Scomparso

Avvolto nella nebbia, seduto su una panchina tra le tante disposte in circolo, mi chiedo quanto la mia presenza sia visibile nel giardino delle rose.

C’è un retroscena tragicomico che accompagna il mio incidente dei giorni scorsi. E’ una di quelle situazioni in cui niente va per il verso giusto ma in cui ogni tassello si incastra perfettamente agli altri per creare uno scenario impeccabile, nella sua negatività.

Sono lì sanguinante, disteso comodamente sull’asfalto, quando arrivano i soccorsi. Pure i bambini sanno che il ferito non deve essere spostato a seguito di un trauma e invece mi spostano e, oltre a slacciarmi il casco, mi tolgono pure la giacca, con il cellulare dentro, nella quale ero avvinghiato per proteggermi dal freddo. Se avessi avuto, che so, una lesione alla colonna vertebrale l’avrei lasciata per strada. La colonna vertebrale, intendo, e tutto quello che ci è attaccato intorno. Stavo andando in ufficio. Io non uso mai la Vespa durante la temibile stagione invernale – per me era inverno già da due mesi – ma non avevo l’auto che il giorno prima avevo dato al meccanico per alcune riparazioni. Ero quasi arrivato al lavoro quando mi sono prodigato in quelle acrobazie per aria e per terra e, tra botte, shock e giramenti, non è che avvertire i colleghi fosse stata esattamente la mia preoccupazione principale. E poi non ho saputo dove fossero le mie cose fino a tarda mattinata.

Al pronto soccorso, almeno due ore dopo, sono ancora immobilizzato sul lettino con un bel collare a bloccarmi pure il respiro. Capisco cosa provano i cani con quello elisabettiano per non leccarsi le ferite. Adesso sono ben cosciente ma non posso muovermi granché. Mi portano la mia roba: il casco, lo zaino con il PC e la giacca con il telefono che adagiano (leggasi “buttano”) tra le mie gambe. Gli infermieri ci sono ma non ci sono, nonostante il codice giallo evidentemente non faccio parte delle loro priorità. Allungo comunque un braccio e, dopo sforzi immani, riesco a trovare il telefono che, evviva, è spento. Credo sia guasto e chiedo di poter fare una telefonata, motivo per cui il personale si accorge improvvisamente di me e dà inizio alla festa: elettrocardiogramma, TAC, ecografie, medicazioni, operazioni che richiedono altre due orette. Tra una cosa e l’altra però, vedendo che il telefono non riporta nemmeno un graffio, penso che possa essere semplicemente scarico. Tolto il collare dopo la TAC, recupero il caricabatterie e, senza farmi notare (compito abbastanza facile dato l’ambiente e chi ci lavora), lo collego al macchinario di una vecchietta moribonda, un po’ di carica non le dovrebbe far male. Aspetto due minuti e telefono subito in ufficio, inconsapevole del finimondo che si era scatenato nel frattempo. In realtà in ufficio posso soltanto provare a telefonare, perché dentro il pronto soccorso non c’è campo. Resto quindi ancora disteso aspettando che il cellulare si risvegli un po’, il minimo per poter sgattaiolare fuori alla prima occasione e fare quella benedetta telefonata.

Quando ci riesco è già passata l’ora di pranzo, credo. Non ricordo bene, so che era tardi. Ho un infermiere alla calcagna che mi sta mordendo le caviglie per impormi, incazzatissimo, di rientrare. Accendo il telefono e una marea di notifiche se ne impossessa tipo poltergeist, facendolo vibrare e suonare per una decina di minuti. Sono oltre un centinaio tra SMS, avvisi Whatsapp, Facebook, e-mail, chiamate perse da ogni parte del mondo, piccioni viaggiatori morti di vecchiaia e tutti i canali social su cui ho un profilo. Trovo sul display amici che non sento da vent’anni e parenti che nemmeno sapevo fossero vivi, oltre a persone che avevo dimenticato di conoscere. Soprattutto trovo un messaggio dei miei genitori che a quell’ora avrebbero dovuto credermi al lavoro e che, fatalità, mi stavano cercando per un futile motivo. Senza chiaramente che gli rispondessi.

E’ successo che, ad un certo punto, non vedendomi arrivare e non avendo io preso né ferie né permessi, qualche collega si è domandato dove fossi finito. Mi ha telefonato e non mi ha trovato. Ha chiesto ad altri colleghi che a loro volta mi hanno chiamato. Inutilmente. Questi colleghi si sono rivolti ad i colleghi più intimi e i colleghi più intimi agli amici e gli amici a lei e lei ai miei genitori, i quali infine mi hanno cercato in ufficio per chiudere il cerchio nel nulla. Ero scomparso.

