Di tempo e orologi

Orologio astronomico PragaLo zaino è lì, aspetta solo di fare il suo dovere, cioè prendere in custodia la mia roba, contenerla e proteggerla. Penserà lui a portarla e io a portare lui. Poche cose: due o tre t-shirt, due paia di pantaloncini e uno di pantaloni lunghi e leggeri, qualche cambio per l’intimo, confidando nel lavaggio a mano, un costume, una maglia, due teli in microfibra, un lenzuolo, spazzolino e dentifricio, docciaschiuma e shampoo. Nella tasca destra, la crema solare e il set di spray anti-zanzare, più le pillole per la profilassi antimalarica. Nella tasca sinistra le ciabatte da francescano che fanno molto missionario. La tasca centrale, più larga, è dedicata alla lettura e alla scrittura, rispettivamente con “La zattera di pietra” di Saramago e il solito quadernetto giallo che uso come diario di viaggio. L’ultima tasca, quella in alto, ospiterà la macchina fotografica, il passaporto e pochi soldi, non me ne servono altri.
Ecco fatto. Nella mia testa è tutto perfettamente in ordine e già sistemato. All’atto pratico non sarà così. Al momento, per dire, ho solo una vaga idea di dove sia lo zaino e domani devo prendere il volo per una nuova esperienza in quella terra tatuata sul mio braccio che è l’Africa. Funziona sempre in questo modo quando devo viaggiare, riesco a trovare i momenti giusti solo all’ultimo, come una sorta di ispirazione che arriva quando non c’è più margine per trastullarsi. Non ho mai fallito del resto e credo pure che, se pensassi ad organizzarmi prima, probabilmente finirei pure per dimenticare che devo partire.
A guidare il gioco è il mio strano rapporto con il tempo. A volte vince lui, a volte vinco io. In Africa non c’è partita, il tempo ha vita facile perché sono proprio gli africani a lasciargli spazio. Il tempo trova lo spazio. Si muove come vuole mentre loro ne accettano le conseguenze con la calma che da sempre li contraddistingue, forse per via di quel principio nascosto, genetico o sociale – non ne ho idea – nella cultura e nella storia che porta ad effettuare la stessa azione in un paese del nord Europa in tre minuti, in Italia in tre ore, in Africa in tre giorni.
A casa mia, intesa non solo come quadrilatero di mura domestiche, però decido io chi deve vincere. Questo mese per esempio si sta dimostrando impegnativo e, come sempre accade quando non si riesce a far tutto, le scelte sono due: o si dilata il tempo o si accorcia la lista degli impegni. All’ubiquità stanno ancora lavorando.
La sveglia a corda che ho in bagno mi aiuta ad allungare le giornate, basta non caricarla e le ore si fermano. Ecco perché riesco a finire libri interi seduto sulla tazza mentre il mondo fuori aspetta. La sveglia accanto al letto, sempre in vista, invece è regolata mezz’ora in avanti a causa di un complesso meccanismo mentale che mi porta ogni mattina ad aprire gli occhi puntualmente, senza bisogno di sentirla suonare. La mezz’ora mi aiuta a limare eventuali anomalie, quali il mal di testa, le sbronze, la zero voglia di andare in ufficio. Nel soggiorno ho altri due orologi da parete. Il primo è un vecchio regalo al quale sono affezionato, un quadrante tondo piccolino circondato da tre, sei, nove e dodici giganti. Fino ad un anno fa segnava l’ora corretta, poi qualcosa è cambiato. Funziona bene e le tre lancette sembrano girare sempre correttamente, senza fermarsi. L’orario però, nonostante le regolazioni, dopo un po’ (un po’ = arco di tempo indefinibile) sballa e non c’è verso di stabilizzarlo, pur continuando ad andare avanti. L’altro orologio da parete è una copia di quello astronomico di Praga. In piccolo. Il che ne fa un oggetto bellissimo da osservare ma impossibile da decifrare: per leggere l’ora, esiste un solo punto d’osservazione possibile che storicamente è occupato dal frigorifero.
Questo oscuro spazio temporale, in casa, gioca a mio favore, fuori casa mi costringe a correre, vista l’imperturbabilità degli altri orologi nel continuare a scandire i secondi, le ore e le doppie dozzine di ore, che poi sono i giorni. Allora depenno. L’elenco degli impegni si restringe e io, all’aria aperta, respiro meglio. A questo giro è toccato al blog, un solo post (due adesso) e rarissime visite agli amici che però, in quanto tali, sono sicuro di non perdere. E’ toccato al lavoro, poca testa ed entusiasmo ai minimi storici, sopraffatto da progetti ben più importanti e da colleghi sempre meno umili. E’ toccato al nuoto che, nell’impossibilità di prepararmi per i prossimi campionati regionali a causa della missione africana, si è trasformato momentaneamente in uno sforzo fisico privo di passione, una scopata di routine.
Tra un mese tutto sarà come prima. Avrò già scritto sul blog e letto i tanti post che mi sono perso. Avrò ripreso a nuotare con amore e forza senza vincere una gara. Sarò tornato a lavorare con lo spirito giusto, ignorando l’arroganza. Mi ritroverò ancora più sereno di quanto lo sia ora perché l’Africa mi avrà rigenerato e ripulito. Il libro di Saramago sarà finito e gli orologi a casa continueranno a battere il tempo che preferiscono. Non avrò trovato lo zaino e non ci sarà stato bisogno di svuotarlo. Se non smetto di scrivere, sarò ancora qui, meglio andare.

