Ogni giorno

OK, vediamoci. Meglio sabato, è più facile per entrambi. Non troppo presto ché venerdì ho una festa e dormirò poco. Alla stazione, sì. Tu dimmi a che ora arrivi e io sarò là. In qualche modo ci troveremo. Poi c’è il telefono. E invece mi presento un po’ in ritardo, ti chiamo cercando di individuarti tra migliaia di persone e decine di binari. Non ci riesco ma solo perché sei già dietro di me. Batti il dito sulle mie spalle, mi giro e mi innamoro.
Pur essendo uno quei tipi che, come si dice, vive alla giornata, per anni ho immaginato, forse sognato, di condividere le mie passioni con una persona importante accanto. Non tutte, alcune esperienze meritano di essere vissute solo con se stessi e ricordate con occhi aperti più dentro che fuori. Altre però si gonfiano di significato quando chi ami è con te. Ricordo uno dei miei primi viaggi all’estero: venti giorni in solitudine vissuti pericolosamente, circondato da amicizie locali usa e getta, fondamentali a quel tempo e destinate per questo a scomparire. Ricordo un concerto fantastico, uno dei più belli di sempre, a cui sono andato all’ultimo minuto, felicissimo: ero solo e mi sono divertito perché oggettivamente era uno spettacolo unico, ma dentro di me è rimasto libero un sacco di spazio che la musica, le voci, le danze e le luci non avrebbero mai potuto occupare.
Oggi è diverso. Batto un dito sulle tue spalle, ti giri, mi innamoro per l’ennesima volta e ti dico che ho prenotato un volo per chissà dove o semplicemente che mi piacerebbe andare fuori città a visitare un parco. Non è necessario nemmeno che rispondi, so già che non vedi l’ora di andarci con me. E se mi rispondi è perché mi vuoi dare un bacio e allora chiudo gli occhi, torno alla stazione da dove è nato tutto e ripartiamo. Insieme. Ogni giorno.

Ognigiorno

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Di sfoghi e altre amenità

Esattamente dieci anni fa, proprio in questo periodo, vivevo una delle pagine più tristi che mi sia capitato di sfogliare. Finiva malamente una storia sulla quale avevo puntato tutto, compreso ciò che non possedevo, indebitandomi con me stesso di valori difficili da recuperare. Quando un rapporto arriva al capolinea, le colpe sono di entrambi. Fosse anche l’un percento da un lato e il novantanove dall’altro, quell’un percento ha il suo peso, soprattutto per chi se lo porta sul groppone. E’ stato così per me: la nostra fiamma si stava spegnendo e Lei è andata col primo che ha riacceso la sua. Facile. Il mio un percento di colpa potrebbe anche essere un trenta, un quaranta, un quarantanove. Non di più però. Non posso avere più colpe di Lei. Non l’ho tradita io, non le ho mentito, non le ho nascosto la verità, l’amavo. Avevo fatto delle rinunce credendo in noi. Eppure non mi sono accorto che stavamo percorrendo un binario morto già da un po’. Sarei dovuto intervenire, inventarmi qualcosa, avrei potuto ascoltare le sue necessità più di quanto facessi, perché lo facevo già tanto, cazzo. Boh. Non sapevo cosa fare. Ecco perché il mio un percento pesava. Ha pesato per mesi, forse anni. Come le bombole del sub che, prima di entrare in acqua, finché le porti in spalla, ti piegano in due. Poi ti butti e le bombole iniziano non solo a galleggiare ma anche a darti il respiro.
