Un senso di pace

In auto, facciamo un giro lungo il lago per una prima occhiata a Bled, visto che ieri era buio. Parcheggiamo e facciamo colazione nella zona residenziale, saliamo su una barca per andare verso l’isola. Sono barche a remi, a motore credo siano vietate. Complimenti ai barcaioli, ci vuole una certa abilità a trasportare fino a venti persone per un tratto così lungo (il giro dura un’ora e mezza, di cui 45 minuti sull’isola). Molto belle le foto che scattiamo dall’acqua lungo il tragitto. Perché Bled è un luogo meraviglioso. Dà un senso di pace. Sull’isola ci sono la chiesa col il famoso campanile, un negozio, un ristorante e poco altro, il tempo vola. Tornati, procediamo a piedi verso il castello che sembra parecchio in alto (e lo è) ma si raggiunge in meno di 20 minuti. Certo, in salita. Sembra interessante: terrazze con vista sul lago e botteghe che sorgono dove un tempo vi erano quelle originali del castello (la cantina, la stamperia, la fucina). Compro una tavola che cercavo da quando sono arrivato. Sono riproduzioni di quelle, decorate a mano, che nell’800 formavano le arnie delle api. Le rappresentazioni sono sempre curiose, non hanno un tema particolare, se ne trovano di tipo religioso, relative ai mestieri, ai lavori di casa o sui campi e raffigurano scene pungenti: sulla mia ci sono due diavoli che con una grossa ruota di pietra affilano “la lingua della pettegola”.

Torniamo al centro abitato e visitiamo i mercatini, in realtà pochi stand dove soprattutto si mangia e infatti mangiamo. Arriviamo in camera che è tardo pomeriggio. Ci rilassiamo con birra e patatine prese al Lidl a Lubiana e verso le 22.00 usciamo per aspettare l’anno nuovo. La zona dei mercatini è piena di gente, su un palco piccolo e ben allestito si esibisce una cover band dei Beatles (gli Help!, devo dire davvero bravi). Le persone piano piano si spostano verso la riva per i fuochi d’artificio ma, allo scoccare della mezzanotte, non succede granché a parte il chiasso. I fuochi iniziano poco dopo, piuttosto semplici. Sull’acqua fanno bruciare una grande catasta di legno che brucia, chissà se rappresenta qualcosa. I brindisi nel complesso sono quasi silenziosi, sono comunque contentissimo di stare lì. Con la compagn(i)a giusta. Ci scoliamo una bottiglia di prosecco ascoltando i Beatles. Freddo cane. Prima dell’una siamo in camera ed è il 2020.


Le tappe:
27.12.2019 – Due calici di rosso
28.12.2019 – Una fine di merda
29.12.2019 – Non si capisce un tubo
30.12.2019 – Non manca nulla
31.12.2019 – Un senso di pace
01.01.2020 – Una terra di mezzo

Non manca nulla

Altra mega colazione. Ieri ci ho campato tutto il cibo, vediamo oggi. Si va a Bled. Prima passiamo di nuovo da Metelkova per scattare due foto, le stesse di ieri sera essendo il posto desolato (tranne qualche turista) ma almeno la luce del sole mi mostra meglio quanto è assurdo questo posto. Al Lidl compriamo una bottiglia di prosecco per domani. Lungo il tragitto in auto, ci fermiamo a Škofja Loka e a Radovljica, due cittadine abbastanza carine e piccole, con una piazza centrale e qualche stradina da fotografare. A Radovljica mangiamo salumi e formaggi presso un’enoteca caruccia, nel senso di costosa, non carina. Il vino però è ottimo e pure il cibo.

A Bled abbiamo preso una stanza presso Guest House Vitaja, grande e molto curata. La nostra ospite è gentile, la camera rifinita, non manca nulla. Bled è il motivo per cui siamo in Slovenia. E’ tardi e non vediamo quasi niente, avremo tempo domani. Lasciamo i bagagli e ci spostiamo a piedi alle vicine piscine del Wellness Živa, con stupenda vista sul lago e sul castello. Bella struttura a vetri con diverse vasche su due livelli, una all’aperto e uno scivolo. C’è troppa gente, il servizio non è dei migliori (nessun assistente in giro, spogliatoi stretti, niente bagnoschiuma o shampoo) e l’acqua non ha la stessa temperatura in tutte le vasche, nella più grande sembra proprio freddina. Stiamo bene, tre ore volano. Passiamo in camera e, sempre a piedi, andiamo a cena da Old Cellar Bled, ottimo ristorante. Alle undici, sfiniti, siamo a letto.


