Come una magia

Mi sveglio disteso su un materasso comodo al limite della perfezione, di quelli che sembrano esistere solo nei messaggi promozionali. C’è buio intorno, sembra un sogno. Forse sono in dormiveglia. Lei è accanto a me ma non così vicina come potrebbe sembrare, allungo il braccio e arrivo a toccarla a stento perché il letto è enorme e, una volta tanto, non sono stato spinto sul bordo. Fuori il freddo è polare, è zero, è da starsene sotto le coperte tutto il giorno a dormire, a leggere o a guardare il soffitto finché la vescica non ti obbliga ad alzarti. Le coperte però non ci sono o meglio, sono ammassate ai piedi perché dentro fa caldo, molto. Mi giro, incrocio i suoi occhi e capisco che sto proprio sognando. Succede sempre quando la guardo. Sorridiamo e anche questo succede sempre, oggi però abbiamo un motivo in più per farlo.
La colazione è abbondante. Mangio tutto ciò che posso, dalle uova alle salsicce, dai toast con la nutella alle ciambelle ricoperte di cioccolato. E poi il latte, come antiacido o per digerire. Indosso l’equipaggiamento con gli optional, cappello, sciarpa, guanti e vado a vivere questa meraviglia di città.
Praga è stupenda, non ci sono cazzi. E’ indubbiamente una tra le capitali più belle d’Europa e una delle città più affascinanti in assoluto. Non ho molto tempo, solo pochi giorni, è una visita breve, organizzata in mezz’ora e desiderata da anni. Mi chiedo ancora come sia stato possibile non averla conosciuta prima. Ci sarei già tornato. Sembra un’opera di fantasia, disegnata da un artista che andrebbe apprezzato solo per averla immaginata, una cosa del genere e che con la Città Vecchia ha creato il suo capolavoro. Probabilmente è un mago. Non mi spiegherei altrimenti come la sera le strade mi abbiano guidato in un’altra epoca, dove i palazzi, le carrozze, le luci che illuminano le case e quelle dei lampioni dipingono un paesaggio da favola. Dove di giorno la nebbia avvolge ogni cosa e me ne mostra la bellezza a tratti, man mano che avanzo curioso, oppure la protegge dall’alto, quando da sopra la collina cerco di apprezzarla nel suo insieme. Riuscendoci. Spalanco gli occhi e procedo per vicoli e percorsi già battuti e fotografati e sempre mi stupisco. Vado avanti e indietro per il ponte, salgo fino al castello, esploro le chiese, mi intrufolo nel Vicolo d’Oro, mi riposo all’Osservatorio e poi torno ad ammirare le stradine, i ponti, il fiume con i cigni, le case danzanti e gli orologi astronomici, le facciate imponenti, le piazze, le torri, i giardini come intrappolato in labirinto e poi, quasi per caso, alla fine di una rampa, trovo lui che mi aspetta. Il mago. E capisco.

