I secondi che diventano primi

Quel tic tac scandito all’infinito dalle lancette non dà mai il giusto valore al secondo, serve invece alla causa del minuto, dell’ora, per definire un tempo che non è attimo. Il secondo è attimo, quando scivola tra le dita, fugge, corre e, a volte, arriva primo. Allora diventa il più importante.

Il vuoto che passa ogni tanto per la testa e che, per distrazione, ti può cambiare l’esistenza. Il concentrato di tutte le parole e gli sguardi mischiati in un tocco di labbra di una persona che saluti e non sai se rivedrai. Il sorriso finto e fugace di un bimbo che si mette in posa quando stai per scattargli una foto. Il tuffo dal blocchetto prima di una gara importante. Il dito che preme su Invio quando mandi un messaggio che speri riceva risposta. Questi sono i secondi che diventano primi, gli attimi per cui alla fine si vive.

Come quell’accordo maledetto dell’ukulele. E il fottutissimo barrè che porca di quella miseria.

Ci buttiamo?

Siamo in quella che credo sia casa tua, riconosco il letto. Tu sei vestita di nero, io indosso una giacca e mi sistemo di continuo i capelli come fanno certi nuotatori intervistati in TV al termine di una gara. Penso di non averli in ordine, non li ho mai in ordine. Mi porgi un calice di Amarone, non so nemmeno da dove sono apparso ma adesso siamo lì. Piove. Le luci sono soffuse e tu ti guardi ripetutamente intorno. Io temporeggio imbarazzato e ti scruto di nascosto, senza farti notare che ti sto proprio squadrando. Non porti il reggiseno, non si nota però me ne accorgo. Osservo le tue mani, i piedi nudi, lo smalto rosso e mi chiedo se il vino non stia facendo effetto. Non sono a mio agio, cerco di non darlo a vedere. Anzi vorrei mostrarmi sicuro benché sembri che tu abbia fretta di andare o di far andar via me. Resisto un po’, quasi ad importi la mia presenza per i pochi minuti che mi restano. Sono certo che, uscendo da quella porta, non ti rivedrò più e quindi sorseggio con calma, decidendo sul da farsi. In testa, saprei pure cosa, non so se sia giusto, non so se tu lo voglia. Però, se mi ritrovo a casa tua proiettato da chissà dove, un motivo ci deve essere. Forse è Dio che mi ci ha mandato, Ronnie James intendo, per permetterci di ascoltare heavy metal. Dalla tasca invece tiro fuori un vinile di David Bowie e provo a metterlo sul grammofono. Non funziona, non gira nemmeno. Diluvia e non so come muovermi. Provo anche ad avvicinarmi a te ma non riduci lo spazio che ci separa. E allora mi sposto verso la finestra. La apro ed è come se ci fosse una cascata fuori che nasce dal tuo balconcino.

“Ci buttiamo?” dico.
“Ma sei matto? Chiudi che mi fai freddo” rispondi.
“Io mi tuffo, che può succedere?”
“Tu sai nuotare…”
Non è saper nuotare che conta adesso, è capire se vuoi tuffarti“.
“Non ci penso proprio!”
“Io sì, sempre meglio che uscire dalla porta”.
“Sei pazzo”.
“Anche tu lo eri”.

Finisco il vino con un lungo sorso. Prendo fiato, mi affaccio, ti guardo e ti dico che ti aspetto di sotto.
L’ultima immagine mostra me che ti guarda dal basso. Sei all’altezza di un secondo piano, mi osservi mordendoti le labbra, con le mani poggiate sulla ringhiera. Non capisco se vuoi saltare, sei indecisa. Non lo scoprirò mai. Non c’è una goccia d’acqua tutt’intorno. E tu mi sorridi.

L’ipotesi Gaia

Ci sono delle cose che, semplicemente, accadono. Possono farlo in tanti modi più o meno riusciti, dipende da quanto bene si incastrano le varie componenti. Ora, metti un giorno che non è un giorno qualunque ma una ricorrenza, in un momento di distacco dai ricordi, tra una doccia fredda e una sessione di ukulele. Prendi una foto, una sola. E una parola. O anche due. Lascia tutto al caos, prima che il tempo si intrometta. Perché è vero che il tempo aiuta ma a volte fa l’esatto opposto, nuoce e gravemente. Quindi non farne passare, segui l’istinto. Aggiungi l’atmosfera di una sera che diventa notte e che non finisce mai, con la sua luce in bianco e nero e la sua aria silenziosa. La chimica, non dimenticare la chimica. Poi respira. Utilizza le parole, la più potente droga usata dall’uomo. Ascolta le pause, libera i pensieri e tienine uno costante in cima agli altri. Moltiplica per due. Qualcosa succede.