Le tappe:
27.12.2019 – Due calici di rosso
28.12.2019 – Una fine di merda
29.12.2019 – Non si capisce un tubo
30.12.2019 – Non manca nulla
31.12.2019 – Un senso di pace
01.01.2020 – Una terra di mezzo

Non si capisce un tubo

Colazione abbondantissima. Dopo il cappuccino e una scorpacciata di fagottini al cioccolato e dolcetti vari, mi accorgo dei salumi, delle salsicce, dei formaggi e delle uova strapazzate, roba che solo all’estero riesco a mangiare alle nove di mattina. Ci dirigiamo subito verso il centro di Lubiana per visitare il castello. Vi si arriva con la funicolare e una volta in cima troviamo il panico: a parte la gente, troppa (è domenica, l’ultima dell’anno e c’è pure il sole), il percorso sulla mappa sembra tracciato a casaccio e quello dell’audioguida peggio. Per dire, dopo il punto 1 della mappa ci dovrebbe essere il punto 2 che invece si trova dall’altra parte del castello e soprattutto al punto 1 della mappa non corrisponde il punto 1 dell’audioguida che invece riporta, sempre per dire, il 7. Non si capisce un tubo. Il trucco è non seguire l’ordine numerico, semplicemente perché non esiste. Giriamo quindi a caso, scontrandoci con i passanti. La visita è una mezza delusione, oltretutto il castello è quasi del tutto ricostruito, non è affascinante come quello di Predjama (Castel Lueghi). Si salva la torre, molto alta, che permette di osservare l’intera Lubiana e un terzo di tutta la Slovenia.

Lubiana è diversa da ieri sera. I negozi sono chiusi e in giro ci sono solo i turisti. Compriamo qualche pralina di cioccolato e in un negozio che stampa magliette ce ne facciamo fare due per il Capodanno, con le nostre iniziali davanti, le tappe del viaggio sul retro e il proteo sulla manica. Vengono fuori davvero carine. Ci fermiamo per uno spuntino in un locale salutista in cui io prendo solo una birra e la giornata è praticamente finita. In effetti, stamattina siamo usciti tardi e al castello siamo rimasti pure troppo. Nella piazza centrale c’è Nonno Gelo (che da queste parti sostituisce, meglio, Babbo Natale) con tutta la banda pronta a partire. Ma non parte. La strada è transennata, aspettiamo un po’, poi ci stufiamo e ce ne andiamo verso Metelkova, il quartierino alternativo di Lubiana. Anche qui non troviamo nessuno, i locali sono chiusi. Si capisce però quanto è particolare il posto per le bizzarrie che si vedono nonostante il buio. Peccato. Immagino che ieri sia stato più vivo che mai.

Sono le sette passate, la temperatura è vicina allo zero, ci guardiamo in faccia e scappiamo in camera! In TV danno l’ultimo film di Terence Hill, “Il mio nome è Thomas”, abbastanza brutto, ma che gli vuoi dire a Terence Hill?


Le tappe:
27.12.2019 – Due calici di rosso
28.12.2019 – Una fine di merda
29.12.2019 – Non si capisce un tubo
30.12.2019 – Non manca nulla
31.12.2019 – Un senso di pace
01.01.2020 – Una terra di mezzo

