litigassero, che non si sciogliessero, che John non venisse assassinato anni dopo, che George non si ammalasse. E che io non me li fossi persi sinora. A questo però sto già rimediando.

L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello

Non sapevo che Oliver Sacks fosse l’autore del libro da cui è stato tratto il film Risvegli con Robin Williams e Robert De Niro. Non sapevo che Oliver Sacks fosse un famosissimo neurologo e fosse morto pochi anni fa. Sapevo però che questo suo libro dal titolo curioso era sul mio comodino virtuale (perché ce l’ho su Kindle) da parecchio tempo e che dovevo leggerlo. Si tratta di una serie di casi clinici in cui Sacks si è imbattuto durante la sua attività, casi rari, affascinanti e terribili per le loro peculiarità che riesce a raccontare con (pure troppa) competenza e bravura per renderli comprensibili ad ignoranti come me. Il titolo, che sembra assurdo, è una storia vera ma non è nemmeno la più incredibile, si potrebbe girare un film su ognuna di esse. Peccato solo che, ad un certo punto, la descrizione delle patologie trattate all’inizio con una certa vivacità e leggerezza diventi quasi un trattato scientifico, eccessivamente specialistico per potermi appassionare. Infatti ci ho messo un po’ a finirlo, mi sono annoiato, altro che risvegli.

Oliver Sacks – L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello

Arcane

Difficile trovare un punto debole in quest’anime dove ogni dettaglio è stato sviluppato alla perfezione: storia, personaggi, scenari e animazione soprattutto sono sorprendenti. La serie è tratta dal videogame Arcane: League of Legends, prodotto una decina di anni fa e tuttora in voga, nelle varie evoluzioni, tra milioni di utenti nel mondo. Personalmente non ci ho mai giocato ma la mia anima vintage e la pubblicità di Netflix mi hanno convinto a dare un’occhiata. E per fortuna.
L’animazione è spettacolare, un misto di computer grafica e disegno a mano che insieme raggiungono risultati visivi mai concepiti prima nemmeno da Disney o Pixar (applausi a Riot Games). Basta mettere in pausa una qualsiasi scena per ritrovarsi davanti un’opera di concept art da stampare e incorniciare. La trama, coinvolgente ed intricata al punto giusto per restare viva fino alla fine, tocca tanti temi e li affronta senza cadere nel banale, soprattutto grazie alla bravura degli autori (sceneggiatori, grafici o chi per loro, non lo so) che hanno creato e realizzato mondi dove la fantasia si perde. I personaggi sono definiti con cura: nello scontro alla base della storia tra due classi sociali, due città, due realtà contrapposte l’una all’altra, non sembrano esserci né buoni né cattivi ma tante personalità ognuna con i propri pregi e le proprie colpe. Le donne in particolare sono le grandi protagoniste, tanto fragili e sentimentali quanto forti ed intelligenti da oscurare le altre figure, pur di rilievo. La schizofrenia dell’antagonista poi è per me una delle cose meglio riuscite, difficile da descrivere ma visivamente molto efficace, davvero bella.
Dovrebbe essere in cantiere una seconda stagione ma a me sta già bene come si è conclusa la prima.

Greenlights

Era da tanto che non leggevo un libro in un solo giorno. Mi è capitato ieri con l’autobiografia di Matthew McConaughey, finita al termine di un lungo viaggio in treno, non perché sia un capolavoro ma perché ho avuto tempo (si sa che il treno è il miglior posto per leggere, dopo il wc) e perché tutto sommato si tratta di un buon libro, tra l’altro stampato in un’edizione molto ben curata.
Matthew McCoso, come lo chiamo io, è l’attore di tanti film di successo che, ad un certo punto della carriera, ha deciso di abbandonare le commedie romantiche in cui si era impelagato per accettare solo ruoli di un certo livello, arrivando a vincere un Oscar. Ma è anche un uomo (purtroppo texano, troppo americano e pure cacciatore) che si confronta quotidianamente con se stesso e le proprie scelte, imparando dagli errori, senza attribuire le colpe dei fallimenti agli eventi esterni o agli altri. Almeno così dice. Questa crescita, personale e professionale, viene raccontata attraverso i diari che ha scritto dall’adolescenza fino ai cinquant’anni e che ha messo insieme durante la pandemia. Non si tratta però soltanto di un’opera che raccoglie esperienze in ordine cronologico, è soprattutto un insieme di riflessioni, appunti sparsi e principi motivazionali che hanno guidato McCoso nel raggiungere i propri obiettivi. I greenlights, i semafori verdi, sono le situazioni positive da attraversare, in alternanza ai semafori rossi e gialli, in un percorso di vita assolutamente condivisibile che per qualcuno può essere fonte d’ispirazione e per qualcun altro un mucchio di cazzate. Va dato atto tuttavia a McCoso che, cazzate o no, ha avuto ragione.