Questo lo ignoro

Mellon collie and the infinite sadnessL’ignoranza è una brutta bestia, a tutti i livelli. Che si tratti di un alunno interrogato e impreparato o di un omofobo del cazzo, l’essere ignoranti comporta come minimo un certo disagio. A scuola, all’alunno stesso e a volte anche all’insegnante; nel caso dell’omofobo (xenofobo, razzista e via dicendo), il fastidio è suo, della persona oggetto di quel pensiero deviato e pure di chi lo circonda, sempre che non sia altrettanto ignorante.
Proprio ieri sera ho letto un post di un mio carissimo amico che si lamentava, per così dire, dei “criminali” di colore liberi di circolare e far danni nel nostro paese. Beh, non usava proprio questi termini ma era chiara l’idea e io so bene che quel mio amico, in tal senso, è ignorante. Ci sono rimasto male, eppure non ho esitato a fanculizzarlo.
Ho riportato due esempi, forse estremi, di una piaga sociale che ha innumerevoli sfaccettature. L’impossibilità di capire il dialetto di quel remoto villaggio africano in cui mi troverò fra due settimane mi rende ignorante e mi infastidisce. Non potrò chiacchierare con i bambini. Peggio, non parlo nemmeno il francese – lingua ufficiale in Burkina Faso – e, se anche trovassi lì qualcuno un po’ più colto, non potrei comunque parlargli come vorrei. Poi c’è la loro, di ignoranza, e quella mi fa incazzare ancora di più: spiegargli e inculcargli elementari norme igieniche è un’impresa ardua ogni volta e la formazione non finisce mai. Fa parte del gioco, è dura, me la prendo, mi rattristo, soprattutto quando le conseguenze sono gravi, ma non mi arrendo. E il punto è sempre quello: la mancanza di conoscenza è uno degli elementi principali di tante disgrazie e può uccidere.
Io proprio lo scorso sabato ho pensato al suicidio per colpa dell’ignoranza, la mia.
Da tempo immemore aspettavo il momento in cui avrei potuto sedermi sul divano, chiudere gli occhi e sentire la musica. Una cosa apparentemente normale, se non fosse che io volevo ascoltarla con un giradischi. Era da anni che ne volevo uno ma, tra una spesa e l’altra, non trovavo mai i soldi per comprarlo. Ne avevo persino preso uno in Giappone, usato, peccato che non sia riuscito a farlo funzionare in Italia per tutta una serie di problemi tra i quali il voltaggio e la presa di corrente. Roba da ignorante appunto. Avevo pure due – solo due – vinili favolosi che aspettavano di essere poggiati sul piatto, due dei più bei regali che abbia mai ricevuto. Niente.
Dopo le vacanze, in preda ad un raptus da shopping compulsivo, ho acceso il PC, ho puntato verso Amazon e l’ho comprato. Carta di credito e vaffanculo, poi si vedrà. Il giradischi da solo non serve a niente se non è supportato da due casse e un amplificatore. Presi pure quelli.
Sabato mattina mi ritrovo a casa come un bambino il giorno di Natale. Nemmeno il tempo di lavarmi la faccia ed eccomi per terra, in mezzo agli scatoloni, a pregustare il mio primo giradischi. Scarto, disimballo, apro, cerco, monto, collego. Leggo. Rileggo le istruzioni. Qualcosa non torna. Sarà una sciocchezza, mi dico. Rileggo. Non può essere così. Rileggo ancora. Dopo un’oretta mi arrendo. Ho sbagliato tutto. Sia le casse sia il giradischi non si possono collegare a quell’amplificatore. Cazzo. No, cazzo no, più disperazione direi. Disperazione e ignoranza di fondo. Sarebbe bastato leggere due righe prima di comprare e non mi sarei ritrovato a tentare il suicidio.
Un attimo prima di premere il grilletto però mi si accende la lampadina. Vado a studiare. Mi informo, ascolto, imparo. Divento un po’ meno ignorante. E collego. Collego tutto, cavi, pensieri e istruzioni. Per le casse ho poco da fare, funzionerebbero pure ma sarebbero sprecate, dovrò sostituirle. Il resto però può andare più che bene. Poggio tutto sul tavolo, recupero due casse ridicole da un lettore CD e accendo. Momento di gioia. Prendo il disco uno di Mellon collie and the infinite sadness e, per la prima volta in vita mia, assaporo la sensazione di estasi che milioni di persone prima di me hanno vissuto nel sentire un vinile gracchiare sul piatto.
L’ignoranza uccide ma la cultura ti può salvare la vita.