Nel mese di luglio del 2004 ho aperto il mio primo blog. Mi piaceva scrivere da sempre. Tenevo in piedi una corrispondenza cartacea con qualche amica e in quel periodo, cercando di recuperare l’irrecuperabile, scrivevo spessissimo a Lei. Quando, folgorato da un sogno rivelatore, ho capito che c’era un altro nella sua vita, ho continuato a mandarle lettere sotto forma di post su un blog a Lei dedicato. Si chiamava “Lei e tutto il resto”, titolo che già provava a scindere due mondi fino ad allora fusi in uno solo. Non mi leggeva nessuno, forse nemmeno Lei. Ignoravo – perché me ne fregavo – le amicizie, i commenti altrui, i consigli. Mi sfogavo e basta. Piangevo pure. A rileggermi oggi mi sento un idiota. Per tantissimo tempo ho scritto articoli ridicoli, cercando non so cosa. Ero anche molto più piccolo e non solo anagraficamente. Sono cresciuto infatti con il blog, con le persone che ho incrociato e che ho incontrato, con Splinder e una community piccola come una grande famiglia della quale conservo ricordi e contatti attualissimi. In effetti, è incredibile pensare che da dieci anni parlo con persone mai guardate negli occhi. Non è virtuale, è diverso e non meno intenso o sincero.
L’uso che faccio del blog è cambiato in questi dieci anni. E’ stato valvola di sfogo, spazio per dediche, bacheca di egocentrismo, quaderno di esercizi, archivio di lettere, diario di viaggi, raccoglitore di storie. Alla base c’è sempre stata l’onesta soddisfazione di scrivere.
Oggi ho aperto la pagina bianca con l’intento di sfogarmi, come facevo una volta. Con il sorriso però, parlando di presunzione, opportunismo, protagonismo, in special modo di certi colleghi e compagni arrivisti che si vantano, perché ne sono convinti, di essere bravi. Volevo scrivere del legittimo sospetto che, per quanto bravo tu possa essere, forse non lo sei più di altri se ti porti a letto chi fa le valutazioni. Volevo parlare di quanto sia intollerante verso le calunnie e, ancor di più, verso chi crede alle calunnie senza ascoltare l’altra campana o senza informarsi, perché è spregevole prendere una posizione per simpatia o amicizia, senza mettere in dubbio la fonte. Volevo raccontare una storia di valori perduti come il mio rapporto con persone che non li condividono. E non è che io sia perfetto. Anzi. Se però in cima alla mia scala metto tre o quattro capisaldi che ritengo giusti, che sono oggettivamente puri e condivisibili e sui quali modello il mio essere, va da sé che lotterò fino alla morte per difenderli. Può essere diverso per valori che per me hanno meno importanza, non meno nobili e sui quali devo lavorare ancora. Su questi, io come tutti, sono attaccabile. Giustamente. Ma su quello che ostento no: li rispetto, ne faccio una ragione di vita, non posso sbagliare proprio là.
Insomma, volevo affrontare temi di questo tipo. Non ci sono riuscito, limitandomi a citarli e buttar giù pensieri sparsi non sempre collegati tra loro. La stessa parola “sfogo” aveva deviato queste righe verso il ricordo dei miei primi post e questi hanno spostato a loro volta la mia attenzione sul calendario e a scrivere di tutte quelle considerazioni sul blog a dieci anni dagli eventi che lo hanno portato alla luce. Adesso non mi va più. Ho cose più belle a cui pensare: lei che mi aspetta a casa, un aereo da prendere, un’isola da raggiungere e un mare in cui sfogarmi.

