Essere e non essere

Funziona così più o meno ogni giorno. Non necessariamente in quest’ordine, ci alziamo, facciamo colazione, usiamo il bagno come meglio suggerisce il nostro corpo e, prima di uscire, indossiamo degli abiti. Beh, anche senza uscire. Soprattutto se quegli abiti non sono soltanto i nostri vestiti ma anche il nostro essere, il nostro modo di prepararci alla giornata che ci attende. Apriamo l’armadio di costumi che sta dentro di noi e prendiamo quello più adatto. L’importante è saper scegliere: un costume per ogni occasione e un morale per ogni costume. Altrimenti stona. Non puoi mettere il completino del calcetto quando vai in ufficio, così come non puoi presentarti euforico ad un funerale. Alle fine si tratta di indossare un nostro io in base agli eventi.
Personalmente non ho un armadio molto ampio. Durante la settimana di solito vado sul classico, anche perché sono quasi obbligato da ragioni d’ufficio, di lavoro, economiche. Prendo il mio essere più disponibile verso i colleghi, i colleghi amici e il capo, lo indosso con qualche accessorio come l’impegno, la serenità e la coerenza e affronto, senza alcuna forma di stress, le mie otto, nove o anche dieci ore da dipendente. La sera mi cambio velocemente, metto il costume da nuotatore, che non è lo slip col laccetto o almeno non solo quello, e vado in piscina. A livello di accessori, cambia il colore dell’impegno e la forma dell’umore. Tornando a casa, scelgo un altro mio essere ancora, che il più delle volte è quello senza molta testa, che svolge obblighi quali cenare e dormire in maniera meccanica e che comunque li finisce bene. Altre sere purtroppo, ma nemmeno tanto, l’ultimo abito la testa deve averla perché ho ancora da fare, da scrivere, da discutere, da mettere a posto, specialmente con le due associazioni che tanto mi appassionano. La testa è piena, il corpo stanchissimo e il mio io mi sta stretto, ne vorrei uno più grande, potente, instancabile. Eppure riesco comunque ad indossare quel che ho, del resto non ho mai seguito le mode.
Il sabato e la domenica metto il mio vestito migliore, quello da innamorato, quello che mi calza a pennello. Perché arriva lei. In realtà sono totalmente nudo. L’abito migliore è quello che non si indossa, è la propria pelle, il costume più naturale, libero e aperto. Lo trovi subito perché non devi cercarlo, lo hai nel cuore.
Capita, sempre nel weekend, come quello imminente, di dover indossare il costume da nuotatore delle grandi occasioni, quello vero, perché ho una gara e ci tengo a non sfigurare. Con me stesso soprattutto. Poi, in certi periodi dell’anno, devo frugare meglio nel guardaroba per andare a recuperare quei me che servono a vivere impegni più delicati. Un mio essere – senza presunzione – molto bello lo tirerò fuori il mese prossimo quando, con gioia enorme e inaspettata fino a poco tempo fa, tornerò in Africa e potrò farmi spogliare di corazze e armature dalla gente del villaggio che tanto ho imparato ad amare. Altri io li indosso quando viaggio o quando ritrovo la mia famiglia, i genitori, i nipotini. Anche per loro ho un abito speciale, buffo, informale e tanto generoso.
E’ chiaro che l’abito perfetto, forse perché troppo perfetto, a volte non fa sentire a proprio agio. A me succede quando mi ritrovo in una folla di due o tre me, troppa confusione. Nell’incertezza di quale sia il più pertinente, preferirei indossare un corpo disabitato e lasciarlo interagire con il mondo per procura, senza realmente esserci. Potrebbe essere una soluzione per evitare contrasti interiori, scelte difficili, ripensamenti. Ma non si può. Un nostro io, sia pure quello che dorme fermo e immobile e non sogna, lo abbiamo sempre addosso e ha le sue responsabilità. E’ giusto, altrimenti non saremmo. Eppure ci sono le eccezioni.
L’unico vestito che non solo non dovremmo mai indossare ma che proprio non dovrebbe stare nel nostro armadio è la maschera. Chi indossa maschere non indossa se stesso. Si nasconde agli occhi degli altri e ai propri. Si annulla e, cercando di mostrarsi per quello che non è, riesce solo a non essere. I non esseri sono come i non morti: si muovono, camminano, hanno una presenza ma niente altro. Non vivono e non muoiono. Non hanno un bell’aspetto e questo, forse, giustifica la maschera che diventa una necessità. Ci circondano, provano a strapparci la pelle e nutrirsi di un po’ di noi senza però riuscire a diventare migliori. Di quella pelle, del nostro abito, possono solo cibarsi, non indossarlo per cambiare. In un mondo ideale, i non esseri non sarebbero mai esistiti. Invece esistono e diventano sempre di più. Un giorno non ci sarà più nessuno.

