Essere e non essere

Funziona così più o meno ogni giorno. Non necessariamente in quest’ordine, ci alziamo, facciamo colazione, usiamo il bagno come meglio suggerisce il nostro corpo e, prima di uscire, indossiamo degli abiti. Beh, anche senza uscire. Soprattutto se quegli abiti non sono soltanto i nostri vestiti ma anche il nostro essere, il nostro modo di prepararci alla giornata che ci attende. Apriamo l’armadio di costumi che sta dentro di noi e prendiamo quello più adatto. L’importante è saper scegliere: un costume per ogni occasione e un morale per ogni costume. Altrimenti stona. Non puoi mettere il completino del calcetto quando vai in ufficio, così come non puoi presentarti euforico ad un funerale. Alle fine si tratta di indossare un nostro io in base agli eventi.
Personalmente non ho un armadio molto ampio. Durante la settimana di solito vado sul classico, anche perché sono quasi obbligato da ragioni d’ufficio, di lavoro, economiche. Prendo il mio essere più disponibile verso i colleghi, i colleghi amici e il capo, lo indosso con qualche accessorio come l’impegno, la serenità e la coerenza e affronto, senza alcuna forma di stress, le mie otto, nove o anche dieci ore da dipendente. La sera mi cambio velocemente, metto il costume da nuotatore, che non è lo slip col laccetto o almeno non solo quello, e vado in piscina. A livello di accessori, cambia il colore dell’impegno e la forma dell’umore. Tornando a casa, scelgo un altro mio essere ancora, che il più delle volte è quello senza molta testa, che svolge obblighi quali cenare e dormire in maniera meccanica e che comunque li finisce bene. Altre sere purtroppo, ma nemmeno tanto, l’ultimo abito la testa deve averla perché ho ancora da fare, da scrivere, da discutere, da mettere a posto, specialmente con le due associazioni che tanto mi appassionano. La testa è piena, il corpo stanchissimo e il mio io mi sta stretto, ne vorrei uno più grande, potente, instancabile. Eppure riesco comunque ad indossare quel che ho, del resto non ho mai seguito le mode.
Il sabato e la domenica metto il mio vestito migliore, quello da innamorato, quello che mi calza a pennello. Perché arriva lei. In realtà sono totalmente nudo. L’abito migliore è quello che non si indossa, è la propria pelle, il costume più naturale, libero e aperto. Lo trovi subito perché non devi cercarlo, lo hai nel cuore.
Capita, sempre nel weekend, come quello imminente, di dover indossare il costume da nuotatore delle grandi occasioni, quello vero, perché ho una gara e ci tengo a non sfigurare. Con me stesso soprattutto. Poi, in certi periodi dell’anno, devo frugare meglio nel guardaroba per andare a recuperare quei me che servono a vivere impegni più delicati. Un mio essere – senza presunzione – molto bello lo tirerò fuori il mese prossimo quando, con gioia enorme e inaspettata fino a poco tempo fa, tornerò in Africa e potrò farmi spogliare di corazze e armature dalla gente del villaggio che tanto ho imparato ad amare. Altri io li indosso quando viaggio o quando ritrovo la mia famiglia, i genitori, i nipotini. Anche per loro ho un abito speciale, buffo, informale e tanto generoso.
E’ chiaro che l’abito perfetto, forse perché troppo perfetto, a volte non fa sentire a proprio agio. A me succede quando mi ritrovo in una folla di due o tre me, troppa confusione. Nell’incertezza di quale sia il più pertinente, preferirei indossare un corpo disabitato e lasciarlo interagire con il mondo per procura, senza realmente esserci. Potrebbe essere una soluzione per evitare contrasti interiori, scelte difficili, ripensamenti. Ma non si può. Un nostro io, sia pure quello che dorme fermo e immobile e non sogna, lo abbiamo sempre addosso e ha le sue responsabilità. E’ giusto, altrimenti non saremmo. Eppure ci sono le eccezioni.
L’unico vestito che non solo non dovremmo mai indossare ma che proprio non dovrebbe stare nel nostro armadio è la maschera. Chi indossa maschere non indossa se stesso. Si nasconde agli occhi degli altri e ai propri. Si annulla e, cercando di mostrarsi per quello che non è, riesce solo a non essere. I non esseri sono come i non morti: si muovono, camminano, hanno una presenza ma niente altro. Non vivono e non muoiono. Non hanno un bell’aspetto e questo, forse, giustifica la maschera che diventa una necessità. Ci circondano, provano a strapparci la pelle e nutrirsi di un po’ di noi senza però riuscire a diventare migliori. Di quella pelle, del nostro abito, possono solo cibarsi, non indossarlo per cambiare. In un mondo ideale, i non esseri non sarebbero mai esistiti. Invece esistono e diventano sempre di più. Un giorno non ci sarà più nessuno.

