L’amico immaginario

Se tu sei mio amico o amica, e lo sei perché hai superato le prove di fiducia costruite negli anni (ma anche solo nei mesi) attraverso confidenze reciproche, serate insieme, apericazzi (occasioni in cui ci si incontra in un locale dopo il lavoro per una birra che diventa due birre, grandi, forse tre, si mangiano arachidi e patatine con nonchalance e ci si racconta le proprie disavventure, mai una gioia), tag su Facebook che puntualmente rimuovo, amici comuni, socialità virtuale e reale e altra roba che crea simbiosi, ecco, per me fai parte di una cerchia ristretta di individui che si contano sulle dita di una mano: quella dei contatti rapidi sul cellulare, con tanto di foto sorridente e nomignolo perché, se sei mio amico o amica, io non ti chiamo col tuo nome come fanno gli altri ma con un soprannome, riservato a pochi, gli intimi, gli amici appunto. Un nomignolo cazzone per gli uomini, che spesso è il cognome storpiato; un nomignolo delicato per le donne che spesso è un diminutivo. Cioè, se la tua faccina è sulla schermata principale del mio telefono, significa che io ti chiamo spesso o ti scrivo e so che tu fai altrettanto e così, per me, siamo amici. Sulla quella schermata, sei in compagni dei miei genitori, di mio nipote, di mia sorella, del mio capo, del mio compagno di banco, tutte persone che non chiamo mai ma che però sono le più vicine. Tu fai parte di loro.

Insomma un amico è questo e io non so se il mio nome è tra i contatti rapidi del tuo telefono, però so che sono tuo amico secondo gli standard del genere. Ti ho ascoltato, consigliato, sopportato. Ti ho preso e portato a casa, sono uscito con te quando non volevo perché tu avevi bisogno e gli amici, si sa, in quel momento lì ci sono. Insomma, sono stato bravo. Non ho fatto cazzate, non ho parlato male della tua ragazza (o ragazzo o marito o moglie che sia), non te l’ho rubata, la ragazza, non ci ho provato con te (amico donna)… queste cose le facevo da giovane, adesso ho smesso. Perché ci ho messo un po’ ma ho scoperto che l’amico “è qualcosa che più ce n’è meglio è”, “è un silenzio che può diventare musica”, “oh, oh oh oh, oh oh oh, oh oh oh, oh oh oh” (cit. Dario Baldan Bembo) e insomma è una bella melodia.

Solo che poi sei scomparso. Senza motivo. Non sei morto “purtroppo”, non ti sei fidanzato né hai partorito, non ti sei trasferito all’estero. Semplicemente sei andato via, nascondendoti tra la folla, al buio, in mezzo mille maschere. Non ci volevo credere. Io non sono un amico che non chiede nulla in cambio, io pretendo di essere ricambiato, non ci sono cazzi né apericazzi che tengano. Ti ho cercato, trovandoti anche, imbattendomi in cloni che avevano la tua voce ma non il tuo volto. Mi hai bidonato, mi hai garantito che non avevo fatto niente di male, ti sei accollato qualche responsabilità, senza però darmi mai una spiegazione della distanza che hai messo tra noi. Ci siamo visti sempre meno, a meno che non “costretti dalle circostanze” e comunque in mezzo a tanta altra gente, hai smesso di raccontarmi della tua vita limitando i discorsi al calcio o al parrucchiere, le telefonate sono scemate, i messaggi da impersonali sono diventati vuoti fino a svanire e così, senza nemmeno accorgermene, mi sono stancato. In un attimo, tu non eri più nella home del mio cellulare, io mi sono ritrovato adulto e l’amico che pensavo di avere si è rivelato un amico immaginario.