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125 pensieri riguardo “Essere e non essere

  1. ho provato meraviglia nel leggerti…

    spero di mantenere tutti i miei vestiti nel mio armadio…

    ho la sensazione, spero non sia illusione, di aver buttato tutte le maschere… le ho indossate in passato, eccome, ma oggi sento di non averne per nulla bisogno…

    spero solo non sia soltanto una mia illusione…

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    1. Credo che possa saperlo soltanto tu. Pensare di non avere più maschere è molto diverso da averle e non usarle, se un passo avanti. Comunque, chi più chi meno, tutti abbiamo usato maschere. Spero anche io di non averne più bisogno.
      Ti ringrazio per le belle parole.

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      1. in realtà a volte credo che solo il giudizio di un prossimo che ti conosce così troppo bene potrebbe essere ancora più onesto di quello che noi stessi ci attribuiamo…

        perchè io penso che a volte nemmeno noi stessi riusciamo ad essere superpartes in quota tale da poter essere così sicuri dei nostri auto-giudizi…

        per altro credo che nessuno oltre noi stessi può conoscerci a livello tale da poterlo fare… quindi penso che più che sperare o affidarsi al giudizio di altri, dobbiamo cercare di fare tutto ciò che è nelle nostre possibilità e già sentirsi sicuri di non aver maschere o rendersi conto di indossarle una volta in meno è un risultato di cui andar fieri…

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        1. Andar fieri, altroché! Hai detto bene. Sottolineo “a volte”. Capita (siamo umani) di convincerci di essere naturali in determinate circostanze quando invece non lo siamo e un osservatore esterno, che ci conosce, se ne accorge subito. Averne di gente così intorno. Poi sta a noi accettare quel che eventualmente ci viene criticato e capire se fa parte di noi o meno. Possiamo anche farlo da soli. L’importante è rendercene conto. Se lo accettiamo abbiamo probabilmente già buttato via la maschera che in quell’occasione abbiamo indossato.

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        1. Beh, sì, è evidente che poi le metafore si sprecano e il gioco di immagini fa emergere differenze sempre più sottili. Le camicie di forza, appunto, ce le mettono gli altri, non scegliamo noi di indossarle. Ma anche in questo caso credo che abbiamo la possibilità di decidere quale abito (o accessorio?) di indossare: quello della ribellione, dell’accettazione, della sottomissione, della pazienza, dell’arrendersi… insomma, l’argomento è davvero vario. Capisco bene comunque cosa intendessi e ti ringrazio.

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  2. Io di abiti ne ho tanti, ci riflettevo proprio l’altro giorno. Ho tante personalità, dentro di me, e ogni giorno ce n’è una che prevale sulle altre. No, non sono pazza, semplicemente ogni parte di me ha bisogno di conquistarsi il suo spazio, perché altrimenti si sente soffocata. E per ogni occasione una è più adatta delle altre.
    La mia preferita è sicuramente simile a quella che tu definisci “essere nudi”. Io con lui non mi sento esattamente nuda, anche se “nuda” rende meglio l’idea della trasparenza e del totale affidarsi a qualcuno e lasciarsi conoscere. Preferisco pensarmi con un pigiama comodo e le pantofole, una mise che indica che ti senti a tuo agio, ti lasci andare e che non stai nascondendo nulla di te.

