Essere bambini

Essere bambiniQuando ci raccontano di quel ragazzino che nemmeno per il suo compleanno ha visto la mamma, restiamo spiazzati. Nel silenzio della stanza abbassiamo gli sguardi per il tempo necessario a staccarci dalla realtà ed assorbire il disagio della notizia, forse anche scontata visto il contesto in cui ci troviamo ma non per questo meno cruda. Intravedo un paio di occhi lucidi che cercano invano una via di fuga. Del bambino sappiamo che vive là da mesi perché la madre non lo vuole più, o forse non lo ha mai voluto, e il padre non c’è mai stato. Hanno festeggiato il compleanno sperando che lei si facesse viva, dato che le era consentito, ma evidentemente avrà avuto di meglio da fare.
Lui è solo uno dei bambini ospitati in quella casa-famiglia e probabilmente è anche uno dei più fortunati. Vivono lì per mesi, a volte per anni, fino alla maggiore età, traguardo oltre il quale devono iniziare un nuovo percorso ad ostacoli, forse ben più ostico. La casa è una struttura magnifica, curata in ogni particolare, dallo stile rustico, circondata dal verde, con ambienti enormi, camere spaziose, tetti alti. E soprattutto un calore e un’atmosfera che sembrano fuoriuscire dalle pareti, dandole una parvenza di luogo animato, che respira, tipo le case dei film horror, se non fosse che l’horror stavolta è fuori e dentro è il rifugio da una vita ostile.
Di ragazzini, che chiamo così perché vanno dagli otto ai sedici anni di età, ne vediamo qualcuno in giro. Non ci vengono presentati perché non devono sapere che siamo lì per loro, non adesso almeno. Stiamo presentando un progetto che, se approvato, gli permetterà di vivere un’esperienza unica, lontana anni luce da ciò a cui sono abituati: una gita. Una cosa scontatissima per molti bambini tranne che per loro. Una sorpresa. Lavoriamo per regalargli una settimana in montagna da raggiungere viaggiando in macchina, insieme, con le pause pipì all’autogrill, le canzoni della radio, il sonno, gli scherzi. E poi l’arrivo, se va bene, dove ci sarà la neve, i giochi e, che so, i pupazzi, le battaglie, gli slittini improvvisati, forse anche un corso di sci. Saranno comunque loro a scegliere, a decidere cosa voler fare, per la prima volta da quando sono nati. I volontari della casa-famiglia sono già in fermento e anche noi. Ci proviamo, siamo fiduciosi. Stiamo già avviando la raccolta di attrezzature, scarpe e scarponi, tute, giubbotti e tutto il quanto possa servire per la partenza. Se ci daranno i fondi e io sono quasi certo che ce li daranno perché è la mia azienda che finanzia i progetti e faremo di tutto per far passare il nostro, incontreremo e conosceremo i bambini. Ci dedicheremo ai preparativi, giocando, senza troppo impegno perché è la spensieratezza che, prima di tutto, vorremmo gli fosse donata.
Personalmente non ho potuto non confrontare questa nuova avventura in cui sono stato felicemente coinvolto con quella che richiede l’impegno in Africa. Lì non hanno un grande futuro né molte aspettative, sia di vita sia di obiettivi a breve termine. Non sanno nemmeno che è il futuro e il presente è fatto di stenti, pochi stimoli e pochi svaghi, perché le giornate sono incentrate sulla ricerca del minimo per sopravvivere. L’unica cosa che però hanno quei bambini è il sorriso e, fino ad una certa età e certo non tutti, oserei dire proprio la spensieratezza. I bambini della casa-famiglia hanno altre esigenze. Materialmente possono avere tutto, vestiti, giocattoli, libri, computer; studiano, svolgono attività utili alla crescita, sono seguiti da chi vuole farli sentire normali e, in alcuni casi, anche da uno psicologo, vengono avviati ad una professione quando si avvicinano ai diciotto anni. Quello che gli manca e gli è sempre mancato è l’essere bambini, cosa che capita solo una volta nella vita e non si può recuperare perché poi si cresce e, se non hai imparato a ridere da piccolo, è difficile che tu possa farlo da grande.

