Voleva essere una cascata, era un rubinetto

Avrebbe voluto essere una cascata, una di quelle maestose, impressionanti, dal getto d’acqua potente e rumoroso, alimentato da un fiume sempre in piena, vivace e incazzato ma buono, come la natura, perché la natura è buona, non ce l’ha con nessuno, anche quando fa danni.
La cascata che avrebbe voluto essere era l’unica di sua conoscenza, l’unica che aveva potuto sempre ammirare. Stava centinaia di metri più sopra e appariva così, all’improvviso, da uno squarcio nella montagna dietro la quale chissà quanti mondi si nascondevano. Si apriva a ventaglio: il fiume scaricava tutta la sua rabbia e l’acqua, con forza e dolcezza, precipitava e si poggiava sulla roccia ormai ammorbidita dal verde. E scendeva per metri e metri, allargandosi e formando altre cascate più piccole, forse un po’ meno affascinanti ma pur sempre cascate. Erano tante e man mano che ci si avvicinava al suolo diventavano meno imponenti. Lei era una di queste o, meglio, si sarebbe accontentata di esserlo. Voleva essere una cascata, era una specie di rubinetto. Sempre aperto e con un getto leggero leggero, quasi inutile pure per lavarsi le mani. Aveva la sua roccia, le mancava il grande fiume. Ciò che la alimentava era la grande cascata madre, non a caso chiamata Dynjandi, ossia “tonante” in islandese, ad evidenziarne la grandezza. Persino sei o sette delle altre cascate figlie avevano un nome. Lei no, infatti cascata non era.
Sognava i suoi quindici minuti di celebrità, anche se il suo vero desiderio era di essere notata per capire di esistere. Osservava silenziosa – perché un rumore proprio in quel frastuono non riusciva a produrlo – le frotte di turisti che, senza degnarla di uno sguardo, continuamente le passavano davanti per salire verso la cascata madre. Si sforzava di lasciar cadere più acqua, magari dopo una giornata di pioggia, e creare anche lei una pozzanghera con gli schizzi per catturare l’attenzione, eppure non ce la faceva, ogni suo tentativo era comunque sovrastato da chi le stava dietro e sopra, che poteva approfittare meglio della posizione e delle condizioni del tempo.
Io Dynjandi l’ho voluta vedere e per questo l’ho cercata, era sulle mappe, una tappa quasi obbligata. Lì, come un po’ dappertutto, ho scattato centinaia di foto ed è anche perché le sto ancora filtrando e scegliendo, tra le tante altre cose, che fatico a rifarmi vivo sul blog. Non ho una posizione tale né un fiume di parole dietro da potermi permettere di creare post a cascata. Mi serve pensare, pesare e a volte penare i termini, prenderli, farli miei e sforzarmi di metterli insieme affinché fluiscano e finiscano in una pozzanghera di inchiostro che schizzi sulla carta e la completino. Perché la carta è completa se viene sporcata. Prendo le parole da chi le ha create prima di me, ma solo una parte, piccola, quasi sempre la stessa, rimescolata e impastata, finisce nei miei scritti. Li metto in ordine e li butto di sotto, senza troppo rumore, coperti dai miliardi di altri suoni prodotti da chi li articola più e meglio di me. Vorrei essere capace di scrivere grandi cose, invece resto solo un rubinetto di poche parole, che si apre ad intervalli e che ogni tanto qualcuno di passaggio nota.
Così ho ammirato Dynjandi, ho fotografato tutte le cascate e mi sono persino bagnato delle loro parole. Poi, andando via, ho notato il rubinetto che fino a poco prima per me nemmeno esisteva, ho fatto una foto e per quindici secondi gli ho regalato la sua celebrità, la certezza di essere. Quel getto d’acqua, seppur leggero e invisibile, ha ricambiato, dando a me quindici secondi in cui partorire un pensiero stupido e un articolo forse ancora più stupido: il rubinetto nonostante tutto continuerà ad esistere e fare ciò per cui è portato, pensando sì ogni tanto a cos’altro avrebbe potuto essere ma godendo al tempo stesso di quello che è, cioè parte di un mondo fantastico. Tutto sommato, anche io il mio mondo fantastico l’ho trovato, è qui e sono contento di farne parte.

Cascata

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