Miyajima

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Al supermercato

Una delle prime cose che ho dovuto imparare a tenere d’occhio quando, anni fa, sono andato a vivere da solo è stata la lista della spesa. Prima, a casa dei miei, per ovvi motivi (leggasi “mamma”), questo non è mai stato un problema. Ma nemmeno un vago pensiero, al massimo potevo accorgermi che era finito il latte. Cosa peraltro mai accaduta. Nella fase successiva, quella della convivenza con due o tre coinquilini al massimo, la questione non mi ha mai dato preoccupazioni sia perché quasi tutto ciò che compravamo, a parte quei pochi alimenti ad uso e consumo personale, era condiviso e rientrava del bilancio casalingo sia perché, pagando l’affitto di una stanza e non di un’intera casa, avevo molti più soldi da sperperare. Quando ho deciso di fare il grande passo, prendere un appartamento e mantenere in vita un frigorifero ed una dispensa senza aiuto esterno, ho iniziato ad accorgermi dell’esistenza di quelle striscette di carta chiamate scontrini. E sono arrivati i problemi. Perché non è possibile che due supermercati distanti cinquecento metri abbiano prezzi tanto differenti e che io sia costretto a controllare ogni settimana i centesimi per non farmi fregare gli euro. Che debba comprare nell’uno e nell’altro e anche in un terzo o in un quarto perché non sempre trovo ciò che mi serve ad un costo accettabile. Che i buoni pasto che ho la fortuna di poter utilizzare siano accettati con limitazioni sempre più stringenti: valgono per un massimo di spesa o a meno del valore effettivo o solo per certe categorie o solo sulla merce non in offerta. E poi odio dover controllare le etichette, stare attento alla confezione più ammiccante, valutare il formato famiglia, confrontare peso e valore, calcolare prezzo al chilo, prezzo al litro, tre per due, due per uno, sconti, promozioni e raccogliere i fottutissimi bollini. Vaffanculo.
Calma. Io resto comunque in una situazione privilegiata. Se per gola o capriccio voglio comprare una confezione di gelati e un fusto di birra, posso farlo. Non lo faccio perché mi impongo di ignorare i cibi di cui non posso controllare il consumo: i sei o gli otto gelati li farei fuori in sei o otto minuti, fusto di birra compreso. Compro pochissimi salumi e i formaggi devono avere un peso limitato. Per gli alcolici, non vado oltre una bottiglia di vino o di birra. I dolci li ho dimenticati. Cerco di mangiare sano e spendere il giusto, cioè il meno possibile.
La vecchietta che l’altro giorno contava le monetine per pagare un po’ di pane o la mamma che a malincuore negava al bimbo le merendine troppo care però non mi lasciano indifferente. Spesso, oltre al mio, guardo per così dire lo scontrino degli altri, della gente in fila alla cassa e noto che i carrelli più modesti sono un dato di fatto. Che poi una volta i carrelli erano luccicanti, brillavano tra gli scaffali e sembrava si muovessero senza spinta. Adesso sembra si siano intristiti pure loro, sono sporchi, grigi e hanno sempre almeno una rotellina che va per i cazzi suoi.
Tuttavia conosco un luogo fantastico dove questi problemini quotidiani non esistono, dove la gente non è triste, sorride sempre e non si preoccupa affatto della spesa. In questo posto, tanto per cominciare, non ci sono gli scontrini, non se ne fanno. Non interessano a nessuno, non viene sprecata carta. Non ci sono i carrelli tristi e nemmeno i cestini, ingombranti e inutili da riempire. Si evitano così le file alle casse. Ma non ci sono nemmeno le casse. Né le cassiere. Non ci sono i supermercati a dirla tutta, soltanto i mercati, anzi un mercato, tutt’altro che super e attivo solo la domenica, dove il prezzo non conta, non è proprio indicato. Persino il denaro non gira, a volte è inutile, sostituito dal baratto. La merce è indispensabile, non contempla i capricci di gola: niente gelati quindi, niente birra e alcolici, niente merendine. I salumi e i formaggi lì non sanno cosa siano. I dolci non fanno parte neppure del vocabolario usato da quelle parti. E’ un posto meraviglioso dove la persone, numerose, pur di non crearsi preoccupazioni insignificanti, nemmeno mangiano tutti i giorni. Cercano di tenersi in forma, mantengono il fisico asciutto e fanno esercizio tutti i giorni, zappando la terra. Persino i bambini, non appena riescono a sollevare la zappa, vanno a lavorare nei campi. Così, per non crescere facendosi problemi come ce li facciamo noi. Per non darne agli altri. A chi li circonda, al paese e al mondo interno. Non chiedono niente, quei bambini. Non strattonano la gonna della mamma per una merendina e la mamma non deve preoccuparsi di dirgli di no. Sono felici senza i nostri pensieri. Sorridono sempre. Del resto grandi e piccini soprav-vivono in un angolo di mondo che è un paradiso e non hanno bisogno di molto. Per esempio, non vestono abiti eleganti. Cioè non vestono abiti. OK, non vestono. Portano addosso quel che trovano e i bimbi nemmeno quello. Questo perché non soffrono il freddo. Non vogliono pagare per il riscaldamento e hanno fatto in modo che ci sia sempre un caldo naturale lì ad avvolgerli. C’è anche tanta luce, quella del sole, che basta e avanza pure per la tintarella. Sono tutti scuri infatti. Se la notte è buia, non vedono perché illuminarla. Anche perché il cielo stellato è uno spettacolo e la corrente elettrica è inutile. Manca pure quella.
Insomma, a me questo modo di vivere, senza stress da consumismo, piace. Mi fa sorridere e, insieme a tutto il resto, mi fa bene. E così il mese prossimo, da quelle parti, io ci torno. Vado a prendermi i sorrisi di cui ho bisogno barattandoli con i miei e poco importa se dovrò sbattermi per cercare l’offerta migliore: ciò che troverò e porterò con me a casa non avrà prezzo, non avrà scadenza e sarà per sempre.

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