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    1. Ma tu sei una donna, è normale che il tuo armadio sia strapieno! Scherzi a parte, non mi sembra un limite, anzi. Dimostra che hai più vita e occasioni per mostrare un abito diverso. Anche quello del pigiama è un interessante punto di vista.

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      1. Ahahaha non credere! Non sono una che ha l’armadio molto pieno in senso letterale. Non amo andare in giro a fare shopping, lo faccio solo quando è indispensabile. Ho più abiti dentro di me che nell’armadio.
        Più che vita e occasioni diverse ho persone diversissime con cui al 99% rischi di stonare. E io stono spesso, perché preferisco indossare l’abito che mi va, piuttosto che usarne uno che s’intoni a loro.

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        1. L’abito che si intona a quelle persone può diventare proprio una maschera dietro cui nascondersi e che, piano piano, ci annulla.
          Sul tuo guardaroba non avevo dubbi. E’ quello del tipo di persone che apprezzo.

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  3. Io devo aver perso l’accessorio dell’ironia e della capacità di ridere, non so, saranno finiti nei bustoni della carità boh. ..
    Ma ho trovato qualche maschera che spero di riuscire a strapparsi presto.

    bellissime parole davvero.
    Ohh voglio vedere le foto dell’Africa eh?

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    1. Ahah, è una minaccia? Le vedrai, promesso.
      Ironia e capacità di ridere sono due cose diverse e credo che non si possano mai perdere del tutto. L’ironia soprattutto è uno strumento efficacissimo nei periodi difficili. Ho vissuto di ironia per anni. Poi ho anche ripreso a ridere. Sono certo che puoi farlo anche tu.

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  4. L’unico momento in cui ci si può permettere di essere nudi, è quando si è con se stessi. Ho provato sulla mia pelle che denudarsi completamente mette a contatto con l’altro la nostra fragilità. Ed è comprovato, mi spiace dirlo e non sono cinica, solo realistica, che prima o poi quell’altro, delle nostre fragilità, ne farà scempio. Piccolo o grande, non conta.
    Proteggersi con un velo non significa mentire. E’ un modo per aiutare l’altro, non dandogli pesi troppo grandi, illusioni troppo feroci.
    Io mostro me stessa senza esitazione, ma un velo mi protegge sempre: è il modo che ho adottato per dimostrarmi quanto valgo per me.
    Bella riflessione, ben scritta.
    Grazie
    Chiara

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    1. Il tuo velo è un abito significativo e l’esperienza ti ha insegnato a non farne a meno. Non c’è di criticabile nell’indossarlo sempre, è una tua scelta e poco o nulla toglie al tuo essere te stessa.
      Non penso che essere completamente nudi accanto a chi ti ama (se ti ama) possa portarci alla distruzione. Sono punti di vista, esperienze appunto. Quella del velo comunque è la metafora migliore: è vero, non menti e aiuti l’altro a comprenderti.
      Grazie Chiara.

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    1. Grazie! No comment su Pirandello che potrebbe rivoltarsi nella tomba e tornare ad essere per farmi non essere più. Ma capisco che vuoi dire. Tra l’altro ho riletto un annetto fa “Uno, nessuno e centomila”.
      Il nudismo casalingo appartiene a tutti noi e sì, è bello poterlo praticare anche se, detto così, sembra una cosa sessuale…

