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La descrizione di Netflix non specificava esattamente che serie fosse e io non ho voluto approfondire, non ho letto recensioni né guardato il trailer. Sono andato alla cieca e non ho inquadrato il genere per i primi due o tre episodi, anche perché il sottotitolo “Universi paralleli” lasciava intuire che si trattasse di fantascienza o di qualcosa di simile. Invece è un horror, fatto pure bene. Proprio le prime puntate sono quelle più intriganti, incuriosiscono e non permettono di mollare la visione. Non ci sono scene violente e non si vede una goccia di sangue ma la tensione e l’ansia sono costanti, si ha sempre l’impressione che gli eventi stiano per precipitare. E poi precipitano. La storia, fino a quel momento intricatissima e piena di interrogativi, inizia ad avere un senso, l’horror si manifesta e tutto accelera fino alla conclusione che effettivamente ha il sapore della fantascienza e che, in più, promette una seconda stagione. Non ero sicuro che mi sarebbe piaciuta soprattutto perché, io che sto attento ai dettagli, ho faticato ad accettare la protagonista sempre con la telecamera in mano, pronta a registrare le conversazioni e gli eventi più inutili senza una motivazione. La motivazione è che la trama lo richiedeva, ma la cosa non è affatto plausibile. Al di là di questo personalissimo fastidio, il risultato è buono, credo che Netflix ultimamente si stia impegnando per produrre gli horror: qualcuno deve aver capito che per farci mantenere gli abbonamenti bisogna metterci paura.

La canzone di Achille

Non ricordo quale amico blogger mi ha suggerito questo romanzo ma io ascolto i consigli e questo era davvero un buon consiglio, non a caso il libro ha avuto meritatamente successo in tutto il mondo. E’ la storia del mito di Achille raccontata dal “suo” Patroclo, da quando si sono incontrati pressoché bambini fino alla morte di entrambi durante la guerra di Troia. Il vero protagonista è proprio Patroclo che, nonostante il forte legame con Achille, sempre al centro delle sue riflessioni, qui smette di vivere all’ombra del semidio (che io ho costantemente immaginato con le fattezze di Brad Pitt) e, crescendo, acquisisce un proprio ruolo in ogni vicenda con personalità e carattere. L’autrice, oltre a romanzare l’Iliade e, pare, altri poemi di cui ignoravo l’esistenza, si prende qualche licenza ma l’opera non ne viene intaccata, i miti greci vengono rappresentati nella loro veste più classica da una scrittura efficace, scorrevole e appassionante. Forse ho trovato un po’ sbrigativo il finale: l’uccisione di Patroclo, la vendetta di Achille e la sua fine sono raccontati in quattro paginette rispetto al volume del libro. Anche per questo, visto che l’Iliade non l’ha mai finita nessuno, farei leggere a scuola questo romanzo piuttosto che Omero, almeno ci si diverte e soprattutto si ha la possibilità di conoscere re, eroi, dei e guerrieri con le loro vicissitudini senza addormentarsi sui banchi.

Madeline Miller – La canzone di Achille

Loro

La serie, lo dico subito, è bellissima, credo la migliore che abbia seguito su Prime Video. Il genere è horror ma più che altro si tratta di un intreccio tra reale e soprannaturale dove l’orrore è rappresentato dal razzismo con cui una famiglia di colore si deve scontrare dopo aver deciso, per dimenticare una terribile tragedia, di andare ad abitare in un quartiere di bianchi per nulla propensi ad accoglierli. Siamo negli anni ’50, in California. Le scene cruente non mancano, una in particolare è qualcosa di mai visto (nessuno avrà dubbi a riconoscerla), la paura vera però viene dalla tensione continua ed inquietante, dai nervi sempre tirati, dagli sguardi dei personaggi, tutti ben interpretati da attori davvero bravi. La sceneggiatura è ottima e l’ambientazione così perfettina da mettere ansia, per non parlare della fotografia e della colonna sonora sorprendente con brani del periodo che accompagnano i momenti chiave. I pezzi della trama si incastrano senza lasciare niente in asso, le spiegazioni arrivano e questo mi ha evitato di andare a cercare sul web chiarimenti ed interpretazioni. Soprattutto è una serie che finisce e non resta in bilico al richiamo di una seconda stagione. Spero infatti di non vederla mai perché non potrebbe essere all’altezza.