Sfoghi

Il mestiere di non scrivere

Omino_scriveUna sera d’estate di qualche anno fa, un po’ per gioco, un po’ per divertimento ma soprattutto per il piacere di condividere un’esperienza originale, organizziamo furtivamente una festa nel terrazzo condominiale del piccolo appartamento in cui abitiamo. Siamo ad agosto, il palazzo è praticamente deserto e situato non lontano dal centro, c’è un sacco di spazio là sopra, basta non far danni. Il numero di adesioni e l’entusiasmo sono incredibili. Il passaparola arriva ovunque in città, si presenta un sacco di gente: amici, amici di amici, turisti di passaggio si uniscono a noi con grande passione, contribuendo chi con una bottiglia di vino, chi con un piatto di pasta, chi con un pezzo di pizza comprato per strada. Qualcuno si mette a cucinare, pochi piani più sotto, a casa nostra. Altri preparano i cocktail su un tavolo adibito a piano bar. Molti ballano o ci provano. Danzano, sarebbe meglio dire. C’è persino una specie di dj improvvisato che sceglie e cambia i CD su un piccolo impianto portatile con due casse. Musica piacevole, tranquilla, che fa da sfondo ad una notte interminabile sotto un cielo tappezzato di stelle. Alla fine, in quel terrazzo, decine e decine di persone si incontrano e stringono amicizia, si scambiano i numeri. Si ritroveranno altrove. Il giorno dopo veniamo sfrattati ma, senza ancora saperlo, avevamo dato vita al primo kitchen party.
KitchenParty oggi è un’associazione che conta oltre tremila membri in tutto il mondo. Organizza incontri a tavola tra la gente, a casa, nei locali, ovunque si possa condividere un piatto o un drink. E’ in crescita, nonostante nell’ultimo anno abbia stoppato tutte le attività affinché noi soci, un gruppo di cinque o sei amici, ci concentrassimo su un obiettivo più grande. Abbiamo ricostruito il sito web che, alla fine dell’estate, andrà online. Abbiamo creato una app per il cellulare, partecipato a bandi di concorso, cercato finanziamenti, scritto articoli, contattato locali, partner, food blogger, allargato la squadra. E’ un progetto enorme che personalmente mi coinvolge parecchio, almeno quanto l’altra associazione, Mamma Africa, a cui dedico gran parte del mio tempo.
Abbiamo due programmatori con i controcoglioni, un grafico con un bagaglio di fantasia e competenza, un coordinatore con la mente più aperta che abbia mai incontrato, il Capo Ufficio Stampa dell’Assessorato alla Cultura, un’autrice scrittrice giornalista americana, un canadese ex consulente ONU. Poi un legale, un fiscalista, un consulente del Ministero dell’Istruzione. E alla fine ci sono io. Il copywriter. Bah. Non ci credo. Vengo presentato come blogger (sì, diciamo), attivista nel volontariato internazionale (ok, vero ma a che serve?), appassionato di viaggi e letteratura (vero, tutto fa brodo), anima del progetto (io che sono ateo). Quindi, che so fare?
Ecco, io mi sento in difetto rispetto agli altri compagni d’avventura. Non sono certo di avere le competenze per dare il contributo enorme che a mio avviso stanno fornendo gli altri con le loro. So scrivere benino, lo riconosco ma un blogghetto come questo, qualche racconto e qualche articolo sulla stampa che titolo mi danno? “Scrivi da dio quando vuoi”, mi dicono. Seee, magari. Magari esistesse dio, aggiungo. Sono modesto, forse eccessivamente. Però è un dato di fatto che il mio lavoro attuale ha poco o niente a che vedere con ciò di mi occupo qui. Sinora me la sono cavata, ho avuto belle trovate, la comunicazione pare stia andando bene e i riconoscimenti per come ci siamo presentati sono arrivati. Tuttavia il mestiere del copywriter è un’altra cosa.
Saper scrivere non è difficile se si tratta di far scorrere le parole secondo un certo ordine, trovare quelle giuste, dargli un tono e rispettare la grammatica. L’esperienza permette di acquisire uno stile e gli argomenti, per quanto mi riguarda, sono sempre stati liberi. So scrivere, diciamo, se ho libertà di usare le parole come voglio e dove voglio, senza preoccuparmi di apparire, del giudizio, di come mi mostro. Qui invece si parla di un aspetto molto differente. Siamo dentro un contesto, una realtà che, nonostante la portata enorme, è limitata. E’ a tema. Abbiamo scelto insieme una linea di comunicazione che ci sembra la più adatta a far passare il nostro messaggio. Dobbiamo adeguarci a certe regole del mercato, alle esigenze dei professionisti del settore, alle necessità dei nostri utenti target. Insomma, cazzo, è difficile. La mia libertà di scrivere va a farsi fottere e, nonostante io tenga tantissimo a far bene, a volte mi scoraggio. Devo imparare a pensare, ideare, creare, elaborare, sfruttare quel minimo di creatività che posseggo. E’ il mestiere di non scrivere che arriva prima, quasi un’arte. Solo dopo è possibile ordinare le parole, sperando che un cameriere te le porti. Il problema oltretutto è quello di non far credere che la mia umiltà sia inadeguatezza, non posso, non sarebbe corretto trasmettere segnali negativi a chi trascorre le nottate a lavorare per questo nostro piccolo sogno.
Sto dando tutto. Ognuno di noi acquisisce qualcosa, giorno dopo giorno, da quest’esperienza, amplia le proprie vedute, le proprie conoscenze. E’ una continua ricerca del meglio. Sono fiero di far parte della squadra e anche ora vorrei dare una pacca sulla spalla a tutti e dire “gran lavoro!”. Perché questo è quello che dicono a me in continuazione, che mi dà enorme piacere e soprattutto fiducia.
Io non so dove arriveremo. Non lo so nel privato, figuriamoci nell’inseguire un obiettivo in cui convergono miriadi di variabili. C’è grande fermento. Potenzialmente possiamo spaccare il mondo e io me lo auguro. Non sarà per soldi. Forse anche, ma in minima parte, non sono mai stato qui per denaro. E’ una soddisfazione personale prima di tutto. E’ una gioia grande poter lavorare e dare una mano a gente che ammiri e che è amica. E’ fantastico avere contatti costanti con persone di tutto il mondo, incontrarne sempre di nuove, imparare da loro. In cuor mio poi coltivo un sogno nel sogno. Ho due associazioni: questa, che si fonda sulla condivisione di cibo e valori e l’altra, che in Africa cibo e valori spera di poterli diffondere. Se mai riuscirò a coniugare i due mondi, a farli conoscere, magari davanti ad un piatto tipico come scodella di riso, ecco, solo allora potrò ammettere di aver saputo (non) scrivere magistralmente uno dei capitoli migliori della mia vita.