I voglio di fine stagione

Ieri ho nuotato l’ultima gara in vasca di una stagione un po’ sfigata a causa del covid e di altre anomalie. Non è andata male. Non sono andate male né la gara né la stagione, mozzata da tanti eventi cancellati e dai miei allenamenti altalenanti. A conti fatti, ho partecipato a soli quattro meeting, tutti praticamente vicino casa, per un totale di sette gare. Di queste ho migliorato i miei record personali ogni volta che volevo: sui 100 stile libero in vasca corta e sui 200, 400, 800 e 1500 in vasca lunga. La medaglietta d’oro nella gara casalinga dei 200 stile è stata la ciliegina sulla torta. Insomma, l’età avanza senza sconti ma non ho ancora raggiunto la fase calante della mia non-carriera agonistica. Quasi quasi vorrei già essere a novembre per cimentarmi nella prossima competizione… però no. Ora voglio farmi le vacanze e mettere su pancia. Voglio prendermi una birra al tramonto e, dopo il tramonto, altre due, magari gustando l’unica Ale che mi piace, che non è solo una birra ad alta fermentazione. Voglio riprendere le immersioni e provare il nuovo erogatore che non fa schiuma. Voglio continuare a giocare a padel, ora che ho imparato ad impugnare la racchetta e farmi l’aperitivo quando finisco una partita. Voglio andare al concerto di addio dei Litfiba e pagare quei cinque euro per la bionda alla spina che sa di pipì. Voglio partire e partirò: Costa Azzurra, Calabria, Sicilia e Grecia sono vacanze già programmate tra giugno e settembre. Non so se bevono birra quei fighetti in Costa Azzurra ma tra Sicilia e Calabria c’è la Birra dello Stretto e in Grecia la famosa Mythos, di cui voglio fregarmi un boccale originale. E comunque non smetterò di nuotare, le gare in acque libere possono regalarmi altre soddisfazioni, anche se la soddisfazione più grande è poter condividere tutto questo con chi mi sta accanto. Tranne la birra, quella non la divido.