Cobra Kai

Karate Kid è stato uno di quei film che, piaccia o non piaccia, conosciamo tutti. Io lo avrò visto decine di volte quando ero ragazzino, poi sono cresciuto e mi sono reso conto di quante cazzate abbia visto in vita mia. E soprattutto di quante ne continui a vedere.
La prima stagione di Cobra Kai non è passata inosservata, ha recuperato dall’oblio tutti gli attori vivi del film e ne ha riproposto i personaggi in maniera genuina. E’ stata una sorpresa ritrovarli invecchiati nelle loro nuove realtà e questo ha dato slancio alla serie, nonostante il target fosse decisamente adolescenziale e il budget ridicolo (la serie è nata per YouTube, Netflix ne ha fiutato il potenziale e l’ha fatta sua). Passata la sorpresa infatti, le altre stagioni si rivelano per quello che sono, un’accozzaglia di scene viste e riviste dove, ad intervalli, tutti lottano contro tutti, con continui cambi di schieramenti da un dojo (scuola di karate) all’altro con pretesti discutibili. Le scenografie sono sempre le stesse costruite all’interno di qualche studio e i dialoghi così di basso livello che è facile prevederli. I contrasti dei ragazzi coinvolgono gli adulti che non ci dormono la notte ma, a pensarci bene, sono stati gli adulti che, portando il karate nella vita dei ragazzi, li hanno deviati. Prima di impararlo infatti erano felici e spensierati. I protagonisti sono Daniel LaRusso, benestante e realizzato, che ogni due scene va a parlare col defunto maestro Miyagi triturando le… scatole con la sua mielosa saccenteria e il biondino Johnny Lawrence, che era il cattivo nel primo film e qui si dimostra il migliore di tutti: uomo fallito, buono ed imbranato, beve birra e mangia cibo spazzatura, ignora internet e la tecnologia e vive alla giornata fino a quando non ritrova stimoli allenando un giovane bullizzato a scuola. Johnny è il vero trascinatore, un misto di comicità e tenerezza che mi ha portato, ahimè, fino alla quarta stagione. Le puntate durano venti minuti e, nonostante la stupidità dei drammi giovanili, nel mezzo di una pandemia, tra una sbronza e uno sbadiglio, si possono seguire. Del resto guardo così tante cazzate che una in più non farà differenza.

Incastrati

Su Ficarra e Picone ho ben poco da dire, il loro successo parla da solo, grazie all’ironia mai stupida né volgare e alla sicilianità spontanea che li contraddistingue in qualsiasi contesto si cimentino: teatro, TV, cinema ed ora anche in questa serie Netflix, in cui si ride ma soprattutto non ci si annoia. Sei episodi leggeri da nemmeno trenta minuti raccontano una storia ben scritta in cui sketch e battute si incastrano sapientemente, nonostante in alcuni momenti si abbia la sensazione di stare in una fiction. Non è così e non è nemmeno comicità da cinepanettone o da Colorado. Ci sono anzi scene e dialoghi che, pur senza togliere il sorriso, descrivono realtà pesanti ed importanti, vedi il discorso del boss sui rapporti tra mafia e politica in cui alla fine dice: “presto o tardi le cose torneranno come ai vecchi tempi, dobbiamo soltanto aspettare che il popolo dimentichi e se c’è una cosa che la storia ci insegna è che il popolo, prima o poi, dimentica“. Mamma mia. Sembra roba da film di Scorsese o Coppola con la voce di Al Pacino o De Niro. E invece sono Ficarra e Picone.

The silent sea

I coreani ci stanno prendendo gusto: già il loro cinema da anni è degno di nota, adesso spuntano serie TV come funghi e alcune, vedi Squid Game, riscuotono anche successo. Netflix ci riprova con The silent sea, fantascienza mista a thriller che scopiazza in più parti Alien ma senza Alien: i mostri qui sono gli umani privi di scrupoli, capaci delle peggiori azioni per raggiungere i propri interessi nella ricerca spasmodica del bene più prezioso, l’acqua, ormai quasi scomparsa sulla Terra. Un equipaggio con varie competenze viene inviato in missione sulla Luna per recuperare da una base spaziale dei campioni dei quali non si conosce l’origine e che creeranno non pochi problemi. Le prime puntate, nonostante la recitazione che è pur sempre asiatica, sono – oserei dire – avvincenti perché lasciano in sospeso diversi misteri. Come spesso accade però, man mano che si va avanti, la storia perde incisività e le scene superflue si sprecano, senza parlare delle castronerie inspiegabili, tipo – SPOILER – la protagonista che, infettata, non muore solo perché è la protagonista. Tra l’altro, sarà colpa mia ma gli uomini della squadra, con gli stessi occhi mandorlati e le stesse tute, mi sono sembrati praticamente tutti uguali e la cosa mi ha fatto perdere qualche dettaglio importante, alla fine non distinguevo i buoni dai cattivi. Nel complesso tuttavia non è una brutta serie per gli amanti del genere come me, l’importante è seguirla degustando magari un bicchiere di vino o di birra, evitare l’acqua.