Suburbia killer

Dopo Estate di morte e The stranger, ancora una volta mi ritrovo casualmente a vedere una serie Netflix firmata Harlan Coben, autore che ormai sarò costretto a leggere visto il numero di adattamenti in TV dei suoi romanzi. Deve essere bravo, perché tutto ciò che mi è capitato di vedere con il suo zampino (compresa Safe, altra serie che però non deriva da un romanzo), mi è piaciuto. Suburbia Killer non è da meno, anzi è forse la migliore. Ha gli ingredienti giusti di un ottimo thriller e colpi di scena à gogo che tengono sempre viva l’attenzione e la tensione. Anche certi avvenimenti che appaiono improbabili prima o poi trovano la propria collocazione nella trama e diventano plausibili. La serie è spagnola (il titolo originale è infatti El inocente) e forse il cast non è proprio di primo livello: il protagonista, nonostante sia un sex symbol o probabilmente per questo, ha due sole espressioni, una triste e una meno triste ed è vero che per otto puntate non c’è un motivo per farlo ridere, però un sorriso lo avrebbe reso più simpatico e meno sfigato.

Teste di moro

La leggenda narra che, durante la dominazione araba in Sicilia, a Palermo, nel quartiere della Kalsa, vivesse una bellissima ragazza conosciuta dai vicini perché trascorreva il tempo nel balcone di casa a curare le proprie piante, molto rigogliose. Fu proprio passando sotto quel balcone che un moro altrettanto bello la notò e se ne innamorò di colpo. Con ardire e ardore, entrò in casa e le dichiarò il suo amore. La ragazza, ammaliata dal coraggio e l’audacia, ricambiò il sentimento ma presto venne a sapere che il giovane aveva una famiglia in Oriente dalla quale prima o poi sarebbe ritornato. Giustamente incazzata, durante una notte in cui lui dormiva, lo uccise, gli tagliò la testa e la usò per farci un vaso nel quale piantò il basilico. La piantina, nutrita dalle lacrime di lei, crebbe bene e in fretta e, in bella mostra sul balcone, fu notata con invidia e ammirazione da tutto il quartiere, i cui abitanti iniziarono a creare vasi simili in terracotta a forma di testa di moro. Oggi questi vasi sono talmente diffusi in Sicilia da essere diventati uno dei souvenir più rappresentativi dell’isola, spesso venduto in coppia, un lui e una lei. E insomma voglio anche io un paio di teste di moro per le mie piante grasse.

Echi perduti

Un thriller che, se non fosse stato scritto da Lansdale, avrei apprezzato parecchio. Ma non da Lansdale che qui non sembra nemmeno lui. Non ho trovato lo stile a cui sono abituato, il ritmo, l’ironia e quelle frasi ad effetto che solitamente mi lasciano di stucco. Il romanzo è scritto benissimo, per carità, e la storia è pure avvincente, tuttavia manca il timbro che ha permesso a Lansdale di collocarsi tra i miei autori preferiti. Per fortuna non l’ho scoperto con questo libro, chissà se altrimenti avrei approfondito la sua conoscenza. Qui ci sono ingredienti legati al paranormale che non sminuiscono il genere, anzi lo rendono interessante. I personaggi sono ben definiti, soprattutto i buoni e ancor di più quelli femminili, anche se un tantino stereotipati; i cattivi non hanno un volto e nella metà dei casi, cioè uno, nemmeno un nome. L’ambientazione è quella del Texas che Lansdale conosce e racconta a meraviglia, prova inconfutabile di chi sia l’autore. Io invece sono il lettore e pretendo da lui il massimo, motivo per cui ho già individuato un altro suo titolo, l’ultimo uscito, con cui spero di rifarmi in fretta.