Matthew McConaughey – Greenlights

Il più grande uomo scimmia del Pleistocene

Simpatico romanzo che racconta le avventure di una famiglia di cavernicoli alle prese con l’evoluzione nell’era di passaggio verso quella in cui dominerà l’homo sapiens. Guidati dall’ingegnoso capofamiglia, figli, mogli e zii andranno incontro alla scoperta del fuoco, di nuove armi per la caccia e della comodità di vivere in una caverna, cammineranno in posizione eretta, cuoceranno il cibo per masticarlo e digerirlo meglio, inizieranno a lavorare alle arti con i primi disegni sulla pietra, non si accoppieranno più all’interno della stessa tribù. Tutto viene narrato in forma umoristica con dialoghi anacronistici che rispecchiano la società moderna e che hanno anche una morale. Le innovazioni infatti non vengono viste sempre di buon occhio dai membri della famiglia. Lo zio ritiene siano in contrapposizione al corso della natura e continua imperterrito a rifiutare ogni cambiamento. I figli, sperimentati i vantaggi delle loro scoperte, si convincono della necessità di tenerle per sé e non condividerle liberamente con le altre tribù: uno, per mantenere una di forma superiorità sulla specie; due, per evitare che portino l’uomo all’autodistruzione. Detto così sembra una palla, invece la lettura è scorrevole e divertente, a tal punto che mi sono chiesto – e ancora mi domando – quando l’uomo primitivo ha iniziato a ridere e perché.

Roy Lewis – Il più grande uomo scimmia del Pleistocene

Cowboy Bebop

Cowboy Bebop, l’originale, è un anime giapponese di fine anni ’90 considerato all’unanimità, nel mondo, un capolavoro per animazione, stile, trama, personaggi, grafica, colonna sonora, non a caso tra i miei preferiti. Netflix ha appena proposto questa serie live action, cioè con personaggi in carne ed ossa che, all’unanimità, nel mondo, è stata stroncata da critica e pubblico, salvo pochi casi, me incluso. Io, nerd dentro che guarda pure le peggiori cazzate, ho un debole per tutto ciò che mi riporta indietro nel tempo e non me la sono sentita di fare il criticone.
Direi che, se la serie viene accostata all’anime, il paragone non regge. I puristi hanno ragione, è stato scopiazzato tutto e male. I personaggi soprattutto fanno ridere e non perché siano simpatici. Ricordano i cosplay che vanno alla fiera del giocattolo, inespressivi e bruttarelli (il cattivone poi, con quella parrucca bianca…). Nell’anime sono affascinanti e pieni di personalità, come dire meglio disegnati che vivi.
Se si riesce però a dimenticare l’anime – io stesso non lo ricordavo benissimo, essendo passati oltre vent’anni – e si pensa alla serie come fosse un prodotto di fantascienza a sé stante, non è proprio da buttare: ambientazione ben fatta, dialoghi stupidini ma divertenti, sangue e parolacce a sufficienza. In fin dei conti si può guardare quando in giro non c’è di meglio e Netflix non è che offra sempre capolavori a cui dare priorità. Sarei curioso di vedere la seconda stagione ma temo non arriverà mai, visto il successo che ha avuto la prima.

Niente di nuovo sul fronte di Rebibbia

L’ultimo lavoro di Zerocalcare è un insieme di storie che raccontano il suo punto di vista su temi a cui si è dedicato nel periodo della pandemia, quali la condizione dei carcerati di Rebibbia, la gestione della sanità territoriale, il fenomeno della cancel culture, le condizioni del campo profughi di Makhmour, in Iraq. Roba che, se non la trattasse Zerocalcare con matita, pennarelli e ironia, non interesserebbe a nessuno e che invece arriva a toccare la sensibilità e la coscienza critica di tutti noi. Poi c’è l’ultima storia, onestamente la più bella, che racconta la genesi della serie Strappare lungo i bordi: come è nata, come è stata sviluppata e con quali mostri si è dovuto confrontare per realizzarla. Qui Zerocalcare è perfino riuscito a prevedere le poche sterili polemiche che ne hanno accompagnato il successo, spegnendole sul nascere con grande intelligenza. Un motivo in più per leggere il volume e (ri)guardare la serie.

Zerocalcare – Niente di nuovo sul fronte di Rebibbia

Old

A me M. Night Shyamalan è sempre piaciuto, sin dai tempi de Il sesto senso per arrivare ai più recenti Split e Glass. Per me è un regista a cui come minimo va dato il beneficio del dubbio, perché con lui è sicuro che qualcosa di originale sullo schermo si riesce sempre a vedere. Quel qualcosa poi può deludere ed è il caso di Old, film su cui forse riponevo troppe aspettative. E’ la storia di un gruppo di famiglie, in vacanza in un resort, che si ritrovano intrappolate in una spiaggia in cui il tempo scorre tanto in fretta che gli anni passano nel giro di qualche ora, facendo precocemente crescere ed invecchiare o ammalare gli sventurati. Ora, con una trama del genere, libero adattamento tra l’altro di un graphic novel, tutto sarebbe concesso. Ma le cazzate nelle cazzate no: i genitori pressoché tranquilli quando di colpo si ritrovano i figli adulti; il tumore che, mentre viene estratto a mani nude senza anestesia (e senza un grido di dolore), diventa un pallone da basket; la via di fuga impossibile per il mare agitato che però sullo sfondo è sempre piatto; la bambina che diventa donna e resta incinta e partorisce senza sangue e perde il bambino che diventa polvere; i sopravvissuti che intuiscono come scappare manco fossero Einstein e, sorpresa, scoprono che la via d’uscita è per mare (ma non era agitato?) e poi si ritrovano felici a mollo a cento metri dalla spiaggia maledetta senza che si capisca come facciano a sapere che sono salvi visto che si ritrovano solo un po’ più in là… sono solo alcune delle “leggerezze” che da subito mi hanno colpito negativamente. Forse sono troppo attento io o forse sto invecchiando e divento rompiscatole. Prima di vedere queste due orette di film però ero molto più giovane.