James Lovelock, che a differenza di quanto possa suggerire il nome non è un attore porno ma uno scienziato con gli attributi, sostiene che Gaia, la Terra, sia un unico organismo vivente autoregolantesi, ossia che l’atmosfera, la crosta terrestre, i mari e tutte le componenti geofisiche del pianeta si mantengono in condizioni ideali alla presenza della vita proprio grazie al comportamento e all’interazione degli organismi viventi, animali e vegetali. Gaia quindi vive ed è il suo profumo che mi sembra di sentire quando soffia il vento da nord. Perché è vero che il vento porta via i cattivi pensieri ma a volte invece porta con sé sensazioni nuove da mondi rotondi e sconosciuti. E te le lascia sulla pelle, attaccate come un abbraccio.

Io, che a differenza di quanto possa suggerire il mio nome non sono uno scienziato con gli attributi e – purtroppo? – nemmeno un attore porno, sono affascinato da Gaia. Anni fa, su questo stesso blog, ricordo di averne parlato come una teoria interessante. Allora non ero felice, però ero spensierato. Oggi non sono né l’uno né l’altro, sono libero e incasinato e questo è tutto ciò che mi resta dell’amore. L’ipotesi Gaia arriva all’improvviso, come un libro su cui cade l’occhio per la copertina accattivante e che, a sorpresa, cattura pagina dopo pagina perché incuriosisce, perché tratta un tema per me importante. Un’idea che ha le premesse giuste per diventare un fatto da vivere non con gli attributi e forse non ancora con il cuore ma sicuramente con la testa, io che di fatti ho avuto tanto bisogno e che per anni mi sono dovuto inventare. Gli elementi ci sono già tutti: incredulità, follia, serenità, superbia, perfino rabbia e perdono, giusto per citarne alcuni. Ma sono ai primi capitoli, c’è molto altro da leggere. Soprattutto c’è molto altro da scrivere. Ogni componente si sta integrando perfettamente con le altre per creare sintonia in uno spazio sempre meno ingombrante, per spostare avanti le ore, scuotere il tempo e rimandare di continuo quel qualcosa di primordiale che è il sonno. Quanto mi è mancato il sonno, l’ho desiderato a lungo. Adesso vorrei non arrivasse mai mentre quella voce, un sussurro nell’orecchio, mi chiede: quindi, cosa succede? Succede che sei bella.

Niente

Ci penso, non è che non ci penso. Ieri ho trascorso la serata in compagnia, una casa nuova, una panoramica sul mondo, un tramonto sullo sfondo e una pizza sullo stomaco. C’erano discorsi, risate e i requisiti per arrivare a notte fonda finché, all’improvviso, sono venute fuori le ciliegie. A lei piacevano da morire. E un attimo di blackout ha preso il sopravvento: la compagnia è scomparsa, il tramonto si è spento e lo stomaco ha mostrato i suoi vuoti. Il momento è durato poco ma è bastato a farmi ribollire il sangue e a chiedermi come cazzo sia stato possibile arrivare a questo punto.

Io l’amavo più di chiunque altro e ora il solo ricordarla mi fa venire la nausea. Lo schifo. Non capisco perché quel sentimento enorme, tanto bello e forte, certificato pure sul blog da pagine e pagine a lei dedicate, si sia potuto trasformare così radicalmente in poco tempo. Uno schiocco di dita e taaac, da amore a odio. Beh, in realtà il tempo non è stato proprio poco. Non contento di due anni di falsità, scoperte perché non c’era più posto per nasconderle, per altri dodici mesi ho covato rabbia, frustrazione, umiliazioni ed innumerevoli delusioni che il mio cuore innamorato mi ha impedito di vedere e che sono scoppiate tutte insieme. Avevo provato a staccarmi e ci stavo riuscendo, consapevole di aver dato più del massimo per tornare con lei e di non poter aggiungere altro. Come gli ex alcolisti, stavo contando i giorni in cui non c’era stato alcun contatto tra noi, li descrivevo su un diario ed ero arrivato a 73, ovvero a circa due e mesi e mezzo. Lei però non lo ha accettato e si è rifatta viva, di nuovo: parole con cui diceva di amarmi immensamente, di non poter vivere senza di me, pregandomi di non farle fare qualche cazzata ché, scriveva letteralmente, stava morendo. Il suo blog è tuttora pieno di post per me con riferimenti persino alla musica che ascoltavo. L’ho ignorata per giorni, non volevo fidarmi, troppe volte mi aveva fottuto in maniera così subdola. All’ennesimo messaggio, maledetto me, ho ceduto. L’amavo, come avrei potuto ignorare una sua richiesta di aiuto? Con il freno a mano tirato per paura, le ho risposto, abbiamo ripreso i contatti, il dialogo, ci siamo visti. E’ stato bello, per carità. Ero quasi felice, ero lì perché lei mi voleva e, chissà, forse avremmo potuto ricominciare. Ho messo da parte le illusioni mancate e le botte che avevo ricevuto e le ho creduto, starle vicino era tutto ciò che desiderassi. Così mi ha ripreso in barca e non ho perso occasione per dimostrarle quanto ancora l’amassi. In tutto ciò, cosa ha fatto lei?