Joe R. Lansdale – Echi perduti

Wonder Woman 1984

Ho colto al volo l’offerta di Prime Video che, alla modica cifra di un euro, permetteva di noleggiare il film per tutto lo scorso weekend. Me ne sono pentito. Perché WW84 è semplicemente brutto. Brutto e stupidotto, a conferma che DC, pur avendo a mio avviso i personaggi migliori (Batman su tutti), sta a Marvel come una pizza surgelata sta ad una margherita napoletana e a me la pizza surgelata piace pure. Wonder Woman stessa è un mito e Gal Gadot è perfetta per il ruolo, alla pari di Linda Carter nella serie degli anni settanta che qui fa una piccola comparsata. Ma è il resto a non funzionare. Mentre lo guardavo dicevo che mi ricordava Ghostbusters per il mix di effetti speciali, comicità e sentimento, azione un po’ goffa, un pizzico di suspense e l’intento di salvare il mondo da una forza potente e oscura. Ho scoperto oggi che Ghostbusters è uscito proprio nel 1984: il paragone però, con le dovute differenze di trama e sceneggiatura, non regge. WW84 non appassiona, sembra un luna park in cui si mescolano male troppi temi e troppa roba, risultando divertente e altrettanto fumoso. Tra la memorabilia, Diana usa il lazo lanciandolo per aria non si sa dove, attaccandolo perfino ad un aereo per spostarsi e dondolarsi come Spider-Man, impara a volare in mezzo alle nuvole, salva due bambini musulmani (Gal Gadot è una fiera israeliana) in una scena pressoché ridicola, ritrova il suo compagno di vita nel corpo di un altro uomo con cui ruba un jet, che rende invisibile, per arrivare senza mappe dall’altra parte del mondo a combattere contro il cattivo, non così cattivo, diventato una specie di Aladdin che sfrutta i desideri della gente, gente che poi rinuncia al proprio desiderio per il bene dell’umanità. E questo è quello che ricordo, perché mi sono anche addormentato. In mezzo c’è un’altra cattiva non così cattiva, metà donna e metà ghepardo, che si scontra con l’eroina in duello mentre dormivo e non cos’altro. Insomma mi è sembrato più un film per famiglie, quindi soporifero, che un film per tutti e, siccome io una famiglia non ce l’ho, ecco, vorrei indietro il mio euro.

Retribution

Retribution è il vecchio titolo di questa mini serie che ora dappertutto, ad eccezione di Netflix, ha cambiato nome in One of us, non so perché. Un crimine brutale come primissima scena accende la curiosità negli amanti del genere e, anche se sembra esserci qualche coincidenza di troppo, gli avvenimenti vengono spiegati bene e velocemente, gli episodi sono solo quattro. Non altrettanto bene vengono invece superate certe leggerezze che a me danno fastidio tanto quanto il fumo o i politici: per dirne una, la bionda protagonista, dopo essersi inzuppata e infangata di notte sotto la pioggia, si mette a dormire sul divano con gli stessi vestiti miracolosamente asciutti e puliti e la mattina dopo va pure a lavorare senza essersi cambiata. Certo, sono aspetti che non intaccano la storia e la trama avvincente, però io li noto e il mio giudizio, comunque positivo, ne risente durante la visione. I personaggi hanno tutti un segreto ma qualcuno ne ha di più pesanti, uno pesantissimo e non è l’assassino. E poi c’è Luca Ward che qui, col suo doppiaggio altisonante, ha toppato.

Prima nuotata libera del 2021

A nuoto me la cavo meglio che di corsa. Dopo una stagione menomata in vasca, finalmente è arrivata la prima uscita in acque libere, al lago per l’esattezza ed è stata una bella passeggiata. Non pensavo di nuotare tanto e nemmeno di avere un passo così allegro. Tra l’altro ho mantenuto una traiettoria quasi perfetta. Insomma, non ero io.

Ora credo che riposerò in pace.