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  5. Questo post è magnifico!!!
    Mi hai ammaliato.
    Che dire….premetto che la maschera qualche volta l’ho indossata: sul palcoscenico quando facevo teatro e a carnevale, nei rari in cui sono stata invitata, e sempre ho messo la maschera contraria a me stessa, altrimenti che senso avrebbe? Quindi la strega, il militare, il pierrot…Quando indosso gli abiti non dimentico mai però di mettere la mia particolarità, quella che funerale o festa che sia, mi distingue dagli altri. Poi ho l’abito che più preferisco e credimi non ci rinuncio mai: me stessa, pieno di sfumature, di colori tenui e forti, di un collo alto per non farmi aggredire, di maniche lunghe per non farmi graffiare….ha solo un difetto: tanti “rattoppi” all’altezza del cuore, perchè più di qualcuno l’ha lacerato, mi piace portarlo scoperto, ma sempre l’ho ricucito con il filo d’amore di chi invece lo ha accarezzato.
    Ripeto: sei un mito!!!

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    1. Sei troppo generosa, grazie. Così però mi metti addosso un abito che non mi appartiene e infatti sono a disagio!
      Credo che di maschere ne abbiamo indossate tutti almeno una volta nella vita, per periodi più o meno lunghi. Quei rattoppi che hai e che ho avuto anche io, chissà, dipendono forse anche da questo. Riuscire ad indossare il vestito migliore in ogni occasione è un gran merito, non tutti ne sono capaci, al di là delle maschere. E’ una cosa che personalmente apprezzo tantissimo.

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      1. Mio padre mi diceva sempre: te stessa, solo te stessa e non aver paura delle conseguenze. Aveva ragione, è la mia filosofia.
        Ps Ma sei sicuro che l’abito non t’appartiene? Eppure ho preso bene le misure… 😉

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        1. Tuo padre aveva senza dubbio ragione e penso che tutti, sempre e comunque, crediamo di dover essere noi stessi in ogni occasione. E’ che poi di fatto non è sempre così e tanta gente non se ne rende conto.
          Sono certo che hai preso bene le misure, sei attenta e corretta nel valutare il mondo. Sono io che in certi abiti non riesco proprio a stare e, credimi, non è per modestia. Comunque grazie!

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  6. Bel post Topper, davvero. La metafora dell’abito è coinvolgente, rende l’esteriorità meno fatua. Mi spiego; credo da sempre che chi non è a disagio con se stesso possa indossare qualsiasi abito e rimanere fedele al proprio io.
    La maschera nasconde il più delle volte un atteggiamento opportunistico e non conto le volte che ho dovuto “pagare” per non essere stata per nulla mascherata. Questo abito non mi appartiene proprio e non so se è un bene, sai? Perché la maschera, nella sua accezione positiva, può essere anche una protezione per evitare di mostrare ad altri la parte migliore di sé che potrà essere usata a loro favore. A volte sarebbe meglio tenerla velata, ma a me risuta molto difficile.
    Un abbraccio e un felice weekend, ricco di emozioni! 🙂
    Primula

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    1. Ti ringrazio, Primula. Le maschere di cui parlo sono proprio quelle indossate per opportunismo o che comunque mostrano un lato di noi che non ci appartiene. Proteggersi a volte è sicuramente necessario ma non credo siano le maschere a doverlo fare. Nel gioco delle metafore vedo più utili gli accessori. La maschera ti copre, ti cambia e mostra un aspetto distorto mentre invece accessori, come può esserlo anche un velo sul volto, non snaturano e tornano utili all’occorrenza. E’ chiaro che le differenze sono sottili, ho capito bene cosa intendi. Oltretutto preferisco pensare che, attraverso un velo, chi vuole vedere come sei, senza fermarsi alle apparenze, possa riuscirci e non necessariamente per sfruttare a proprio favore il tuo essere.

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  7. che te devo di’? Il mondo è pieno di maschere e mascherati. Ci sono quelli che le indossano tranquilli perché fa parte di loro e chi le indossa tristemente incapace di essere se stesso. In realtà se ci pensi bene sono la causa dei mali del mondo e quindi posso confermare che questo post ha valore assoluto nella valutazione del comportamento umano.