Una montagna di merda

Io me lo ricordo, dov’ero, trent’anni fa. Con un paio di compagni di scuola eravamo andati alla Fiera del Mediterraneo, che ai tempi non era la struttura pressoché abbandonata di oggi ma una delle fiere più importanti d’Italia, perlomeno come dimensioni. Tra fine maggio e i primi di giugno l’intera l’area, oltre 80.000 metri quadri, ospitava la classica fiera campionaria, un evento con centinaia di espositori da tutto il mondo che a Palermo rappresentava un appuntamento imperdibile. Un enorme spazio veniva adibito a luna park ed era lì che mi trovavo intorno alle 18.00 del 23 maggio 1992. Era una delle mie prime uscite da ragazzino, forse la prima in assoluto al di là dei confini dell’oratorio in cui sono cresciuto, con qualche migliaio di lire in tasca e una certa voglia di divertirmi. Il pomeriggio era stato perfetto: avevo provato diverse giostre, compreso il temibile galeone; incrociato conoscenti sia della zona sia di quartieri lontani; chiacchierato come facevano i grandi e mangiato lo zucchero filato come facevano i piccoli. Avevo perfino scambiato qualche confidenza con una coetanea che mi piaceva, tale Roberta, la quale – ancora non sapevo – non mi avrebbe mai dato spago. Mi sentivo adulto, pronto a vivere il mondo e prendere qualche batosta, anche se il mondo non era pronto per me.
Abitavo a due passi dalla fiera, che tra l’altro si trova a due passi da via D’Amelio, dove due mesi dopo avrebbero ammazzato Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. Prima di rientrare, un amico scuro in volto, ma proprio perché lui era nero (lo chiamavamo Aristoteles infatti, per la somiglianza con il giocatore de L’allenatore nel pallone), ci disse “avete saputo di Falcone?” e poi, non ricevendo risposta, “lo hanno ammazzato”. Ecco, io a quell’età sapevo a malapena che Giovanni Falcone era un magistrato noto per la sua lotta alla mafia. Questo, a Palermo e credo in tutta la Sicilia, lo sapevano non solo gli alberi ma anche le piantine appena nate. Quello che non sapevo è che, quella lotta, Falcone la stava vincendo. Borsellino, per dire, io e molti altri ragazzini non lo avevamo mai sentito nominare, lo avrei conosciuto solo dopo la sua morte. Anche lui stava vincendo.
“Lo hanno fatto saltare in aria con una bomba, a Capaci“. A Capaci, io ci andavo al mare ogni tanto. Ho immaginato la spiaggia e un’esplosione che, come in certi film di guerra, butta per aria sabbia e cadaveri. Non era un’immagine così distante dalla realtà, mancava solo la sabbia. E nella stessa realtà, devo dire che purtroppo io agli omicidi ero – diciamo – abituato. Negli anni ’80 io c’ero, le guerre di mafia e in particolare quella che portò i corleonesi in cima alla piramide di Cosa Nostra provocarono tantissime vittime. Al telegiornale, appuntamento fisso dell’ora di pranzo e cena a casa mia, i servizi sui morti ammazzati erano all’ordine del giorno. Sicché l’attentato a Falcone non suscitò una particolare reazione da parte mia, la notizia quel pomeriggio rimase in secondo piano rispetto alle avventure da adulto consumato che avevo passato in fiera. Tuttavia, da quel giorno e per sempre, qualcosa cambiò, dentro di me e dappertutto. A farmi diventare grande non sarebbero state le uscite con gli amici che seguirono negli anni ma la presa di coscienza che piano piano si insinuò dentro la mia testa in quei mesi e che a luglio di quello stesso anno provocò un’emozione ben diversa mentre, tornato dal mare, sentii mia zia piangere a dirotto per l’omicidio di Borsellino. Ancora oggi ogni volta che torno a Palermo dai miei, nel tragitto dall’aeroporto alla città, è automatico lasciare un ricordo in onore di Falcone, della moglie e della scorta quando passo davanti alle due stele commemorative nel tratto di autostrada di Capaci. Ed è inevitabile fermarmi in via D’Amelio davanti all’albero della pace per lasciare un ricordo anche lì. Non so quanto possiamo fare noi per portare avanti quella questa lotta, sono certo però che niente sia più efficace della coscienza, della conoscenza, della cultura e del senso civico, da usare nel quotidiano, nei rapporti con gli altri, per diffondere le idee di Giovanni e Paolo e per ribadire, come disse un grandissimo Peppino Impastato, che la mafia è una montagna di merda.

PS: l’iconica fotografia che ritrae un momento di complicità tra Falcone e Borsellino è di Tony Gentile, fotografo e reporter palermitano il quale sarebbe milionario se avesse ricevuto un euro per ogni volta che la foto è stata utilizzata. Non credo che lo sia e non credo abbia ricevuto i dovuti riconoscimenti, anche solo in forma di ringraziamento. Una volta l’ho incontrato all’aeroporto (non a caso l’aeroporto Falcone-Borsellino): sul pullman che dall’aereo doveva portarci allo scalo, non smetteva di scattare freneticamente fotografie al paesaggio molto bello che si snoda tra mare e monti. Non me la sono sentita di interromperlo ma avrei voluto stringergli la mano.

Love, Death & Robots

Questa serie di cortometraggi animati di Netflix è arrivata alla terza stagione senza diventare pesante perché ogni episodio racconta una storia diversa, dura poco e non annoia mai. Ogni puntata potrebbe essere vista e rivista in maniera casuale con la consapevolezza che fantascienza, sangue e black humor convivono allegramente e che il livello dell’animazione, creata e curata da studi diversi di tutto il mondo, resta sempre alto. Alla base, un po’ come ha fatto Black Mirror, ci sono i comportamenti e le scelte dell’uomo, spesso sbagliate e con conseguenze catastrofiche, che non portano né alla salvezza né al pentimento mentre invece i robot, con un altro occhio e maggiore sentimento, appaiono più umani. A volte. Queste però sono forse le impressioni che sono rimaste a me, non si può generalizzare perché gli episodi sono tanti e sono vari: tra “amore, morte e robot”, i robot si alternano a mostri, alieni, zombi e altre simpatiche creature, la morte non manca mai e l’amore… ecco, l’amore in questa serie non so proprio cosa c’entri.

