Il mestiere di non scrivere

Omino_scriveUna sera d’estate di qualche anno fa, un po’ per gioco, un po’ per divertimento ma soprattutto per il piacere di condividere un’esperienza originale, organizziamo furtivamente una festa nel terrazzo condominiale del piccolo appartamento in cui abitiamo. Siamo ad agosto, il palazzo è praticamente deserto e situato non lontano dal centro, c’è un sacco di spazio là sopra, basta non far danni. Il numero di adesioni e l’entusiasmo sono incredibili. Il passaparola arriva ovunque in città, si presenta un sacco di gente: amici, amici di amici, turisti di passaggio si uniscono a noi con grande passione, contribuendo chi con una bottiglia di vino, chi con un piatto di pasta, chi con un pezzo di pizza comprato per strada. Qualcuno si mette a cucinare, pochi piani più sotto, a casa nostra. Altri preparano i cocktail su un tavolo adibito a piano bar. Molti ballano o ci provano. Danzano, sarebbe meglio dire. C’è persino una specie di dj improvvisato che sceglie e cambia i CD su un piccolo impianto portatile con due casse. Musica piacevole, tranquilla, che fa da sfondo ad una notte interminabile sotto un cielo tappezzato di stelle. Alla fine, in quel terrazzo, decine e decine di persone si incontrano e stringono amicizia, si scambiano i numeri. Si ritroveranno altrove. Il giorno dopo veniamo sfrattati ma, senza ancora saperlo, avevamo dato vita al primo kitchen party.
KitchenParty oggi è un’associazione che conta oltre tremila membri in tutto il mondo. Organizza incontri a tavola tra la gente, a casa, nei locali, ovunque si possa condividere un piatto o un drink. E’ in crescita, nonostante nell’ultimo anno abbia stoppato tutte le attività affinché noi soci, un gruppo di cinque o sei amici, ci concentrassimo su un obiettivo più grande. Abbiamo ricostruito il sito web che, alla fine dell’estate, andrà online. Abbiamo creato una app per il cellulare, partecipato a bandi di concorso, cercato finanziamenti, scritto articoli, contattato locali, partner, food blogger, allargato la squadra. E’ un progetto enorme che personalmente mi coinvolge parecchio, almeno quanto l’altra associazione, Mamma Africa, a cui dedico gran parte del mio tempo.
Abbiamo due programmatori con i controcoglioni, un grafico con un bagaglio di fantasia e competenza, un coordinatore con la mente più aperta che abbia mai incontrato, il Capo Ufficio Stampa dell’Assessorato alla Cultura, un’autrice scrittrice giornalista americana, un canadese ex consulente ONU. Poi un legale, un fiscalista, un consulente del Ministero dell’Istruzione. E alla fine ci sono io. Il copywriter. Bah. Non ci credo. Vengo presentato come blogger (sì, diciamo), attivista nel volontariato internazionale (ok, vero ma a che serve?), appassionato di viaggi e letteratura (vero, tutto fa brodo), anima del progetto (io che sono ateo). Quindi, che so fare?
Ecco, io mi sento in difetto rispetto agli altri compagni d’avventura. Non sono certo di avere le competenze per dare il contributo enorme che a mio avviso stanno fornendo gli altri con le loro. So scrivere benino, lo riconosco ma un blogghetto come questo, qualche racconto e qualche articolo sulla stampa che titolo mi danno? “Scrivi da dio quando vuoi”, mi dicono. Seee, magari. Magari esistesse dio, aggiungo. Sono modesto, forse eccessivamente. Però è un dato di fatto che il mio lavoro attuale ha poco o niente a che vedere con ciò di mi occupo qui. Sinora me la sono cavata, ho avuto belle trovate, la comunicazione pare stia andando bene e i riconoscimenti per come ci siamo presentati sono arrivati. Tuttavia il mestiere del copywriter è un’altra cosa.
Saper scrivere non è difficile se si tratta di far scorrere le parole secondo un certo ordine, trovare quelle giuste, dargli un tono e rispettare la grammatica. L’esperienza permette di acquisire uno stile e gli argomenti, per quanto mi riguarda, sono sempre stati liberi. So scrivere, diciamo, se ho libertà di usare le parole come voglio e dove voglio, senza preoccuparmi di apparire, del giudizio, di come mi mostro. Qui invece si parla di un aspetto molto differente. Siamo dentro un contesto, una realtà che, nonostante la portata enorme, è limitata. E’ a tema. Abbiamo scelto insieme una linea di comunicazione che ci sembra la più adatta a far passare il nostro messaggio. Dobbiamo adeguarci a certe regole del mercato, alle esigenze dei professionisti del settore, alle necessità dei nostri utenti target. Insomma, cazzo, è difficile. La mia libertà di scrivere va a farsi fottere e, nonostante io tenga tantissimo a far bene, a volte mi scoraggio. Devo imparare a pensare, ideare, creare, elaborare, sfruttare quel minimo di creatività che posseggo. E’ il mestiere di non scrivere che arriva prima, quasi un’arte. Solo dopo è possibile ordinare le parole, sperando che un cameriere te le porti. Il problema oltretutto è quello di non far credere che la mia umiltà sia inadeguatezza, non posso, non sarebbe corretto trasmettere segnali negativi a chi trascorre le nottate a lavorare per questo nostro piccolo sogno.
Sto dando tutto. Ognuno di noi acquisisce qualcosa, giorno dopo giorno, da quest’esperienza, amplia le proprie vedute, le proprie conoscenze. E’ una continua ricerca del meglio. Sono fiero di far parte della squadra e anche ora vorrei dare una pacca sulla spalla a tutti e dire “gran lavoro!”. Perché questo è quello che dicono a me in continuazione, che mi dà enorme piacere e soprattutto fiducia.
Io non so dove arriveremo. Non lo so nel privato, figuriamoci nell’inseguire un obiettivo in cui convergono miriadi di variabili. C’è grande fermento. Potenzialmente possiamo spaccare il mondo e io me lo auguro. Non sarà per soldi. Forse anche, ma in minima parte, non sono mai stato qui per denaro. E’ una soddisfazione personale prima di tutto. E’ una gioia grande poter lavorare e dare una mano a gente che ammiri e che è amica. E’ fantastico avere contatti costanti con persone di tutto il mondo, incontrarne sempre di nuove, imparare da loro. In cuor mio poi coltivo un sogno nel sogno. Ho due associazioni: questa, che si fonda sulla condivisione di cibo e valori e l’altra, che in Africa cibo e valori spera di poterli diffondere. Se mai riuscirò a coniugare i due mondi, a farli conoscere, magari davanti ad un piatto tipico come scodella di riso, ecco, solo allora potrò ammettere di aver saputo (non) scrivere magistralmente uno dei capitoli migliori della mia vita.