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Siamo tutti scrittori

LibriSono ovunque. Si aggirano per le strade, sulla metro, nei centri commerciali, in spiaggia, nei parchi. Non è possibile identificarli ma sono tanti e crescono, diventano sempre più numerosi. Sono anche sul web, soprattutto sul web e lì invece è facile riconoscerli perché loro stessi fanno in modo di non passare inosservati. Sono gli scrittori, quelli che ormai invadono il nostro spazio virtuale più della pornografia, senza vergogna, senza protezione e senza che siamo andati a cercarli su Youporn. Sono bravi, alcuni geniali, altri “semplicemente” originali. Altri ancora non sanno dove mettere le virgole, eppure ci provano. Ne sono circondato, ne vedo a centinaia su Facebook, ne conosco personalmente, li ho tra gli amici di tutti i giorni e tra i colleghi. Perfino il mio capo è uno scrittore e lavoro in un settore che non c’entra niente con questo mondo. Scrivono in continuazione, a volte stupidaggini, a volte perle di saggezza, a volte perle di stupidaggine. Vivono sui social network, controllano le amicizie, hanno un profilo curato nei dettagli pure sul sito della raccolta punti del Conad e soprattutto si dotano di un secondo nome che è appunto “scrittore”. Tipo Topper Harley Scrittore, cosa di cui onestamente non ho mai capito l’utilità. Se non è un secondo nome, è un appellativo in evidenza o un sottotitolo del paginone che ne celebra le gesta. Che poi queste siano un blog, un racconto, un romanzo o più romanzi non fa differenza.
Sia chiaro, non giudico. Premesso che ognuno può definirsi come gli pare e che di scrittori di libri o ebook anche di successo ce ne sono davvero, non è mia intenzione prendere in giro nessuno. Mi chiedo solo cosa, nella nostra testa, faccia scattare quella molla che ci porta a considerarci scrittori. Scrittore potrebbe essere chi pubblica un libro ma forse è un concetto arcaico, visto che oggi si può scrivere e avere un seguito ovunque. I like e i consensi poi fanno la differenza, danno uno status figo e questo, forse, giustifica il sottotitolo di scrittore, la continua ricerca di follower e di “mi piace”, l’invito a gruppi FB, le richieste di condivisione.
Forse anche io sono uno scrittore tutto sommato. Siamo tutti scrittori. Siamo bravi e vogliosi di esprimerci, di provarci, di far parte di quell’élite che ci rende speciali, diversi dalla massa. Boh. Oppure aspiriamo soltanto a leggere il nostro nome su una copertina, senza preoccuparci di chi legge ciò che c’è dietro. Oppure – e spero sia per la maggior parte dei casi – vogliamo solo scrivere. Ma non è questo che mi interessa e non intendo criticare chi sente di essere scrittore. Credo però sia più gratificante definirsi lettori. Io voglio essere un lettore e mi piacerebbe che tutti gli scrittori, grandi, piccoli e improvvisati, lo fossero. Chissà quanti di quelli che scrivono leggono. Ormai da anni crescono gli scrittori, aumentano le pubblicazioni inutili e diminuiscono i lettori e le vendite di libri. Se ne fossi capace, approfondirei questo contrasto. Sembra che la tendenza, a qualsiasi livello, non solo in campo letterario, sia quella di esprimersi, dire, parlare, farsi sentire, scrivere. In un’unica direzione che parte da sé e finisce agli altri. Invece ascoltare, capire, leggere è sempre più raro ed è forse questo il vero lusso oggi, la vera élite. Sarò troppo rigido ma non credo che tu possa scrivere un libro se a malapena ne leggi due all’anno. Quando va bene. Puoi avere talento, sensibilità ed un’esperienza di vita tale da farti seguire da tanta gente ma scrivere è anche altro. Scrivere è leggere, per scrivere devi sapere ascoltare. Puoi scrivere un libro, due, dieci. Ma non sei uno scrittore se non ascolti. E per ascoltare, ogni tanto devi essere capace di stare zitto. I veri scrittori lasciano al silenzio delle loro parole il compito di renderli tali, non si autocelebrano, ad eccezione di Baricco che rappresenta un caso a parte. Non hanno bisogno di raccogliere consensi porta a porta, di esserci amici, di pubblicizzarsi elemosinando un like. Almeno questo è il mio parere. Il parere di un lettore che scrittore non sarà mai ma che tra queste pagine, le sue, può dire quel che cazzo gli pare. In silenzio.