Colpo di spugna

Jim Thompson è un maestro del noir, tantissimi scrittori sono in debito con lui e sicuramente anche non pochi registi e sceneggiatori. Probabilmente pure qualche assassino. Sono certo che, prima di morire (a meno che questo non succeda entro pochi giorni), leggerò tutti i suoi libri, così come quelli di Lansdale, uno dei miei autori preferiti, che a Thompson deve tanto. Lo sceriffo protagonista di questa storia, con il suo linguaggio e la sua logica soprattutto, è una di quelle figure abili a conquistare la fiducia sia degli altri personaggi sia del lettore. E il lettore, esattamente come avviene dentro il romanzo, fa fatica ad abbandonare l’idea che si è fatto di lui, continua ad apprezzarlo perfino quando si scopre essere un bastardo. Questa è l’abilità di Thompson. Lo scrittore che riesce a fregare il lettore è un ottimo scrittore. Peccato che il finale sembri un po’ lasciato in sospeso o forse sono io a non essere un ottimo lettore ed a non averlo apprezzato.

Jim Thompson – Colpo di spugna

Collateral

Una miniserie di soli quattro episodi da guardare in un weekend piovoso, sperando sia l’ultimo visto che l’estate è alle porte. La scena iniziale dà il via ad una serie di storie collaterali legate all’omicidio di un ragazzo che consegna la pizza (fosse stata all’ananas, sarebbe stata una morte giusta) ma la trama, per quanto intricata, non mi ha entusiasmato. Manca il pathos, l’assassino viene svelato subito e si intuisce presto che si tratta solo di una pedina di un gioco più grande. La detective che indaga è un personaggio creato ad immagine e somiglianza della protagonista di Fargo (il film dei Coen), lo sceriffo donna con un bambino in grembo, un marito tranquillo e invisibile e una buona dose di astuzia e di palle. Anche gli altri personaggi sono ben costruiti e Londra è sempre Londra. Non c’è sangue (peccato, ci speravo) e le vicende lo fanno assomigliare più ad un thriller politico, per cui quattro puntate sono risultate assolutamente sufficienti. Una quinta non l’avrei vista.

Di tennis e passione

In estate, al campeggio, mio nonno guardava qualsiasi sport in TV. Avevamo un vecchio televisore in bianco e nero, piccolo e non sempre il segnale era buono. Quel giorno davano una partita di tennis. Giocavano due mostri, Stefan Edberg e Boris Becker, e mi appassionai così tanto a vederli lottare in campo che mi misi seduto per terra e ci restai fino alla fine del match. Chiesi a mio nonno chi fossero quei due e mi rispose. Al tempo erano il numero due ed il numero tre del mondo e quindi la domanda nacque spontanea: chi è il numero uno?

Era Ivan Lendl. Da quel momento, senza rendermene conto e senza capire ancora un tubo di tennis, la mia passione ha preso il via. Ho visto tutte le partite che potevo nonostante la copertura televisiva non fosse paragonabile a quella di oggi. C’era Telepiù che non potevo guardare perché a pagamento, il segnale era criptato, lo schermo disturbato ma si potevano distinguere i giocatori ed il punteggio. Non si capiva granché, seguivo però anche quelle partite pur di non perdermi le prodezze di Ivan Il Terribile (uno dei suoi soprannomi). Aveva un tennis meno elegante degli altri, eppure più potente ed efficace, non a caso è stato numero uno per diversi anni. Tifavo per lui proprio per questo, nella mia testa di bambino. Perché era il numero uno.

