Mercedes

La mia crescente passione per i fumetti e le graphic novel si arricchisce di un pezzo da novanta. Perché Mercedes è un pezzo da novanta. Non tanto l’opera in sé, comunque ben scritta ed egregiamente “montata” (esiste il montaggio nei fumetti?), quanto il personaggio Mercedes, una figura potente, vincente e spietata che “non è una persona” ma un insieme dei più cinici e comuni pensieri umani. Pensieri che in lei diventano parole, fatti, azioni dalle conseguenze catastrofiche, senza redenzione, senza la morale a mettere un freno. E infatti, pur essendo viscida, Mercedes sviluppa empatia mentre i personaggi di contorno, ognuno dei quali rappresenta un preciso riferimento sociale, appaiono come sfigati qualsiasi sia il loro ideale. Fosse stata bona, tipo che so… Jessica Rabbit, Mercedes avrebbe sviluppato anche altro e, sono sicuro, tutto le sarebbe stato giustificato.

Daniel Cuello – Mercedes

La morte della Pizia

Ho ripescato Dürrenmatt tra le mie letture recenti, volevo mettere in cascina questo racconto ricco di sarcasmo che molti addirittura definiscono geniale. In effetti l’autore mi ha sorpreso ancora una volta ma la lettura non è semplice, soprattutto per via dei continui stravolgimenti dei fatti narrati e delle verità diverse che si accavallano fino alla fine. Verità inconfutabile è che ho faticato a capire, anzi diciamo pure che non ci ho capito molto: per cogliere la genialità ho dovuto rileggere alcuni passi e andare a cercare recensioni che mi hanno dato, tra l’altro, conferma di essere un po’ tonto. Un libricino che comunque consiglierò sicuramente a chi è più attento di me.

Friedrich Dürrenmatt – La morte della Pizia

Tutti i racconti (di Roald Dahl)

Non sapevo che Roald Dahl fosse il papà di Willy Wonka, altrimenti non credo che avrei iniziato a leggere questi racconti, immaginando si trattasse più di storie per ragazzi. Il nome, Roald Dahl, non lo avevo mai sentito ma mi ispirava, poteva essere quello di un personaggio de Il trono di spade (tra due giorni me lo sarò dimenticato e alla domanda su come si chiamasse risponderò “qualcosa tipo Donald Duck”). Le recensioni lo definivano “il maestro del racconto” e inoltre avevo appena finito un romanzo avvincente, non mi andava di iniziarne subito un altro così su due piedi, in metro, con il Kindle in mano e una giornata di lavoro sul groppone. Questa raccolta è stata la scelta più ovvia.

I racconti sono cinici, a volte cattivi, spesso con un finale da intuire che lascia il lettore in sospeso e sorpreso. Ogni storia parte sempre da lontano e può risultare noiosa perché troppo infarcita di dettagli e dialoghi che servono a poco. Ad un certo punto infatti, verso la metà, non vedevo l’ora di finire ma non finivo perché il volume, seppur in formato elettronico, ha oltre settecento pagine e i racconti entusiasmanti sono una minoranza. Fortuna mia che proprio tutti tutti non sono. Stamattina, in metro, ho terminato l’ultimo e subito ho iniziato un romanzo che spero sia avvincente.

Roald Dahl – Tutti i racconti

La fine della TV

A casa non ho la TV. Né a casa né altrove. Ho un vecchio televisore però e, fino a qualche tempo fa, lo accendevo subito ogni volta che rientravo, la sera, ancor prima di togliermi le scarpe e lavarmi le mani. Lo accendevo più che altro per tenermi compagnia, in alternativa al giradischi. Perché la musica del vinile ha bisogno di attenzioni, di gusto e del momento giusto. Per la TV il momento era quasi sempre sbagliato, attenzioni non gliene davo mai troppe e quanto al gusto, beh, non ne parliamo. Si salvavano Alberto Angela ed i film di Bud Spencer e Terence Hill, mica si poteva scegliere. Per tutto il resto buttavo un occhio e al massimo tendevo un orecchio mentre preparavo la cena o la mangiavo. In casi eccezionali, allungavo un dito sul telecomando per cercare qualcosa di commestibile.