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    1. E pure io che ti devo dire? Grazie. Mi ha fatto riflettere il pensiero su coloro che sono incapaci di essere se stessi e quindi indossano maschere senza rendersene conto. E’ quello che intendevo dicendo che un giorno non ci sarà più nessuno, ma non la consideravo una incapacità. Invece, purtroppo, c’è pure quella. Ed è perfino peggio.

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  8. Ma che bel post toppler! Fa riflettere e venir voglia di buttar giù un po’ di pensieri.
    Mi è piaciuto tanto tanto, tutti gli abiti che indossi, sei una bella persona, si legge in ogni tua frase. Buon fine settimana con vestito da nuotatore e da innamorato (poca roba addosso in entrambi i casi 😉 ).

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    1. Grazie! Sì, ho indossato poca roba nel weekend ma l’ho portata bene, perché sono rimasto me stesso. Sono una persona. Bella o no dipende dai punti di vista. Può darsi anche che sia il mio abito da blogger a farmi apparire così. Per altri magari sono una persona orribile. Alla fine va considerato anche questo: noi indossiamo il nostro abito e facciamo il possibile per essere ciò che siamo, ma la gente avrà comunque una propria opinione. Chiaramente mi fa un piacere enorme che la tua sia positiva!

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  9. Davvero un bel post, per il contenuto e per come l’hai scritto.
    Io ho un casino di vestiti. Ma proprio tanti ed alcuni bellissimi. Potrei essere una fashion blogger. Meglio di tante che si vedono sul web. Ma non li metto. Aspetto sempre “l’occasione per”, anche se è solo un paio di jeans con un taglio che mi sembra mi stia meglio. Sono un disastro la mattina davanti all’armadio e mi metto sempre le stesse cose. Su questo riflettevo proprio lo stesso giorno. Mi hanno chiesto: perché? Ovviamente ho risposto che non lo perché lo faccio. ma io lo so: che forse mi nascono dietro alle solite maglie nere a collo alto ed i soliti jeans per non mostrarmi, almeno non troppo dato che a volte quel solito jeans ha una fantasia psichedelica.
    Io comunque non riesco a denudarmi davanti a nessuno perché SO che CHIUNQUE prima o poi potrà usare la mia pelle nuda contro di me.

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    1. Questo tuo “nasconderti” dietro gli abiti che indossi più spesso paradossalmente è un denudarti che mostra tantissimo come sei dentro. I vestiti, quelli veri, in tessuto, dicono molto di noi e i tuoi, proprio perché non ne cambi spesso, aiutano a capire come sei fatta. Non li vedo come una maschera, non sono queste le maschere, perché non c’è niente di falso in ciò che indossi. Semmai provi a nascondere qualche lato di te ma questo lo facciamo un po’ tutti, senza maschere. Semmai con qualche accessorio.
      Anche l’ultima frase può essere vista come un tuo abito. Capisco cosa intendi ma voglio davvero pensare che, in fondo in fondo, non sia così…

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  10. Topper sei fantastico, l’abito migliore e’, senza dubbio, quello che indossi in Africa e quello del weekend 🙂 io ho gli armadi pieni di abiti, per ogni stagione, per ogni occasione, ma non ci sono maschere perche’ non riuscirei a vivere, mi mancherebbe l’aria, un abbraccio caro amico, buon weekend, a proposito, non stare troppo spogliato che adesso fa freddo, 😀

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    1. Ecco, adesso ti vedo vestita con una montagna di “grazie” da parte mia. Sei sempre affettuosa e gentile, Laura, e questo mi fa tanto piacere anche se mi mette un po’ a disagio. So però che lo pensi davvero, perché non indossi maschere e quindi lo apprezzo doppiamente.
      In Africa e nel weekend è vero, indosso gli abiti con cui mi trovo meglio. Magari potessi indossarli ogni giorno!

