Due estranei

Un ragazzo di colore, uscendo dalla casa della ragazza con cui ha passato la notte, viene malmenato e ucciso da un poliziotto bianco. Si risveglia nel letto con la stessa ragazza nella stessa casa e rivive quella mattina in loop senza riuscire a sfuggire al poliziotto e alla morte, pur provando a modificare gli eventi.
In memoria di George Floyd, Breonna Taylor e tutti i neri morti negli USA a seguito degli abusi delle forze dell’ordine, ho scoperto che questo cortometraggio, della durata di trenta minuti, trovato per caso su Netflix, ha vinto l’Oscar nel 2021. Ne deduco che non solo a me è sembrato meraviglioso.

Clickbait

Un uomo, marito devoto e padre di famiglia, sparisce improvvisamente per poi ricomparire, ferito e scosso, in un video sul web dove, tramite un cartello, comunica che raggiunte cinque milioni di visualizzazioni morirà. O meglio sarà ucciso. Perché? Da qui parte un susseguirsi di eventi in cui sono coinvolti diversi protagonisti, ognuno dei quali vive la vicenda attraverso una puntata che racconta il suo punto di vista. Continui colpi di scena spostano l’attenzione da un presunto colpevole all’altro ma solo l’ultimo episodio darà la risposta, spiazzante e definitiva. Soprattutto, ci si chiede, colpevole di cosa? Targata Netflix, si tratta in sintesi di una buona serie in cui i social media fanno il bello e il cattivo tempo dimostrando che, alla fine, i colpevoli siamo noi.

In mezzo al mare

Avevo sentito parlare per la prima volta di Mattia Torre quando è morto, scoprendo che era stato uno degli sceneggiatori di Boris. Ho capito che doveva essere bravo e “In mezzo al mare”, una raccolta di cinque monologhi per il teatro, letti anche da Valerio Aprea e Valerio Mastandrea, lo dimostra. Testi pieni di ironia, intriganti e divertenti ma anche amari, da leggere in poche ore, magari in metro, osservando l’Italia tutt’intorno e tra le pagine.

Mattia Torre – In mezzo al mare

Rock Bazar volume secondo

Una lettura estiva, poco impegnativa e molto divertente: 425 storie di rock e follia che si uniscono alle 575 del primo volume e fanno 1000. Mille storie ai limiti dell’incredibile che Massimo Cotto ha raccontato su Virgin Radio prima di farci un libro, anzi due. Mille aneddoti che, nonostante alcuni appartengano alla leggenda, dimostrano che il rock non è un genere musicale ma un modo di vivere e spesso morire (a meno che non si tratti di Keith Richards o Ozzy Osbourne) dove il risultato non conta, conta giocare, con gli eccessi, la musica e la sorte. Può andare male, come a Kurt Cobain, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Amy Winehouse, giusto per citare i membri più noti del Club 27, i cantanti morti a 27 anni che hanno smesso di giocare. Può andare meglio, come a tutti quelli che ancora scrivono pagine di rock e non intendono cambiare gioco. A noi comuni mortali, spettatori e ascoltatori con la loro musica nelle orecchie, va benissimo così.

Massimo Cotto – Rock Bazar volume secondo