Un paio d’anni fa, un collega ci ha lasciato esattamente così. Abitava da solo come me e se n’è andato da questo mondo una mattina facendo colazione, senza che nessuno potesse rintracciarlo per oltre mezza giornata, salvo poi trovarlo privo di vita. Il panico in azienda è stato pertanto generato anche da un triste precedente. Ecco perché sono pure venuti a cercarmi a casa dove non c’erano né la macchina né la Vespa, lasciando supporre quindi che la mattina fossi uscito. Ma dov’ero?

Vanno persino dai carabinieri senza tuttavia poter far molto perché mi ero volatilizzato da troppo poco tempo. Memorabile – mi racconteranno dopo – la domanda di un appuntato: “non può essere che andato a fare una passeggiata?”. Le barzellette sui carabinieri…

Le ricerche si diramano ovunque, non solo in città. Mi cerca persino un’amica dal Brasile. Un amico scrive ad un mio contatto Facebook scambiandolo per una mia vecchia fiamma, omonima, e chiederle se avesse altri miei recapiti. Tramite il mio cognome arrivano e scrivono a parenti per i quali non sono mai esistito. Cercano tra gli amici di Mamma Africa, la mia associazione di volontariato. Chiamano il mio padrone di casa il quale, devo ancora capire perché, riferisce di un viaggio che mi stavo accingendo a fare. Vengono fuori le ipotesi più assurde, c’è chi pensa persino ad un rapimento. Davvero.

Lavorando io nelle telecomunicazioni si decide poi, tramite il capo dei capi, di rintracciare la cella del mio telefono, inconfondibilmente localizzata nei pressi del pronto soccorso. Riscontro che però non placa gli allarmi, anzi. Adesso sanno dove sono ma sanno come sono.

Alla fine comunque riesco a fare tre velocissime telefonate: ai miei, a lei e ad un collega, l’ultimo che ho trovato nell’elenco della chiamate. La mia voce, propagatasi come il verbo, tranquillizza relativamente i vari fronti. Tranne forse lei che, proprio mentre stiamo parlando, può udire le parole dell’infermiere mastino le quali, testualmente, dicono: “lei lo sa che ha delle lesioni epatiche e rischia di morire?“. Beh, non sono morto ma immagino che per un frangente sia morta lei per lo spavento. Delle lesioni in serata non vi era più traccia. Della giornata intera e delle sue vicissitudini spero di lasciare ogni traccia nella nebbia, presente perché non si può eliminarla, ma invisibile nel corpo e nella memoria.

Dalle avventure di quel giorno ho però imparato una lezione importante. Se mai dovessi vincere una grossa somma al SuperEnalotto (e dovrà essere proprio un miracolo visto che non ci ho mai giocato), tale da farmi decidere di sparire per cambiare vita, ecco, la prima cosa a cui devo pensare è prendere un permesso al lavoro.

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119 thoughts on “Scomparso

        1. L’importante è che si può raccontare (su due gambe e senza gravi conseguenze) come abbiamo detto altrove, che sia la moto quella distrutta e
          che siamo usciti presto da quei posti dove c’è una sofferenza a tratti insopportabile !! 🙂 bacio 😉

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        2. XD XD XD C I A O S O N O B E A T R I X del B L O G che P A RLA D I M A G L I A U N C I N E T T O ma anche pensieri e qualcosaltro
          … (può essere che così …. se non ti sto troppo antipatica qualcosa ricorderai 😉 XD
          favoloso abbi pietà XD !

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    1. Alcuni sono amici oltre che colleghi ed erano stati coinvolti direttamente nel triste precedente di cui parlavo. L’allarme sarebbe scattato comunque ma quei brutti ricordi hanno senza dubbio influenzato un po’ tutti.

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  1. Topper, ho letto tutto adesso, incidente e tua scomparsa! È andata benissimo, per fortuna. Che ansia nel leggere soprattutto il primo post, ho invece sorriso leggendo questo. Hai tante persone che ti vogliono bene e si preoccupano per te, è molto bello questo. 🙂 un abbraccio!

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  2. Anch’io ho letto tutto solo adesso e anche il post precedente.
    Innanzitutto ti auguro di rimetterti del tutto prestissimo e di non avere più alcun incidente.
    Nel mio paesello, una persona che tutti conoscevamo, 60 anni, è sparita per una settimana. Viveva da solo, ma aveva in paese parenti stretti ed amici. Non ricevendo risposta al telefono e nemmeno al citofono, poiché la sua auto era sempre parcheggiata in strada, alla fine hanno sfondato la porta e trovato la salma. E’ successo nel periodo delle vacanze, se si fosse dovuto recare al lavoro, forse lo avrebbero trovato prima.

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    1. Purtroppo se ne sentono tante di storie del genere e, al di là della tragica scoperta, l’aspetto più triste è la solitudine in cui questa gente viene a trovarsi. Niente di paragonabile a ciò che ho vissuto io, dopo due ore era già scattato l’allarme…
      Mi sono quasi ripreso del tutto, grazie.