Una fine di merda

Sveglia e poi colazione al bar sotto l’albergo. Le ciambelline al cioccolato Milka sono favolose, il cappuccino fa schifo. Prima tappa, la mostra delle farfalle, inclusa nel biglietto fatto ieri: è una delle peggiori esposizioni mai viste, non ho mai capito la bellezza delle farfalle. Andiamo verso le grotte, le famose Grotte di Postumia, tutte le attrazioni e i negozi stanno in duecento metri. La visita, guidata, prevede l’accesso su un trenino che percorre circa un paio di chilometri all’interno della montagna, poi un tratto a piedi di un altro chilometro e infine il ritorno con il trenino verso l’uscita. Lo spettacolo è meraviglioso. Il percorso sembra infinito, le grotte disegnano un paesaggio fantastico in cui le luci valorizzano al massimo stalattiti, stalagmiti, anfratti, cunicoli. La parte migliore è quella a piedi, da percorrere attraverso un sentiero che mi fa sentire in un altro mondo. Credo sia uno dei posti naturali più affascinanti che abbia mai visto, foto e video non rendono. Poco prima di riprendere il treno, la guida ci parla del proteo che qui possiamo osservare in una grande vasca pressoché buia. Apprendo che nel 2016, per la prima volta al mondo, è stato possibile osservare come questo serpentello si riproduce. Ha deciso di deporre le uova proprio in una delle vasche in cui qui viene coccolato. Ci spostiamo verso il Vivarium, dove troviamo il proteo e diverse altre specie di organismi che vivono solo in queste grotte. Altro che farfalle. Usciti, prendo un bicchierino per ricordo in un negozio di souvenir e mangiamo un altro panino nello stesso locale di ieri, non è che ci sia molta scelta.

Andiamo in auto (dieci minuti dalle grotte) verso il castello di Predjama, che in realtà si chiama Castel Lueghi. Pure questo è un luogo stupendo. Il castello è incastonato nella roccia, per metà infatti è stato costruito dentro una parete a strapiombo, a scopo di difesa. Vederlo dall’esterno è magnifico e la visita con l’audioguida è piuttosto interessante: tra le tante curiosità, spiega come questo maniero del Medioevo fosse stato concepito, ottocento anni fa, per proteggere gli abitanti dagli attacchi degli invasori e come si vivesse, male, al suo interno. Era il rifugio del cavaliere Erasmo di Lueg ed era ritenuto inespugnabile. I nemici però pensarono bene di corrompere un servo: la latrina personale del cavaliere era situata all’esterno delle fortezza e il servo, rivelando ai nemici quando il signorotto sarebbe andato ad evacuare, permise loro di bombardare la stanza, uccidendolo. Una fine di merda.

Lubiana. Si trova a 45 minuti di auto dal castello. Il nostro hotel (Hotel Nox) è poco fuori città, le camere sono differenti l’una dall’altra, ognuna con un proprio tema: a noi tocca quella “surf” con tanto di tavola sulla parete e arredo da spiaggia, davvero simpatica. Frigobar gratis, con patatine, birre, acqua e coca. Visitiamo il centro città che è buio. Siamo nella zona del mercato, pieno di gente e luci. L’impatto è piacevole. E’ sabato sera, per strada bevono, mangiano e passeggiano festeggiando nonostante il freddo glaciale. Prendo un vin brulè, rosso. Non sapevo esistesse anche bianco. Camminiamo lungo il fiume che attraversa il quartiere e gironzoliamo per le vie adiacenti, curate, illuminate in ogni angolo. Ceniamo in un pub, io mangio un panino che dimenticherò presto.


Le tappe:
27.12.2019 – Due calici di rosso
28.12.2019 – Una fine di merda
29.12.2019 – Non si capisce un tubo
30.12.2019 – Non manca nulla
31.12.2019 – Un senso di pace
01.01.2020 – Una terra di mezzo

Due calici di rosso

Lavoro meno di due ore ed esco. Treno. Volo per Trieste. Prendiamo a noleggio una Panda, comodissima, chissà che non diventi la mia prossima auto. Non ho mai attraversato il confine tra due stati guidando. Al confine con la Slovenia – non che ci avessi pensato – chissà che mi aspettavo. Tipo un casello o un posto di blocco, qualcosa alla Narcos o Breaking Bad insomma, con polizia di frontiera, controlli alle auto, inseguimenti, sparatorie, varie ed eventuali. Invece niente, c’è solo un cartello che non è quello della droga. Compriamo la “vignetta”, il bollino necessario per viaggiare in autostrada, visto che non esistono le barriere per il pedaggio, anche questa una cosa che ignoravo. Mi accorgo troppo tardi che ce n’era un’altro già attaccato sul parabrezza con lo stesso periodo di validità, sicuramente messo da quelli che avevano noleggiato la Panda prima di noi. Peccato, abbiamo sprecato 15 euro. In meno di un’ora arriviamo a Postumia. Alloggiamo all’Hotel Jama, a pochi metri dalle grotte che visiteremo domani. Fa freddo (da Trieste la temperatura è scesa fino a 2-3 gradi), vento gelido. In albergo, dopo esserci scolati il drink di benvenuto (due calici di rosso), compriamo un biglietto cumulativo per la visita alle grotte di Postumia, al Vivarium (il museo di zoologia delle grotte) e al castello di Predjama (Castel Lueghi), praticamente tutte le attrazioni di questo pezzo di terra. Il posto è piccolo ma ben valorizzato dai negozietti e dall’illuminazione. Mangio un ottimo panino con filetti di salmone da Magdalena Food & Fun, l’unico locale aperto alle 19.00, e scopro la Union, birra slovena (la scura non filtrata è proprio buona). Facciamo due passi ma in giro non c’è più nessuno e le attività sono chiuse. La camera è al quinto e ultimo piano, ci arriva solo un ascensore, mi sento un privilegiato. Ha la vista sulla vallata e anche la doccia è a vista, nel senso che il bagno per metà è separato da una vetrata coperta da una tenda. In pratica dal letto, volendo, si può osservare la doccia (il water per fortuna no). Non è una cafonata come sembrerebbe. La doccia è perfetta, il materasso pure.