Mago Praga

Just do it

Adidas-VS-NikeEravamo un bel gruppetto a quel tempo. Uno zoccolo duro di sei o sette elementi, di cui almeno tre, me incluso, impegnati a livello agonistico e un contorno di altri ragazzi che aiutavano a raggiungere il numero per formare due squadre e poter giocare ad armi pari. Tutti appassionati di basket. Ci incontravamo, praticamente ogni giorno, nel campo all’aperto dell’oratorio del quartiere. Persino in inverno, purché non piovesse. Quel campetto era nostro e ogni ragazzino della zona sapeva che poteva tranquillamente unirsi a noi, senza però avanzare altre pretese o credere di poterci spostare da lì. Giocavamo soprattutto la domenica, quando il cancello era chiuso e il sacerdote ci obbligava ad andare a messa prima di darci le chiavi. Entravamo in chiesa con la tuta, il pallone, qualcuno addirittura in pantaloncini, già con le formazioni in testa. Come ogni compagnia che si rispetti, anche questa era bene assortita. C’era lo straniero, Galak, così chiamato per via della carnagione scura anche se (o forse proprio per questo) il Galak era bianco. C’era Globetrotter, quello che saltava e faceva le piroette con la palla in mano prima di arrivare a canestro. E poi quello con “il culo mostruoso”, che segnava da ogni parte del campo o la talpa che, nonostante le lenti spesse come un fondo di bottiglia, era discretamente bravo. O ancora il ragazzo cicciottello, lo smilzo, il biondo, cavallo pazzo. Ci divertivamo. Avevamo entusiasmo ed energia da vendere, facevamo il tifo per squadre diverse del massimo campionato, seguivamo l’NBA, ammiravamo i grandi campioni.
Tra i tanti motivi di confronto, fisici e di pensiero, uno, anche se assurdo, era la marca delle scarpe da gioco. Allora, forse anche oggi, non so, esisteva un mercato di scarpe di basket dominato da due aziende: Adidas e Nike. Il terzo incomodo era Reebok, però contava poco. Non è che avessimo molti soldi per cambiare scarpette con frequenza ma ogni volta che uno di noi si presentava in campo con un modello nuovo veniva fuori un misto di ammirazione, invidia, snobismo che nemmeno la stanchezza poteva sminuire. Era una competizione mentale, visiva: non sul campo, giocando, semmai sfilando e mettendo in mostra i piedi.
Per non smentire l’incoerenza di quegli anni, io, pur avendo avuto solo Adidas, che in quegli anni sfornava i prodotti migliori, parteggiavo per Nike, probabilmente perché era lo sponsor del più grande giocatore di tutti i tempi: Michael Jordan. Se il 23 è il mio numero preferito, lo devo anche a lui. Nelle fase consumistica e squattrinata, quindi nulla, della mia vita ho sbavato davanti alle vetrine dei negozi di articoli sportivi. Quel marchio, americano, stava prendendo piede in Europa e tutto ciò che vendeva diventava per me oggetto di desiderio. Quando ho smesso di giocare a basket e mi sono appassionato al tennis, nel mio cuore Michael Jordan e le sue Air Jordan sono stati presi a calci nel sedere da un altro sportivo che ha segnato un’epoca: André Agassi, grande tennista, grande personaggio e uomo immagine Nike nel mondo per un abbondante decennio. Tuttora Jordan, Agassi ma anche un certo Roger Federer per restare nel tennis o Tiger Woods nel golf e Cristiano Ronaldo nel calcio, rappresentano l’eccellenza nel proprio campo e quello stesso sponsor per questo li paga profumatamente.
Crescendo, queste argomentazioni hanno perso interesse per me, direi anche giustamente. Posso solo ringraziare i miei genitori per avermi raddrizzato ed insegnato a dare significato a valori ben più importanti. Mi piace ancora parecchio lo sport, seguo l’NBA e il tennis e non è un caso che la mia TV perennemente sintonizzata su canali che mostrano giocatori intenti a colpire una pallina con la racchetta. Ciò che conta è comunque saper dare le giuste priorità. Questa passione infatti non mi ha mai impedito né mai mi impedirà di dedicarmi ad altro, di fare altro. Da ragazzino volevo avere quelle bellissime scarpe e mi sarebbe piaciuto averne altre paia. Ero un bravo giocatore per la mia età e mi gasavo durante le partite, godendo di un banalissimo successo quando i pochi tifosi al seguito mi applaudivano. Tra avere ed essere, come ho già scritto tante volte però, la strada che ho sempre seguito era quella del fare. Io giocavo, correvo, saltavo, quasi schiacciavo. Facevo e ho continuato a fare, al di là del campo da gioco. Negli anni è diventata una filosofia, un motto della mia vita. Sono affamato e divorato dalla voglia di fare tutto ciò che possa incuriosirmi e permettere al mio bagaglio di esperienze di arricchirsi. Ho avuto la possibilità di provare molteplici interessi, di imparare, di spostare l’attenzione verso nuovi hobby abbandonandone altri, di muovermi e poter scegliere come amministrare il mio tempo. E’ stato così con tutte le tappe che stanno segnando il mio percorso e spesso mi chiedo fin dove posso ancora spingermi, in quale nuovo campo potrei giocare. Mi ascolto spesso ripetere nel silenzio della mia testa domande e risposte. Ti piace il nuoto? Provalo. Ti incuriosisce il mondo subacqueo? Prendi il brevetto e immergiti. Ti attira il Giappone? Parti. Ti coinvolge Greenpeace? Diventa attivista. Ti colpisce il volontariato in Africa? Vivilo. Non sempre riuscirai nell’intento ma il concetto è facile. Vuoi? Puoi? Fallo. Fallo e basta. Che in inglese suona come Just do it, lo slogan di quel fottutissimo marchio.