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  11. La metafora degli abiti è suggestiva, suggestiva la lettura quando affascina ma noi siamo i nostri cambiamenti di abito, in ogni rapporto noi ci poniamo in modo diverso perché diverso è il nostro messaggio che per passare deve entrare in sintonia con l’altro/a.
    Tu conosci l’Africa e sai che anche nella semplicità spesso essenziale dell’abito si esprimono cmq gerarchie e sentimenti.
    Anche l’abito dell’amore non è univoco e cambia: siamo i figli con pullover o il vestitino che piace tanto (e noi odiamo da sempre), siamo l’impiegato modello piegato ai diktat dell’azienda, insomma il noi è dentro, quello non cambia ma in un contesto sociale si adatta.
    Quanto alla nudità, il consegnare sè stesso all’amore, no, è un po’ un modo per non declinare le proprie responsabilità fino in fondo: io sono questo ‘solo’ o ‘tutto’ questo. Fermo restando che non è possibile perché per amare, anche qui, bisogna entrare in sintonia e come nella musica i diversi tempi devono adattarsi e mescolarsi.

    Ed infine, che rompipalle!, vorrei non vedessi la maschera soltanto nella sua accezione negativa. Il clown indossa la maschera e notoriamente i clowns sono persone molto serie, nascondono fragilità interiori che tramutano in risata. Dunque dei distinguo.
    Io ho indossato una maschera per due lunghissimi anni. La maschera di ragazza pratica, decisionista, di quella che è la più forte. L’ho fatto per due lunghissimi anni in cui mio fratello grande lottava con un tumore invasivo che oggi si è risolto.
    All’nterno della mia famiglia questa maschera ha stentato a cadere.
    Despite me resto ‘quella’ sicura di sé, quella che ha sempre un sorriso, ‘quella’ che se ha le madonne si deve rintanare per non preoccupare chi le vuole bene.

    Dopo ‘sta chiusa strappalacrime mi accorgo di avere un certo languore… sogno un hotdog e mangerò un toast mascherato da hot…cat

    sheragolfettonerossosciarponegialloromannxquestoromanista 😉

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    1. Come ho scritto in altri commenti, in un discorso del genere, le metafore sugli abiti sono infinite e si moltiplicano ancora di più in base al punto di vista di ognuno. Alla fine il bello è proprio questo. Lo stesso identico abito calza diversamente a seconda delle persone. Io e te comunque pare che abbiamo una taglia molto simile!
      Sulla maschera hai pienamente ragione. Io la consideravo un sinonimo di non naturalezza o, nel peggiore dei casi, di falsità. Ma il significato che le attribuisci tu è molto differente. Quella che hai indossato tu forse io non la vedo come una maschera ma come qualcosa di più leggero (un velo, scrivevo in un altro commento) che mostra un lato di te non del tutto spontaneo e naturale, giustificato dalle circostanze, ma che non nasconde pienamente il tuo essere. In fondo, in quell’occasione, chi ti conosceva sapeva bene che non stavi indossando un abito propriamente tuo.
      Grazie come sempre per le osservazioni intelligenti, Shera!

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      1. La maschera è maschera e non velo.
        Spesso le circostanze ti portano ad assumere un ruolo che non ti appartiene e poi diventa quasi impossibile liberartene: la maschera di ferro quale re alternativamente nascondeva=

        shera

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        1. Sì, le sfaccettature sono tante. C’è la maschera di ferro che non lascia trasparire nulla e c’è la maschera come quella della Banda Bassotti, che all’apparenza copre solo gli occhi. E’ chiaro comunque cosa intendi e non posso non darti ragione.