Quando Ivan ha cominciato a perdere colpi e io a crescere, ho avuto difficoltà a trovare qualcun altro per cui tifare. Credo non esista nessuno al mondo che segua uno sport senza fare il tifo. A parte mio nonno, buon’anima. Quelli che dicono di apprezzare solo il bel gioco mentono. Per una squadra o un singolo, devono tifare per forza dentro di sé, se proprio non vogliono darlo a vedere. In mio soccorso è arrivato Andre Agassi: eccentrico, fortissimo e incostante, è diventato professionista a 16 anni e, quando il mondo si è accorto di lui, io già lo amavo. All’inizio non mi piaceva né il suo abbigliamento stravagante (pantaloncini jeans, cosa mai vista prima e colori sgargianti e fluorescenti) né la sua chioma (capelli lunghi e mesciati), poi invece l’ho apprezzato soprattutto per il suo essere diverso, un personaggio fuori dagli schemi. Ho avuto la gioia di vederlo dal vivo, nella mia città natale, proprio quando è diventato numero uno: ancora oggi ringrazio mio padre che non so dove abbia trovato quel singolo biglietto. E’ stato il primo a vincere tutti i tornei più importanti (Slam, Master, Coppa Davis e Olimpiadi), eppure non era il più forte. Un certo Pete Sampras lo batteva spesso e quasi sempre in finale, mi stava antipatico per questo. Agassi ha avuto una carriera lunghissima, riuscendo pure a tornare al vertice della classifica alla veneranda età di 33 anni, il più “anziano” di sempre. Open, la sua autobiografia, è uno dei libri migliori che abbia letto.

Ritirato Agassi, per chi potevo tifare? Il tennis per me stava perdendo motivazioni, ero ormai grandicello e le passioni si moltiplicavano giorno dopo giorno. Per qualche anno, complice il diffondersi della pay-tv, non ho seguito praticamente nulla. Mi piaceva Marat Safin, un cavallo pazzo, non abbastanza pazzo tuttavia da riportarmi in sella. Fino a che è arrivato lui, il dio del tennis, il giocatore più forte di tutti i tempi: Roger Federer. Non solo mi ha riavvicinato a questo sport dopo una lunga pausa, mi ha permesso soprattutto di viverlo come non mai, ossia seguendo e studiando tutta una serie di elementi (classifiche, scontri diretti, record, punteggi ecc.) che prima non consideravo. Su Roger non posso dire nulla che non sia già stato detto, ha portato racchetta e palline oltre i confini del possibile. Ho potuto vedere anche lui dal vivo, in partita e in allenamento, nell’unica stagione in cui ha portato i capelli corti. Oggi, il suo status di GOAT (Greatest Of All Time) è in discussione perché altri due fenomeni, Rafael Nadal e Novak Djokovic, insidiano il trono. Ciò non toglie che, stilisticamente, resterà una spanna sopra tutti. Ormai a fine carriera a quasi 40 anni, è uno dei più vecchi del circuito e i tornei che giocherà si contano probabilmente sulle dita. Già da tempo cerco di mettere gli occhi su qualche giovane promessa per cui esultare, sicuro comunque che non smetterò di seguire questo sport. Non lo farò senza tifare e Federer è ancora il mio preferito.

Chi dopo di lui? Il tennis subirà una grossa battuta d’arresto, una specie di funerale, ma sopravvivrà. Per prevenire il lutto, negli ultimi tre o quattro anni ho letto articoli e seguito tornei minori sperando mi portassero un nuovo idolo. Nessuno si è materializzato fino all’anno scorso quando Jannik Sinner, dal nulla, è finito su tutti i giornali. C’è riuscito perché ha iniziato a vincere pur essendo giovanissimo, un pischello di 19 anni. Dopo Lendl, Agassi e Federer, icone del proprio tempo, se non della storia, che insieme mi hanno trasmesso qualsiasi emozione tennistica si possa provare, era difficile incappare in un qualcosa di altrettanto appassionante. In effetti l’unica carta che mancava al mio mazzo era il fenomeno italiano e Sinner, già in top 20, è un predestinato. Sono convinto (bè, non solo io) che diventerà numero uno. Oltre ad essere forte e mentalmente vincente, è italiano e questo dà un sapore diverso al mio tifo, più casalingo, come l’Italia del calcio ai mondiali. Non so quanto lo ammirerò ma con lui (e un altro giovanissimo, Lorenzo Musetti) mi sono assicurato almeno altri dieci anni ad alto livello. Sono sicuro che riuscirò anche a scattargli una foto. Per sostituirlo, quando smetterà, servirà un alieno. Io nel frattempo mi organizzo: il campeggio è ora un B&B, il piccolo televisore è diventato un tablet, chissà se arriverà un bambino a chiedermi chi è il numero uno, potrei parlargli un po’ di tennis, come mio nonno ha fatto con me.

