23 marzo

Tre anni fa. Mai visti prima. Ci incontriamo a Roma Termini. Gente che va, gente che sviene. Come me che, al primo sguardo, vengo folgorato. E ancora non mi sono ripreso. Spero di non farlo mai, anzi ne sono sicuro.
Ma la cosa più bella è che… anche tu.

Eric l’anguilla

Sarà che nuoto, sarà che sono sensibile, sarà che mi piacciono le storie e mi piacciono di più se raccontano qualcosa di eccezionale ma questa qui, nonostante l’abbia letta e sentita raccontare decine di volte, a me fa sempre venire quei brividi capaci di trasformarsi in lacrime di commozione.

Alle Olimpiadi di Sydney del 2000, quasi casualmente si ritrova a gareggiare per il proprio Paese, ossia la Guinea Equatoriale (e sfido chiunque a dirmi esattamente dove si trova), un nuotatore di colore, Eric Moussambani, ventidue anni. Partecipa ai 100 metri stile libero esclusivamente perché rientra in un programma speciale riservato agli atleti originari dei Paesi in via di sviluppo. Lui infatti fino ad otto mesi prima non sapeva nemmeno nuotare, giocava a pallavolo e in vita sua non aveva mai visto una piscina olimpionica. Aveva imparato a stare a galla nell’acqua dell’oceano e dei fiumi, prima di potersi allenare, sempre da solo, in una vasca vera, che però era quella decisamente piccola di un albergo.

Malabo

Moussambani non ha mai gareggiato su quella distanza e non ha idea non solo di quale tempo possa realizzare ma nemmeno se riuscirà a concluderla, la gara. In realtà partecipa solo alle batterie di qualificazione: da lì usciranno gli otto migliori tempi che andranno poi a disputare la finale. Quelli forti, quindi tutti gli altri, sono irraggiungibili, lui deve preoccuparsi di dare il massimo davanti alle 17.000 persone che gremiscono il palazzetto.

Allora nel nuoto era permesso utilizzare il cosiddetto “costumone”, una tuta che copre quasi tutto il corpo ad eccezione di spalle e braccia. Moussambani non poteva permetterselo, prende parte alla batteria con un normalissimo costume, che indossa per giunta slacciato, e un paio di occhialini montati alla meno peggio. Gareggia con altri due nuotatori, un nigeriano e un tagiko, di certo nemmeno loro espertissimi. Infatti sbagliano, si tuffano entrambi prima del fischio del giudice e vengono squalificati per falsa partenza. Moussambani è solo.

Deve fare due vasche, andata e ritorno. Il suo stile non è lontanamente paragonabile a quello di chi pratica questo sport: fa una mezza “panzata” dopo il tuffo, avanza con la testa sempre fuori dall’acqua, le braccia che sembra stia affogando e le gambe larghe e basse. I primi 50 metri sono un mezzo calvario ma è dopo la virata, pessima, che la spinta inizia a mancare davvero. Va avanti piano piano, con una fatica incredibile. Non nuota, arranca. La gente, che prima fischiava, capisce cosa sta accadendo ed inizia ad applaudire fino ad esplodere in una standing ovation per accompagnarlo verso il muretto, lontanissimo. Quando arriva è un trionfo. Conclude con un tempo abissale, 1’52” e spicci, il peggiore della storia delle Olimpiadi. Gli “avversari” concludono generalmente i 100 metri in 47-48 secondi. Carlo Pedersoli, alias Bud Spencer, nel 1950 – primo italiano nella storia – li nuotava sotto il minuto. Io non arriverò mai a questi livelli, nemmeno se tornassi con la Delorean di “Ritorno al Futuro” nel 1950, a quelle Olimpiadi però avrei fatto molto meglio di Moussambani.

Quando esce dall’acqua, la folla è in estasi, lui è stremato eppure felice perché, come dirà poco dopo, “tutti facevano il tifo per me ed è stato come vincere una medaglia d’oro”. E’ una specie di eroe. I media lo ribattezzano “Eric l’anguilla”, la Speedo gli regala il famoso costumone che non aveva potuto comprarsi e lo sponsorizza per un tour in Europa. Gli procurano addirittura un interprete per dargli la possibilità di sostenere le centinaia di interviste che gli vengono richieste. Firmerà contratti pubblicitari per un bel po’ di quattrini e diventerà ingegnere, oltre che allenatore della squadra di nuoto del proprio Paese.

