Alice in Borderland

Sull’onda del successo di Squid Game, tra i titoli più visti di Netflix è tornata in classifica questa serie giapponese del 2020 con cui condivide l’idea di fondo: giocare per sopravvivere. Sembra anzi che l’autore di Squid Game si sia proprio ispirato al manga da cui è tratta Alice in Borderland, uscito in Giappone una decina di anni fa, per realizzare “Il gioco del calamaro”. Le similitudini in effetti sono molte ma lo sviluppo è totalmente diverso, qui poi la trama tocca la fantascienza e la distopia e c’è pure il doppiaggio italiano. La recitazione purtroppo resta mediocre, del resto anche nella vita quotidiana i giapponesi sembrano attori mediocri. Gli spunti sono curiosi ed alcuni richiami ad Alice nel Paese delle Meraviglie (Alice in Wonderland) piuttosto evidenti ma non ne ho compreso appieno il nesso, forse perché è plausibile una seconda stagione che magari darà qualche risposta in più. Bello immaginare una Tokyo completamente disabitata, quasi quanto il Grande Raccordo Anulare vuoto, utopia pura.

L’uomo delle castagne

Miniserie danese, di soli sei episodi e di puro intrattenimento, che fa parte di quel filone di thriller nordici tratti da romanzi di successo in cui Netflix sguazza perché difficilmente deludono, anche se non aggiungono niente di nuovo al “già visto”. L’azione è ridotta al minimo ma la tensione è sempre alta, soprattutto per merito di una trama ben congegnata e con poche lacune. Una però, almeno per me, è grossa: l’assassino. Già dalla prima puntata il campo dei papabili colpevoli si restringe ad una manciata di individui, perché l’intero cast è povero di personaggi e si capisce che il killer è tra loro. Peccato che, quando il mistero viene svelato, ci si rende conto dell’assurdità della cosa, l’assassino non può essere chi è. Non avrebbe proprio potuto nascondersi tra la gente altrimenti, men che meno in Danimarca dove la precisione e l’attenzione sono di casa, vedi i Lego. Poi sarò io esagerato ma, dopo innumerevoli romanzi e serie del genere nel mio curriculum, i particolari sono diventati importanti, non mi aspetto che il castello crolli nel finale. E invece, cinque puntate divorate, la sesta mal digerita. Così anche L’uomo delle castagne finirà presto nel dimenticatoio.

Midnight mass

Non mi era chiaro che si trattasse di una serie horror, l’avevo scelta quasi a caso tra le novità proposte da Netflix che mi ha profilato come serial thriller e che credevo ormai tarata su questo genere. Ciononostante mi ha preso subito, soprattutto per alcuni brevi intermezzi iniziali che lasciavano intuire la presenza di un grave mistero alla base della storia e l’arrivo di qualche morto. La trama si sviluppa in un’isoletta imprecisata di un paese nordico, abitata da poche decine di ferventi cattolici che pregano dalla prima all’ultima puntata, a volte annoiando più di una vera messa. Ci sono episodi un po’ cruenti che si svolgono intorno alla chiesa del paese ma niente di davvero spaventoso come, ad esempio, un matrimonio. L’aspetto più inquietante semmai è che molte delle preghiere che vengono recitate io le conosco ancora a memoria, conseguenza delle cattive frequentazioni in oratorio da bambino. Esperienze che tuttavia mi hanno fatto crescere nella grazia di dio, cioè ateo. Se non fosse per questo, immagino che Netflix mi avrebbe proposto di abbonarmi a Disney+.

Squid Game

E’ stato praticamente già scritto tutto su questa serie coreana che si appresta, pare, a diventare la più vista di sempre su Netflix. In Italia non è nemmeno stata doppiata e ha già avuto un incredibile successo. Incredibile perché, come spesso accade, il passaparola è il miglior canale pubblicitario in assoluto: io stesso non mi sarei preoccupato di seguirla, più che altro per i sottotitoli, se non ne avessi sentito parlare ovunque. Poi va detto che effettivamente è un buon prodotto. E’ originale, mai pesante, coinvolge, appassiona e non si lascia interrompere. A me questo genere di “cazzate” piace. Mi ha ricordato, tra i mille paragoni fatti (da Parasite a Hunger Games), Battle Royale, film capolavoro giapponese di qualche anno fa con cui senza dubbio ha qualche analogia. Sorprese continue e una buona dose di sangue e sentimenti fanno il resto, oltre ad un finale definitivo e tutto sommato all’altezza che potrebbe anche ispirare una seconda stagione. Spero di non morire prima di vederla.

L’avvelenatrice

Racconto storico sulle vicende realmente accadute di Marie-Madeleine d’Aubray, nobile francese e – diciamolo – serial killer, che a metà del ‘600 uccise con il veleno mezza famiglia, prima di essere catturata, torturata e condannata a morte. La storia è intrigante ma Dumas introduce testimonianze e atti processuali che, dopo l’interessante parte iniziale, appesantiscono il racconto fino alla noia facendo venir voglia di finire decapitati come la marchesa.

Alexandre Dumas – L’avvelenatrice