Il nuotatore

No, non si parla di nuoto in questo libro. Ci avevo sperato al momento di scaricarlo alla cieca, essendo io un nuotatore. Invece mi sono subito accorto che non si trattava nemmeno di un romanzo ma di tre racconti brevi dei quali “Il nuotatore” è il primo. E non il migliore. L’ho letto quindi svogliatamente: potevo metterci un’ora, l’ho finito in una settimana, un pezzetto per volta. Il racconto più bello per me è il terzo, che un po’ mi ha preso salvando il salvabile. Per il resto, ottima scrittura, zero emozioni. Voltiamo pagina.

John Cheever – Il nuotatore

LOL – Chi ride è fuori

Quando l’ennesima persona, ridendo a crepapelle, mi ha detto “sono Lillo” mi sono insospettito: tutti nei giorni scorsi parlavano della stessa cosa e la mia espressione interrogativa lasciava intendere che io non sapevo di cosa cacchio si trattasse. Poi ho collegato. Netflix e Prime Video sono ormai due compagni di vita, non potevo più ignorare la pubblicità che mi invitava a vedere LOL e così, complice la mia dolce metà, l’ho guardato. Lei in realtà lo aveva già visto ma ha riso come fosse la prima volta. Io sono partito un po’ scettico, salvo ricredermi immediatamente. I personaggi della TV non mi stanno troppo simpatici e dei partecipanti conoscevo solo Lillo, Elio, Caterina Guzzanti e i due di The Jackal. Gli altri o non li avevo mai sentiti nominare o li ricordavo solo di nome pur non avendoli mai visti all’opera nemmeno in uno sketch. Beh, mi sono ritrovato a ridere già dai primi minuti. Ad eccezione di un paio di volti onestamente inutili (Luca Ravenna e Michela Giraud), a disagio e alla ricerca di battute forzatissime tanto per partecipare, gli altri hanno fatto il proprio dovere. Katia Follesa mi annoiava già ai tempi di Zelig, cambiavo canale quando si esibiva in coppia con quell’altra di cui non so il nome ma non si può dire che non ci abbia provato. Caterina Guzzanti è così seria che nella vita poteva diventare solo una comica o una stronza o entrambe e infatti in Boris è stata bravissima, qui però… hmm. I veri mattatori sono stati gli altri sei. Elio è un genio, intelligente come pochi e armato di un’ironia che non a caso ha successo da almeno trent’anni sia nella musica sia nello spettacolo in genere. Lillo è simpatico a pelle, figuriamoci quando si esprime con quella sua comicità innata e mai stupida. O magari sì, stupida, però efficace. Ciro e Fru appartengono alla mia generazione e hanno quel repertorio di battute spontanee che è facile sentire dagli amici e che fanno lo stesso effetto anche ripetute dopo anni. Poi c’è Frank Matano che contagia, senza possibilità di scampo, con quella sonora risata e con la sua assoluta e genuina stupidità. Angelo Pintus è bravissimo, naturalmente simpatico, un professionista sempre a mille che sa divertire e vuole divertirsi. Non stravedo per i due conduttori, riconosco però che Fedez non ne sbaglia una, è diventato un Re Mida al pari (o per merito) della moglie e Mara Maionchi… boh, qualcuno ci dovevano mettere, meglio lei di molti altri. Insomma, complice una tosse fastidiosa che non mi ha permesso di dormire, ho guardato le puntate una dopo l’altra (e come sennò?) divertendomi parecchio nonostante gli occhi rossi e continuando a farlo dentro di me anche quando alle tre di notte passate sono riuscito a prendere sonno. Il programma è azzeccato sia per la formula sia per la mescolanza di personaggi e comicità. Sono certo che ci sarà una seconda stagione e che sarà migliore della prima, non aspetterò di scoprirla all’ultimo. Intanto invece aspetto il momento giusto per voltarmi verso qualcuno e dire anch’io “sono Lillo”, sicuro che non farò ridere nessuno.

