Di partenze, gocce e mari

Cammina_ZigaAncora una volta, valigie pronte. Ecco quello che mi piacerebbe dire. Ma non ricordo di un solo mio viaggio o anche di una semplice gita fuori porta in cui il mio bagaglio fosse pronto entro un tempo ragionevole dalla partenza. Di giorni ne mancano ancora due e, come al solito, sarà l’ultima notte a suggerirmi cosa portare con me. E’ facile però, lo so già. Non serve tanta roba in Africa e ancor meno in quella parte di Africa, il Burkina Faso, dove il minimo indispensabile è un lusso.
Lo zaino di sempre, con il suo carico di ricordi, certezze e speranze, sarà sulle mie spalle. Di ricordi ne contiene parecchi perché insieme, negli anni, ne abbiamo viste di tutti i colori. Neri soprattutto, che colori non sono e chissà se vorrebbero esserlo. Di certezze lo zaino ne avrà poche, ma solide: un diario, la macchina fotografica, un libro e qualche indumento rappresentano tutto ciò che mi occorre fuori. Quello che mi occorre dentro è un altro discorso. E poi le speranze, che non richiedono molto spazio ma che hanno bisogno di nutrirsi proprio come i bambini laggiù.
Avrò anche un secondo bagaglio, perché la compagnia aerea me lo consente e sarebbe un peccato non sfruttarlo. Sarà una valigia rigida come la fame, con dentro semplici doni che regaleranno un sorriso a qualche fortunato. Il sorriso, a dire la verità, lì non manca a nessuno, grandi o piccoli che siano. Il problema, grosso, sarà individuare i fortunati. Ho vestiti per bambini e ragazzi, diverse paia di scarpe, caramelle, carta e matite, pensierini racimolati dagli amici. Uno sputo nel mare che non risolve nulla ma che può rappresentare un segno, come lo è la goccia che annuncia l’acqua dal cielo. Nonostante la terra arida tutt’intorno infatti, tra le nostre speranze c’è una pioggia di intenzioni e propositi che piano piano – i tempi africani sono lunghissimi – prendono forma. Quella valigia sarà pure una goccia ma i container che abbiamo fatto arrivare al villaggio, stracarichi di sogni e materiali utili ad un futuro concreto, sono una fonte d’acqua e i progetti avviati e i lavori realizzati potrebbero raffigurare un laghetto. E’ vero, siamo comunque in mezzo al deserto ma chissà che un giorno, a quella gente, al costo di prenderli per mano uno per uno e guidarli, non si arrivi a mostrare il mare.
Non il Mediterraneo però, che dal lato africano è inquinato di cadaveri e da quello europeo di parole, che puzza di petrolio e paura e che non ha più la linea nitida dell’orizzonte ma una striscia sfocata di sogni pericolanti, non certo quelli che vorremmo far piovere. La salvezza del Burkina Faso è la sua povertà che, paradossalmente, quando si parla di vite in gioco, diventa ricchezza: in quell’oceano di nulla, tutto sommato è ancora un’isola felice.

Il momento giusto

Quando manca la fine, di una storia, di un viaggio, di una vita, si cerca. Non siamo in grado di accettare l’esistenza di qualcosa che non abbia una conclusione. A parte Beautiful. Il finale è quello che ci serve e, se non lo troviamo, dobbiamo inventarcelo. E dopo, crederci.
A me accade quando scrivo, indipendentemente dal fatto che si tratti di documenti di lavoro, di articoli, di annunci o slogan, di post per il blog. Iniziare è facile. Argomentare, volendo, pure. Ma le ultime parole, quelle che suggellano lo scritto prima del punto finale, sono le più complesse, le più difficili da scovare. Perché non basta mettere punto, occorre metterlo quando si è certi che sia arrivato il momento giusto.
Ma come si fa a capirlo? Potrebbe volerci tempo che, del resto, è esso stesso una sequenza di momenti senza fine. Basta sceglierne uno e chiudere. Un momento giusto che non fallisce mai, ad esempio, si palesa quando si è stanchi e si comincia a desiderare una svolta, una pausa, una strada diversa da quella, sempre uguale, offerta dai binari. Quello è il momento migliore per mettere un punto. A una storia, un viaggio, una vita. Sperando magari che anche il posto sia quello giusto.

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