Miti del Nord

Ci sono Thor e Loki, che io conoscevo tramite la Marvel e gli Avengers e c’è Odino che avevo visto in quella mezza cavolata di American Gods, la serie TV, non il romanzo (tra l’altro anche questo di Gaiman). Li ho immaginati per come lo schermo me li aveva presentati ma nella mitologia nordica, che l’autore si è divertito a raccontare allegramente in base alle fonti a sua disposizione, questi personaggi sono un po’ diversi. E ce ne sono molti altri: dei, giganti, elfi, nani ed esseri con le più svariate sembianze e capacità. Le storie che Gaiman scrive qui sono divertenti e tutt’altro che drammatiche o mitiche. Gli dei del Nord sono potenti ma anche vulnerabili, presuntuosi, rozzi e subdoli. Somigliano alle divinità di Pollon più che a quelle dei film. E Thor è rosso, non biondo. Ed è tonto. Loki non è suo fratello ma suo zio, fratello di Odino. E il martello è fichissimo. E Ragnarǫk è la fine del mondo, questo libro invece non proprio.

Neil Gaiman – Miti del Nord

Unastoria

L’ho letto? No, ho guardato solo le figure. Perché è stato difficile sfogliare questo volume e leggere “lastoria”. Dialoghi essenziali, spesso all’apparenza slegati tra loro e soprattutto immagini, splendide immagini che l’autore ha creato con l’acquarello, molte delle quali potrebbero essere esposte singolarmente in una galleria d’arte. Ritrovo Gipi grazie alle uscite di Repubblica, a suo tempo avevo acquistato le prime tre ma questa è molto differente dalla precedente, La terra dei figli. E’ come un lungo sogno, un viaggio onirico attraverso le visioni di due personaggi le cui storie confluiscono in una. Poi, dopo l’ultima pagina, ci si sveglia e si resta un po’ storditi, incapaci sul momento di realizzare quanto e se quella storia, così rappresentata, ci sia piaciuta. Direi di sì per quanto mi riguarda. Ma sto ancora dormendo.

Gipi – Unastoria

Basilicò

Tra un romanzo e l’altro, un fumetto da sfogliare in poche ore ce lo metto sempre. Questo lo volevo leggere da tempo, perché è ambientato a Palermo, i cui scorci caratteristici sono disegnati a meraviglia, e perché da qualche recensione avevo intuito che la storia era sorprendente. Lo è per quello che racconta, per le ricette culinarie, naturalmente non prive di basilico, mai fuori contesto, per la scelta cromatica degli eventi del passato in alternanza al bianco e nero del presente, per i colpi di scena del finale, per il grande colpo di scena dell’ultimissima pagina. E per il basilico stesso, protagonista assoluto, non solo come ingrediente in cucina. Esagero? Non lo so. I fumetti a volte mi soddisfano più di un buon romanzo (del resto, perché non dovrebbero?) e questo ne è esempio lampante.

Giulio Macaione – Basilicò

Quattro amici

Avevo in coda questo romanzo da quasi dieci anni e dieci anni fa sicuramente lo avrei apprezzato di più. Venti anni fa, quando è uscito, lo avrei amato. Ma ho perso il treno, il momento giusto è passato e l’esperienza, oltre a centinaia di altre letture nel frattempo, non mi ha permesso di restare incastrato tra le pagine. L’avventura di un viaggio in furgone, i valori dell’amicizia e le pene d’amore sono temi che ormai mi stupiscono poco, avendoli vissuti tutti in prima persona e letti in molteplici salse. Devi essere uno scrittore con i controcazzi per prendermi oggi con questi argomenti e Trueba senza dubbio lo è stato. E’ che non ci siamo beccati quando serviva, sarebbe stato un libro da cinque stelle per uno come me, pienamente rappresentato dal protagonista. Ciò non significa che sia un romanzo orribile, anzi. Va provato. Si fa leggere pur restando inconcludente, perché inconcludenti sono i quattro amici, quattro ragazzi spagnoli alla soglia dei trent’anni che non sanno cosa volere dalla vita, proprio come ero io dopo la fine della mia prima vera storia d’amore. Mi fa piacere, tra l’altro, averlo terminato il giorno prima di partire per la Spagna.

Restano memorabili alcune perle dell’autore che, come si direbbe, valgono da sole il prezzo del biglietto. Ne riporto tre, ma ce ne sono parecchie altre.
La giovinezza finisce il giorno in cui il tuo calciatore preferito ha meno anni di te.
Il silenzio era tale che se ti concentravi potevi sentire la Terra ruotare sul proprio asse.
Quando ricevi un bacio sulla guancia da una donna che hai baciato mille volte sulle labbra, capisci che hai perduto il tuo posto nel suo cuore.

David Trueba – Quattro amici

Finché dura

Percorrendo i trecento metri che separano casa mia dalla fermata della metro, tra le tante domande esistenziali che la mattina mi pongo (chi siamo? Dove vado? Mi sono lavato i denti?) con gli occhi ancora chiusi e un frullato di banane e carote sullo stomaco, oggi mi sono soffermato su quelle riguardanti il mio lavoro. Questo perché incrocio puntualmente, nella direzione opposta, ragazzi senza futuro che vanno a scuola e ragazzi senza futuro che vanno a scuola ma che poi non entrano e vengono ad affollare la metro per fermare il presente, filmarlo, firmarlo, validarlo per tenerlo così per sempre. Incrocio spesso anche un signore, che conosco da dieci anni e di cui ignoro il nome, che potrebbe essere mio padre e che invece è probabilmente più piccolo di me, il quale si dirige sorridendo in direzione di casa mia per arrivare al negozio di fronte. Sorridendo, davvero. Certo, l’attività è sua e fa un sacco di soldi, ha pure tre o quattro impiegati che fanno soldi per lui, ci sta che sorrida. Io invece non sorrido andando in ufficio ma solo perché non sorrido mai. Senza motivo almeno.

