Jurassic World – Il dominio

Non se ne può più, ogni episodio della saga sembra fatto con lo stampino: da un lato l’uomo che cerca di lucrare sfruttando i dinosauri dopo aver creato l’ennesimo sito ipertecnologico per allevarli, dall’altro gli stessi dinosauri che a causa dell’avidità e dell’errore umano alla fine distruggono ogni cosa con tanto di lotta finale tra gli esemplari più feroci. Due palle. La novità questa volta (a parte la reunion del cast originale di Jurassic Park) è che i dinosauri, a seguito degli eventi dei film precedenti, ormai vagano liberamente per il pianeta e OK, si tratta di un film di fantascienza però, insomma, nello scenario che viene rappresentato la gente dovrebbe vivere come minimo nel terrore, invece sembra solo abbia a che fare con i cinghiali in giro per Roma. Tra l’altro, questi grandissimi predatori mai una volta che riescano a divorare qualcuno, le vittime puntualmente sono due o tre passanti rincoglioniti o comparse immobili di cui non sentiremo la mancanza, oltre al cattivo di turno. Tutti gli altri riescono sempre a farla franca o correndo più veloce di un velociraptor o fissando con lo sguardo cattivo un carnotauro oppure lottando a mani nude come Ryu, il ragazzo delle caverne (mitico cartone di un tempo che fu). Grazie al cazzo che si sono estinti, non erano proprio in grado di cacciare. Anche stavolta sono state introdotte nel cast nuove specie e, a meno che non vengano alla luce reperti preistorici di esemplari sconosciuti, mi pare che ormai le abbiamo viste tutte. Un nuovo capitolo (il settimo) sarebbe inconcepibile. Ho letto tuttavia che il film ha incassato un botto di soldi (anche nella realtà si lucra sui dinosauri), nonostante la critica lo abbia stroncato: ennesima, piccola, dimostrazione del fatto che a meritare l’estinzione dovrebbe essere l’umanità.

Senza confini

Una miniserie di Prime Video a cui non davo due lire e che invece si è fatta seguire perché, nonostante sia stata girata proprio con due lire, racconta piuttosto accuratamente la prima circumnavigazione del globo ad opera di Ferdinando Magellano. Roba da imparare che forse avrei scovato in qualche libro e che qui ho potuto seguire senza impegno, anche se i mezzi si sono dimostrati davvero scarsi. La coppia di protagonisti non è male, ovvero l’attore che interpreta “il professore” ne La casa di carta e quello che fa Serse in 300, tanto per dire… in realtà, sia Alvaro Morte sia Rodrigo Santoro sono ormai conosciuti in tutto il mondo. A parte loro, il vuoto senza confini. Cast finito. Effetti speciali ridicoli. Fotografia inesistente. Location… praticamente a Ostia. Costumi e musiche da sagra del baccalà. E’ però la storia ad essere interessante: delle cinque navi con 237 uomini che partono dalla Spagna, oltre tre anni dopo ne torna una sola con 18 uomini stremati, dopo aver percorso una distanza quindici volte superiore a quella coperta da Colombo nella sua spedizione. Nel mezzo infinite peripezie, tra cui la morte dello stesso Magellano che con ostinatezza e caparbietà ha costruito l’impresa convinto dell’esistenza di quel passaggio a sud e che però il giro del mondo non lo ha finito. E’ stato anzi il giro del mondo a finire lui e consegnarlo alla storia.

Django unchained

Non è il film. Perché Django unchained è un gran film e io sul blog al massimo scrivo di film brutti. E’ il (o la) graphic novel realizzato da Tarantino dalla sceneggiatura originale, insieme ad una squadra di bravi disegnatori. Per certi aspetti è pure meglio del film perché, come afferma lo stesso regista nella prefazione, qui non ha dovuto fare tagli al montaggio come per la pellicola (che altrimenti sarebbe durata quattro ore) ed in effetti ci sono dettagli in più che raccontano meglio i personaggi e la storia. L’ho letto senza pause aspettando un maledetto aereo in ritardo e mi ha aiutato a non inveire contro i poveri assistenti di volo anche se, immerso com’ero nell’atmosfera western e sanguinaria, la tentazione di tirare la fuori la pistola e sparargli in testa è stata forte. Si legge tutto d’un fiato, i dialoghi – stupendi – sono gli stessi che ricordavo e, pur conoscendo l’intera trama, ogni pagina mi ha appassionato perché anche i disegni sono fantastici. In appendice, tavole, bozzetti e copertine alternative completano l’opera, imperdibile per gli amanti di Tarantino.