Simbolo del luogo è il proteo, soprannominato “pesce umano” o “piccolo di drago”, un anfibio che vive nelle grotte più profonde ed è il più grande tra gli animali ipogei del mondo (arriva a 30 centimetri di lunghezza). Pare che possa digiunare fino a 12 anni e vivere fino a 100.  A vederlo (al momento solo in foto), è un vermicello con le zampette, ne vorrei uno. Mi incuriosisce parecchio, una forma di vita assurda. Qui viene raffigurato dappertutto, persino sui muri dell’hotel o sulle bustine dello zucchero al bar, senza parlare del merchandise (peluche, calamite, giocattoli, bicchierini, sculture). Ah, a proposito di souvenir, tutto è piuttosto caro. Non so se dipende dalla zona turistica o se è proprio la Slovenia a non essere esattamente economica. Lo scoprirò presto.


Le tappe:
27.12.2019 – Due calici di rosso
28.12.2019 – Una fine di merda
29.12.2019 – Non si capisce un tubo
30.12.2019 – Non manca nulla
31.12.2019 – Un senso di pace
01.01.2020 – Una terra di mezzo

Il cazzaro verde

Non si tratta di un saggio di politica, è un libricino abbastanza breve diviso in capitoletti con pagine spesso di poche righe, costa poco anche se io l’ho scaricato da un sito pirata ed è scritto da Scanzi, personaggio che seguo perché è preparato, sa parlare e mai affronta tematiche che non conosce (ha pure dei difetti eh, nei suoi scritti vengono fuori spesso). Tutto ciò per dire che avevo motivi sufficienti per leggerlo, oltre al fatto che il cazzaro verde, quando viene sbeffeggiato, merita attenzione perché fa ridere più del solito. Alla fine infatti il libro questo è: una raccolta di articoli e trascrizioni di episodi (memorabile il discorso del Presidente del Consiglio all’apertura della crisi di governo ad agosto) in cui viene, giustamente, celebrata la ridicolaggine del politico in copertina, che non nomino per non sporcare il blog. Chi si aspettava un’analisi politica sarà rimasto deluso: del resto, se fosse stata una lettura impegnativa, non avrebbe venduto tanto.

Andrea Scanzi – Il cazzaro verde

L’amico immaginario

Se tu sei mio amico o amica, e lo sei perché hai superato le prove di fiducia costruite negli anni (ma anche solo nei mesi) attraverso confidenze reciproche, serate insieme, apericazzi (occasioni in cui ci si incontra in un locale dopo il lavoro per una birra che diventa due birre, grandi, forse tre, si mangiano arachidi e patatine con nonchalance e ci si racconta le proprie disavventure, mai una gioia), tag su Facebook che puntualmente rimuovo, amici comuni, socialità virtuale e reale e altra roba che crea simbiosi, ecco, per me fai parte di una cerchia ristretta di individui che si contano sulle dita di una mano: quella dei contatti rapidi sul cellulare, con tanto di foto sorridente e nomignolo perché, se sei mio amico o amica, io non ti chiamo col tuo nome come fanno gli altri ma con un soprannome, riservato a pochi, gli intimi, gli amici appunto. Un nomignolo cazzone per gli uomini, che spesso è il cognome storpiato; un nomignolo delicato per le donne che spesso è un diminutivo. Cioè, se la tua faccina è sulla schermata principale del mio telefono, significa che io ti chiamo spesso o ti scrivo e so che tu fai altrettanto e così, per me, siamo amici. Sulla quella schermata, sei in compagni dei miei genitori, di mio nipote, di mia sorella, del mio capo, del mio compagno di banco, tutte persone che non chiamo mai ma che però sono le più vicine. Tu fai parte di loro.

