Mastro Geppetto

Se il Pinocchio di Collodi, nonostante la malinconia e la sfiga, va incontro ad un lieto fine che è forse più l’aver ritrovato Geppetto rispetto all’esser diventato un bambino vero, in questa storia reinventata ed infinitamente triste di Stassi, il protagonista raggiunge l’apice della felicità all’inizio dei fatti, quando da un ceppo di legno inutile e di nessun valore, fa nascere la creatura con cui vorrebbe evadere dalla realtà e girare il mondo. La favola di Pinocchio, benché scritta oltre cent’anni prima, potrebbe tranquillamente essere stata ricavata da questo romanzo in cui l’autore ne ripercorre le avventure dal punto di vista di Geppetto, eliminando il lato fantastico e le metafore rappresentate dai vari personaggi di Collodi attraverso una versione verosimile di quella che tutti conosciamo. Geppetto è un vecchio poverissimo, solo e matto che troverà forza e conforto e, purtroppo, delusioni continue solo nella ricerca del suo burattino perduto e non sarà la sfortuna a remargli contro, bensì la cattiveria dell’uomo. Non ci sono fatine né miracoli qui e soltanto nelle speranze di chi legge e di chi scrive, nelle ultimissime pagine, si può intravedere la salvezza. Per il resto si tratta di un romanzo bello e gelido, originale e toccante: Pinocchio mi stava sulle palle, Geppetto l’ho amato.

Fabio Stassi – Mastro Geppetto

The undoing

Nicole Kidman in grande, rifattissimo, splendore e Hugh Grant, padre di quello che ricordavo, sono i protagonisti di questo thriller di sei puntate (che potevano anche essere quattro) ambientato nella New York dei ricchi e intoccabili. Le premesse, con il classico omicidio efferato di cui non si conosce il colpevole, non sono male. Lo sviluppo è accattivante perché un po’ diverso dal solito filone ma stenta a decollare. Il finale… va beh, lasciamo stare. C’è un finale che solo un colpo gobbo avrebbe potuto stravolgere, senza la certezza di un risultato migliore. La serie si fa seguire per via di una serie di piccoli colpi scena che tengono vivo l’interesse e per i primi piani continui della Kidman che, nonostante due sole espressioni, forse tre, cattura l’attenzione poiché tutta la storia gira intorno a lei ed alle sue scelte. Il personaggio migliore è però quello dell’italiana Matilda De Angelis, peccato per il (suo) doppiaggio penoso e peccato che… (no spoiler). In sostanza, una serie con alti e bassi che si può vedere dal divano senza grosse aspettative e che tutto sommato fa il suo dovere, cioè finire lasciando una certa soddisfazione.

The Beatles: Get Back

1969. The Beatles non sono più The Beatles: non indossano gli abiti su misura con cui si sono fatti conoscere al mondo, hanno abbandonato quel taglio di capelli a caschetto orribile, sono a colori, non si esibiscono in pubblico da anni, si sono accasati, fidanzati o sposati. Hanno fatto tutto quello che potevano fare. Tranne sorprenderci ancora. Nel 2021.
Paul, con barba e capelli lunghi, oltre al carisma che lo contraddistingue, è proprio fico. John è ancora il boss, l’artista, estroso e matto, ma già troppo – e purtroppo – avvinghiato a Yoko Ono. George sprizza talento ma fatica a farlo accettare e appare quasi antipatico, oltre che represso. Ringo è silenzioso, buono, adorabile. Non ho mai apprezzato particolarmente The Beatles ma questa miniserie documentario (“mini” perché sono solo tre episodi, la durata totale però è di oltre sei ore), che condensa e ci mostra in versione restaurata giorni e giorni di filmati inediti girati all’epoca, è formidabile per come racconta i Fab Four, senza filtri, durante la creazione – dal nulla e in mezzo ai contrasti già evidenti – del loro ultimo album, Let it be, con inclusa la loro ultima esibizione dal vivo, il famoso concerto sul tetto.
Ci sono momenti fantastici e immagini e suoni che restano scolpiti nell’anima e che ognuno può trovare dove vuole in mezzo alle innumerevoli chicche, dai dialoghi (parlavano veramente così tra loro? Sì!) alle sessioni improvvisate con parole inventate ai pezzi che prendono forma partendo da un accordo (stupenda la genesi di Get Back). Di lì a poco i quattro sceglieranno strade diverse eppure, mentre compongono, inventano, chiacchierano, discutono, è innegabile quanto ancora si divertano a suonare insieme, in sintonia totale, mettendo alla porta il resto del mondo. Sono stato totalmente assorbito dalla visione, ho fatto il tifo per loro come se non sapessi cosa sarebbe accaduto, sperando per assurdo che non litigassero, che non si sciogliessero, che John non venisse assassinato anni dopo, che George non si ammalasse. E che io non me li fossi persi sinora. A questo però sto già rimediando.