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  12. Gli abiti da camaleonte, quelli adatti a ogni occasione, son espressione del nostro saper stare al mondo. Ed è giusto sia così.
    Giusto rifiutare le maschere. E fin qui siamo d’accordo.
    Poi arriva un’età in cui alle maschere si aggiungono i fantasmi. Si reagisce preventivamente e con preconcetto alle situazioni che ci si propongono. Capita, a un’età che è in realtà fantastica, quell’epoca della vita in cui ci si può permettere di andare in ufficio vestiti da calcetto, che si venga travolti dal passato proprio e altrui. Quando si tratta del proprio, con un po’ di autocritica e buona volontà, si riesce ad annullare i fantasmi del passato. Quando si è oggetto delle scorribande dei fantasmi degli altri, beh, tutto diventa difficile. Difficilissimo.
    Per il resto, Topper, che bei programmi hai! ;-D
    Ti penso e tifo per te. Tanto kiss 🙂

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    1. Non posso che condividere. Le maschere di cui parlavo sono quelle che mostrano ipocrisia e nascondono la personalità, ben diverse da quelle, necessarie, che a volte bisogna indossare quando affronti i fantasmi.
      Non sono sicuro di aver colto la differenza tra i fantasmi propri e altrui. Io direi che i peggiori sono i nostri ma, appunto, potrei non aver capito…
      Per il resto, sono contento di ritrovarti. Ogni tanto sparisco e, a breve, visto che sarò in Africa, sparirò di nuovo. Poi però torno sempre.
      Un bacione-one.

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      1. I fantasmi altrui sono le esperienze che condizionano il comportamento degli altri con noi. Mi capita, da un po’ di tempo, di sentirmi coinvolta da questi fantasmi. Mi spiego: in amore, per esempio, mi è capitato di esser accusata di atteggiamenti che non mi appartengono per poi scoprire che il mio “amato” vedeva in me atteggiamenti di ex mogli o fidanzate. Mi è capitato anche sul lavoro: sembra che a una giovane signora della medio borghesia non possa appartenere una levità di intenti e aperture tutte “moderne”, inutile cercare di convincere gli interlocutori. I fantasmi altrui a volte ti intrappolano in maschere che non riesci a scrollarti di dosso.
        A parte questi discorsoni, Topper, è bello ritrovarti. Sono on line anche io a singhiozzo e leggerti è sempre bellissimo. Attendo notizie dall’Africa, fai buon viaggio e raccogli tanti preziosi spunti di riflessione ;-). Kiss

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        1. Sì, ora è più chiaro. Quelle comunque sono maschere che non indossi tu ma che ti vengono attribuite dagli altri. E’ come se loro stessi avessero una maschera sugli occhi che gli impedisca di vederti come sei. E’ una cosa ben diversa e, forse, è proprio questo il caso in cui bisogna fare uno sforzo per restare se stessi. Ma evitiamo questi discorsoni! Le metafore mi piacciono e ci giocherei sempre, però a volte diventano troppo articolate, me ne rendo conto. Io stesso non avevo capito bene le tue…
          Se c’è stima e confidenza, come del resto è, ci ritroveremmo anche se non dovessimo scrivere per anni. Mi è anche capitato con amici persi su Splinder e ritrovati anni dopo casualmente su WP. Il bello è che non so nemmeno come ti chiami, ma che importa?
          In Africa vado il 20. Avrò tanto da dire dopo ma anche prima di partire spero di scrivere ancora.

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  13. Che bel post, Topper, complimenti!
    Siamo costretti ad indossare abiti diversi e capita anche di dover mettere qualche maschera, non per nascondersi, ma per nascondere certe cose che potrebbero turbare altri. Penso alla mia anziana mamma e a tutte le volte che ho tentato di indossare una maschera con lei per non darle delle preoccupazioni coi miei umori neri. Beh, mi ha quasi sempre sgamata! Lei legge oltre la maschera.
    Le maschere di convenienza, di ipocrisia, beh, sì, è capitato di usarle, raramente, ma è capitato nel mondo del lavoro. Fondamentalmente se non riesco ad essere me stessa nel rapporto con un altro, preferisco interrompere il rapporto perchè quelle maschere sono pesanti, fastidiose e non le reggo per molto tempo. Anche gli accessori sono una bella metafora. I miei di solito sono di difesa: la sciarpina per difendere la gola, gli occhiali da sole per proteggere gli occhi, etc… Anche come blogger metto in campo qualche accessorio di istintiva difesa: ho cambiato poche foto come gravatar ma guarda caso ho scelto sempre foto (web) di donne con un ombrellino che mi ripari da non so cosa… Quando acquisto qualche buona sicurezza sono però capace di inviare una foto (non web) senza accessorio di sorta.