Insomma un amico è questo e io non so se il mio nome è tra i contatti rapidi del tuo telefono, però so che sono tuo amico secondo gli standard del genere. Ti ho ascoltato, consigliato, sopportato. Ti ho preso e portato a casa, sono uscito con te quando non volevo perché tu avevi bisogno e gli amici, si sa, in quel momento lì ci sono. Insomma, sono stato bravo. Non ho fatto cazzate, non ho parlato male della tua ragazza (o ragazzo o marito o moglie che sia), non te l’ho rubata, la ragazza, non ci ho provato con te (amico donna)… queste cose le facevo da giovane, adesso ho smesso. Perché ci ho messo un po’ ma ho scoperto che l’amico “è qualcosa che più ce n’è meglio è”, “è un silenzio che può diventare musica”, “oh, oh oh oh, oh oh oh, oh oh oh, oh oh oh” (cit. Dario Baldan Bembo) e insomma è una bella melodia.

Solo che poi sei scomparso. Senza motivo. Non sei morto “purtroppo”, non ti sei fidanzato né hai partorito, non ti sei trasferito all’estero. Semplicemente sei andato via, nascondendoti tra la folla, al buio, in mezzo mille maschere. Non ci volevo credere. Io non sono un amico che non chiede nulla in cambio, io pretendo di essere ricambiato, non ci sono cazzi né apericazzi che tengano. Ti ho cercato, trovandoti anche, imbattendomi in cloni che avevano la tua voce ma non il tuo volto. Mi hai bidonato, mi hai garantito che non avevo fatto niente di male, ti sei accollato qualche responsabilità, senza però darmi mai una spiegazione della distanza che hai messo tra noi. Ci siamo visti sempre meno, a meno che non “costretti dalle circostanze” e comunque in mezzo a tanta altra gente, hai smesso di raccontarmi della tua vita limitando i discorsi al calcio o al parrucchiere, le telefonate sono scemate, i messaggi da impersonali sono diventati vuoti fino a svanire e così, senza nemmeno accorgermene, mi sono stancato. In un attimo, tu non eri più nella home del mio cellulare, io mi sono ritrovato adulto e l’amico che pensavo di avere si è rivelato un amico immaginario.

Non potrebbe esistere altrove

Quella cosa dei buoni propositi per l’anno nuovo mi ha sempre fatto pena. Mi ricorda i personaggi tristi che “da lunedì in palestra”, dopo aver preso sette chili in sette giorni di feste ed aver pagato con entusiasmo la famosa quota semestrale o annuale “perché conviene”. Tristi, non perché rimandano in continuazione l’espiazione delle presunte colpe e nemmeno perché sono ingrassati, anzi beati loro, grasso è bello se non è litigarello, dice il proverbio. Sono tristi perché vanno in palestra, stop, uno dei posti più deprimenti del mondo dopo la chiesa e il negozietto cinese sotto casa. Luoghi tra l’altro frequentatissimi, come appunto le palestre. Questo fondamentalmente perché tutti vogliamo farci un po’ del male se ne abbiamo l’occasione e luoghi del genere tirano fuori il male migliore che c’è in noi, non la cattiveria s’intende, ma il nostro lato nascosto, quello che vorremo non avere e che invece coltiviamo dietro l’angolo delle nostre debolezze. Se vai in palestra è perché non ti piaci abbastanza, se vai in chiesa è perché non piaci a dio, se vai dal cinese è perché non ti piace un cazzo.

Il mio lato nascosto, uno dei tanti oltre alla faccia, ha a che fare con i buoni propositi. Non mi è mai venuta l’idea di tirare le somme a fine anno, però mi sveglio ogni mattina con degli obiettivi a breve termine, piccoli o grandi che siano, e questo è male perché sto sempre ad inseguire qualcosa e, finché non lo raggiungo, non mi sento soddisfatto. Oltretutto, il mio lato nascosto, invece di combatterlo lo alimento, dato che gli obiettivi sono sempre tanti e si moltiplicano come i chili dei personaggi tristi della palestra. Come le preghiere. Come i cinesi.