LMVDM – La mia vita disegnata male

Quando un paio di anni fa, allegati a Repubblica, sono usciti i volumi delle opere di Gipi, ho comprato solo i primi tre pensando che fossero sufficienti, soprattutto perché lui stesso aveva selezionato le uscite in base alle sue preferenze, partendo dalla migliore. Me ne sono pentito. Sia le storie sia i disegni, qualsiasi tecnica utilizzi, colpiscono per la facilità con cui riescono ad entrarti dentro. Una parola in più in una frase o un occhietto disegnato di traverso o un colore più cupo sembrano sempre essere messi lì con l’intento di provocare una reazione, un sorriso, una smorfia di dispiacere, un oh di stupore. In LMVDM questo aspetto è accentuato dal fatto che la storia racconta la sua vita e, nonostante l’abbia disegnata male, l’ha rappresentata egregiamente.

Gipi – LMVDM – La mia vita disegnata male

Castigo

Dopo “Reato” e “Colpa”, i cui titoli parlano già da soli, von Schirach chiude la trilogia con una nuova serie di storie ai limiti dell’immaginazione che raccontano la solitudine e la lucida follia di personaggi al centro di assurdi casi giudiziari. Il tizio morto con addosso una muta da sub ricoperta interamente di sottilette me lo sogno la notte. Il libro si legge velocemente e breve è anche il tempo che si impiega a creare empatia con i protagonisti, innocenti o colpevoli che siano. Il merito dell’autore, avvocato di professione, è quello di riportare i fatti in maniera diretta e neutrale, attraverso uno stile impeccabile e senza fronzoli che non ha bisogno di essere romanzato e che sa cogliere l’attenzione del lettore. Esattamente come dovrebbe fare un legale in tribunale durante un’arringa. Deve essere bravo, von Schirach, nel suo lavoro. In realtà non so se esercita ancora o se si dedica esclusivamente alla scrittura ma quando ammazzerò qualcuno voglio essere difeso da lui.

Ferdinand von Schirach – Castigo

Cosmic sin

Il film più brutto da quando è iniziata la pandemia. Stupido io che ho creduto negli ingredienti fantascienza, alieni e Bruce Willis.

E’ domenica, fuori tra vento, pioggia e limitazioni covid non c’è niente da fare, decido di vedere questa novità di Prime Video per ingannare il tempo, pur sapendo che il tempo non si lascia ingannare da nessuno, lo fa solo credere, ingannando a suo volta. Come il diavolo. E infatti dopo nemmeno dieci minuti sento puzza di bruciato: Bruce ha già steso un tizio senza alzarsi dalla sedia ma la cosa strana è che, nonostante Cosmic sin sia ambientato nell’anno 2500 e spicci, niente sulla Terra lascia intendere di essere in un futuro lontano: la gente è vestita come nel 2021, forse anche più vintage; per le strade ci sono i pick-up e i furgoni, soprattutto ci sono le strade, quelle asfaltate, con i lampioni e la segnaletica che conosciamo; un robot che indossa una camicia hawaiana serve un whisky con una pinza al posto della mano che perfino nella fantascienza degli anni ’70 sarebbe stata migliore; dentro il bar un jukebox funziona ancora con le monetine; utensili e oggetti di uso comune non sono cambiati in 500 anni di evoluzione. Eppure l’uomo ha colonizzato Marte e viaggia nello spazio. Insomma, le premesse per un buon film o anche soltanto discreto sono andate a farsi fottere velocemente. Con altrettanta rapidità si scopre che non siamo soli nell’universo, altre forme di vita (stranamente uguali agli umani, vestite da cavalieri della morte, per fortuna senza i cavalli) sostengono che ci può essere solo una razza dominante e quindi la guerra è l’unica soluzione. Attraverso un portale migliaia di astronavi stanno per arrivare e chi se non Bruce e un pugno di coraggiosi possono salvare l’umanità? Armageddon non era tanto diverso nella sostanza, però è stato girato 500 volte (numero a caso) meglio. Qua il budget non credo fosse così piccolo per una produzione Amazon, il risultato tuttavia è quello da film di serie B in zona retrocessione. Gli effetti speciali sono ridicoli, i dialoghi improponibili, l’azione in cui speravo inesistente. Nella scena più movimentata, dove due civiltà si fronteggiano per decidere chi dominerà l’universo, a combattere sono forse dieci contro dieci, una partita di calcio in pratica e i cattivi vengono respinti con pistole e pallottole. Nell’anno 2500.