Niente.

NIENTE.

N I E N T E .

Mi viene da vomitare al pensiero. Mi aveva supplicato ancora una volta di tornare per tenermi lì buono, fermo nel limbo, senza essere capace non dico di saltarmi addosso ma nemmeno di tenermi la mano o dirmi a voce una parola dolce. Lei che stava morendo senza di me. Lei che continua a parlare di amore. Lei che ha chiesto umanità e che solo la vergogna mi impedisce di riportare qui cosa è stata capace di farmi negli ultimi anni. Lei che si è persino incazzata, rispondendomi in malo modo quando, con le lacrime agli occhi, una settimana fa ho osato farle notare quale ennesima porcata capolavoro stesse compiendo nei miei confronti. Nemmeno in un romanzo o un film ho trovato similitudini con il trattamento disumano che ho ricevuto da lei, La Più Bella Ragazza Di Tutti I Tempi, tuttora convinta di amarmi.

Ho bisogno di scriverne, per me stesso, per ripetermi quanto sia stato ingenuo a consentirle di prendere di nuovo terreno. Chi me li restituisce gli anni che ho perso dietro ai suoi inganni? Non si è trattato di una storia bella che arriva al capolinea, quello sarebbe stato normale. Invece è stato l’inferno, il casino che ha creato giocando con i sentimenti è abominevole. Vorrei scriverci un libro, se non fosse che al momento non sono capace di ripercorrere quasi tre anni di sofferenze. Tra l’altro, ora che sono un po’ più lucido, al di là delle parole, non ricordo un solo gesto carino né un pensiero spontaneo che lei abbia avuto per me ultimamente e non lo ricordo perché non c’è stato.

Le ho mangiate le ciliegie, a me non hanno mai fatto impazzire. Ne ho mangiate due o tre e l’unica spiegazione che do a questa storia è che io sia stato stupido e che lei non stia bene di testa, sarebbe una parziale giustificazione a suo favore. Cioè io spero sia così. Spero stia male e glielo auguro per giunta. Vorrei che ogni volta che si guardi in faccia allo specchio, un brivido la colga e la faccia soffrire, anche solo per un secondo, per il dolore che mi ha dato e che – sappiamo io e lei perché – mi continuerà a dare. Peccato che non lo scoprirò mai, resterà un desiderio di cui non avrò alcuna conferma. Lei per me è morta, non incrocerà più la mia strada né scambieremo mai una parola. Del resto lei stessa affermava che sarebbe morta senza di me, bene. Ma non muore, anzi ho motivo di credere che ora se la stia spassando in compagnia.

Sto elaborando questa forma di odio e sì, non è l’agognata indifferenza, è pur sempre un sentimento e bla bla bla. Basta scorrere indietro il blog, leggere due righe o guardare qualche foto per avere idea di quanto lei fosse importante per me. Era tutto ciò che volevo dalla vita e adesso non è niente. O meglio non ancora, sto lavorando per renderla niente. Dimenticarla è impossibile, mi ha tolto pure i bei ricordi, non mi resta un cazzo se non la carcassa di un cuore che devo rimettere a posto e donare a chi se lo merita.

Del nuoto e di altri demoni

Ieri non è stato il 31 dicembre ma si è chiuso idealmente un anno importante che, guarda caso, anche se il caso non esiste, ha avuto inizio e fine tra il viaggio a Maiorca del 2017 e quello, sempre a Maiorca, del 2018. Da maggio a maggio, stessi giorni, stessa spiaggia, stesso mare. Chissà se Maiorca mi porta sfiga o fortuna. Nell’isola di Nadal, presso la Colonia Sant Jordi, si svolge puntualmente il “Best Fest – The Open Water Swim Festival“, un evento di gare di nuoto in acque libere a cui ho preso parte nelle ultime due edizioni: ecco, tra l’una e l’altra, la mia vita è cambiata per sempre.

