Just do it

Adidas-VS-NikeEravamo un bel gruppetto a quel tempo. Uno zoccolo duro di sei o sette elementi, di cui almeno tre, me incluso, impegnati a livello agonistico e un contorno di altri ragazzi che aiutavano a raggiungere il numero per formare due squadre e poter giocare ad armi pari. Tutti appassionati di basket. Ci incontravamo, praticamente ogni giorno, nel campo all’aperto dell’oratorio del quartiere. Persino in inverno, purché non piovesse. Quel campetto era nostro e ogni ragazzino della zona sapeva che poteva tranquillamente unirsi a noi, senza però avanzare altre pretese o credere di poterci spostare da lì. Giocavamo soprattutto la domenica, quando il cancello era chiuso e il sacerdote ci obbligava ad andare a messa prima di darci le chiavi. Entravamo in chiesa con la tuta, il pallone, qualcuno addirittura in pantaloncini, già con le formazioni in testa. Come ogni compagnia che si rispetti, anche questa era bene assortita. C’era lo straniero, Galak, così chiamato per via della carnagione scura anche se (o forse proprio per questo) il Galak era bianco. C’era Globetrotter, quello che saltava e faceva le piroette con la palla in mano prima di arrivare a canestro. E poi quello con “il culo mostruoso”, che segnava da ogni parte del campo o la talpa che, nonostante le lenti spesse come un fondo di bottiglia, era discretamente bravo. O ancora il ragazzo cicciottello, lo smilzo, il biondo, cavallo pazzo. Ci divertivamo. Avevamo entusiasmo ed energia da vendere, facevamo il tifo per squadre diverse del massimo campionato, seguivamo l’NBA, ammiravamo i grandi campioni.
Tra i tanti motivi di confronto, fisici e di pensiero, uno, anche se assurdo, era la marca delle scarpe da gioco. Allora, forse anche oggi, non so, esisteva un mercato di scarpe di basket dominato da due aziende: Adidas e Nike. Il terzo incomodo era Reebok, però contava poco. Non è che avessimo molti soldi per cambiare scarpette con frequenza ma ogni volta che uno di noi si presentava in campo con un modello nuovo veniva fuori un misto di ammirazione, invidia, snobismo che nemmeno la stanchezza poteva sminuire. Era una competizione mentale, visiva: non sul campo, giocando, semmai sfilando e mettendo in mostra i piedi.
Per non smentire l’incoerenza di quegli anni, io, pur avendo avuto solo Adidas, che in quegli anni sfornava i prodotti migliori, parteggiavo per Nike, probabilmente perché era lo sponsor del più grande giocatore di tutti i tempi: Michael Jordan. Se il 23 è il mio numero preferito, lo devo anche a lui. Nelle fase consumistica e squattrinata, quindi nulla, della mia vita ho sbavato davanti alle vetrine dei negozi di articoli sportivi. Quel marchio, americano, stava prendendo piede in Europa e tutto ciò che vendeva diventava per me oggetto di desiderio. Quando ho smesso di giocare a basket e mi sono appassionato al tennis, nel mio cuore Michael Jordan e le sue Air Jordan sono stati presi a calci nel sedere da un altro sportivo che ha segnato un’epoca: André Agassi, grande tennista, grande personaggio e uomo immagine Nike nel mondo per un abbondante decennio. Tuttora Jordan, Agassi ma anche un certo Roger Federer per restare nel tennis o Tiger Woods nel golf e Cristiano Ronaldo nel calcio, rappresentano l’eccellenza nel proprio campo e quello stesso sponsor per questo li paga profumatamente.
Crescendo, queste argomentazioni hanno perso interesse per me, direi anche giustamente. Posso solo ringraziare i miei genitori per avermi raddrizzato ed insegnato a dare significato a valori ben più importanti. Mi piace ancora parecchio lo sport, seguo l’NBA e il tennis e non è un caso che la mia TV perennemente sintonizzata su canali che mostrano giocatori intenti a colpire una pallina con la racchetta. Ciò che conta è comunque saper dare le giuste priorità. Questa passione infatti non mi ha mai impedito né mai mi impedirà di dedicarmi ad altro, di fare altro. Da ragazzino volevo avere quelle bellissime scarpe e mi sarebbe piaciuto averne altre paia. Ero un bravo giocatore per la mia età e mi gasavo durante le partite, godendo di un banalissimo successo quando i pochi tifosi al seguito mi applaudivano. Tra avere ed essere, come ho già scritto tante volte però, la strada che ho sempre seguito era quella del fare. Io giocavo, correvo, saltavo, quasi schiacciavo. Facevo e ho continuato a fare, al di là del campo da gioco. Negli anni è diventata una filosofia, un motto della mia vita. Sono affamato e divorato dalla voglia di fare tutto ciò che possa incuriosirmi e permettere al mio bagaglio di esperienze di arricchirsi. Ho avuto la possibilità di provare molteplici interessi, di imparare, di spostare l’attenzione verso nuovi hobby abbandonandone altri, di muovermi e poter scegliere come amministrare il mio tempo. E’ stato così con tutte le tappe che stanno segnando il mio percorso e spesso mi chiedo fin dove posso ancora spingermi, in quale nuovo campo potrei giocare. Mi ascolto spesso ripetere nel silenzio della mia testa domande e risposte. Ti piace il nuoto? Provalo. Ti incuriosisce il mondo subacqueo? Prendi il brevetto e immergiti. Ti attira il Giappone? Parti. Ti coinvolge Greenpeace? Diventa attivista. Ti colpisce il volontariato in Africa? Vivilo. Non sempre riuscirai nell’intento ma il concetto è facile. Vuoi? Puoi? Fallo. Fallo e basta. Che in inglese suona come Just do it, lo slogan di quel fottutissimo marchio.

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