Alla fine comunque il mondo è salvo. Le astronavi del nemico non riusciranno a raggiungere il portale (non oso immaginare come il regista avrebbe potuto girare una battaglia nello spazio) perché una ventenne carina e cervellona, che non poteva mancare nel cast, riesce all’ultimo secondo (grande novità) ad inviare una bomba dall’altro lato, distruggendole all’istante. In un’ora e mezza avrò visto non più di venti attori e tre location grandi quanto la mia stanza e illuminate peggio il che, assicuro, è difficile. Bruce non azzecca un ruolo da protagonista forse dai tempi di Sin City e io, boh, in qualche modo dovevo sfogarmi.

The serpent

La serie racconta, ricostruendo fedelmente i fatti, i crimini di tale Charles Sobhraj, un francese bruttarello e diabolico che negli anni 70′ ha predato e spesso ucciso non si sa quanti hippie occidentali in viaggio nell’Asia meridionale alla ricerca di pace e amore e forse se stessi. La pace l’hanno trovata, l’amore non so, se stessi non credo, visto che i corpi venivano fatti sparire, bruciati o seppelliti. Il serpente, uno dei soprannomi di Sobhraj, era un grande adescatore, non aveva scrupoli a perseguire i suoi piani e li portava a termine soprattutto perché quegli hippie, diciamolo, non erano poi così svegli: con il fumo negli occhi e nel sangue, erano portati a fidarsi di chiunque. O almeno così vengono rappresentati e questa – la facilità con cui venivano adescati – è una delle poche pecche che ho trovato nella serie, alcuni eventi sono descritti con eccessiva superficialità. Per il resto, superate le difficoltà iniziali con i salti temporali che non fanno capire una mazza e archiviati i primi due soporiferi episodi (Netflix ne poteva fare a meno), la storia inizia a ravvivarsi e coinvolgere. Il merito va al protagonista, Tahar Rahim, attore di cui mi sono innamorato che, nonostante il trucco tendente ad imbruttirlo, resta bello. Bravo è bravo, se ne parla già da qualche tempo, al punto che sono andato a recuperare Il Profeta, gran film del 2009 da lui interpretato, per apprezzarlo meglio. Le ambientazioni sono ben ricostruite e mi confermano che la Thailandia e Bangkok in particolare non mi attirano per niente. Io sarei stato uno di quegli hippie derubati e ammazzati e non sono sicuro che prima mi sarei divertito, dopo sicuramente no.