Un giorno d’estate, una tromba d’aria o un uccellaccio credo abbia danneggiato l’antenna sul tetto e da allora il segnale si è perso nell’etere, lasciandomi il televisore senza la televisione. Risultato: schermo nero su qualsiasi canale, silenzio vibrante dal soggiorno e multi-solitudine tra le stanze. In sostanza, grandissimo benessere. Ma non l’ho capito subito. Sul momento mi sono persino innervosito perché non ho potuto sintonizzarmi sui miei “amati” canali. Sì, avevo Netflix in periodo di prova di un mese (che mandavo avanti da un anno e mezzo) e un centinaio di film sul PC da vedere, a che mi serviva la TV? Forse era anche una questione di principio. Fatto sta che, a forza di rimandare la chiamata al tecnico, mi sono detto: “sai che c’è? Io la TV non la voglio” ed è così che ho chiuso con la spazzatura, mangiando pure meglio. Paradossalmente, forse nemmeno tanto, è cresciuta la passione per il cinema e le serie TV, soprattutto da quando non pago più il biglietto per entrare al multisala (spendendo però un capitale in popcorn) e pago regolarmente l’abbonamento a Netflix. Ho ancora quel centinaio di film sul PC e pure Prime Video, senza parlare delle app che permettono di guardare in streaming i canali più importanti.

Insomma, da quando non ho la TV, posso scegliere cosa guardare. Scelgo io, non la TV. E a volte le scelte sono impegnative. Dopo essermi sparato lo scorso anno, con notevole ritardo, cinque favolose stagioni di Breaking Bad nel giro di un mesetto, questo 2020 è iniziato a colpi di spade: sono alla terza stagione de Il trono di spade e non riesco a smettere nemmeno per andare al bagno. Ho scelto io di cominciare ma già dal secondo episodio non ho potuto più scegliere di guardare altro, mi ha conquistato come si conquista un regno, con la forza e l’astuzia. Ho scaricato sul PC tutte le otto stagioni, ognuna di dieci episodi da 50 minuti. Per vederle non mi serve la TV, non mi serve internet. E proprio ieri il modem ha smesso di funzionare, anche quest’altro segnale si è perso nell’etere. Mi sono innervosito, devo chiamare il tecnico. Ad oggi spero che a, casa mia, internet non faccia la fine della TV. Se non pubblicherò più sul blog almeno si saprà perché.

La fine della ragione

Recchioni è un grande e anche un po’ paraculo. Poteva essere una grandissima opera, i presupposti c’erano tutti, a cominciare dai disegni veramente magnifici, efficaci, al punto da renderlo più un libro di illustrazioni che un “semplice” fumetto. Il tema di fondo è attuale, ben rappresentato dal titolo e arriva dritto al punto. Ma ci arriva troppo presto. Dialoghi essenziali, scarni e un finale che sembra deciso in fretta e furia rispetto alle promettenti aspettative della prime pagine. Pagine tra l’altro piuttosto spesse. Si legge e si sfoglia in poco tempo e non vale il prezzo, riducendosi purtroppo ad un’ottima operazione commerciale. Recchioni è fatto così, può permetterselo. Un altro autore non sarebbe nemmeno arrivato alla pubblicazione.

Roberto Recchioni – La fine della ragione

Rughe

Meraviglioso. L’ho comprato casualmente tre ore fa perché non avevo niente da leggere in metro e l’ho finito appena arrivato a casa, non volevo interromperlo. Tratta un tema che non ho mai considerato, l’Alzheimer, e che invece dovrei considerare già da molti anni, almeno così dice chi mi conosce e sa quanto io sia rincoglionito. Questo racconto però non lo dimenticherò, sia per la storia commovente e avvincente al tempo stesso (possono essere avvincenti le giornate di un gruppo di anziani in una casa di riposo? Sì) sia per gli aneddoti che riguardano i protagonisti (quello dell’imbroglione è semplicemente una favola) sia per i personaggi i cui volti ben disegnati trasmettono, spesso contemporaneamente, sentimenti diversi come tenerezza, tristezza, rassegnazione, simpatia, empatia, pena, rabbia. E soddisfazione, per aver scovato un’opera sorprendente.

Paco Roca – Rughe