Il sapore dei libri

SaporeLibri

Una delle cose che da sempre amo fare è passeggiare silenziosamente, con le mani intrecciate dietro la schiena, tra gli scaffali e gli espositori delle librerie, grandi e piccole, in cerca di testi e autori o persino di originali copertine e rilegature capaci di accrescere, anche solo per quei frangenti, la mia fame di lettura e la mia figura di falso intellettuale. Scorrere con gli occhi o con il dito tanti titoli di narrativa soprattutto, compiacendosi di averli letti e trovare scrittori, che posso affermare di conoscere perché almeno una volta mi hanno trasmesso qualcosa di se stessi attraverso le parole, rappresentano una sensazione gradevolissima. E’ una soddisfazione personale, modesta, priva di vanità e del tutto estranea agli altri. A dire il vero, mi stanno pure sulle palle coloro che, con aria un po’ snob, descrivono il proprio amore per i libri e raccontano di viaggi e avventure, sentimenti e passioni vissuti leggendo, quelli che divorano, che si innamorano dei protagonisti, che hanno scoperto il piacere di… boh, il piacere di qualcosa grazie ad un certo autore. Tuttavia potrei benissimo essere uno di loro. Tolgo il condizionale. Sono io stesso uno di quei tipetti del cazzo dall’aspetto un tantinello superbo che hanno sempre un libro a portata di mano, che leggono in treno, in spiaggia o a letto, che adorano il profumo della carta ostinandosi a rifiutare la tecnologia degli ebook, che non escono mai da una libreria senza qualcosa in mano. Non mi piace, non mi piaccio, potrei starmi sulle palle, ma è così. Ammiro per giunta questi stronzetti, uguali a me, quando li vedo attenti e intenti a navigare tra le righe di un libro o, peggio, di uno scrittore a me ignoto. Li invidio ma prendo mentalmente nota del titolo e dell’autore in modo da poter colmare i miei vuoti quando poi passeggerò tra i corridoi delle librerie e mi ricorderò di averli già incrociati da qualche parte.
Il problema, anche questo personalissimo, di quelle camminate solitarie tra pagine di storia e cultura è trovare la via d’uscita. Come in un labirinto, non di corridoi e di mura, semmai di scelte su cosa prendere e portare via e soprattutto di prezzi, guadagnare la cassa quando in tasca hai pochi soldi è impresa ardua. Perché, una volta fuori, resta l’acquolina e quel brontolio allo stomaco se non hai comprato niente. Mi succede spesso ultimamente e la causa ho capito che non è solo il mio portafoglio vuoto ma anche il costo, spesso eccessivo e a volte spropositato dell’oggetto del desiderio, il fottuto libro. Ecco perché, ormai da tempo, le mie librerie sono diventate i mercatini dell’usato, le bancarelle, i venditori ambulanti che offrono gli stessi sapori, a volte persino più raffinati e selezionati, ad un prezzo decisamente più conveniente.
Nella città in cui mi trovavo la settimana scorsa, che conosco benissimo perché ci ho vissuto, un paio d’anni fa il signor Pietro ha aperto una libreria che definisce itinerante ma che, all’atto pratico, sta ferma lì sin dal primo giorno. Nascosti da case basse e vecchie, al centro di un triangolo formato dalla villa in cui staziona la Guardia di Finanza, dalla sede centrale di un istituto bancario e da un imponente e bellissimo palazzo storico, scaffali stracolmi di libri usati arredano, giorno e notte, in qualsiasi periodo dell’anno, la piccola strada dandole un’atmosfera che, specialmente in questo periodo, sa di magico. Un magazzino pieno di carta stampata, tappeti rossi, cartine sparse qua e là, bauli e scatoloni poggiati per terra, rendono quel posto affascinante come pochi. Tanti giornali, a livello nazionale, hanno scritto del proprietario, un personaggio curioso e singolare, forse di fantasia, che i libri li scambia e li vende: non ricordo di aver pagato nulla con più di tre euro e soprattutto ho potuto lasciargli volumi, chissà come in mio possesso, che mai avrei letto, portandomene a casa altri di mio gradimento. Ogni volta che vado a trovarlo è una festa. Trascorro ore a spulciare, ammassare, spostare, rimettere a posto fino a che non ho riempito il mio zainetto, il tutto senza smettere di chiaccherare con il signor Pietro. Pochi giorni fa, ho barattato dieci euro e tre vecchi libri con più di un Camilleri, Sciascia, Vargas, Calvino, McEwan, Roth e parecchi altri, andando via felice come una Pasqua. O come un Natale. Ero contento io, era contento lui, che mi ha definito uno dei suoi migliori non clienti ma lettori.
Ecco, io credo che il sapore dei libri non sia dato soltanto dal loro contenuto, seppur meraviglioso o dal loro autore, per quanto bravo, originale o geniale. Il sapore che offre il prendere in mano un volume, sfogliarlo e leggerlo nasce ancor prima, con la scelta degli ingredienti, le dosi, l’ordine con cui devono mischiarsi. Per questo, gustare una lettura quando ogni passo è stato seguito attraverso la miglior ricetta – la tua – rappresenta una soddisfazione inimitabile, perché tutto ciò che ti ha portato a quella prima pagina fa già parte del sapore del libro.
E ora, in un periodo in cui si gusta, si mangia, si divora più del solito, vorrei sì rimettermi in forma ma continuando a leggere senza diete, senza restrizioni, senza paura di abbuffarmi né di accrescere quell’aura da falso intellettuale del cazzo che non posso combattere. Non è un caso che, dopo anni e anni di tentativi in cui mai ero riuscito a superare la trentesima pagina, sia quasi riuscito a terminare, con piacere per giunta, il mio libro nero, “Delitto e castigo”, comprato una vita fa proprio in una bancarella, nella città in cui sono nato. C’è un tempo per tutto del resto e questo era il momento giusto.

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Il senso di

StradadislivLo vedi, sei ancora lontano ma il prossimo traguardo è lì, poco sotto l’orizzonte, dove cielo e terra si uniscono senza farti capire se in armonia o in contrasto. Perché il loro contatto non crea una linea, semmai uno spazio, sfocato, indefinito, una zona franca che solo andando avanti potrai inquadrare, osservare, ammirare. Percorri la tua strada, per niente dritta, affatto veloce, decisamente scomoda, eppure sicura proprio perché ti appartiene. La senti, ci sei sopra, la hai dentro e la segui, come sempre hai fatto nella vita. Cammini, corri, salti, rallenti ma non ti fermi, nemmeno quando il sentiero finisce. Perché a volte finisce. E sei costretto a dubitare, di te per giunta, a chiederti cosa succederà, a sperare in un segno, a sparire in un sogno. Potresti cadere. Potresti soffrire. Potresti morire. Oppure potresti trovare un’altra strada, una forte pendenza, una via che senza rischiare nemmeno vedresti. Ostacoli anche. Insormontabili, pare. E’ impossibile, ti ripeti, ma puoi farcela. Lo sai. Il traguardo ti aspetta ed è solo il più vicino. Chissà poi.
Di questa tappa, tra noi, non c’è niente di più da conoscere, niente da domandare e niente da rispondere, forse da scoprire ma soltanto per rafforzare ciò che già sappiamo, che sai tu, che so io, che sarà tale fino a quando saremo e fino alla fine dei giorni e avrà un senso, uno solo e nessun altro e tutti i significati, un significato, il significato.