Il mio primo gunpla

Pur essendo cresciuto a pane e Mazinga, riconosco che Gundam da piccolo non mi ha appassionato particolarmente, anche perché in Italia si è fatto conoscere quando il mio calendario biologico aveva già fatto l’upgrade, passando dai cartoni animati ai telefilm che, da Automan a Manimal o da Supercar a Starsky & Hutch, credo di aver visto tutti dalla prima all’ultima puntata. Crescendo o forse dovrei dire invecchiando, ho però recuperato alcune perle perdute e tuttora mi capita di dare un’occhiata agli anime di quegli anni. Gundam è uno di questi, su Prime Video e Netflix c’è un sacco di roba, anche se non copre la vastità di titoli prodotti: tra serie TV e film, Gundam ne avrà almeno una quarantina, se la gioca con Mazinga e Lupin III per intenderci. A differenza degli altri però, Gundam ha un merchandising da far invidia alla Disney e il prodotto di punta è rappresentato dai gunpla, modellini in scala assemblabili, generalmente di plastica (gunpla = Gundam plastic model) creati da Bandai, la terza azienda di giocattoli al mondo, nonché la più bella. Dico modellini perché i Gundam non sono robottoni unici, indistruttibili e dalle risorse illimitate come appunto Mazinga, Goldrake o Daitarn 3: i Gundam sono macchine, armi create in serie che vengono utilizzate nelle guerre, che necessitano di energia e manutenzione e che possono essere danneggiate o distrutte e quindi sostituite, anche da modelli più avanzati. I Gundam più famosi sono quelli della serie RX-78 e quello più conosciuto in assoluto è l’RX-78-2, il gunpla che mi appresto a costruire.

Il diavolo e l’acqua scura

Il giudizio complessivo che do a questo romanzo è… mi riservo di pensarci qualche minuto. Una storia avvincente, sempre viva, senza passaggi noiosi, che mi ha tenuto incollato alle (non poche) pagine fino alla fine dovrebbe togliere ogni dubbio sulla bontà della lettura. Eppure mi è sembrato che mancasse qualcosa. Ambientata a bordo di una gigantesca nave mercantile nel 1600 e spicci, la trama si sviluppa attraverso una minaccia impellente mentre paure e leggende si moltiplicano attorno ai numerosi personaggi e alle vicissitudini che li hanno portati a bordo, nonché al centro di un mistero il quale – non è difficile intuire – si rivelerà sorprendente. I colpi di scena si susseguono, così come i morti e le scene di suspense. C’è il protagonista coraggioso con tutti i valori al posto giusto e c’è la bella ma non posso. Ci sono i bastardi, gli infami e gli uomini d’onore e c’è un cattivo che muove i fili sotto le spoglie di un demone. Ci sono il lungo viaggio, la tempesta e l’isola deserta. C’è il tesoro, perfino un nano. Mancano i pirati, sarebbe stato troppo. Soprattutto però manca una conclusione che giustifichi la complessità dei casini e degli intrighi creati dal demone. Ecco, questo era: il finale, troppo superficiale a dispetto della trama intricata, nemmeno la soluzione del grande mistero aiuta a tollerarlo. Il libro però “prende” e potrei dire che mi è piaciuto anche se faccio fatica ad ammetterlo. Quindi il giudizio che do a questo romanzo, dopo averci pensato qualche minuto, è riservato.

Stuart Turton – Il diavolo e l’acqua scura

Pantano

Altra serie TV polacca che, dopo “Estate di morte”, Netflix mi propone come genere crime. Ambientata nella Polonia cupa e grigia negli anni ’80, è un misto fra thriller e giallo investigativo con intrecci politici, il che significa poco sangue, scene lente e tanta burocrazia: il titolo, Pantano, credo voglia proprio rappresentare quanto siano intricate le vicende dalle quali i personaggi fanno fatica a districarsi. E pure io, spettatore medio e annoiato, non ho colto bene tutte le sfaccettature della trama. Sarà perché i nomi polacchi mi vengono difficili da memorizzare (solo al terzo episodio ho capito come si chiamava il protagonista), sarà perché il contesto sociale e politico sullo sfondo mi è sconosciuto, sarà perché l’azione scarseggia, insomma non mi sono esattamente appassionato. E’ stato però interessante vedere come si viveva nella “Repubblica Popolare di Polonia”, come ci si vestita, come erano fatte le case e le automobili, cosa faceva la gente comune che, di certo, non guardava queste serie TV.