L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello

Non sapevo che Oliver Sacks fosse l’autore del libro da cui è stato tratto il film Risvegli con Robin Williams e Robert De Niro. Non sapevo che Oliver Sacks fosse un famosissimo neurologo e fosse morto pochi anni fa. Sapevo però che questo suo libro dal titolo curioso era sul mio comodino virtuale (perché ce l’ho su Kindle) da parecchio tempo e che dovevo leggerlo. Si tratta di una serie di casi clinici in cui Sacks si è imbattuto durante la sua attività, casi rari, affascinanti e terribili per le loro peculiarità che riesce a raccontare con (pure troppa) competenza e bravura per renderli comprensibili ad ignoranti come me. Il titolo, che sembra assurdo, è una storia vera ma non è nemmeno la più incredibile, si potrebbe girare un film su ognuna di esse. Peccato solo che, ad un certo punto, la descrizione delle patologie trattate all’inizio con una certa vivacità e leggerezza diventi quasi un trattato scientifico, eccessivamente specialistico per potermi appassionare. Infatti ci ho messo un po’ a finirlo, mi sono annoiato, altro che risvegli.

Oliver Sacks – L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello

Arcane

Difficile trovare un punto debole in quest’anime dove ogni dettaglio è stato sviluppato alla perfezione: storia, personaggi, scenari e animazione soprattutto sono sorprendenti. La serie è tratta dal videogame Arcane: League of Legends, prodotto una decina di anni fa e tuttora in voga, nelle varie evoluzioni, tra milioni di utenti nel mondo. Personalmente non ci ho mai giocato ma la mia anima vintage e la pubblicità di Netflix mi hanno convinto a dare un’occhiata. E per fortuna.
L’animazione è spettacolare, un misto di computer grafica e disegno a mano che insieme raggiungono risultati visivi mai concepiti prima nemmeno da Disney o Pixar (applausi a Riot Games). Basta mettere in pausa una qualsiasi scena per ritrovarsi davanti un’opera di concept art da stampare e incorniciare. La trama, coinvolgente ed intricata al punto giusto per restare viva fino alla fine, tocca tanti temi e li affronta senza cadere nel banale, soprattutto grazie alla bravura degli autori (sceneggiatori, grafici o chi per loro, non lo so) che hanno creato e realizzato mondi dove la fantasia si perde. I personaggi sono definiti con cura: nello scontro alla base della storia tra due classi sociali, due città, due realtà contrapposte l’una all’altra, non sembrano esserci né buoni né cattivi ma tante personalità ognuna con i propri pregi e le proprie colpe. Le donne in particolare sono le grandi protagoniste, tanto fragili e sentimentali quanto forti ed intelligenti da oscurare le altre figure, pur di rilievo. La schizofrenia dell’antagonista poi è per me una delle cose meglio riuscite, difficile da descrivere ma visivamente molto efficace, davvero bella.
Dovrebbe essere in cantiere una seconda stagione ma a me sta già bene come si è conclusa la prima.