Quindi io adesso sono pieno di buoni propositi e non perché siamo all’alba di un nuovo decennio ma perché forse sono un personaggio triste. Del resto, uno che si chiama Topper Harley non è di certo partito con il piede giusto. Nella vita proprio, sin da quando è nato, dentro questo spazio virtuale, sedici anni fa. Proprio il blog è il mio primo cruccio. Dovrebbe essere un habitat naturale, fatto di racconti e storie, e invece è diventato un portafotografie, nonostante la voglia di scrivere non si sia mai attenuata. Scrivo sempre meno qui e più altrove, tra agendine e fogli di carta e Word piantati in asso, ma vorrei invertire la tendenza, completare gli articoli che lascio in bozza, riempire la sezione dei viaggi con i diari che ho conservato, seguire i blog degli amici e magari cercarne di altri. Manca il tempo purtroppo e le altre cose in lista evidentemente hanno priorità maggiore. Oggi tuttavia mi sono armato di buona volontà, ho mangiato un panino in ufficio e sto dedicando la mia pausa pranzo a queste righe. Mi appresto a pubblicare un post vero, di parole vecchie e pensieri infantili, soltanto per coprire un buco e per ricordarmi che Topper non potrebbe esistere altrove, men che meno in palestra, in chiesa o dal cinese.

Il giudice e il suo boia

Quasi un anno fa, dopo interminabili ricerche in libreria terminate poi con il download pirata sul Kindle, sono riuscito finalmente a leggere “La promessa“, scoprendo Dürrenmatt. Da allora ho messo nel mirino questo suo altro romanzo, di cui avevo letto curiose recensioni: chi lo ha apprezzato fornendo argomentazioni e significati a cui non sarei arrivato e chi lo ha denigrato senza troppe giustificazioni: è noioso, ho capito subito chi era l’assassino, ho faticato a finirlo. Mah. Se una cosa non piace, capisco che non si perda tempo a scriverne i motivi. Ma allora sarebbe giusto non scrivere proprio niente. Fatto sta che a me questo giallo-noir-poliziesco è piaciuto e non sarò certo io ad elogiarlo come merita, perché non ne sono capace. Però posso dire che, innanzi tutto, è breve e non può avere niente di noioso, se non quattro righe descrittive ogni tanto. E’ invece ricco di intermezzi che rappresentano veri e propri colpi di scena e che, volutamente, passano quasi inosservati. Alcuni dialoghi ad effetto includono frasi che hanno un qualcosa di geniale. La scoperta dell’assassino non è il fine a cui vuole arrivare l’autore (Dürrenmatt pare sia questo, un giocherellone), nonostante la sorpresa nelle ultime pagine. Il rapporto tra i protagonisti, la natura umana, l’astuzia e l’inganno sono i temi, a mio avviso, su cui porre attenzione ma fondamentalmente uno può anche non farlo: un bel libro è un bel libro anche senza porsi troppe domande.

Friedrich Dürrenmatt – Il giudice e il suo boia

Il potere del cane

Un romanzo alla “Narcos” da cui però non ha copiato niente, essendo stato scritto dieci anni prima della serie TV. Non ci sono le puntate ma capitoli che si allungano eccessivamente negli anni raccontando una specie di saga della lotta ai narcotrafficanti, con vicende personali a fare da contorno, in cui solo alla fine – e per fortuna – sembra trionfare la giustizia. Sembra, perché tra miriadi di schieramenti che vanno dall’FBI alla CIA, dalle FARC alla DEA, dai CCCP ai CSI, dal PD a M5S, non si capisce mai per chi tifare e, se per caso spunta un personaggio simpatico, ecco che lo ammazzano. Si salvano il protagonista, perché e figo e buono, e una bellissima escort che quando entra in scena fa sbavare il lettore. Naturalmente il protagonista figo è l’unico che non ci va a letto. Quindi no, la giustizia non trionfa. Però è stato bravo Winslow a farmelo credere ed a tenermi lì, pagina dopo pagina.

Don Winslow – Il potere del cane