Quentin Tarantino e altri – Django Unchained

Corsetta dietro casa

OK, non pubblicherò tutti progressi che faccio con la corsa (sai che palle) ma alla seconda uscita dopo quella della settimana scorsa il ritmo è decisamente migliorato e volevo scriverlo da qualche parte. Il muro di fronte casa non mi sembrava adatto. Senza ancora un vero allenamento e senza spremermi troppo, tra l’altro dopo aver bevuto litri di spritz e birra fino a ieri, rispetto all’altra volta ho percorso oltre un chilometro in più nello stesso tempo di 50 minuti. Gli 8,47 km di oggi devono diventare 10. Il passo di 5:54/km, che comunque resta abbastanza ridicolo, deve scendere sotto i 5:00/km. E’ tosta. Ho ancora 40 giorni, però ora me ne vado in vacanza e niente, devo correre.

Il regno di vetro

C’è Sarah, ragazza in fuga da New York con il malloppo di una truffa ben congegnata, ci sono le sue nuove amiche, donne abbienti e misteriose che la accolgono nel loro giro e ci sono altri strani personaggi che vivono nel regno di vetro, lussuoso edificio di Bangkok, vero protagonista della storia, la cui imponenza sembra non venire mai scalfita dagli eventi. In realtà, le numerose piccole crepe fatte di inganni e apparenze, intrighi e classismo sociale, nascoste dagli inquilini fino alle ultime pagine, oltre allo stato di agitazione in cui versa la città, ne decreteranno il crollo, non materiale ma in termini di prestigio e falsa moralità. Il romanzo non è complesso, è solo farcito di descrizioni e dettagli soprattutto sulla città di cui non ce ne può fregare di meno, tuttavia non annoia e mantiene un certo livello di suspense, anche con qualche elemento soprannaturale, che lascia presagire un finale importante. Forse il passaggio dalla vita mondana e quotidiana alla fase di decadimento che coinvolge un po’ tutto e tutti sembra troppo scontato, ci si arriva velocemente senza che il contesto venga ben definito. Veloce è anche la fine dove i personaggi si dileguano così come sono apparsi, in silenzio, senza mostrarsi né buoni né cattivi ma semplicemente bravi a cogliere l’attimo. Protagonista a parte.

Lawrence Osborne – Il regno di vetro

Obiettivi di settembre

Non correvo da oltre due anni e non partecipo ad una gara da secoli. Ad agosto solitamente stacco – la testa più che altro – dal nuoto e quest’anno ho pensato bene di riprendere le scarpette da running e vedere se mi va ancora di usarle. Per spronarmi, mi sono tesserato e mi sono iscritto ad una gara, la CorriRoma del 17 settembre, un percorso bellissimo che attraversa di sera il centro storico della capitale.

In questo modo sarò stimolato ad allenarmi. Ho iniziato – si fa per dire – oggi con una passeggiata di 50 minuti, un passo ridicolo con cui ho coperto poco più di 7 km, senza soffrire però. L’obiettivo è correre 10 km nello stesso tempo, quindi aumentando decisamente il passo. Ho un mese e mezzo per farcela. E ce la farò. Ce la farò? Lo scoprirò solo correndo.

Visione d’inferno

Potrebbe sembrare un fumetto per adolescenti e fanatici, visto il tratto apparentemente semplice e il genere horror, abbastanza grottesco e molto splatter. Io stesso non lo avrei letto se non fosse stato per le recensioni, tutte positive, che ne parlano. La storia è quella di un pittore folle il quale, attraverso opere che dipinge con il suo sangue, si rivolge direttamente al lettore per raccontare la propria vita e la propria famiglia in un susseguirsi di scene inquietanti e allucinanti. Scavando un po’ più a fondo, cioè semplicemente scorrendo le pagine, ci si accorge tuttavia che Hideshi Hino, maestro dell’horror giapponese, ha usato una metafora per metà autobiografica per denunciare gli orrori in cui è sprofondato il Giappone durante e dopo la seconda guerra mondiale, dai crimini di guerra giapponesi alla bomba atomica. Orrori che in parte ha vissuto lo stesso Hino e che ha potuto rappresentare in modo efficace attraverso la figura di un artista pazzo perché solo una forma di pazzia può descrivere esperienze di questo tipo. Anche le scene più assurde e macabre trovano una loro collocazione nella realtà storica: l’aspetto agghiacciante è infatti il dover pensare che tutto ciò, da una corretta prospettiva, è potuto accadere davvero.

Hideshi Hino – Visione d’inferno