Greenlights

Era da tanto che non leggevo un libro in un solo giorno. Mi è capitato ieri con l’autobiografia di Matthew McConaughey, finita al termine di un lungo viaggio in treno, non perché sia un capolavoro ma perché ho avuto tempo (si sa che il treno è il miglior posto per leggere, dopo il wc) e perché tutto sommato si tratta di un buon libro, tra l’altro stampato in un’edizione molto ben curata.
Matthew McCoso, come lo chiamo io, è l’attore di tanti film di successo che, ad un certo punto della carriera, ha deciso di abbandonare le commedie romantiche in cui si era impelagato per accettare solo ruoli di un certo livello, arrivando a vincere un Oscar. Ma è anche un uomo (purtroppo texano, troppo americano e pure cacciatore) che si confronta quotidianamente con se stesso e le proprie scelte, imparando dagli errori, senza attribuire le colpe dei fallimenti agli eventi esterni o agli altri. Almeno così dice. Questa crescita, personale e professionale, viene raccontata attraverso i diari che ha scritto dall’adolescenza fino ai cinquant’anni e che ha messo insieme durante la pandemia. Non si tratta però soltanto di un’opera che raccoglie esperienze in ordine cronologico, è soprattutto un insieme di riflessioni, appunti sparsi e principi motivazionali che hanno guidato McCoso nel raggiungere i propri obiettivi. I greenlights, i semafori verdi, sono le situazioni positive da attraversare, in alternanza ai semafori rossi e gialli, in un percorso di vita assolutamente condivisibile che per qualcuno può essere fonte d’ispirazione e per qualcun altro un mucchio di cazzate. Va dato atto tuttavia a McCoso che, cazzate o no, ha avuto ragione.

Matthew McConaughey – Greenlights

Il più grande uomo scimmia del Pleistocene

Simpatico romanzo che racconta le avventure di una famiglia di cavernicoli alle prese con l’evoluzione nell’era di passaggio verso quella in cui dominerà l’homo sapiens. Guidati dall’ingegnoso capofamiglia, figli, mogli e zii andranno incontro alla scoperta del fuoco, di nuove armi per la caccia e della comodità di vivere in una caverna, cammineranno in posizione eretta, cuoceranno il cibo per masticarlo e digerirlo meglio, inizieranno a lavorare alle arti con i primi disegni sulla pietra, non si accoppieranno più all’interno della stessa tribù. Tutto viene narrato in forma umoristica con dialoghi anacronistici che rispecchiano la società moderna e che hanno anche una morale. Le innovazioni infatti non vengono viste sempre di buon occhio dai membri della famiglia. Lo zio ritiene siano in contrapposizione al corso della natura e continua imperterrito a rifiutare ogni cambiamento. I figli, sperimentati i vantaggi delle loro scoperte, si convincono della necessità di tenerle per sé e non condividerle liberamente con le altre tribù: uno, per mantenere una di forma superiorità sulla specie; due, per evitare che portino l’uomo all’autodistruzione. Detto così sembra una palla, invece la lettura è scorrevole e divertente, a tal punto che mi sono chiesto – e ancora mi domando – quando l’uomo primitivo ha iniziato a ridere e perché.

Roy Lewis – Il più grande uomo scimmia del Pleistocene

Cowboy Bebop

Cowboy Bebop, l’originale, è un anime giapponese di fine anni ’90 considerato all’unanimità, nel mondo, un capolavoro per animazione, stile, trama, personaggi, grafica, colonna sonora, non a caso tra i miei preferiti. Netflix ha appena proposto questa serie live action, cioè con personaggi in carne ed ossa che, all’unanimità, nel mondo, è stata stroncata da critica e pubblico, salvo pochi casi, me incluso. Io, nerd dentro che guarda pure le peggiori cazzate, ho un debole per tutto ciò che mi riporta indietro nel tempo e non me la sono sentita di fare il criticone.
Direi che, se la serie viene accostata all’anime, il paragone non regge. I puristi hanno ragione, è stato scopiazzato tutto e male. I personaggi soprattutto fanno ridere e non perché siano simpatici. Ricordano i cosplay che vanno alla fiera del giocattolo, inespressivi e bruttarelli (il cattivone poi, con quella parrucca bianca…). Nell’anime sono affascinanti e pieni di personalità, come dire meglio disegnati che vivi.
Se si riesce però a dimenticare l’anime – io stesso non lo ricordavo benissimo, essendo passati oltre vent’anni – e si pensa alla serie come fosse un prodotto di fantascienza a sé stante, non è proprio da buttare: ambientazione ben fatta, dialoghi stupidini ma divertenti, sangue e parolacce a sufficienza. In fin dei conti si può guardare quando in giro non c’è di meglio e Netflix non è che offra sempre capolavori a cui dare priorità. Sarei curioso di vedere la seconda stagione ma temo non arriverà mai, visto il successo che ha avuto la prima.