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      1. Se ci rifletti bene, può succedere a chiunque, anche in casa propria: farsi male scendendo in cantina mentre in casa non c’è nessuno. Si potrebbe restare per ore senza alcun soccorso.
        Abbiamo la tecnologia che 50 anni fa non ci saremmo nemmeno immaginati eppure l’essere umano è più solo oggi che allora. Allora era raro vivere da soli, oggi è una conquista e anche una schiavitù.

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        1. E’ proprio così, anche i contesti sono numerosi, non credo si possa generalizzare. Vivere da soli è una conquista a vent’anni, a cinquanta è già un’altra cosa, un’altra vita. Quanto agli incidenti, possono capitare in qualsiasi momento e non è scontato che tanta tecnologia possa essere d’aiuto.

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    1. Se per “offline” intendi assente dal mondo social, beh, è una cosa triste… non so se è il tuo caso ma significherebbe che viviamo e siamo visibili solo lì. E’ un segno di quello che stiamo diventando, un profilo sui social. Se parli di reperibilità, cioè telefono spento, nessuna risposta da casa, è già diverso. Forse è una riflessione amara e sicuramente non riguarda te in prima persona ma ci sarebbe da riflettere su queste cose.
      Io mi sono quasi ripreso del tutto, non posso dire lo stesso della povera Vespa! Grazie per il pensiero.

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        1. Se ci rifletti, è una cosa assurda. Siamo così schiavi del cellulare, ma anche dei social, da non poterci permettere di staccare tutto per un giorno senza che qualcuno si allarmi.

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  3. ahahah,raccontato cosi’ e’ uno spasso…immagino meno l’averlo vissuto. Tutto sommato sei stato moooolto fortunato dai! Si, se vinci dillo a me, ci penso io a sistemare tutte le faccende in cambio di una cospicua somma e…manterro’ il segreto. giuro!😊😊😊😊😊😊

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    1. Piacere mio. In faccia in realtà mi sono trovato… l’asfalto. Non saprò mai quanto sono stato vicino a lasciarci le penne, in questi casi ogni minimo aspetto dell’incidente è determinante. Voglio pensare di non aver rischiato poi così tanto. Alla fine è come dici tu, sono esperienze che cambiano certe prospettive, soprattutto per la preoccupazione che ho dato a chi mi vuole bene.
      Grazie e a presto.

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  4. Alessandro mi hai fatto morire, 😀 pero’ e’ vero, se tutti ti pensano in un posto, nel tuo caso al lavoro, se non sei li’ succede un pandemonio, come ci hai raccontato, il fatto e’ che cosi’ facendo hanno fatto preoccupare i tuoi e la tua ragazza! E poi, per prendere un giorno di permesso o di mutua c’e’ tutto il giorno di tempo, o sbaglio, almeno quando lavoravo era cosi’! Un abbraccio grande, con tanto affetto, Laura!

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    1. E’ come dici tu, ma ad alimentare il panico in ufficio credo sia stato soprattutto l’episodio spiacevole di quel mio collega. E poi il fatto che il telefono fosse spento e che non mi trovavo a casa. Insomma, una cosa ha tirato l’altra e tutte non portavano da nessuna parte…
      Un abbraccio a te, Laura!

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  5. Ciao.
    Il racconto nel suo insieme sarebbe anche divertente, se non fosse che appunto si trattava di una esperienza vera e, appunto, dolorosa.
    Sono lieto che, tutto sommato, ti sia andata anche bene, perché abbiamo una esperienza familiare molto simile alla tua, finita purtroppo nel peggiore dei modi.
    In bocca al lupo!

    K!

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    1. Ora che è tutto a posto, dopo due settimane, posso anche riderci su. Ma sono cosa ho passato io e immagino cosa abbiano passato le persone che mi vogliono bene. Esperienza brutta e non saprò mai quanto vicina alla tragedia ma superata.
      Brutto leggere che nella tua famiglia non è stato così, non volevo sminuire il peso di certi eventi. L’ho fatto perché ha riguardato me in prima persona e perché, in fondo, l’ironia è sempre utile in queste circostanze.
      Sto molto molto meglio ora, grazie.

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  6. Vuol dire che sei amato e in qualche modo considerato, altrimenti saresti passato nel silenzio.

    Nel male a volte troviamo piccoli doni come questo. E stato un pò come esser stato presente al proprio funerale (toccati intensamente per favore è solo una metafora), un pò come cantava jannacci, e vedere un pò l’effetto che fa’.

    Io son contenta che tu sia qua a scrivere.

