Il sapore del bronzo

Il fondatore dei moderni Giochi Olimpici, quel De Coubertin noto per la sua famosa frase, aveva ragione. Il suo principio è assoluto e ben rappresentato da quanto accaduto in queste giornate brasiliane in cui tantissimi atleti hanno dichiarato che già essere lì è stato un traguardo. Per molti, quasi tutte le seconde linee, competere e provare a superarsi è una vittoria. Ad eccezione solo dei campionissimi che si contano sulla dita e che puntano non solo all’oro ma anche al record e alla storia, il raggiungimento del podio rappresenta un sogno. La medaglia di bronzo li mette lì tra i più forti, non un gradino ma un promontorio sopra quelli che hanno “soltanto” partecipato. C’è un abisso tra il podio e tutti gli altri, così come c’è grande differenza tra una medaglia e altra.

Chi vince la medaglia d’oro è il primo classificato della competizione. Può darsi che non sia stato il migliore per tutta la stagione, che avrà avuto un po’ di fortuna o, chissà, che l’avversario più ostico da battere non abbia potuto gareggiare. Ma la medaglia al collo dice che chi la indossa ha vinto. Raramente succede per demeriti altrui o perché il fato ha voluto così, nella quasi totalità dei casi vince il più forte. E’ la legge dello sport. E vince perché batte uno o più avversari in una finale, li precede in una distanza o in una misura, fa più punti in una competizione.

La medaglia d’argento, per quanto possa essere importante, è la medaglia di uno sconfitto, di uno che poteva arrivare davanti a tutti e non c’è riuscito perché un altro, uno solo, lo ha battuto. L’argento era lì per vincere e non ce l’ha fatta. A differenza dell’oro, l’argento non è un obiettivo. Nessuno punta all’argento: i campionissimi puntano all’oro, i sognatori al podio e pertanto considerano il bronzo un trionfo. Se punti all’argento parti già sconfitto. Inoltre, negli incontri faccia a faccia individuali o in tutti gli sport di squadra, quando cioè c’è un tabellone, il bronzo chiude la propria competizione con una vittoria, felicissimo. L’argento saluta tristemente con una sconfitta.

Pure quando la storia parla e ricorda e dice “è arrivato secondo” o “è stato argento mondiale” aggiunge “alle spalle di…” dando lustro all’oro col messaggio tacito che sì, è stato bravissimo, ma c’era quell’altro. Per il bronzo no. “Bronzo olimpico” vuol dire per lo più che chi lo ha vinto era un fenomeno e chi se ne frega se non è stato oro, men che meno argento. E’ stato bronzo, è stato un vincente.

Nelle gare di street food, categoria fino a 66 kg. dell’individuale femminile, il bronzo è puntualmente appannaggio dell’arancina, sfera di riso dal sapore vincente, figlia della tradizione e madre di innumerevoli emulazioni. Lei, perché di una lei si tratta, non compete con l’oro e con la storia, ha già raggiunto l’immortalità e continua a farlo ogni volta che si eleva dall’olio in cui nasce. Quello che le dà il colore del bronzo, sporco e incrostato, che tale deve rimanere affinché, lei, non perda mai. E poi l’aspetto, sino al primo morso insignificante e anonimo, a sfera tonda o allungata, a nascondere il suo cuore di carne o burro che, una volta aperto, può solo battere e vincere la fame di gloria.

Annunci

23 thoughts on “Il sapore del bronzo

  1. Il baronetto mi sta sulle palle perché era un maschilista! Per il resto da ex atleta agonista posso dirti che quando gareggi lo fai per vincere,soprattutto contro te stesso.Se hai dato veramente il massimo anche il bronzo può essere una vittoria. Personalmente ho sempre gareggiato per vincere,non per partecipare:con tutta la fatica e i sacrifici che si fanno!

    Liked by 1 persona

    1. Sì, diceva che lo sport rendeva le donne meno aggraziate… non era esattamente un tipo “moderno”.
      Io sono uno di quelli che nel nuoto può puntare al podio in rarissime occasioni, ma con me stesso sono sempre molto competitivo e ancora mi stupisco quando mi supero.
      Che sport praticavi?

      Liked by 1 persona

  2. Bello l’accostamento sport/cucina. Arancine? Una delizia per il palato.
    Quanto alle medaglie, la tua riflessione che condivido mi ricorda ciò che pensavo all’epoca dell’Università. Esame: 30 ok, 29 un insulto; “dammi 28 cavolo, non trattarmi da scema, da poverina che non c’è arrivata.” Mi arrabbiavo davvero, sai? Ovviamente prendevo e incassavo. 😉
    Primula
    P. S. Buon weekend Alessandro. 😊

    Liked by 1 persona

    1. Sai, stavo riflettendo proprio sul bronzo, il podio, la sconfitta che vale l’argento proprio mentre mangiavo un’arancina. Ho iniziato a scrivere e tra un morso e altro mi sono accorto del valore di ciò che stavo gustando. E infatti l’ho aggiunto alla fine…
      Il tuo esempio è pertinente: il 29, così come l’argento, è un gran bel risultato ma ad un pizzico dal successo pieno. Il 28, per dire, è invece l’eccellenza per chi nemmeno credeva di poter superare l’esame.

      Mi piace

    1. Ti voglio bene, lo sai, ma il supplì è grande un quarto dell’arancina e, tolto questo dettaglio, gli somiglia solo nel colore. Per sapore, contenuti, preparazione, tradizione… il supplì ne ha di strada di fare, sono due specialità distanti come la Sicilia dal Lazio. Io comunque amo i supplì ma non perché mi ricordano l’arancina…

      Mi piace

Commenti?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...