Nessuno tocchi gli Arcade Fire

Ho così tante storie da raccontare su quest’ultima settimana che non saprei da dove iniziare. Vorrei scrivere di Amsterdam, da cui sono tornato solo pochi giorni fa ma mi sembra trascorsa un’epoca, visto che nel frattempo ho assistito al fantastico show dei Rolling Stones per il quale spenderei fiumi di parole (cit. Jalisse). E non posso parlare degli Stones senza almeno citare i Pearl Jam che, proprio ad Amsterdam, ho visto dal vivo in un altrettanto fantastico evento. Ho le gambe e la schiena che chiedono pace: tra decine di chilometri di camminate olandesi per strada e per musei, ore in piedi ad attendere l’inizio dei concerti e altre ore a godermeli, avrei bisogno di stare disteso dentro una bara per una notte, per riprendermi, mettere in ordine emozioni e pensieri e poterli esternare. Ci ho provato. Il mio materasso è così sgonfio che sprofonda nel letto dandomi proprio l’idea di una bara. Ma non ho potuto riposare in pace perché, nemmeno ventiquattro ore dopo aver applaudito Jagger e soci, sono andato al concerto degli Arcade Fire, che è riduttivo definire strabilianti.
Amsterdam. E’ una città sporca. Percorrevo le sue vie, ammiravo le case strette e i canali e ad ogni angolo, automaticamente, nella testa le parole per descriverla si disponevano una dietro l’altra, come se stessi leggendo qualcosa di già scritto. Riesco ad apprezzare ogni nuovo luogo che visito, ne colgo sempre il meglio e impiego parecchio tempo a riconoscerne i difetti. Solo al terzo giorno infatti, dopo aver tracciato con i miei passi tutte le strade della mappa del centro, ho dovuto ammettere di aver scansato più rifiuti che turisti. Persino i negozi più eleganti o i ristoranti più fighetti mostravano montagnette di spazzatura davanti l’ingresso. Mi sono pure chiesto se si trattasse di una situazione estemporanea, di un problema del comune con l’azienda municipalizzata, tanto frequente in Italia, ma no, si trattava di altro. Forse di abitudine, forse di cultura del rifiuto.
Allo Ziggo Dome, magnifica struttura a cui il Palalottomatica potrebbe fare da magazzino, martedì scorso si sono esibiti cinque artisti, più un sesto aggiunto, eccezionali. Poche luci, palco scarno, zero scenografia ma un’atmosfera incredibile. Non serviva altro. L’ultimo album dei Pearl Jam, diciamolo, fa un po’ schifetto e dal vivo i pezzi, tranne forse uno o due, non fanno presa sul pubblico. Ma nei piccoli solchi in cui non scorre la musica nella sua interezza, scorrono le sue componenti: voce, strumenti, passione ed entusiasmo. E un repertorio che a tratti mi ha fatto accapponare la pelle. Eddie Vedder che zoppica e si tira su i pantaloni saltellando su una gamba ha evidenziato che il tempo passa per tutti. O quasi. C’è chi resta immortale. Immortality mi ha fatto quasi piangere. Black pure. Alive è sempre un gioiello. Questo solo per citare tre momenti clou, perché tutta la serata è stata grandiosa, un’emozione continua per un palazzetto gremito che sembrava stesse scoppiando. Che forse è scoppiato. There’s a trapdoor in the sun… Immortality.
Mick Jagger l’ho sempre visto in video. Fonti attendibili, ovvero la carta d’identità, riferiscono che il 14 On Fire sarà l’ultimo tour dei Rolling Stones. Lo dicono all’incirca ogni due anni e poi, con proclami che hanno del miracoloso e che invece non dovrebbero più stupire, quei vecchietti tranquillamente arrivano, cantano e divertono. Da cinquant’anni. Il tempo non passa per tutti. Per me sotto il sole, aspettando loro, non passava. Solo in quel frangente però. Poi si è aperta la botola. E sul palco le movenze di Jagger, uguale a come lo immaginavo, hanno dimostrato che immortale lui può esserlo. Che Ronnie Wood è e sarà sempre un ragazzo nato per giocare e incantare con la chitarra. Che Keith Richards è un mito vivente, senza altre parole da acco(r)dare. Che senza Charlie Watts forse i Rolling Stones non sarebbero ancora i Rolling Stones.
In questi dieci magnifici giorni, la parte dello sfigato, dell’ultima ruota del carro, del contorno modesto ad un piatto abbondante di viaggi e musica, potrebbero farla loro. Invece no. Nessuno tocchi gli Arcade Fire. I Pearl Jam li ho nel sangue. I Rolling Stones nella storia. Amsterdam nel bagagliaio, inteso non come ultimo posto nel quale cercare ma come archivio di esperienza di vita. Gli Arcade Fire li ho applauditi l’altro ieri, sono stati semplicemente mostruosi. Sarebbero in sei, eppure ho faticato a contare quanta genialità c’era lì in mezzo e con quale disinvoltura praticamente tutti passassero da uno strumento all’altro. Eccelsi.
I paragoni sono improponibili ma è a loro che intitolo il mio modesto pensiero, agli ultimi, ai più piccoli, a quelli che sanno farsi valere in mezzo ai grandissimi. Ho tre biglietti sul tavolo, un chitarrista Lego e una linguetta rossa con un messaggino a fargli da red carpet. Gli occhi cadono subito sul colore del sole del 14 On Fire e la lingua che sembra uscire da una botola. Si spostano in alto per capire cos’è quel foglio grande, scorgere “Pearl Jam” nell’angolino a sinistra e, se vogliono, “Amsterdam” poco sotto. Poi, quando stanno per andare via, trovano un quadratino insignificante senza né arte né parterre, leggono “Arcade Fire” e brillano.