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    1. Hai ragione in merito alle maschere. Come ho già scritto in altri commenti, in effetti io le ho intese soltanto in senso negativo, dovuto alla mancanza di personalità e ad una certa insicurezza di fondo su chi o cosa vogliamo realmente essere.
      Ma capisco bene che la maschera, come dici, può avere una sua utilità e a volte è persino una necessità. In quei casi (visto che tra l’altro tua madre ti sgama sempre) ho parlato di velo e non propriamente di maschera. Il velo copre ma non impedisce di vedere a chi vuol vedere. Si gioca comunque con le metafore, il senso delle parole è chiaro.
      Anche sul blog credo che usiamo più veli che maschere (certo, non vale per tutti). Qui siamo veri e non nascondiamo tutto il nostro essere, anzi lo mostriamo coprendone, velandone, una parte forse nemmeno tanto importante.
      Grazie come sempre per i tuoi commenti preziosi.

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  14. Bah, quant’è complicato. Ci sono vestiti che ti piacciono e vestiti che non ti piacciono. Ci sono persone che ti piacciono e persone che non ti piacciono. I vestiti e le persone che ti piacciono fanno risaltare le parti di te che ti piacciono. I vestiti e le persone che non ti piacciono evidenziano le parti di te che non ti piacciono. Non vedo altro.

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        1. Erano metafore. Il travestimento e il recitare stanno semmai nelle maschere alla fine del post. La prossima volta indosso l’abito di chi sa scrivere, così poi non devo chiarire a chi non capisce.

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  15. Uhm. Messa così, parrebbe quasi una scelta a priori… una forzatura, la scelta del vestito. Io non la vedo così. Non faccio così. Diciamo che io porto tutti i vestiti con me, allora. Quello che sono e quello che sento dipende da quello che accade. Indosso un vestito sobrio e pacato solo quando c’è qualcosa che non mi piace e cerco di non incazzarmi. Fino ad un certo punto. Si sa, a tutto c’è un limite. Poi metto quello da combattimento.

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    1. Ma no Brum. La scelta di quegli abiti è una cosa del tutto naturale, senza nessuna decisione a priori. Infatti, come dici, tutti i nostri abiti ce li portiamo dietro e li cambiamo facilmente in modo quasi involontario. Non significa falsità ma solo mostrare un lato del carattere, un sentimento o, che so, una faccia diversa a seconda del momento. Non parlo con te come parlerei con mio nipote: indosso due abiti diversi (nella mia metafora) ma sono me stesso in ogni caso, sincero soprattutto.
      Diverso è il tema delle maschere, almeno nel senso che gli ho dato. Lì sì che c’è falsità, premeditazione e spesso forzatura…

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        1. Tzè. Chiamare la mia MV AGUSTA F4 BRUTALE 910 S una “Ducati”!!!!!!!! E senza che l’avessi offeso a morte! Che gente….non c’è più rispetto….

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        2. Io con una Hornet feci 55.000 km in 3 anni . Mai un’esitazione, mai un problema. Devi sapere che con le moto sono molto permaloso. Se mi mollano per strada una volta… le vendo. Mi offendo, proprio. Lo prendo come un fatto personale, come un tradimento.

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        3. Ho avuto anche io un Hornet, anni prima della CBR, perfetta. Ora che sono povero, cammino con una Vespa PX 150 che di soddisfazioni, anche quando mi molla per strada (rarissimamente comunque), me ne regala tante.

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