Tramonto africano

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Un’altra Africa

Tramonto_africano

Dramane viene a prenderci, come ogni mattina, per accompagnarci al villaggio che dista circa cinque chilometri dalla casetta in cui alloggiamo. Fa caldo ma non così tanto come immaginavo, all’alba il fresco costringe a coprirsi. Sono sotto effetto di calendula per la pelle e cola per la psiche e, prima di alzarmi definitivamente dal materassino che ammorbidisce le mie notti, prendo gli auricolari e cerco Reflektor. Bella scoperta gli Arcade Fire. Ho pensieri per la testa, non tutti positivi, che tuonano come a preannunciare una giornata poco piacevole. In effetti sono giorni difficili, sin da quando abbiamo sceso la scaletta dell’aereo. Siamo in Burkina Faso, abbiamo lasciato la capitale e nell’aria aleggia un’enorme voglia di fare: il container che abbiamo inviato due mesi prima però, carico del materiale necessario per portare avanti i nostri progetti, è ancora bloccato dalla burocrazia, dalla lentezza e dalla poca flessibilità di un’Africa che mostra uno dei suoi lati peggiori: l’accidia, un peccato. Dei sette vizi capitali, oggettivamente è l’unico che potrebbe appartenere a questa gente. Li preferirei golosi, gli africani, ma bisognerà lavorare ancora tanto per arrivare a quei livelli.
Una donna si avvicina a Dramane. Di fronte casa nostra ci sono delle abitazioni rurali da cui quotidianamente sbucano fuori bambini che vengono a tenerci compagnia. Arrivano e si piazzano lì anche solo per guardarci, per osservare quei bianchi che fanno cose strane, che posseggono oggetti sconosciuti, che mangiano. Non chiedono nulla se non, con i soli occhi, di essere accettati, di giocare o di scambiare un saluto. La presenza della donna è quindi insolita, specialmente a quell’ora. In realtà so perché è venuta. Dramane la segue ed entrambi scompaiono dietro una barriera di mura di terra e fango. Pochi minuti dopo lui torna profferendo poche parole in un francese nemmeno stentato, addirittura quasi inesistente, chiarissime tuttavia per il significato agghiacciante: “petit est mort”. Scritte, sembrano latino. Pronunciate, sono francese. Ascoltate, colpiscono allo stomaco.
Il piccolo morto era un bimbo di quattro o cinque anni che soffriva di un male indefinibile, uno di quelli che può essere tanto un cancro quanto un raffreddore. Non ho potuto o voluto vederlo prima del suo addio. Né dopo. So solo, attraverso il racconto di altri volontari, che aveva una pancia così gonfia da toccargli i piedi. Con quella è volato via, come una mongolfiera che, sono sicuro, lo ha accompagnato in cielo. Non c’era modo di salvarlo ma è un’inutile consolazione. Le famiglie sono spesso così povere che, di fronte alla possibilità di spendere due soldi per raggiungere un ospedale e curare un figlio o di spenderli per dar da mangiare agli altri, scelgono gli altri, quelli che stanno bene, sacrificando l’agnello debole. Che poi non è affatto una scelta ma una conseguenza inevitabile.
La giornata però mi riserva altre sorprese. Tra le poche attività che possiamo portare a avanti, una è la cosiddetta mensa, la distribuzione di un pugno di riso ciascuno ai bambini che si presentano a decine con una ciotola sporca di terra e fame. E’ un gesto simbolico, una sorta di piccola festa che facciamo ogni giorno solo per dare un segnale, perché è impensabile pensare di sfamarli così. Cuciniamo una trentina di chili di riso in pentole giganti che gli danno una forma ma non un sapore. Per i bimbi tuttavia questo è indifferente, aspettano il loro cucchiaio senza lamentarsi, a differenza di quanto invece faremmo noi in coda ad uno sportello. In genere siamo così bravi da far bastare il riso per tutti, quella mattina no. Un gruppetto resta senza, si alza e se ne va, in silenzio. Io non reggo. Sto vivendo una situazione anomala, personale, volontaria e missionaria esagerata rispetto alle aspettative con cui ero partito, difficile da sostenere se le emozioni si mischiano tra loro pure nel pentolone del riso. Quasi scappo verso il pozzo più vicino per sciacquarmi la faccia e nascondere gli occhi fragili. Eppure sono gli stessi bambini che, non appena mi vedono, iniziano a salutarmi, gridare “ciao” e venirmi incontro per battere il cinque, come gli ho insegnato a fare. E subito torna la voglia di sorridere, nonostante i drammi, di rimboccarsi le maniche e andare avanti, di fermarsi e aspettare se necessario, di prendere fiato e ripartire. Perché è vero, quel che accade in Africa resta in Africa ma quello che accade dentro ognuno di noi non è possibile lasciarlo andare, specialmente se ti prende per mano e ti segue fino all’ultimo, nella speranza di ritrovarti.
Io la mia Africa l’ho ritrovata. Diversa dalla precedente, anche a causa della stagione secca che ne ha cancellato il verde e i sentieri, svuotandola di riferimenti e segnali. Diversa soprattutto perché non era più nuova e tutta da scoprire, era sempre lei ma senza trucco, nuda, avvolta a me con il fascino puro della sveglia del mattino, quando mostra l’aspetto più intimo e naturale che ci possa essere. E’ un’Africa da abbracciare, da vivere e condividere. Un’Africa di cui scrivere, di cui parlare, da guardare e toccare. Un’Africa che non sta più solo nel nero della pelle ma anche nel chiarore di una luna, visibile da casa, dove il lavoro può essere persino più impegnativo e logorante. Torno con la convinzione di aver fatto un altro passo, avanti o falso ma pur sempre un passo, verso ciò che voglio diventare, una persona migliore.