Buona Apocalisse a tutti!

No, non è un augurio per la fase 2 dell’emergenza coronavirus. E’ il libro che ho appena finito di leggere e che mette definitivamente una pietra sopra Neil Gaiman. Gli avevo dato un’altra possibilità dopo Miti del Nord ma niente, non riesce più ad appassionarmi come un tempo e sicuramente perché sono cresciuto un po’, negli ultimi vent’anni. Questo romanzo tra l’altro, anche se i meriti (e le colpe) vanno divisi con Terry Pratchett, è il primo scritto da Gaiman (risale al secolo scorso, al 1990), per cui ci siamo incontrati ad una distanza siderale, lui giovanissimo, io con un piede nella fossa. Il tema di fondo comunque, dalla creazione alla fine del mondo, all’anticristo, gli angeli, i demoni e tutto quanto, mi ha sempre fatto sorridere quando affrontato con ironia, qui per giunta con fine humor inglese. Peccato fosse lento, senza ritmo e senza grandi colpi di scena. Ad un certo punto, per trovare feeling, ho seguito in parallelo la serie TV su Prime Video (Good Omens, stesso titolo con cui è stato ripubblicato il libro) e un minimo ha funzionato, sono riuscito a portare a termine entrambe le cose e ora posso finalmente dedicarmi ad altro, ai fumetti di Gaiman magari, non più ai suoi romanzi.

Neil Gaiman, Terry Pratchett – Buona Apocalisse a tutti!

Il quinto Beatle

Il quinto Beatle non è Pete Best, il batterista tristemente sostituito da Ringo Starr ma Brian Epstein, l’improvvisato manager che prese per mano il gruppo quando ancora si esibiva nei locali di Liverpool e lo portò al successo planetario in pochi anni. La sua vita, peraltro breve, è indubbiamente legata ai Fab Four e quest’opera, che definire fumetto è riduttivo, la racconta attraverso bellissime illustrazioni, metafore e aneddoti frutto di un lavoro enorme svolto dagli autori, come si legge in particolare nella postfazione. Forse è tutto un po’ frettoloso, del resto non si tratta di una biografia, nel complesso però è una storia mai noiosa che merita di essere sfogliata.

Vivek J. Tiwary, Andrew C. Robinson, Kyle Baker – Il quinto Beatle

Il libro della terra di mezzo

Il problema sono i casi limite. Quando un libro piace, ogni occasione è buona per continuare a leggerlo. Si riesce a stare svegli fino a notte fonda o seduti sulla tazza del water fino a che le gambe si addormentano o anche a pranzare con una forchetta in una mano e un romanzo nell’altra, sperando di non sbagliare come quel Goldrake che mangiava libri di cibernetica. Io leggo mentre mi asciugo i capelli dopo la doccia e, a volte, la mattina prima di alzarmi. Al contrario, se il libro proprio non prende, non è difficile ricorrere ai diritti del lettore e mollarlo, pensando che forse un giorno avrà una seconda possibilità. Tutti ne abbiamo una e tutti abbiamo mollato qualcosa. Ricordo di aver abbandonato “quasi” capolavori come Comma 22 e La versione di Barney e perfino un romanzo di Saramago, tra i miei scrittori preferiti, Memoriale del convento. Non ho avuto dubbi su questi, ho tirato un bel po’ prima di arrendermi, poi stop, senza rimpianti né rimorsi.