Per chi nuota poi l’impresa sportiva c’è stata davvero, perché Moussambani è riuscito negli anni a migliorare progressivamente il proprio tempo su quella gara, fino a portarlo a 57 secondi, crono non eccelso ma di tutto rispetto. Non è affatto facile. Oggi vincerebbe molte delle gare a cui partecipo io. Non si è crogiolato sugli allori né arreso, ha continuato ad allenarsi per dimostrare che poteva migliorare. E’ una lezione che insegna lo sport ed è anche una lezione di vita. Per me è pure una storia che mette insieme l’Africa e il nuoto, due mondi apparentemente inconciliabili e miei. Non poteva lasciarmi indifferente oggi che l’ho letta, decidendo di scriverla, per l’ennesima volta.

 

 

Eterna saudade

A Lisbona, nonostante avessi buoni motivi per evitarla, non ho potuto fare a meno di incontrare, conoscere, frequentare e amare una fantastica parola portoghese che risponde al nome di saudade. Il termine sarebbe già stupendo anche senza un significato, invece il significato ce l’ha e ho scoperto che è intraducibile in qualsiasi lingua. Ne parla persino la guida in un paragrafo dedicato: “come un pugnale che affonda nel cuore”, così i portoghesi definiscono questo particolare sentimento di malinconia. Una parola che non trova una traduzione adeguata nella nostra lingua, un mix di mestizia e nostalgia, tristezza e sentimentalismo. Mi sono proprio innamorato di lei, a tal punto da portarmela a casa. La saudade è l’ingrediente principale, a volte unico, del fado, il genere musicale per eccellenza del Portogallo. E’ lì che mi ha conquistato ma è qui e ora che sta dando il meglio di sé e me lo dimostra ogni giorno, con una passione a tratti soffocante.

Ho provato a inquadrarla da subito e, da bravo ignorante, il primo posto in cui sono andato a cercarla è stato Wikipedia. Mi si è aperto un mondo leggendo di lei e della sua storia. Perché chiunque, specialmente chi prova a scrivere, almeno una volta nella vita ha affrontato emozioni e sentimenti che non si possono descrivere con le parole; qui invece è la parola, fantastica, che non trova un suo preciso riscontro nelle emozioni e nei sentimenti, se non miscelandoli tra loro in un cocktail comunque non appagante.

Leggo che innumerevoli autori di lingua portoghese hanno provato a dedicare canzoni e poesie alla saudade e nessuno è riuscito nell’intento di trovare una definizione che non fosse personale. “La saudade è mettere in ordine la camera del figlio morto” (Chico Buarque), espressione terribile e meravigliosa, può darsi, ma c’è sicuramente anche altro. Sempre Wikipedia (OK, non sarà la legge, in giro però circolano le stesse informazioni), dice che si può avere saudade di molte cose:

  • di qualcuno che non c’è più;
  • di qualcuno che amiamo e che è lontano o è assente;
  • di un caro amico;
  • di qualcuno o qualcosa che non si vede da tantissimo tempo;
  • di qualcuno con cui non parliamo da molto tempo;
  • di un luogo caro (la patria, il proprio paese, la propria casa);
  • di un cibo;
  • di situazioni;
  • di un amore.

Io ho saudade di un po’ tutti questi punti. Persino del cibo, con la tiella, una specie di pizza/focaccia ripiena buonissima che ho potuto mangiare solo due volte nei miei anni e ancora me la ricordo. Ho saudade della Sicilia, una terra che mi manca e non mi manca per niente, e di una marea di situazioni che non vivo più e che vorrei vivere o forse voglio sperare di rivivere o che voglio vivere sperando.

Ancora Wikipedia: Antonio Tabucchi, raffinato conoscitore della lingua e cultura portoghese, spiega la saudade come un senso di nostalgia tanto legato al ricordo del passato quanto alla speranza verso il futuro. Cazzo se è vero. Mi identifico pienamente in ognuna di queste definizioni a tal punto da pensare – io che non credo in niente – che non sia stato un caso essermi ritrovato a Lisbona in una fase della mia vita un tantino tormentata. Il caso non esiste, diceva il maestro Oogway e chi non ha visto Kung Fu Panda merita la sua saudade.

Adesso vorrei quasi scriverci un saggio, prendendo e incollando tutte le interpretazioni che mi sono capitate tra le mani. Sarebbe però un lavoro infinito e alla fine inutile. La saudade non si può spiegare né raccontare. Vorresti non averla ma, se non l’avessi, ti mancherebbe perché ti farebbe sentire vuoto e rassegnato. Chiaramente, per provarla, deve trovarti in un contesto adeguato, non è mica una malattia che viene e va via. Io il mio contesto ce l’ho, la tiella, la Sicilia e tutto il resto e so che di saudade non si muore, eppure nemmeno si vive.