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    1. E’ andata come è andata, poteva andare peggio, poteva andare meglio, poteva non andare. Di certo mi ha fatto capire alcune cose e quali persone (oltre a quello di cui ero sicuro) si sono realmente preoccupate per me. Non penso sia stato uguale per tutti, così come non so quanto sia stato vicino al mio funerale. Mi piacerebbe esserci però, un giorno.
      Il piccolo dono resta ed è prezioso.

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  7. ho sorriso perchè so che stai benino. strano che non abbiano avvisato loro. comunque è utile inserire nel documento un recapito di emergenza per gli operatori del soccorso e/o forze dell’ordine che provvedono, in caso, ad avvisare il referente indicato. si evitano lunghe ore d’angoscia. ciao e facci sapere come va la convalescenza.

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    1. Hai pienamente ragione. Nel mio zaino, quello con le cose preziose di cui parlavo, quei recapiti ci sono. Il fatto è che ero cosciente e, dopo i primi momenti di shock, ho creduto che avrei avuto tutto il tempo per avvertire. Non potevo sapere che, dato il precedente di quel mio collega, l’allarme fosse scattato così in fretta né sapevo che il mio cellulare fosse fuori uso. E’ stato un susseguirsi di circostanze sfavorevoli. Le persone più strette tra l’altro, in circostanze normali, credendomi in ufficio, non avrebbero saputo nulla se non, dopo, dalla mia voce. Così invece panico ha generato panico. Ora comunque è tutto passato e anche io sono quasi completamente guarito, grazie.

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  8. Contenta di leggerti, vuol dire che stai bene!
    Tempo fa “perdemmo” anche noi un collega, il lunedì non si presentò al lavoro, i genitori lo cercarono qui… Era stato arrestato dopo una rissa in una trasferta di calcio.

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  9. Italia, paese meraviglioso. Incidente d’auto, frontale a sessanta all’ora contro station wagon a settanta. Colpo di frusta, spina dorsale fratturata di qua e di là, infermiere che arriva e mi dice, SU SIGNORINA, CON CALMA, SALGA SULLA BARELLA, MA FACCIA ATTENZIONE ALLA SCHIENA.

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    1. Ma, sai, io invece mi sono convinto del contrario proprio dopo questa esperienza. Sparire davvero è pressoché impossibile. Certo, non mi riferisco ai casi di chi vive solo e non ha contatti con il mondo (e ce ne sono di persone così, purtroppo) per i quali potrebbe passare qualche giorno prima di un allarme. Penso che tra conoscenti, vicini di casa, colleghi, senza parlare di amici e parenti, l’allarme scatti entro qualche ora, ovunque ci si trovi. Poi sì, il caos esiste e il caso ci mette sempre del suo…

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  10. E adesso il minimo che puoi fare, dopo l’apprensione che hai scatenato a tutta quella moltitudine di gente, è offrire una birra a ognuno e brindare allo scampato pericolo. Poi riprendi la vespa rimessa a nuovo e la tieni ben chiusa nel garage sino a primavera inoltrata!
    Ancora benritrovato, ciao 🙂

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    1. Lo farei volentieri, ma una birra per uno sarebbe mezzo stipendio! Comunque sì, sarebbe il minimo, soprattutto per chi si è reso disponibile anche nei giorni successivi, quando non potevo muovermi e avevo bisogno di aiuto.
      La Vespa ora è il mio cruccio principale perché i danni sono tali da superarne il valore per cui non so quanto mi risarcirà l’assicurazione.
      Spero vada tutto bene. A presto.
      E se sparisco di nuovo vienimi a tirare le orecchie!

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  11. Eh hai fatto una bella riflessione. Se uno vive solo puo anche sparire e poi…
    Per fortuna ci sono tante persone intorno… Deve essere stato proprio brutto x loro…
    Lo hai raccontato in modo simpatico e mi hai fatto sorridere viste anche le Non conseguenza. Anche noi a volte andiam in moto… Si deve stare attenti alle cretinate che fanNo gli altri prima che alle proprie gurda…

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    1. Penso che l’ironia sia un’ottimo strumento per affrontare qualsiasi difficoltà. Sono contento di averne un po’, anche perché non avrei potuto superare e raccontare momenti perfino più tristi dell’incidente.
      Sparire davvero credo sia quasi impossibile ma al tempo stesso è un bene non averne bisogno. Certo, a meno di una vincita al Superenalotto…

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        1. mmmm….. mica sempre però… a volte qualcuno o qualcosa che esce dalla porta rientra dalla finestra… o magari una cosa piccolina che cerchi di ignorare, poi ti giri un secondo solo ed ecco che ti agguata, oppure qualsiasi cosa ti riporta in mente ciò che non vuoi pensare….
          ma questa è un’altra storia!

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        2. E anche adesso ti rispondo con un ritardo enorme! Il bello è che avevo in mente di scrivere più spesso e di farmi un giro tra gli altri blog, invece sono tornato a sfruttare solo i momenti di pausa in ufficio…

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