Quello subdolo piuttosto è il libro della terra di mezzo, quello che si voleva leggere da tempo e che finalmente eccolo lì ma, non si capisce perché, non rapisce completamente, esita e scorre senza anima. Non è pesante, non è nemmeno brutto, ha anzi dei passaggi che inconsciamente obbligano a proseguire illudendo di poter scalare le classifiche delle letture preferite di sempre. Tuttavia la sintonia non sembra costante, è un misto di alti, anche molto alti e di bassi che, quando si attraversano, si spera siano solo parentesi e invece continuano, salvo risollevarsi quando il piattume diventa evidente. Forse dipende dall’umore di chi legge, dall’età, dal tempo, chi lo sa. Fatto sta che io questi libri non riesco a lasciarli andare, spinto nel peggiore dei casi dalla voglia di arrivare alla fine per poi stroncarli, come se fossi un critico letterario. Oppure di urlare al capolavoro qualora mi dovessero sorprendere con un colpo di reni prima del finale. E’ successo, recentemente pure con Trilogia della città di K.

Comunque non diventano mai dei capolavori. I libri migliori sono quelli da leggere senza pensare ad altro che al libro. Dopo possono anche non rivelarsi un granché ma gli va dato atto che, durante la lettura, c’è stata solo la lettura. Il romanzo che sto leggendo in questi giorni appartiene alla terra di mezzo, ormai ha superato il punto di non ritorno. Lo finirò pensando già al prossimo, probabilmente qualcosa di Sepúlveda, scrittore non presente nel mio curriculum, che ha voluto ricordarmi di questa mancanza morendo. Ciò non toglie che continuo tuttora a chiedere e ad accettare consigli alla ricerca delle letture preferite di sempre, fiducioso di non arrivare a conoscerle solo perché è scomparso l’autore.

Il saldatore subacqueo

Si dice che ci faranno un film con Ryan Gosling e si dice che l’autore sia talentuoso e in effetti non è un fumetto da buttare. Parte bene, con disegni semplici ed efficaci e una trama accattivante. Essendo io stesso un sub amante del mare, mi aveva incuriosito. Poi però la storia si perde un po’ e lo stesso fa il protagonista che, sott’acqua, si smarrisce in un limbo prima di ritrovarsi. Il lettore invece si perde e basta, almeno per me è stato così. Spero di ritrovarmi ma purtroppo ho già sfogliato l’ultima pagina e non tornerò indietro.

Jeff Lemire – Il saldatore subacqueo

A Braccio di Ferro

Il corriere, poveraccio, non mi ha nemmeno citofonato. Mi sono accorto della consegna solo quando sono uscito per andare al supermercato e ho trovato il pacco dietro il portone del giardinetto. Lo aveva gettato senza nemmeno sapere cosa ci fosse dentro, motivo in più per smettere di ordinare online in questo periodo, anche se il mio acquisto risale a tempi non sospetti. Salito a casa, ho aperto la scatola “più sigillata del mondo” – sarebbe stato più semplice scassinare una cassaforte – e, tra un centinaio di metri di nastro adesivo e chili di carta appallottolata, ho trovato la mia sorpresa.

Ero molto piccolo quando ci giocavo ma la ricordo molto bene: la latta (di plastica) degli spinaci con dentro i due personaggi (di gomma) di Braccio di Ferro e Olivia. Ho le immagini ben stampate in testa di un pomeriggio in cui, sul lettone dei miei, staccavo un braccio a Braccio di Ferro e strappavo l’etichetta alla latta che tenevo con entrambe le mani, perché era grande. Non era tra i miei giocattoli preferiti, perché non avevo giocattoli preferiti, avevo due o tre giocattoli e ogni cosa era la preferita per giocare.

Quando ho scartato il pacco, già di per sé piccolino, e dentro ho trovato quel mucchio di carta, per un attimo ho pensato ad una sòla (una truffa) e che non ci fosse niente dentro. Io ricordavo una latta grande e mi aspettavo qualcosa delle dimensioni di un minestrone in scatola. Invece, sorpreso nella sorpresa, mi sono ritrovato con una lattina da tenere tra pollice e indice che, guardando le mie manone e pensando a quanti anni sono passati, mi ha quasi commosso per quel bambino che non c’è più. O che forse c’è ancora e sta cercando di recuperare, pagandoli cento volte di più, i suoi giocattoli di un tempo. Che fortunatamente erano due o tre.