Che continui a splendere

Non è stata soltanto la mia prima vera gara in acque libere, è stato molto di più, qualcosa che va oltre le bracciate, il nuoto, l’acqua. Ho affrontato cinque chilometri di onde, senza sapere quasi mai se stessi realmente andando nella direzione giusta. Le onde erano di quelle che, viste dalla spiaggia, non danno l’idea di mare mosso. A starci dentro però – e dover avanzare – altroché se era mosso. Per lo stato emotivo in cui mi trovavo, inoltre, quelle non erano onde, erano mazzate, botte sulla schiena, pugnalate nel petto. Quelle cose che tolgono il fiato, proprio l’unica ancora di cui avevo bisogno. Alzavo la testa per respirare e cercare la via, individuare le fottute boe che avrebbero dovuto segnare il percorso. Non solo non le vedevo, non riuscivo nemmeno a prendere aria e far arrivare ossigeno ai polmoni, al cervello, ai muscoli. E non perché non fossi allenato. Seguivo gli altri, sicuramente più esperti e a tratti mi affidavo a loro. Va così anche nella vita.

C’era dell’altro però. Mi trovavo in una situazione assolutamente nuova, mai affrontata prima. Nessun dubbio che sarei giunto al traguardo. Ma era proprio il traguardo a mettermi pressione, paura forse, ansia. Cosa avrei trovato? Non potevo fermarmi, dovevo scoprirlo. Non era importante il tempo, al suo non scorrere ormai ero abituato. Ho lottato con lui per mesi e ho resistito con tenacia, rialzandomi dopo ogni suo sgambetto. Sono ancora qui. Ciò che contava era nuotare in quel mare di emozioni e merda, toccare terra e superare la linea sottile tra il fatto e il da farsi.

I metri finali sono stati i più sfiancanti. Vedevo il gonfiabile che segnava la meta e guardavo oltre. Dovevo passare da lì ma mi interessava soltanto il dopo, lo scenario che avrei vissuto al termine di questo sforzo immane. Sportivamente parlando, la gara era stata fantastica, sapevo che stavo facendo del mio meglio e che, dal quel punto di vista, non avrei avuto niente da recriminare. In effetti, ho ben figurato. Ultime bracciate e mi alzo in piedi. Dieci, quindici metri di passo veloce e l’acqua piano piano lascia il posto alla sabbia. Percepisco gli incitamenti degli amici e finalmente supero il traguardo. Non vedo nulla se non ciò per cui avevo lottato, era lì ad aspettarmi. Il mio premio, la serenità.

Ho festeggiato, ho toccato il cielo. Ma le botte che ho preso le avverto ancora, sulla pelle, dentro il petto. Non guariscono mica facilmente, ci vuole tempo, maledettissimo tempo. Non a caso, io sto ancora là, sospeso, a cavallo del traguardo, tra il prima e il dopo. Saltello in avanti e mi catapulto in paradiso, salvo poi venire tirato indietro o, peggio, essere spinto indietro e tornare alla realtà. E’ pure vero che quello stesso paradiso è realtà, non lo sto affatto sognando. E’ un purgatorio lo stato in cui mi trovo, un limbo di attesa che mi mette a dura prova più dei cinque chilometri. Di cosa accadrà adesso mi importa poco. La cosa fondamentale è che continui a splendere, quel premio, ovunque sia la bacheca.