Di sfoghi e altre amenità

Esattamente dieci anni fa, proprio in questo periodo, vivevo una delle pagine più tristi che mi sia capitato di sfogliare. Finiva malamente una storia sulla quale avevo puntato tutto, compreso ciò che non possedevo, indebitandomi con me stesso di valori difficili da recuperare. Quando un rapporto arriva al capolinea, le colpe sono di entrambi. Fosse anche l’un percento da un lato e il novantanove dall’altro, quell’un percento ha il suo peso, soprattutto per chi se lo porta sul groppone. E’ stato così per me: la nostra fiamma si stava spegnendo e Lei è andata col primo che ha riacceso la sua. Facile. Il mio un percento di colpa potrebbe anche essere un trenta, un quaranta, un quarantanove. Non di più però. Non posso avere più colpe di Lei. Non l’ho tradita io, non le ho mentito, non le ho nascosto la verità, l’amavo. Avevo fatto delle rinunce credendo in noi. Eppure non mi sono accorto che stavamo percorrendo un binario morto già da un po’. Sarei dovuto intervenire, inventarmi qualcosa, avrei potuto ascoltare le sue necessità più di quanto facessi, perché lo facevo già tanto, cazzo. Boh. Non sapevo cosa fare. Ecco perché il mio un percento pesava. Ha pesato per mesi, forse anni. Come le bombole del sub che, prima di entrare in acqua, finché le porti in spalla, ti piegano in due. Poi ti butti e le bombole iniziano non solo a galleggiare ma anche a darti il respiro.
Nel mese di luglio del 2004 ho aperto il mio primo blog. Mi piaceva scrivere da sempre. Tenevo in piedi una corrispondenza cartacea con qualche amica e in quel periodo, cercando di recuperare l’irrecuperabile, scrivevo spessissimo a Lei. Quando, folgorato da un sogno rivelatore, ho capito che c’era un altro nella sua vita, ho continuato a mandarle lettere sotto forma di post su un blog a Lei dedicato. Si chiamava “Lei e tutto il resto”, titolo che già provava a scindere due mondi fino ad allora fusi in uno solo. Non mi leggeva nessuno, forse nemmeno Lei. Ignoravo – perché me ne fregavo – le amicizie, i commenti altrui, i consigli. Mi sfogavo e basta. Piangevo pure. A rileggermi oggi mi sento un idiota. Per tantissimo tempo ho scritto articoli ridicoli, cercando non so cosa. Ero anche molto più piccolo e non solo anagraficamente. Sono cresciuto infatti con il blog, con le persone che ho incrociato e che ho incontrato, con Splinder e una community piccola come una grande famiglia della quale conservo ricordi e contatti attualissimi. In effetti, è incredibile pensare che da dieci anni parlo con persone mai guardate negli occhi. Non è virtuale, è diverso e non meno intenso o sincero.
L’uso che faccio del blog è cambiato in questi dieci anni. E’ stato valvola di sfogo, spazio per dediche, bacheca di egocentrismo, quaderno di esercizi, archivio di lettere, diario di viaggi, raccoglitore di storie. Alla base c’è sempre stata l’onesta soddisfazione di scrivere.
Oggi ho aperto la pagina bianca con l’intento di sfogarmi, come facevo una volta. Con il sorriso però, parlando di presunzione, opportunismo, protagonismo, in special modo di certi colleghi e compagni arrivisti che si vantano, perché ne sono convinti, di essere bravi. Volevo scrivere del legittimo sospetto che, per quanto bravo tu possa essere, forse non lo sei più di altri se ti porti a letto chi fa le valutazioni. Volevo parlare di quanto sia intollerante verso le calunnie e, ancor di più, verso chi crede alle calunnie senza ascoltare l’altra campana o senza informarsi, perché è spregevole prendere una posizione per simpatia o amicizia, senza mettere in dubbio la fonte. Volevo raccontare una storia di valori perduti come il mio rapporto con persone che non li condividono. E non è che io sia perfetto. Anzi. Se però in cima alla mia scala metto tre o quattro capisaldi che ritengo giusti, che sono oggettivamente puri e condivisibili e sui quali modello il mio essere, va da sé che lotterò fino alla morte per difenderli. Può essere diverso per valori che per me hanno meno importanza, non meno nobili e sui quali devo lavorare ancora. Su questi, io come tutti, sono attaccabile. Giustamente. Ma su quello che ostento no: li rispetto, ne faccio una ragione di vita, non posso sbagliare proprio là.
Insomma, volevo affrontare temi di questo tipo. Non ci sono riuscito, limitandomi a citarli e buttar giù pensieri sparsi non sempre collegati tra loro. La stessa parola “sfogo” aveva deviato queste righe verso il ricordo dei miei primi post e questi hanno spostato a loro volta la mia attenzione sul calendario e a scrivere di tutte quelle considerazioni sul blog a dieci anni dagli eventi che lo hanno portato alla luce. Adesso non mi va più. Ho cose più belle a cui pensare: lei che mi aspetta a casa, un aereo da prendere, un’isola da raggiungere e un mare in cui sfogarmi.

Sfoghi

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