La 23ª ora

GreenwichPoi c’è quella fantomatica 25ª ora, dopo le 24 s’intende, che viene fuori ogni tanto in qualche articolo di giornale, che è stata al cinema, in televisione, alla radio e nei libri, di cui si parla al tavolino del bar come alla macchinetta del caffè in ufficio e che pare sia desiderata – ma anche odiata se non arriva – quanto una possibile vincita alla lotteria. Per me rappresenta bene il concetto di un tempo inesistente, labile e abile, vano e vuoto o, al contrario, così forte, presente e ben arredato da fregarsene altamente di come viene giudicato. Perché il tempo, nella 25ª ora, va oltre le consuetudini, sfora, buca le giornate e ci aggiunge un pezzo di sé per mandare a fanculo le convenzioni. E’ un tempo che non arriva se prima non ha dato tutto, che si allunga e che vuole regalare, dopo la fine, un’altra fine affinché si possa svoltare e guadagnare un nuovo inizio. Migliore, si spera. Ma breve. Non si è mai sentito parlare infatti della 26ª ora, ci si ferma alla precedente che è già oltre il limite. Tutto ciò ammettendo, in generale, che il tempo esista. Da ateo e da impiegato ci credo poco ma sarebbe fantastico ricevere in dono dal dio greco del tempo, Kronos o dal suo pari grado svizzero Rolex, la magia di una 25ª ora. Chissà quante cose potremmo fare ogni giorno, mentre gli altri si fermano. Ecco, questo è ciò che avrei voluto ricevere per Natale, un 25 dicembre con una 25ª ora ogni giorno.
Non è andata così, anche se uno splendido regalo l’ho avuto: una macchina fotografica, di quelle con il rullino, senza display né batterie né tecnologia. Le foto il tempo sì che lo fermano. Ma, fuori dall’obiettivo, il mio tempo è rimasto uguale, sempre troppo limitato. Ed è per questo che torno qui solo ora, a quasi un mese di distanza dall’ultimo post, scritto tra l’altro l’anno scorso. Tempo. All’atto pratico il tempo è ciò che noi vogliamo che sia e il mio è un casino.
Il tempo del 2015 è iniziato con due grandi traguardi che ho potuto depennare dalla mia to do list: ho finito di leggere “Delitto e castigo” dopo circa dieci anni di tentativi andati a vuoto e, con una delle mie due associazioni, abbiamo finalmente messo online il nuovo sito di KitchenParty. Sono felice, da questo e da tutti gli altri punti di vista. Ho imparato tantissimo da queste due maratone, anche se possono apparire banali. Terminare di leggere un libro che ormai stavo quasi pensando di abbandonare mi ha dimostrato che c’è un tempo per tutto, evidentemente prima non ero pronto. Lavorare giorno e notte, in gruppo, ad un progetto in cui si crede fortemente nonostante miriadi di difficoltà, riunirsi la sera fino a tardi, coordinarsi, studiare, imparare, fallire e ricominciare, perdere pezzi e trovarne altri mi ha insegnato che quel tempo per tutto può persino essere impiegato e sfruttato nel modo migliore. Se ciò che fai è ciò che ti piace, il tempo giusto non manca.
La 25ª ora non esiste, è forse un’utopia. La 24ª è l’ultima, quella in cui puoi dare qualche ritocco alla tua giornata senza stravolgerla, guardarti indietro e riprendere fiato o anche solo continuare a dormire perché l’arrivo ormai è lì e ti puoi rilassare, contento di esserti guadagnato un altro giorno, di averlo vissuto. Ma è la 23ª ora che, prima di sorridere, richiede l’ultimo scatto, l’ultimo piccolo sforzo se necessario, magari con passione e non con sacrificio, affinché possa pensare di aver speso bene il tempo, di non averlo ingannato, semmai di essertelo fatto amico per costruirci insieme qualcosa di buono. E’ nella 23ª ora che si tirano le somme e, se i conti non tornano, puoi permetterti di dare ancora una sterzata e raddrizzare il tuo tempo. E’ lì che realmente finisci di fare qualcosa e infatti è proprio nella 23ª ora che ho finito di scrivere.