L’anno scorso, la sera prima di partire, il mondo mi è crollato addosso e per i successivi dodici mesi ho attraversato un limbo di speranze e delusioni in cui ho dato tutto, e dico tutto, per cercare di rimettere insieme i pezzi di una storia che non sarebbe mai ricominciata. Quella volta, a Maiorca, ho gareggiato nella 5 km, la mia prima competizione in mare aperto. Al traguardo la persona che amavo mi stava aspettando, ma solo fisicamente, tutto il resto lo aveva lasciato a casa. A pochi passi da casa. Da allora mi sono dedicato anima e corpo al nostro rapporto nella speranza, da lei stessa continuamente alimentata, di ritornare insieme. Nel frattempo ho continuato a nuotare, è ricominciata la stagione in vasca e toh, è stata la migliore in termini di risultati da quanto faccio agonismo. Coincidenze? Non credo.

Non sono ancora entrato nella fase calante di un agonista, quella in cui i tempi del cronometro non si abbassano più. Ho continuato a segnare i miei personali su diverse specialità, dai 1500 stile libero ai 400 misti, mai però come quest’anno in cui l’ho fatto quasi ad ogni gara. Sino a maggio 2017 avevo “vinto” (concetto piuttosto relativo per chi conosce il mondo dei Master), due o tre medaglie. Solo in questa stagione ne ho prese sei o sette, ho perso perfino il conto. E, pur valendo meno di zero visto il numero di partecipanti, ho addirittura conquistato il mio primo oro, simbolico, ridicolo, ma comunque da ricordare. I progressi comunque li dimostra il tempo e non solo nel nuoto, nella vita in generale.

Così, mentre attendevo un ritorno, sono andato avanti come se ci fosse un domani. Sino a che non si è ripresentato l’evento di Maiorca, a cui mi sono iscritto in extremis. Ho un costante bisogno di nuove sfide: se l’anno scorso volevo assolutamente competere nella 5 km, quest’anno l’obiettivo minimo era la 10 km. Sono partito con mille dubbi e una sola certezza, quella di divertirmi, anche se al traguardo mi avrebbero accolto “soltanto”, si fa per dire, gli amici. Ho preso parte a tre gare: 1,5 km; 3 km; 10 km. Nuotare per 10 km è stato tanto bello quanto massacrante, specie per me che non avevo alcun allenamento sulle spalle… alle spalle avevo tante foto con il viso nascosto e altrettante pugnalate, difficile insomma. Dopo il sesto chilometro ho cominciato a vedere gli alieni, che poi erano i velocissimi canadesi che mi hanno doppiato. Ho visto boe che si moltiplicavano come i pani e i pesci e onde altre mezzo metro venirmi incontro sorridenti. E’ stata dura, eppure ne sono uscito. Sorvolo sul tempo che ho impiegato, non è degno di essere menzionato.

Ne sono uscito in tutti i sensi. Durante la scorsa settimana, lei stessa mi ha dato motivo di capire quanto ormai fosse cambiata. Non era più la ragazza che avevo amato immensamente, era quella che mi aveva fatto soltanto male e che in maniera subdola mi aveva di nuovo ingannato per riavvicinarmi. L’ennesima, dolorossima, coltellata è stata l’ultima che come uno stupido le ho concesso, anche perché non è rimasto spazio sulla mia schiena piena di ferite. Tornato a casa, lei era già un ricordo forte e insopportabile che mai più spero avrà modo di farsi vivo.

Questo lunedì, in attesa di Maiorca 2019 e di ogni minuto che ci sarà nel mezzo, inizia una fase nuova. Cioè deve iniziare. Non mi taglierò i capelli per cambiare volto né diventerò credente, resterò il cazzone che sono. Ieri tuttavia ho gareggiato probabilmente per l’ultima volta con la società che mi ha accompagnato per dieci anni e l’ho fatto nella piscina della società per cui dovrei tesserarmi nella prossima stagione. E’ un altro segnale, un altro giro di boa.

L’amore si trasforma (parte 2)

– Alla fine, con tanta rabbia e impotenza, l’amore si trasforma.
– In che si trasforma?
– Si trasforma in un senso di fastidio.
– Come succede?
Succede automaticamente, dopo tante pugnalate.
– Finisce così quindi?
– No, il senso di fastidio diventa rancore, poi il rancore diventa odio.
– E tu a che punto sei?
Sto consumando l’odio.
– Vuoi dire che anche l’odio si esaurisce?
– Certo, perché senza dubbio prima o poi arriva l’indifferenza e io la sto aspettando a braccia aperte.