Kafka. Diario di un disperso

Il volume, oltre che per il titolo, mi ha incuriosito per i disegni eleganti, originali e vagamente somiglianti alle opere di Egon Schiele. Leggendo, non mi è sembrato inizialmente di aver fatto un grande acquisto ma mi sono ricreduto andando avanti e osservando i particolari. Racconta le tappe fondamentali della vita di Franz Kafka accostandole alle sue opere più note, dando forma alle sue paranoie ed utilizzando un fantastico contrasto di luci ed ombre con colori luminosi e cupi a seconda del suo stato mentale e di salute. Essendo io limitato, ho avuto l’impressione che mancassero dei pezzi e non ho trovato scorrevole la lettura in certi punti ma riconosco che strutturalmente è perfetta, i due autori sono riusciti a creare un’opera kafkiana su Kafka. Alla fine, una biografia essenziale utilissima mi ha aiutato a chiarire alcuni momenti delle esperienze del protagonista che non conoscevo e che ho potuto collegare alle pagine e ai disegni lì dove non avevo colto. L’ultima pagina poi mi è piaciuta molto, chiude alla grande un cerchio e un graphic novel che ho solo elogiato ma che tuttavia non è riuscito a collocarsi tra i preferiti della mia libreria. Sono davvero limitato.

Mauro Falchetti, Luca Albanese – Kafka. Diario di un disperso

L’uomo nell’alto castello

Tratta da un romanzo di Philip K. Dick, la serie racconta di un passato alternativo in cui gli USA hanno perso la seconda guerra mondiale, il loro territorio è stato diviso tra Germania e Giappone, il nazismo ha trionfato e milioni di persone sono morte. Ma c’è una resistenza e soprattutto ci sono delle pellicole che dimostrano l’esistenza di una o più realtà parallele in cui hanno vinto gli Alleati. Questi film sono stati girati dall’uomo dell’alto castello, personaggio in grado di viaggiare tra i mondi che in quattro stagioni si vede pochissimo e che in tutta la serie mantiene un ruolo marginale, chissà nel libro. Gli episodi si sviluppano in tante direzioni, con diversi protagonisti e storie minori che si intrecciano ma che non riescono a decollare né a superare una lentezza esasperante. La prima stagione è curiosa, la seconda e la terza quasi inutili, la quarta finalmente si anima un po’, salvo poi finire in malo modo. Ci ho messo due mesi a vedere tutte le puntate, un pezzo per volta in pausa pranzo con il caffè che mi ha salvato dal sonno e, nonostante spunti notevoli e ottime interpretazioni, non sono affatto soddisfatto, sarebbe stato meglio guardare altro, andare a manifestare contro la guerra o contro Prime Video o perfino viaggiare nel multiverso tramite una bottiglia di whiskey.

La Cina è già qui

La Cina in pochi semplici passi. Pensavo si trattasse di una sorta di saggio di attualità sulla mosse del Dragone nella scacchiera degli equilibri mondiali, alla luce soprattutto della guerra in Ucraina mentre invece è un condensato, ben scritto e scorrevole, della cultura e della società cinese che supera i luoghi comuni e dimostra quanto poco sappiamo del mostro asiatico. La lettura è interessante, trasuda (pure troppo) l’ammirazione per la Cina dell’autrice che cerca di arrivare all’ultima pagina senza sbavare e senza sbilanciarsi sul confronto molto marcato con l’Occidente, sottolineando tuttavia – giustamente – quanto sia importante capire e conoscere chi c’è dall’altra parte. La Cina lo ha fatto e per questo è già qui, a pochi passi.

Giada Messetti – La Cina è già qui