Comunque, in sostanza, oggi mi sono chiesto se il mio lavoro corrispondesse a ciò che desideravo quando ero giovane, carino e disoccupato. Che poi, disoccupato non lo sono mai stato veramente, per fortuna. E forse neanche carino, per sfortuna. Non sono mai stato nemmeno toccato dall’ambizione di diventare un personaggio famoso, di scrivere libri, di amministrare un’azienda o vivere di rendita. La risposta alla mia domanda sta nel mezzo. No, non è il lavoro che desideravo perché non potevo sapere, quando studiavo, che esistesse un lavoro d’ufficio tipo il mio. Lavorare seduto dietro una scrivania e davanti ad un monitor è un mestiere che non dice nulla, lo si può attribuire anche ad un artista indipendente o ad un operatore di call center, dipendente. Ci sono miliardi di sfaccettature. Che io andassi a lavorare nelle telecomunicazioni, in una grande azienda e per giunta dove si amministrano i soldi, no, non lo avevo previsto né programmato. Sognavo però un contesto sereno, dove potessi esprimermi in qualche modo e che mi desse il giusto compenso economico. Quindi sì, è il lavoro che desideravo. Perché, nonostante sia un impiegato, ho la possibilità di organizzarmi pressoché autonomamente, di imparare, di ricevere uno stipendio regolare, di usufruire di benefit non da poco e soprattutto, molto sopra a tutto, di poter gestire la vita privata e provata come mi pare, mettendoci dentro le passioni e gli interessi, gli affetti, i viaggi e tutto quanto. E se sei soddisfatto della tua vita vuol dire che il tuo lavoro, finché dura, è adatto a te.

Con questa breve introduzione, volevo solo dire che grazie al mio lavoro il prossimo weekend, con compleanno incluso, lo potrò trascorrere a Barcellona: finalmente tornerò al Camp Nou da spettatore, per vedere la partita del Barça e depennare un’altra storica voce dalla mia to-do list.

Il destino delle ombre

Quando visito un posto nuovo, mi piace imbucarmi in una libreria per cercare qualcosa di caratteristico, tipo un libro di fotografie o di racconti che parlino di quel luogo o l’opera di un personaggio famoso nato lì. Nelle grandi librerie c’è sempre uno spazio dedicato alle pubblicazioni locali, nelle piccole quasi mai ed è un peccato perché per i viaggiatori come me è una tappa obbligata. A Gubbio, ho trovato questo romanzo scritto da tre eugubini e, pur non aspettandomi un capolavoro, l’ho comprato senza esitare sia per il genere, una sorta di thriller storico-gotico-fantastico, sia per “premiare” il lavoro dei tre autori i quali, immagino più per gioco che per gloria, hanno voluto omaggiare la propria città.

Il romanzo non è un granché, lo ammetto. La trama è scontata che più scontata non si può e del thriller ha poco, a parte gli omicidi. La suspense si limita a poche righe sparse mentre il freddo, uguale a quello che ho avvertito io girando per Gubbio a dicembre, viene praticamente menzionato in ogni pagina. Gli autori hanno scritto a ruota un capitoletto a testa ma è evidente che la storia sia stata un pretesto per raccontare Gubbio e non il contrario. Questo probabilmente è un merito: tra un fatto e l’altro, sono frequenti i rimandi ai luoghi, alle tradizioni e alle ricorrenze che deviano la lettura altrove, meglio di una banale guida.

Filippo Vadi, Giuliano Picchi, Carlo Rogari – Il destino delle ombre

La sottile linea scura

Non è il miglior romanzo di Lansdale, almeno non tra quelli che ho letto, ma lo stile è sempre il suo e resta affascinante. Qui non c’è una storia che si dipana attraverso i protagonisti, c’è un protagonista che cresce attraverso una storia, un ragazzino non abbastanza grande da capire come funziona il mondo, nello specifico quello del Texas degli anni ’50 dove il razzismo è piuttosto radicato e la violenza di Lansdale piuttosto plausibile. Ho avvertito la mancanza di un vero cattivo cui tifare contro mentre invece resta una costante la presenza di una bellezza femminile a cui vorrei dare un volto. La trama incespica in qualche escamotage di troppo per giustificare certi eventi, tutto sommato però fila liscia in modo soddisfacente.

Quando una lettura è così potente da isolarmi dalla gente che in metro non smette di parlare e di sfiorarmi, vuol dire che ha funzionato e che l’ho scelta bene. E con Lansdale è davvero facile.

Joe R. Lansdale – La sottile linea scura

In isolamento

Un nuovo incarico in ufficio, i campionati regionali di nuoto, Il Trono di Spade, Morgan Lost e il puzzle Krypt mi tengono in isolamento, lontano da Lei e tutto il resto.
Ma non da lei e non proprio da tutto il resto.